LA PAURA DEL PROLETARIATO E L'ARROGANZA DEI BORGHESI
Non c'è nulla di più stonato della persona istruita e benestante che si permette di giudicare le angosce plebee. Non c'è errore più grande del razzismo degli anti razzisti: è inconcepibile che non si possa parlare della paura delle classi popolari senza passare per razzisti.
C'è una borghesia benestante e istruita che vive lontano dai quartieri popolari; che non ha gli immigrati come vicini di pianerottolo e men che meno come colleghi di lavoro; che li vede come camerieri, operai, badanti, persone delle pulizie, ma non li frequenta nel proprio tempo libero, non ci esce a cena, non ci va in vacanza, però si permette di spiegare a chi ci vive quotidianamente accanto, come sia ineluttabile e desiderabile l'immigrazione.
Non credo che il proletario che si vede negare un lavoro in un cantiere edile, perché hanno già assunto (più o meno in nero) operai indiani che si accontentano di un terzo del suo salario, possa essere interessati a certi ragionamenti sulla paura. O che possa esserne interessato chi si vede preceduto nell'assegnazione di una casa popolare o di un contributo comunale, dalla famiglia del Marocco.
È vero che la Sinistra non può e non deve seguire passivamente gli umori del popolo, ma è anche vero che non sarà mai maggioranza se non sarà capace di mettersi nei panni del suo potenziale ceto sociale di riferimento.
Le paure del proletariato sono fondate, non nascono solo da rozza ignoranza, pregiudizi, egoismo e razzismo: quel poco di welfare che è rimasto, ora va conteso con i nuovi arrivati, magari dopo avere atteso una casa popolare per tutta la vita.
La differenza di prospettiva tra chi vive al Parioli e chi vive a Testaccio, è enorme.
Gli intellettuali di sinistra sono ciechi e sordi. Fanno bellissimi discorsi astratti sulla paura, ma non sanno nulla di come si vive nelle riserve popolari e non ci provano nemmeno a comprendere le "inquietudini migratorie" che vi regnano. Però giudicano. Giudicano e disprezzano le borgate impaurite senza mettersi nei panni di chi ci vive, anche se si poi si candidano a rappresentarle. Come ho letto da qualche parte a commento di un post:
"La sinistra italiana ha una discreta vocazione al suicidio a cui associa uno spiccato disprezzo per il popolo (e dunque per i propri potenziali elettori), soprattutto quando quel popolo si ostina a non voler capire i meravigliosi ideali degli intellettuali che si candidano a guidarlo. Guidarlo senza mai mischiarsi, naturalmente".

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