Thursday, August 21, 2008

Altro che Robin Hood
di Stefano Fassina
L’evasione fiscale in Italia ha tanti volti. È stata ed è certamente espressione dello scarso spirito civico, segno storico della vicenda nazionale. È stata ed è certamente frutto della distanza tra settori vasti di cittadini e la res publica, mai sufficientemente publica da meritare adesione convinta alle regole formali sancite dal patto di cittadinanza. Tuttavia, l’evasione non è stata e non è solo patologia. Anzi. L’evasione fiscale è stata ed è essenzialmente fisiologia del complesso ed anomalo meccanismo economico italiano. Non a caso, l’Italia detiene saldamente il primato della più elevata evasione fiscale tra i paesi sviluppati, insieme al primato del più elevato debito pubblico. L’evasione fiscale è stata e continua ad essere parte fondamentale della costituzione materiale del Paese. È stata la condizione di sopravvivenza di una parte consistente del pulviscolo di imprese individuali e delle moltitudini di lavoratori autonomi, presenti in Italia in numero quasi doppio rispetto alla presenza in altri Paesi a noi comparabili. Per questo, quando l’ex Ministro Padoa-Schioppa definiva "ladri" (lessico, non a caso, mai usato da Visco) gli evasori faceva una assurda generalizzazione, astrattamente condivisibile, ma sbagliata sul piano etico e perdente sul terreno politico, poichè metteva insieme l’artigiano stressato da 14 ore di lavoro al giorno, costretto all’evasione per rimanere o, almeno illudersi di essere, tra le ultime file delle classi medie e il professionista con yatch e case per le vacanze sparse per l’Italia, evasore per profondo egoismo sociale, segno morale di larga parte delle classi dirigenti italiane. L’analisi appena abbozzata non ha alcuna funzione giustificativa. L’evasione fiscale va combattuta ed eliminata o, più realisticamente, ricondotta ai livelli "normali" prevalenti negli altri paesi sviluppati. Tuttavia, per sconfiggerla bisogna avere chiare le sfaccettature del fenomeno, non solo la sua ingente dimensione quantitativa. Altrimenti, siamo come Don Chiquotte contro i mulini a vento. Per sconfiggere l’evasione è fondamentale arrivare ad un’analisi differenziata, premessa di un’iniziativa articolata, in grado di separare l’evasione di necissità, dall’evasione patologica. Il centrosinistra nella scorsa legislatura aveva cominciato, pur tra contraddizioni, la difficile operazione. Insieme alla credibile archiviazione della stagione dei condoni, aveva messo in campo un attacco a tre punte. Da un lato, aveva rimesso in funzione la macchina amministrativa dei controlli, con dirigenti capaci e determinati ai suoi vertici, prontamente allontanati dal Ministro Tremonti. Dall’altro lato, aveva adottato una serie di misure di prevenzione e contrasto all’evasione: dal reverse charge, all’elenco clienti-fornitori; dalla tracciablità dei compensi dei professionisti, alla responsabilità contributiva e fiscale in solido tra committente ed appaltatore; dalla rivitalizzazione degli studi di settore, agli interventi sulle società di comodo. Al centro dell’attacco, aveva posto, in via sperimentale, un regime fiscale ipersemplificato per i contribuenti minimi (il cosidetto "forfettone", per i circa 950.000 lavoratori autonomi con fatturato inferiore a 30.000 euro all’anno) e aveva sancito in modo netto l’inapplicabilità degli studi di settore alle imprese marginali. In particolare, la sperimentazione del forfettone sarebbe servita ad ampliarne la portata, fino a coinvolgere (come indicato nel programma elettorale del Pd) una platea potenziale di quasi 2 milioni di partite Iva, ossia oltre la metà delle attività di lavoro autonomo e di micro e piccole imprese operative in Italia. In sintesi, l’analisi differenziata del fenomeno portava ad un insieme di politiche coerenti e specifiche per i diversi segmenti da affrontare. L’obiettivo ultimo era redistribuire il carico fiscale, ridurre le aliquote effettive sulle famiglie e sulle imprese, salvaguardare il gettito, condizione fondamentale per proseguire la via del risanamento finanziario. La strategia della destra va in direzione diametralmente opposta. L’operazione che il Governo Berlusconi porta avanti utilizza come "scudi umani" i contribuenti minimi e marginali, gli evasori di necessità, per lasciare indisturbati gli evasori patologici. Il malessere dei lavoratori autonomi, in particolare nel Nord del Paese, con l’acqua alla gola per le pressioni competitive, gli ostacoli burocratici, i ritardi infrastrutturali viene usato come grimaldello per disarticolare i processi di riforma faticosamente messi in moto nella breve legislatura alle nostre spalle. Di conseguenza, in nome della semplificazione, sin dal primo decreto di finanza pubblica, si smantellano tutte le principali misure di contrasto all’evasione introdotte nella scorsa legislatura. Al contempo, si abbandona il potenziamento del forfettone, la vera semplificazione per "gli stressati della globalizzazione" (secondo l’efficace definizione di Aldo Bonomi), in quanto elimina Iva, Irap e studio di settore ed abbatte il carico fiscale. In sintesi, il risultato è opposto a quello cercato dal centrosinistra: il gettito fiscale ricomincerà a ridursi, non perchè la destra riduce le aliquote effettive sulle famiglie e sulle imprese, ma perchè accresce l’evasione. L’operazione compiuta dalla destra ha tutte le implicazioni distributive tipiche delle politiche delle destre populiste (nonostante i patetici tentativi di Tremonti di presentarsi come Robin Hood e la ridicola autocelebrazione del Presidente del Consiglio per le sue politiche di sinistra): sposta reddito ed opportunità da chi ha meno a chi a di più, rende ancora più soffocante l’immobilismo sociale, alimenta l’egoismo sociale. Ovviamente, i risultati politici di breve periodo di tale operazione sono positivi, vincono tutti, evasori di necessità ed evasori patologici, si consolidano le basi elettorali della destra, di Forza Italia in particolare. Perde ovviamente chi non può e non vuole evadere. Perde il Bilancio dello Stato all’interno del quale non vengono tagliati solo sprechi, ma anche diritti ed investimenti pubblici. Perdono, quindi, le famiglie beneficiarie di servizi pubblici, in particolare locali (mense, scuole, sanità, assistenza ai cittadini non autosufficienti, trasporto pubblico). Perdono le imprese alla cui competitività sono indispensabili le intrastrutture finanziate da spesa pubblica in conto capitale. In realtà, a guardar bene, perdiamo tutti. Perdono anche quanti oggi beneficiano della riapertura degli spazi di evasione: l’abbattimento illecito del carico fiscale è un surrogato insostenibile per vincere in contesti segnati dalla competizione internazionale. Nessun grande Paese è andato avanti con l’evasione. Per vincere sono necessarie le riforme. Puntare a mantenere in vita il compromesso al ribasso degli anni 80 è una strada senza uscita, poichè oggi siamo privi delle condizioni necessarie per sostenerlo: deficit pubblico e svalutazione della Lira.

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