QUESTIONE DEMOCRATICA E QUESTIONE SOCIALE
Mercoledì 21 luglio, ho avuto modo di vedere sul sito di De Magistris, in diretta da Napoli, un incontro dal titolo: lavoro, diritti e democrazia. Relatori della serata: Landini, Ferrero, Marino e De Magistris.
Tutti e quattro, ovviamente con sfumature ed accenti diversi, hanno sottolineato il fatto che questione democratica e questione sociale non sono più in connessione e questo mancato intreccio ha mandato in crisi profonda, sia il sistema democratico, sia il sistema sociale.
Non vi è democrazia senza lavoro e diritti e non vi è lavoro dignitoso senza democrazia: la lotta per la democrazia e la lotta per il lavoro ed i suoi diritti, devono tornare ad incontrarsi, altrimenti la nostra Repubblica implode. Eppure, da più parti, anche a sinistra e nel mondo sindacale, c'è chi opera per la loro separazione, con ottimi risultati in termini di deriva autoritaria e involuzione dei diritti del lavoro e del welfare.
Come ha tenuto a sottolineare Marino, che ha letto qualche riga del "Piano di rinascita democratica" della P2 di Licio Gelli, è evidente il tentativo di dare attuazione a quel piano eversivo. L'obiettivo massone è semplice e chiaro: ritornare alle condizione sociali prebelliche, perchè nel dopoguerra, il riequilibrio tra potere e ricchezza tra le varie classi sociali si è spinto troppo oltre. Piano, piano, un pezzo alla volta, le classi dominanti, libere dal terrore dell' "orso siberiano", intendono riprendersi tutto quello che hanno concesso per contrastare il modello comunista: democrazia, libertà, lavoro e diritti. E per fare questo, applicano un programma che coincide alla lettera con i punti strategici messi a punto dalla Loggia: costituzione di una casta politica di fedelissimi, bipartitismo, controllo dei media, magistratura sottoposta al controllo del governo e separazione della carriere, rottura dell'unità sindacale, limitazione del diritto di sciopero, aumento dell'età pensionabile, distruzione della scuola pubblica, abolizione della validità legale dei titoli di studio e via andare.
Collimazione confermata anche dal gran maestro venerabile, che il 28 settembre 2003, lasciando un' intervista al quotidiano La Repubblica, ha detto: "guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa".
Se per le classi dominanti gli obietti e le strategie politiche sono chiare, tra le masse, c'è grande confusione e poca unità: nel campo sociale ci sono forze che rifiutano la lotta per la democrazia e l’uguaglianza, mentre nel campo della lotta per la democrazia ci sono forze e culture che escludono il conflitto sociale. All'interno dei movimenti, ci si oppone duramente e giustamente all’attacco all’autonomia della magistratura e alla libertà di stampa, ma non si coglie il nesso che questo attacco ha con l’aggressione ai diritti dei lavoratori e alla libertà di contrattazione.
Lo si è visto a Pomigliano, dove è andato in scena un ricatto sociale per ottenere una resa simbolica e collettiva. Un ricatto che parlava ai lavoratori della Fiat, ma che in realtà era rivolto a tutta la nazione. Un ricatto che ha detto ai lavoratori: "o rinunciate a qualsiasi rivendicazione dei vostri diritti, o non vi diamo più lavoro". Un ricatto che è stato contrastato dalla sola FIOM, lasciata in isolamento a combattere una battaglia tutta in solitaria.
Come tutti e quattro i relatori hanno ribadito, la difesa della nostra democrazia e della nostra libertà non può invece che iniziare dalla difesa dei diritti dei lavoratori a partire dall'applicazione degli articoli 1, 4 e 41 della nostra Costituzione: perchè il lavoro è un diritto e non una merce che si può acquistare dal miglior offerente; il lavoro non è plus-valore, ma attività umana che deve concorrere "al progresso materiale o spirituale della nostra società". E se ciò è vero, allora l'iniziativa economica è sì libera, ma non di autoregolamentarsi sui soli paradigmi del mercato, per i quali, il lavoro, si trova in regime di concorrenza al pari di un paio di mutande.
Prima i movimenti ed i partiti di sinistra (se ancora esistono), si schiereranno al fianco del mondo del lavoro e meglio sarà per la nostra democrazia e per la nostra Costituzione, perchè la cultura dominante che nega il conflitto sociale e sponsorizza la "complicità" sindacale, vuole derogare al principio di uguaglianza, introducendo un "universalismo selettivo" che cancella la parità dei diritti. E questo, per chi ha a cuore la nostra Costituzione, è inaccettabile.
E' probabile che su you tube, l'incontro possa essere rivisto: se ciò fosse, ne consiglio a tutti la visione.
Tutti e quattro, ovviamente con sfumature ed accenti diversi, hanno sottolineato il fatto che questione democratica e questione sociale non sono più in connessione e questo mancato intreccio ha mandato in crisi profonda, sia il sistema democratico, sia il sistema sociale.
Non vi è democrazia senza lavoro e diritti e non vi è lavoro dignitoso senza democrazia: la lotta per la democrazia e la lotta per il lavoro ed i suoi diritti, devono tornare ad incontrarsi, altrimenti la nostra Repubblica implode. Eppure, da più parti, anche a sinistra e nel mondo sindacale, c'è chi opera per la loro separazione, con ottimi risultati in termini di deriva autoritaria e involuzione dei diritti del lavoro e del welfare.
Come ha tenuto a sottolineare Marino, che ha letto qualche riga del "Piano di rinascita democratica" della P2 di Licio Gelli, è evidente il tentativo di dare attuazione a quel piano eversivo. L'obiettivo massone è semplice e chiaro: ritornare alle condizione sociali prebelliche, perchè nel dopoguerra, il riequilibrio tra potere e ricchezza tra le varie classi sociali si è spinto troppo oltre. Piano, piano, un pezzo alla volta, le classi dominanti, libere dal terrore dell' "orso siberiano", intendono riprendersi tutto quello che hanno concesso per contrastare il modello comunista: democrazia, libertà, lavoro e diritti. E per fare questo, applicano un programma che coincide alla lettera con i punti strategici messi a punto dalla Loggia: costituzione di una casta politica di fedelissimi, bipartitismo, controllo dei media, magistratura sottoposta al controllo del governo e separazione della carriere, rottura dell'unità sindacale, limitazione del diritto di sciopero, aumento dell'età pensionabile, distruzione della scuola pubblica, abolizione della validità legale dei titoli di studio e via andare.
Collimazione confermata anche dal gran maestro venerabile, che il 28 settembre 2003, lasciando un' intervista al quotidiano La Repubblica, ha detto: "guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa".
Se per le classi dominanti gli obietti e le strategie politiche sono chiare, tra le masse, c'è grande confusione e poca unità: nel campo sociale ci sono forze che rifiutano la lotta per la democrazia e l’uguaglianza, mentre nel campo della lotta per la democrazia ci sono forze e culture che escludono il conflitto sociale. All'interno dei movimenti, ci si oppone duramente e giustamente all’attacco all’autonomia della magistratura e alla libertà di stampa, ma non si coglie il nesso che questo attacco ha con l’aggressione ai diritti dei lavoratori e alla libertà di contrattazione.
Lo si è visto a Pomigliano, dove è andato in scena un ricatto sociale per ottenere una resa simbolica e collettiva. Un ricatto che parlava ai lavoratori della Fiat, ma che in realtà era rivolto a tutta la nazione. Un ricatto che ha detto ai lavoratori: "o rinunciate a qualsiasi rivendicazione dei vostri diritti, o non vi diamo più lavoro". Un ricatto che è stato contrastato dalla sola FIOM, lasciata in isolamento a combattere una battaglia tutta in solitaria.
Come tutti e quattro i relatori hanno ribadito, la difesa della nostra democrazia e della nostra libertà non può invece che iniziare dalla difesa dei diritti dei lavoratori a partire dall'applicazione degli articoli 1, 4 e 41 della nostra Costituzione: perchè il lavoro è un diritto e non una merce che si può acquistare dal miglior offerente; il lavoro non è plus-valore, ma attività umana che deve concorrere "al progresso materiale o spirituale della nostra società". E se ciò è vero, allora l'iniziativa economica è sì libera, ma non di autoregolamentarsi sui soli paradigmi del mercato, per i quali, il lavoro, si trova in regime di concorrenza al pari di un paio di mutande.
Prima i movimenti ed i partiti di sinistra (se ancora esistono), si schiereranno al fianco del mondo del lavoro e meglio sarà per la nostra democrazia e per la nostra Costituzione, perchè la cultura dominante che nega il conflitto sociale e sponsorizza la "complicità" sindacale, vuole derogare al principio di uguaglianza, introducendo un "universalismo selettivo" che cancella la parità dei diritti. E questo, per chi ha a cuore la nostra Costituzione, è inaccettabile.
E' probabile che su you tube, l'incontro possa essere rivisto: se ciò fosse, ne consiglio a tutti la visione.

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