Tuesday, February 17, 2015

LIBIA E IL FAMTASMA DI ADUA

Calma e gesso. Nessuna opzione può essere scartata sulla Libia. Ma non possiamo buttarci in "campagne militari destinate a scavare nuove buche nella sabbia, da cui scaturiranno nemici più agguerriti e numerosi di quelli che avremo eliminato. La lotta al terrorismo implica determinazione fredda e paziente. Intelligenza, non furia vendicativa". Gentiloni e la Pinotti parlano a vanvera, provocando persino l'irritazione di alcuni autorevoli generali. Non possiamo suicidarci per seguire gli americani nella loro politica estera demenziale. Nè possiamo ripetere il disastro libico del 2011. Serve competenza. Urge realismo. Perché il "fantasma di Adua" è ancora tra noi.

 IL FANTASMA DI ADUA (di Roberto Balzani)

Ad Adua, l'1 marzo 1896, non si sa quanti italiani siano morti. Migliaia, comunque, massacrati dall'esercito del negus Menelik. Mandare 5.000 uomini - come ha proposto qualche buontempone - a farsi ammazzare In Libia non pare una buona idea. Senza intelligence, senza informazioni, senza basi sul territorio, senza contatti. Nel caos più non totale. In solitudine, o quasi. A questo (l'acquisizione di informazioni e lo studio accurato degli obiettivi), ora, si spera si dedichino gli stati maggiori occidentali. Non a scaldare i motori di aerei o di carri armati, per propaganda, per dire che ci siamo, per mostrare i muscoli. Magari con soddisfazione sicura di un'industria che si frega già le mani, come i famosi costruttori del post-terremoto dell'Aquila. Per una volta, partiamo dalla parte giusta. Non facciamo come gli americani in Iraq al tempo di Bush jr., un presidente particolarmente sensibile alle multinazionali delle armi.

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