STAVOLTA NON HA PERSO IL PD HA PERSO PALERMO
di Matteo Pucciarelli
Palermo è una città bella, bellissima, e
drammatica. È lo specchio del meridione. Affascinante e avvolgente, piena di
buoni odori e sapori, di intelligenze generose, ti parla al cuore e poi ti
tradisce improvvisamente con un pugno nello stomaco.
La vittoria di Fabrizio Ferrandelli rientra nella
categoria della sofferenza. Quella che si prova nel vedere i corsi d’acqua
secchi e invasi dai rifiuti o nel richiedere la ricevuta ad un b&b in
centro: «Ah, ma io non so farla, dovrei chiedere al proprietario».
Rita Borsellino era triste anche sui manifesti
elettorali. Seria e seriosa, maestra severa ma necessaria. Però una nonna
perbene. Accompagnata da Leoluca Orlando un po’ ovunque, come se da sola non ne
fosse stata capace. Ma in una città abituata a urlare, a suonare i clacson con
una incomprensibile facilità, a trovare la scorciatoia ancor prima di
cominciare un viaggio, era probabilmente la medicina giusta. Una faccia onesta,
che prometteva solo la normalità di un convivere civile. Nessuna mania di grandezza.
Solo un po’ di umanità, di buonsenso. Sembrava impossibile non scegliere lei.
Fabrizio Ferrandelli, sostenuto da nessun partito
ufficialmente, aveva tappezzato l’intera città di manifesti e volantini. Chissà
quanto ha speso e dove ha trovato le risorse.Viso pulito, nel senso di senza un
filo di barba. Sguardo furbissimo. Giacca e cravatta col nodo grosso, di quelle
da matrimonio un po’ coatto o da agente di Tecnocasa. Uno che deve saper
vendere solide realtà impacchettandole come sogni, o viceversa, chi lo sa.
Tutti dicevano che gli immigrati lo avrebbero votato: raccontavano di pullman
organizzati per andarsi a registrare al comitato elettorale, non si capiva una
parola di quello che si dicevano tra loro i vari cingalesi o magrebini, ma ogni
tanto pareva di sentire «Ferrandelli». Leggenda o realtà?
Come quella storia delle “truppe cammellate”
dell’Mpa di Raffaele Lombardo, mobilitate per sostenerlo. Come quell’altra di
riunioni preliminari con i partiti, alcune settimane fa, organizzate in delle
cliniche private della città, il vero business di una regione basata su
un’economia assai clientelare, visto che mamma Regione è l’imprenditore più
importante di tutti. Il comizio finale di Ferrandelli in piazza Rivoluzione
sapeva di un populismo nazional-televisivo che pensavamo ormai derubricato.
«Basta con questi nostri giovani che devono andarsene da Palermo…», gridava al
microfono. Un po’ Peron, un po’ Cetto Laqualunque. E non so come mai mi
venivano in mente altre parole dal sapore sudamericano tipo “caudillo” e
“peone”.
L’altro in gara vera, anche lui mega cartelloni
invasivi dappertutto, era Davide Faraone. Un ex Pds-Ds sostenuto da Matteo
Renzi, uno capace di chiudere la campagna trasformando la Vucciria, uno degli
storici mercati della città vecchia, in una discoteca all’aperto. Una calca
pazzesca di gente che ballava, ai lati banchetti col polpo bollito e pane con
la milza. In mezzo passavano le auto, a passo d’uomo, rischiando di schiacciare
qualcuno. I localini vendevano birre e zibibbo in gran quantità, un’impresa
arrivare al bancone ma ancor più difficile sentire battere uno scontrino. Erano
le due di notte e pazienza se lì sul palco c’era un potenziale sindaco, l’unica
domanda possibile era: ma in questa città esistono delle regole o tutto è affidato
all’umore collettivo?
Ci sono delle piazze nel centro storico di
Palermo che sono rimaste sventrate, ferme a sessanta anni fa, ai bombardamenti
americani. Luoghi magici, in cui il tempo è passato e non è facile
accorgersene. E poi certi palazzi monumentali e teatri e chiese raffinate in
cui si respira la grandezza dei secoli scorsi, di una città per molto tempo tra
le più importanti d’Europa. Tra questi vicoli stretti e sporchi sta tornando a
viverci la buona borghesia, mentre le classi popolari sono ormai stanziate nei
casermoni da dieci piani made in Dc delle periferie anonime e disordinate.
Il Pd, messo alle strette dalla sinistra, era
riuscito a sostenere il candidato più limpido tra quelli in lizza. La
Borsellino. Una scelta giusta che sapeva di impresa per un partito ormai
trasversale. Invece ha vinto di nuovo la Palermo sbagliata. Quella della
scaltrezza, della politica in carriera, degli amici degli amici, del cambiano
gli attori ma resta la sceneggiatura di sempre, la drammatica Palermo. Sicché stavolta
non ha perso il Pd, o Bersani, o Vendola, o Di Pietro, o Vasto, o l’antimafia,
o chi volete voi. Ha perso la bellissima Palermo.

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