Wednesday, November 18, 2009

PRIVATIZZAZIONE DELLE RETI. PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA

La tanto temuta ora in cui si sarebbe privatizzata anche l'acqua è arrivata: tenuti per le palle con la questione di fiducia, oggi pomeriggio i deputati della Camera hanno approvato il decreto che privatizza l'oro blu. Ci si nasconde dietro l'Unione, ma è una grande bugia, in realtà, la direttiva europea non ci impone proprio nulla. Di più: in Francia ed in Germania dove le privatizzazioni erano arrivate già anni fa, si sta tornando indietro.

La privatizzazione delle reti pubbliche è una questione molto grave e non dovrebbe mai essere oggetto di mediazione: per principio.
Tutti demonizzano l'affidamento in house, ma la tragedia non è l'affidamento in house, ma la gestione privatistica di certi servizi a presindere da come questo avviene, per non parlare della sciagurata decisione di trasferire la proprietà delle RETI in mano ai privati.
E' una grande schiocchezza credere nella missione salvifica e garantista delle gare d'appalto: pensare che la pubblica amministrazione possa essere al riparo da sistemi opachi e clientelari grazie al ricorso alle aste pubbliche, è davvero ridicolo.

Se anche tutto avvenisse in mdo moralmente ineccepibile, è giusto sapere che tutta la legislazione comunitaria in materia di appalti è tarata in difesa del mercato e della concorrenza e non certo a tutela dei cittadini e dei loro diritti ad avere opere o servizi di qualità, in tempi ragionelvoli, a prezzi equi e (cosa a cui nessuno mai pensa), senza lo sfruttamento del lavoro. In questo senso, il "prestatore d'opera" e "l'utilizzatore finale" contano meno di zero. Parlo con cognizione di causa: basta leggersi il Codice degli appalti, (la Bibbia di ogni ligio funzionario), per capire la filosofia che l'ispira.
Trasferire ai privati la proprietà delle RETI e la gestione dell'ACQUA è una proposta semplicemente irricevibile. E' un dato oggettivo: laddove si sono privatizzati i servizi, la manutenzione delle infrastrutture si è praticamente azzerata, (-70%) mentre sono decuplicate le tariffe. Logicamente: l'imprenditore fa il suo mestiere, che non è rendere disponibile un servizio essenziale a prezzo equo, ma generare il masimo profitto a beneficio degli azionisti.
La conclusione è molto semplice: fino a che punto siamo disposti ad accettare che la gestione del patrimonio comune (naturale, culturale e sociale) sia affidata a chi esalta le virtù della gestione privatistica e aziendalistica? Fino a quando le valutazioni economiche costituiranno l'unico elemento della scelta pubblica? In sintesi, fino a quando saremo disposti a cedere diritti in cambio di servizi?

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