IL JIHAD RACCONTATO AI FIGLI DAI PM di BRUNO TINTI
Di Bruno Tinti
Dopo i fatti di Parigi la mailing list dei magistrati si è molto animata. Se ne è discusso sotto tutti i punti di vista, culturale, etico, religioso, storico, politico, militare, perfino psicanalitico. Con competenza, passione e polemica. Alla fine è stato chiesto: tu come lo spiegheresti a tua figlia? In questo modo il problema è stato ridotto all’essenziale. E l’intelligenza di due contraddittori (Massimiliano Siddi e Felice Lima) ha posto in luce l’alternativa, senza equivoci. Ve la sottopongo.
“Basterebbe dirle la verità, e cioè che qualcuno sta usando quelle armi per farsi e farci saltare in aria e che questo potrebbe succedere in qualunque momento ed in qualunque posto, anche in una tranquilla scuola italiana, con tanti bei bambini come la sua. Tu potresti tranquillizzarla e dirle che con quella gente capace anche di farsi saltare dentro una scuola dobbiamo dialogare ad ogni costo, che non c’è nessuno scontro di civiltà, che l’Islam molti secoli fa ha prodotto una luminosa cultura, sfoggiando tutto il miglior repertorio dialettico della tolleranza a prescindere. Poiché tua figlia, per fortuna, certe sovrastrutture ideologiche ancora non le ha, sono sicuro che all’inizio rimarrebbe un po’ perplessa, ma subito dopo ti chiederebbe cosa succederebbe se quelli non volessero dialogare con noi o dopo aver dialogato non si dovessero convincere, e soprattutto ti chiederebbe quale esercito buono, del tipo di quelli che ha visto tante volte nei film e di cui ha letto nei libri di scuola, sia già in marcia per difenderci affinché il bene trionfi” (Siddi).
“Cara figlia mia, non avere paura. La vita è una grande sorpresa. La pretesa di averne il controllo è idiota. Siamo destinati tutti a morire. Il problema, dunque, non è non morire, ma vivere bene finché ci sarà dato di poterlo fare. Quanto alla morte per mano dei terroristi è una ennesima possibilità di morire. Quella con minore probabilità. Potrai morire in un giorno qualsiasi, anche oggi o domani, di vecchiaia, di infarto, di incidente stradale, di mille altre cose, fra le quali anche un attacco terroristico. Ma non ci pensare. Avere paura della vita è un’idiozia e, dall’altra parte, il principale strumento con il quale il potere ci controlla e ottiene che gli lasciamo fare ciò che gli interessa. Comunque, caso mai ti dovesse capitare di morire per una bomba terroristica, sappi che centinaia di migliaia di bambini corrono questo rischio in percentuale centupla della tua ogni giorno, a Bagdad, in Afghanistan, in Libia, in Siria e in un sacco di altri posti dove gente anche con la nostra bandiera semina morte asseritamente a fin di bene. Dunque, se morirai di bomba, ti succederà nient’altro che ciò che ogni giorno succede a migliaia di bambini come te. Quanto a come ridurre questo rischio, in una società complessa e moderna è oggettivamente impossibile prevenire il terrorismo in maniera assoluta. L’unico modo di evitare che uno squilibrato si ammazzi e ti ammazzi è chiuderti da sola dentro un bunker. Allora, l’unica cosa per ridurre il rischio di terrorismo, è costruire un mondo più equo, più pacificato, più giusto. Un mondo nel quale il numero di squilibrati disposti a morire pur di far del male a qualcuno sia ridotto. Per ottenere questo ci vuole tempo e ci vorrebbe che coloro che hanno il potere nel capitalismo occidentale smettessero di essere delle canaglie e diventassero delle persone almeno decenti” (Lima).
Quando facevo il pm mi capitò un caso di omicidio: due fidanzati uccisi in macchina per rubargli pochi soldi. Fu rilevata un’impronta digitale su un bossolo. In quella zona si erano verificati altri furti e piccole rapine; e, in quella zona, c’era un centro di recupero per tossico dipendenti. Chiesi l’elenco degli ospiti per controllare le loro impronte digitali ma il medico responsabile rifiutò di darmelo. Ci fu un colloquio molto teso e lui mi spiegò che il recupero dei tossico dipendenti passava per la fiducia e la riservatezza, la comprensione e l’appoggio. Mi disse: noi due siamo dalla stessa parte, perseguiamolo stesso obbiettivo, occorre tempo e pazienza. Alla fine mandai i carabinieri e acquisii l’elenco. Identificai tutti e confrontai le impronte digitali. E trovai l’assassino. La maggior parte dei tossicodipendenti continuò a frequentare il centro e magari furono recuperati. Altri, che avevano scambiato la solidarietà con la complicità, andarono a far danni da qualche altra parte. Ho pensato spesso da allora alle parole di quel medico, siamo dalla stessa parte, abbiamolo stesso obbiettivo, occorre tempo. Forse aveva ragione. Però io quello lo presi; e non ha ammazzato più nessuno. Forse non voleva essere recuperato e avrebbe ammazzato ancora.
Ecco, il cuore sta dalla parte del mio amico Lima. Ma la testa da quella del mio ex collega Siddi.

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