Thursday, May 20, 2010

COME SI UCCIDE UNA DEMOCRAZIA
Liberamente tratto da "Un maestro troppo mite" di Pierfranco Pellizzetti. In Micomega 2/2010.

Diceva Charles Péguy che "la libertà è un sistema basato sul coraggio".

Purtroppo inascoltato, in questi anni la tracotanza ha spradoneggiato senza trovare particolari resistenze, tanto che siamo giunti all'ora fatale in cui l'intero impianto delle regole democratiche che i Padri costituenti avevano codificato, già prosciugato dai guastatori preposti al lavoro sporco, rischia perfino la definitiva abrogazione formale.

Ma andiamo con ordine.

Verso la fine del secolo scorso, all'irrompere nel pubblico dibattito di nuovi protagonisti dai marcati tratti canaglieschi qualcosa si rompe nel pensiero liberale, tanto che uno come Bobbio non è più l'indiscusso e indiscutibile custode di quei valori.

L'inizio degli anni '90, sotto i colpi della questione morale e dell'emergenza criminale (Tangentopoli, Mani Pulite, l'Antimafia di falcone e Borsellino) coincide con la catastrofe dello Stato dei partiti in cui si era organizzata la prima Repubblica, anche se le corporazioni della politica riescono a salvare la ghirba.

Certamente pagando lo scotto di lasciare sul terreno di guerra qualche leader particolarmente indifendibile (da Craxi a Forlani), ma al tempo stesso varando una grande operazione di salvataggio complessivo: il depistaggio della questione morale e civile, in questione istituzionale. Per cui la discussione sulla qualità etica del personale di partito, devia in confronto diversivo sulle regole (maggioritario vs proporzionale, elezione diretta del Sindaco, eccetera).

Intanto è sceso in campo Silvio Berlusconi, il quale mette a disposizione per quelle corporazioni di partito (in parte già da tempo avvolte nelle spire del suo affarismo corruttivo), un potere mediatico illimitato, a fronte del proprio salvataggio: come individuo e come imprenditore coinvolto nei più inconfessabili intrecci.

Il gioco inizia a farsi durissimo e senza esclusioni di colpi.

Così la Prima Repubblica vira nella Seconda. La restaurazione reazionaria al servizio di Silvio Berlusconi trasforma il confronto pubblico in una rissa permanente, dove tutto è permesso e non ci sono colpi vietati. Anche perchè il capo del mucchio slvaggio di Arcore sarà pure un ganassa affarista e contiguo alla malavita organizzata, però conosce vita, morte e miracoli dei suoi interlocutori (qualcuno lo ha tenuto o ancora lo tiene a libro paga). Sicchè quando scatena i propri addetti ai colpi bassi e porcate, sa perfettamente dove indirizzarli. Così per dire, Dino Boffo lo ha sperimentato sulla propria pelle (e chi gli stava sopra, molto sopra, ha capito da certe allusioni di Feltri che ci sono dossier riguardanti pure lui).

Anche Piero Marrazzo ne sa qualcosa, con i suoi video hard che vengono esaminati prima dalle parti di Arcore e solo successivamente annunciati all'improvvido governatore cocainomane della regione Lazio: con il supplemento di informazione - che prelude a evidenti ricatti futuri - sul tramite di chi, e sul come si potrebbe mettere a tacere l'imbarazzante vicenda.

Il gioco delle truppe del padrone è proprio questo: sul campo non si fanno prigioneri. E tutti i punti deboli, ogni zona grigia biografica di chicchessia, verranno tirati fuori senza alcuna remora morale e trasformati in posizioni letali in una guerriglia permanente di imboscate e avvelenamenti di pozzi.

Intanto ogni libero pensiero tende al piagnucoloso e si astiene da ogni replica polemica che affondi nelle palesi contraddizioni argomentative e comportamentali dell'aggressrore. Quel rosario irritante di se e di ma ha finito per accreditare qualcosa di infinitamente peggiore: la paraculaggine, chiamata crechiobottismo, quella scuola di pensiero la cui sede centrale è ubicata nella milanese via Solferino, che pretenderebbe di certificare come normale la situazione di un paese dove impera il berlusconismo (che orami scandalizza, o fa sghignazzare l'intero pianeta). Una normalizzazione pompieristica le cui furberie tattiche finiscono per assumere i tratti di un vero e proprio collaborazionismo.

Alle elezioni del 2001, scrivono cinque intellettuali davvero lungimiranti: "Crediamo che alle prossime elezioni politiche si debba votare liberamente consapevolmente e serenamente, secondo le idee e le inclinazioni di ciascuno. Siamo convinti che non sia in atto uno scontro tra civiltà e barbarie.....L'enfasi emotiva, lo smodato attacco personale e la trasformazione della campagna elettorale in un confilitto finale in difesa della democrazia in periciolo sono strumenti di un vecchio arsenale ideologico che ha già recato danni gravi al paese e alla credibilità delle sue classi dirigenti politiche e intellettuali".

Ah si? I cinque firmatari dell' ave maria sono: Paolo Mieli, Augusto Barbera, Franco Debenedetti, Luciano cafagna e Michele Salvati.

lI patrimonio morale, prima ancora che culturale del pensiero liberale e antifascita sul quele si basa la nostra Costituzione, è finito alle ortiche. I nuovi sacerdoti della modernità, quei sedicenti pensatori liberali che dirigono i giornali ne hanno decretato la fine. Chiedete a loro conto della definitiva fine che farà la nostra democrazia.



0 Comments:

Post a Comment

<< Home