25 APRILE: RESISTENZA OVVERO PESSIMISMO DELL A RAGIONE E OTTIMISMO DELL A VOLONTA'
Di Francesco Erspamer
Come i simboli, le feste servono a preservare esperienze passate, a ricordarci che siccome furono possibili una volta sono possibili ancora. Per questo i regimi cercano di cancellare o svuotare di significato quelle elaborate da precedenti sistemi sociali, politici o economici: perché un effettivo controllo del popolo lo si raggiunge solo quando si riesca a convincerlo di vivere nel migliore dei mondi possibili, e che qualunque alternativa sia irrealizzabile.
Come i simboli, le feste servono a preservare esperienze passate, a ricordarci che siccome furono possibili una volta sono possibili ancora. Per questo i regimi cercano di cancellare o svuotare di significato quelle elaborate da precedenti sistemi sociali, politici o economici: perché un effettivo controllo del popolo lo si raggiunge solo quando si riesca a convincerlo di vivere nel migliore dei mondi possibili, e che qualunque alternativa sia irrealizzabile.
Così opera anche il liberismo: il cui immenso potere modellizzante, ossia di indurre comportamenti e consumi uniformi a livello globale, presuppone l’appiattimento della vita sul presente e la trasformazione delle tradizioni e delle culture in prodotti di consumo, privi di una carica differenziale.
La cultura del successo a cui ci stiamo abituando non ha bisogno di regole (si fonda sulla deregulation) e di una morale, ed è dunque incapace di trasgressione: a contare è sempre e solo il risultato, quale che sia e comunque raggiunto, tanto viene retroattivamente caricato di valore e di merito.
A lungo il 25 aprile ha simboleggiato qualcosa di molto diverso: non tanto la Liberazione quando l’esercizio della libertà, non tanto la vittoria della Resistenza quanto la pratica di una cultura della resistenza. Che è la capacità di comprendere che la storia umana è soggetta a imprevisti, neppure infrequenti e che mettono in crisi anche i sistemi più solidi e le più sedimentate abitudini e convinzioni, aprendo improvvisi spazi d’intervento. Ma quando si presentano non c’è tempo per improvvisare una strategia: bisogna averla già pronta.
In questo senso il simbolo della cultura della resistenza è Gramsci. Fisicamente fragile e malato, chiuso in una prigione fascista da cui sapeva che non sarebbe mai uscito, in un’Europa che si spostava sempre più a destra, Gramsci non smise di studiare, meditare, scrivere. Non so se davvero Mussolini disse che occorreva impedire alla mente di Gramsci di funzionare; di sicuro la resistenza di Gramsci fu di non smettere mai di pensare.
Di non abbandonare mai il suo impegno. Ripeteva spesso: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. La cultura della resistenza richiede entrambi questi registri. Inizialmente quello analitico, che non può che condurre a una valutazione critica della situazione esistente: c’è tanta ingiustizia al mondo, tanta ineguaglianza, tanta violenza, e ci sono sempre state. Una negatività che potrebbe portare al fatalismo e all'indifferenza e che invece diventa stimolante se non resta fine a sé stessa ma al contrario innesca un desiderio di azione condivisa, di partecipazione. È questo ottimismo dell’azione e della solidarietà che il 25 aprile ha a lungo celebrato: una festa della liberazione dall'oppressione, ma soprattutto dalla rassegnazione, dal conformismo, dalla paura di cambiare davvero. Una festa di cui abbiamo disperato bisogno.

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