
LE PENTOLE DEL DIAVOLO
Ce l’aveva messa tutta il Diavolo per fare le pentole con anche i coperchi: ci cucinava la “politca del fare” e la seviva al tavolo degli italiani come la specialità della casa. La ricetta era segreta, ma quel piatto veloce appariva appetitoso, quasi un miracolo.
Ce l’aveva messa tutta il Diavolo per fare le pentole con anche i coperchi: ci cucinava la “politca del fare” e la seviva al tavolo degli italiani come la specialità della casa. La ricetta era segreta, ma quel piatto veloce appariva appetitoso, quasi un miracolo.
Poi è arrivato il solito giudice comunista, fazioso e guastafeste: ha scoperchiato le pentole e si è levato nell’aria l’ odore putrido, e nauseante del letame.
Quella melma disgustosa veniva preparata dentro le cucine della gloriosa Protezione civile. Esonerati dal rispetto delle norme e fuori da ogni controllo, insaziabili chef cucinavano a mani libere “la politica del fare”: piatti ricchi e prelibati per qualcuno, polpettoni vomitevoli per tutti gli altri.
Dentro quelle pentole bollivano tutte le miserie di una società che proprio non ce la fa a diventare civile: tecnici, servitori dello Stato, politici e imprenditori amici che gestivano lavori e soldi pubblici all’interno di un sistema di favori, senza regole e secondo uno sconcio rituale che veniva celebrato sulla pelle degli italiani.
Personaggi cinici, squallidi, che di certo non si esagera a definire pezzenti: come l’imprenditore che se la rideva per il terremoto dell’Aquila, o il funzionario dello Stato che concedeva appalti e in cambio chiedeva di sistemare i parenti, o un auto per i figli, o una vacanza a Cortina, o un massaggio rigeneratore alla gamba centrale.
Senza un briciolo di pudore, questa gente rimestava tra le pentole e i coperchi e noi pagavamo.
Abbiamo pagato tutto noi signori miei: mentre arrancavamo nel complicato tentativo di arrivare a fine mese, pagavamo le auto, le vacanze, i regali, gli alberghi, gli stipendi e anche le mignotte di questa squallida gente.
Mentre ascoltavamo la propaganda del TG 1, i costi delle opere “urgenti” raddoppiavano, i furbetti si spartivano la torta e se la spassavano beati con i nostri soldi.
Questa è stata la “politica del fare” : un sistema criminale, che in nome dell’urgenza, ha alterato lo stato di diritto, bypassato il sistema dei controlli e sperperato miliardi di denaro pubblico finito nelle tasche di una banda di ladri.
Tangentopoli è tornata: più di prima. Peggio di prima.
Dentro quelle pentole bollivano tutte le miserie di una società che proprio non ce la fa a diventare civile: tecnici, servitori dello Stato, politici e imprenditori amici che gestivano lavori e soldi pubblici all’interno di un sistema di favori, senza regole e secondo uno sconcio rituale che veniva celebrato sulla pelle degli italiani.
Personaggi cinici, squallidi, che di certo non si esagera a definire pezzenti: come l’imprenditore che se la rideva per il terremoto dell’Aquila, o il funzionario dello Stato che concedeva appalti e in cambio chiedeva di sistemare i parenti, o un auto per i figli, o una vacanza a Cortina, o un massaggio rigeneratore alla gamba centrale.
Senza un briciolo di pudore, questa gente rimestava tra le pentole e i coperchi e noi pagavamo.
Abbiamo pagato tutto noi signori miei: mentre arrancavamo nel complicato tentativo di arrivare a fine mese, pagavamo le auto, le vacanze, i regali, gli alberghi, gli stipendi e anche le mignotte di questa squallida gente.
Mentre ascoltavamo la propaganda del TG 1, i costi delle opere “urgenti” raddoppiavano, i furbetti si spartivano la torta e se la spassavano beati con i nostri soldi.
Questa è stata la “politica del fare” : un sistema criminale, che in nome dell’urgenza, ha alterato lo stato di diritto, bypassato il sistema dei controlli e sperperato miliardi di denaro pubblico finito nelle tasche di una banda di ladri.
Tangentopoli è tornata: più di prima. Peggio di prima.

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