CHI SONO IO PER GIUDICARVI, DEPRAVATI?
di Leonado Tondelli - Da L'Unità dell'1 agosto 2013
Non è che uno debba fare il bastian contrario per forza,
anche se sui blog funziona. Se papa Francesco piace a tutti, probabilmente ha
ragione lui. Essere simpatici non è una virtù secondaria, specie quando si
dirige un’impresa che ha obiettivi universali. Se il tema della povertà
funziona, se desta l’interesse del pubblico molto meglio della lotta al
relativismo su cui s’impantanò Benedetto XVI, tanto di cappello a chi ha saputo
annusare il vento nel momento in cui cambiava.
Certo, nel frattempo la Chiesa
continua a essere un’organizzazione ricchissima e opacissima, ma bisogna aver
pazienza, Roma non si è costruita in un giorno e anche il Vaticano non è che si
possa riordinare in pochi mesi. Nel frattempo il papa Francesco parla – che
altro dovrebbe fare – e gli basta poco più di un “signori e signore buonasera”
per incassare il sostegno di intellettuali e laici insospettabili. Bastava
davvero così poco per farsi amico un Cacciari? Una bella faccia sorridente e il
bagaglio a mano?
Un papa popolarissimo non è una novità; ne abbiamo già avuto
uno per più di vent’anni, e sappiamo che lo status di superstar internazionale
non ti rende necessariamente più progressista, anzi. Giovanni Paolo II ha
organizzato tante adunate e concerti, e su contraccezione o divorzio o qualsiasi
altro argomento non ha ceduto un’unghia. Non c’è dubbio che in giro ci sia
tanta, tantissima voglia di un papa rivoluzionario, e di rivoluzione in
generale. Che in un momento di crisi generale molti laici aprano un credito a un
nuovo pontefice non sorprende, la speranza è merce rara. Che ci voglia credere
pure qualche gay è comprensibile, non è che debbano essere tutti per forza
militanti laici. Ma che abbocchino gli intellettuali, ecco, questo è triste. In
fondo a cosa servono, se non a fare un po’ di controcanto, a smontare la
retorica che trasforma ogni gesto e parola banale in un’epifania?
Che un papa sappia girare intorno ai concetti fino a
trasformare una condanna all’omosessualità in una parola buona sui gay, non
sorprende: è un vescovo, un prete, un professionista della comunicazione;
possiamo persino ammirare il gesto tecnico, come i tifosi che applaudono quando
un avversario fa un dribbling favoloso. Ma possibile che non ci sia stato un
solo giornalista, un vaticanista, un filosofo, che di fronte alla domanda
retorica “chi sono io per giudicare” non gli abbia risposto con l’unica risposta
sensata?
Chi sei tu per giudicare? Sei il papa, il vicario di Cristo, ciò che
leghi resterà legato, ciò che sciogli resterà sciolto (Matteo 18,18), dietro di
te c’è l’emblema del Vaticano con le chiavi del paradiso, che significano
appunto che sta a te, all’organizzazione che presiedi, stabilire chi ci va e chi
no; e di conseguenza chi va all’inferno e chi no. E siccome un tuo predecessore
ha fatto scrivere sul Catechismo che le relazioni omosessuali sono “gravi
depravazioni” (2357), “la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di
omosessualità sono intrinsecamente disordinati», sono contrari alla legge
naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di
una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere
approvati”, beh caro Francesco, non schermirti: se non li giudichi tu,
allora chi?
Lo so, tecnicamente il giudizio spetta a Cristo, tu più che
un giudice sei un avvocato. Però vale la pena di ricordare che la tua linea di
difesa prevede che tutti i gay cattolici del mondo si dichiarino casti (2358:
“Le persone omosessuali sono chiamate alla castità”). È sempre stato
così, non è cambiato niente. Poteva dircelo anche Ratzinger. Ma se ce l’avesse
detto il pastore tedesco, con le medesime parole, probabilmente in prima pagina
ci sarebbero andati titoli diversi. È così che funziona l’economia della
popolarità, ormai lo sappiamo. Magari nel nostro piccolo possiamo provare a
opporci. Non per il gusto di fare i bastian contrari per forza. Ma altrimenti a
cosa serviamo? http://leonardo.blogspot.com

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