Monday, March 05, 2012

STAVOLTA NON HA PERSO IL PD HA PERSO PALERMO
di Matteo Pucciarelli
Palermo è una città bella, bellissima, e drammatica. È lo specchio del meridione. Affascinante e avvolgente, piena di buoni odori e sapori, di intelligenze generose, ti parla al cuore e poi ti tradisce improvvisamente con un pugno nello stomaco.
La vittoria di Fabrizio Ferrandelli rientra nella categoria della sofferenza. Quella che si prova nel vedere i corsi d’acqua secchi e invasi dai rifiuti o nel richiedere la ricevuta ad un b&b in centro: «Ah, ma io non so farla, dovrei chiedere al proprietario».
Rita Borsellino era triste anche sui manifesti elettorali. Seria e seriosa, maestra severa ma necessaria. Però una nonna perbene. Accompagnata da Leoluca Orlando un po’ ovunque, come se da sola non ne fosse stata capace. Ma in una città abituata a urlare, a suonare i clacson con una incomprensibile facilità, a trovare la scorciatoia ancor prima di cominciare un viaggio, era probabilmente la medicina giusta. Una faccia onesta, che prometteva solo la normalità di un convivere civile. Nessuna mania di grandezza. Solo un po’ di umanità, di buonsenso. Sembrava impossibile non scegliere lei.
Fabrizio Ferrandelli, sostenuto da nessun partito ufficialmente, aveva tappezzato l’intera città di manifesti e volantini. Chissà quanto ha speso e dove ha trovato le risorse.Viso pulito, nel senso di senza un filo di barba. Sguardo furbissimo. Giacca e cravatta col nodo grosso, di quelle da matrimonio un po’ coatto o da agente di Tecnocasa. Uno che deve saper vendere solide realtà impacchettandole come sogni, o viceversa, chi lo sa. Tutti dicevano che gli immigrati lo avrebbero votato: raccontavano di pullman organizzati per andarsi a registrare al comitato elettorale, non si capiva una parola di quello che si dicevano tra loro i vari cingalesi o magrebini, ma ogni tanto pareva di sentire «Ferrandelli». Leggenda o realtà?
Come quella storia delle “truppe cammellate” dell’Mpa di Raffaele Lombardo, mobilitate per sostenerlo. Come quell’altra di riunioni preliminari con i partiti, alcune settimane fa, organizzate in delle cliniche private della città, il vero business di una regione basata su un’economia assai clientelare, visto che mamma Regione è l’imprenditore più importante di tutti. Il comizio finale di Ferrandelli in piazza Rivoluzione sapeva di un populismo nazional-televisivo che pensavamo ormai derubricato. «Basta con questi nostri giovani che devono andarsene da Palermo…», gridava al microfono. Un po’ Peron, un po’ Cetto Laqualunque. E non so come mai mi venivano in mente altre parole dal sapore sudamericano tipo “caudillo” e “peone”.
L’altro in gara vera, anche lui mega cartelloni invasivi dappertutto, era Davide Faraone. Un ex Pds-Ds sostenuto da Matteo Renzi, uno capace di chiudere la campagna trasformando la Vucciria, uno degli storici mercati della città vecchia, in una discoteca all’aperto. Una calca pazzesca di gente che ballava, ai lati banchetti col polpo bollito e pane con la milza. In mezzo passavano le auto, a passo d’uomo, rischiando di schiacciare qualcuno. I localini vendevano birre e zibibbo in gran quantità, un’impresa arrivare al bancone ma ancor più difficile sentire battere uno scontrino. Erano le due di notte e pazienza se lì sul palco c’era un potenziale sindaco, l’unica domanda possibile era: ma in questa città esistono delle regole o tutto è affidato all’umore collettivo?
Ci sono delle piazze nel centro storico di Palermo che sono rimaste sventrate, ferme a sessanta anni fa, ai bombardamenti americani. Luoghi magici, in cui il tempo è passato e non è facile accorgersene. E poi certi palazzi monumentali e teatri e chiese raffinate in cui si respira la grandezza dei secoli scorsi, di una città per molto tempo tra le più importanti d’Europa. Tra questi vicoli stretti e sporchi sta tornando a viverci la buona borghesia, mentre le classi popolari sono ormai stanziate nei casermoni da dieci piani made in Dc delle periferie anonime e disordinate.
Il Pd, messo alle strette dalla sinistra, era riuscito a sostenere il candidato più limpido tra quelli in lizza. La Borsellino. Una scelta giusta che sapeva di impresa per un partito ormai trasversale. Invece ha vinto di nuovo la Palermo sbagliata. Quella della scaltrezza, della politica in carriera, degli amici degli amici, del cambiano gli attori ma resta la sceneggiatura di sempre, la drammatica Palermo. Sicché stavolta non ha perso il Pd, o Bersani, o Vendola, o Di Pietro, o Vasto, o l’antimafia, o chi volete voi. Ha perso la bellissima Palermo.

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