L’ONDA
In merito alla riforma del sistema dell’istruzione, propongo uno stralcio del saggio dal titolo “E il navigar m’e’ dolce in questo mar”, tratto dal supplemento a Micromega n. 6/2008. Il saggio, che nell’affrontare il tema della scuola, preconizza il rovesciamento dell’intero sistema di wealfare così come voluto e disegnato dai nostri Costituenti, è Di Angelo D’Orsi, del quale condivido totalmente l’analisi.
"A partire dal ventennio fascista, l’intero sistema dell’istruzione in Italia ha oscillato tra fasi di attivismo e altre, lunghissime, di inoperosità politica. La storia delle riforme di scuola e università somiglia a quella dei tiranni di Siracusa in cui il successore era inevitabilmente peggiore di colui del quale prendeva il posto. Si sono avvicendate politiche di destra e di sinistra, tutte similmente incantate dalla poetica del privato. L’Onda rompe le righe e finalmente esprime una volontà di resistenza. Che è poi il diritto di esistere e di auto-riformarsi.
Occorre ricordare che dagli anni ’80 cominciò, in Italia, sulla scia della tremenda era Reagan/Thatcher, a imperversare ogni genere di ideologia e vorrei dire di poetica del privato: fu, dopo l’ubriacatura del pubblico, il cosiddetto ritorno al privato. Privatizzare quanto vi era di pubblico, questo fu la legge, direbbe Marx e questo dissero i profeti. Da Prodi a D’Alema, da Galli Della Loggia a Bassanini fu imposto nel senso comune il principio di una demenziale deregulation antistatalista e antipubblicista su cui, oggettivamente aiutati da larga parte della sinistra, si fecero strada i leghisti, resistibili Signor Nessuno sbucati dal ventre del paese con le sue pulsioni egoistiche. E tutto questo naturalmente, nell’auto-affondamento del Pci che fece harakiri, fu, a metà degli anni Novanta, l’antefatto ed il postfatto della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, intrattenitore cabarettistico, poi palazzinaro, poi misteriosamente provvisto di mezzi miliardari, proprietario di reti tv, grazie al suo amico protettore Craxi e, nell’ombra, del gran maestro venerabile Licio Gelli.
In tale quadro si insinuò l’idea favorevole all’introduzione di elementi di privatizzazione nell’università, mentre le scuole private ricevevano, grazie alla regionalizzazione dell’istruzione, finanziamenti a pioggia e gli istituti di cura, nonché i laboratori di analisi privati, per lo stesso meccanismo, ingrassavano pochi affaristi che, non di rado, espletavano attività criminali per lucrare ulteriori profitti, come la vendita di apparecchiature difettose, farmaci pericolosi e quant’altro. E accade che, ancor prima che Luigi Berlinguer firmasse una riforma sciagurata dell’università, si levasse l’aggettivo pubblica alla denominazione del ministero. Neanche il fascismo aveva osato tanto. La riforma della pubblica amministrazione, la sua semplificazione, fu identificata nella cosiddetta “apertura al privato”.
Insomma, quale che sia il punto di vista da cui si guarda alla vicenda scolastica e universitaria degli ultimi due decenni, è assodato che, all’ingrosso, le politiche di destra e quelle di centro-sinistra siano state all’insegna della continuità: ma come sul piano della politica dei leader, imitare l’avversario non paga, (e Veltroni in salsa berlusconiana non pare abbia ottenuto risultati lusinghieri), così non paga la politica dell’amministrazione dei governi di centro-sinistra appiattita su istanze della destra. La Moratti prima e ora la Gelmini non hanno fatto che portare a compimento qualcosa avviato molto prima.
La grande riforma cui questa destra guarda passa, innanzi tutto, obbligatoriamente, per il rovesciamento dello spirito dei costituenti e per una radicale manomissione della Carta costituzionale, dove il diritto allo studio, il diritto alla salute, il diritto alla casa, il diritto ad una piena cittadinanza per donne e uomini trovano pieno riconoscimento culturale e giuridico.
“Riforma” dunque: la parola è la stessa usata dai tanti ministri succedutisi alla Minerva, come si usa chiamare, nobilitandolo, il dicastero della (Pubblica) Istruzione. Parola che rinvia alla stagione che oggi ci appare quasi felice del primo centro-sinistra nei primissimi anni Sessanta, la sola stagione delle riforme mai avuta in questo sventurato paese.
Oggi è tutto il “riformismo” ad avere subito una mutazione genetica. Il riformismo della destra (su scala internazionale) indica la volontà di cambiamento, ma in quale senso? Nel senso della prevalenza del privato, della rinuncia al controllo pubblico del mercato, dell’ideologia del meno tasse per tutti (ossia per i più abbienti), del meno regole e meno controlli: singolari richieste in una società come quella italiana che è tentata sempre dal rifiuto delle norme e in specie, dagli obblighi fiscali.
Il pensiero reazionario, in Italia come altrove, non è più il custode del passato bensì la leva per il cambiamento: cambiare le regole, ridurle, lasciare campo libero all’iniziativa degli individui, in particolare degli imprenditori, ridurre i controlli in ogni settore tranne su quelli relativi alla vita e alla morte delle persone: qui una mano decisiva viene dalla chiesa cattolica che lavora ormai in combinato disposto con le forze della destra e trova intellettuali di grido, già liberali o socialisti o comunisti, i suoi coriferi e in giornali autorevoli, già templi della cultura laica, i suoi megafoni.
Cambiare tutto, dalle istituzioni all’economia, dalle leggi alla morale stessa della nazione, se ci si può lasciare andare per un momento all’enfasi. E appare difficile evitare di ammettere che il progetto stia riuscendo, sulla base, sostanzialmente, dei desiderata di Licio Gelli che emerge sempre di più come grande suggeritore del programma riformatore che pare esemplato sul suo Piano di rinascita democratica.
Insomma, è in corso da tempo una eutanasia dello stato liberale, o per usare un’espressione legittimamente più forte, un processo che, ove non fermato, condurrà alla bancarotta della democrazia.
In questo quadro, il controllo della scuola è decisivo. Privatizzare l’istruzione, lasciando andare alla malora il sistema pubblico, suddividere il sistema universitario in serie come un campionato di calcio: la divisione d’eccellenza, la serie B, la serie C.
In realtà, se si riflette sul rapido schizzo storico fin qui accennato, ci si potrà rendere conto che uno dei bersagli che la riforma mira a colpire è proprio quella della rivoluzione del Sessantotto, che, con tutti i suoi limiti aveva lottato per un’attuazione della Costituzione aprendo a tutti una base per ascendere alla vita degli studi, alla città della scienza, alla ricerca e al sapere critico. Dietro alla polemica contro l’università degli asini e degli sprechi, contro i baroni (bizzarro che si siano scoperti soltanto ora), dietro la richiesta di una ferma meritocrazia vi è il preciso disegno di una selezione in cui il merito venga connesso alla condizione sociale.
La differenziazione degli atenei e delle rette, la creazione di istituti superiori, di centri d’eccellenza in un combinato disposto con l’apertura ai privati e la possibilità (che diverrà necessità nella gran parte dei casi) di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, porterà a riprodurre nel mondo universitario, le differenze di classe al loro livello elementare, anche se addolcito e offuscato dalla possibilità, che rimarrà operante, per i ragazzi più indigenti, di accedere a sottoatenei che daranno sottolauree.
La democrazia del sapere, una delle grandi scoperte e conquiste del Sessantotto, verrà ad essere del tutto cancellata. La logica aziendalistica, iattura abbattutasi sulla scena internazionale, l’autentico trionfo del liberalismo iperliberista, non paga di avere compiuto i danni che le vanno imputati, pretende di dettare le nuove agende nella sanità, nella cultura, e naturalmente, nella scuola, segnatamente nell’università.
Si sta del tutto lasciando cadere un principio di fondo di un qualsiasi stato (non importa se liberale o socialista): ossia, che i servizi essenziali che uno stato deve fornire ai suoi cittadini, a fronte delle tasse che questi pagano, o dovrebbero pagare, come l’istruzione, la salute, i trasporti, la stessa difesa, debbano prescindere del tutto dal principio del profitto: si tratta di servizi essenziali, che non possono essere tradotti in termini di mercato. Invece, nel corso degli ultimi due decenni si è lasciata passare una logica contraria, nell’indifferenza generale.
Ed ecco arrivare l’Onda. La valanga berlusconiana ha avuto l’effetto di ridestare i dormienti, rincuorare i depressi, riavvicinare coloro che si erano limitati nel corso degli ultimi anni al minimo indispensabile senza più prendersi cura d’altro: trascurando, insomma, il cosiddetto bene comune.
La riforma Gelmini ha sortito il prodigioso effetto di spezzare le barriere di solitudine che dividevano i ricercatori precari, li ha aiutati a prendere consapevolezza di una situazione nella quale sulle loro spalle poggia gran parte del lavoro universitario, surrettizia forma di sfruttamento che serve a tenere in piedi il sistema.
Il movimento si dirige contro l’esercizio sempre più tirannico del potere della maggioranza e può avere successo se, con strategie operative multiformi, riuscirà a comunicare un messaggio che è quello dell’interesse generale.
L’Onda vincerà solo a patto di non fermarsi alla critica e di passare alla proposta; non si fermerà se riuscirà davvero a fare capire agli studenti, ai ricercatori precari, ma anche agli stessi docenti, che la loro lotta è generale, ossia, che difendendo i loro specifici interessi, difendono un interesse superiore, collettivo, generale, appunto".
In merito alla riforma del sistema dell’istruzione, propongo uno stralcio del saggio dal titolo “E il navigar m’e’ dolce in questo mar”, tratto dal supplemento a Micromega n. 6/2008. Il saggio, che nell’affrontare il tema della scuola, preconizza il rovesciamento dell’intero sistema di wealfare così come voluto e disegnato dai nostri Costituenti, è Di Angelo D’Orsi, del quale condivido totalmente l’analisi.
"A partire dal ventennio fascista, l’intero sistema dell’istruzione in Italia ha oscillato tra fasi di attivismo e altre, lunghissime, di inoperosità politica. La storia delle riforme di scuola e università somiglia a quella dei tiranni di Siracusa in cui il successore era inevitabilmente peggiore di colui del quale prendeva il posto. Si sono avvicendate politiche di destra e di sinistra, tutte similmente incantate dalla poetica del privato. L’Onda rompe le righe e finalmente esprime una volontà di resistenza. Che è poi il diritto di esistere e di auto-riformarsi.
Occorre ricordare che dagli anni ’80 cominciò, in Italia, sulla scia della tremenda era Reagan/Thatcher, a imperversare ogni genere di ideologia e vorrei dire di poetica del privato: fu, dopo l’ubriacatura del pubblico, il cosiddetto ritorno al privato. Privatizzare quanto vi era di pubblico, questo fu la legge, direbbe Marx e questo dissero i profeti. Da Prodi a D’Alema, da Galli Della Loggia a Bassanini fu imposto nel senso comune il principio di una demenziale deregulation antistatalista e antipubblicista su cui, oggettivamente aiutati da larga parte della sinistra, si fecero strada i leghisti, resistibili Signor Nessuno sbucati dal ventre del paese con le sue pulsioni egoistiche. E tutto questo naturalmente, nell’auto-affondamento del Pci che fece harakiri, fu, a metà degli anni Novanta, l’antefatto ed il postfatto della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, intrattenitore cabarettistico, poi palazzinaro, poi misteriosamente provvisto di mezzi miliardari, proprietario di reti tv, grazie al suo amico protettore Craxi e, nell’ombra, del gran maestro venerabile Licio Gelli.
In tale quadro si insinuò l’idea favorevole all’introduzione di elementi di privatizzazione nell’università, mentre le scuole private ricevevano, grazie alla regionalizzazione dell’istruzione, finanziamenti a pioggia e gli istituti di cura, nonché i laboratori di analisi privati, per lo stesso meccanismo, ingrassavano pochi affaristi che, non di rado, espletavano attività criminali per lucrare ulteriori profitti, come la vendita di apparecchiature difettose, farmaci pericolosi e quant’altro. E accade che, ancor prima che Luigi Berlinguer firmasse una riforma sciagurata dell’università, si levasse l’aggettivo pubblica alla denominazione del ministero. Neanche il fascismo aveva osato tanto. La riforma della pubblica amministrazione, la sua semplificazione, fu identificata nella cosiddetta “apertura al privato”.
Insomma, quale che sia il punto di vista da cui si guarda alla vicenda scolastica e universitaria degli ultimi due decenni, è assodato che, all’ingrosso, le politiche di destra e quelle di centro-sinistra siano state all’insegna della continuità: ma come sul piano della politica dei leader, imitare l’avversario non paga, (e Veltroni in salsa berlusconiana non pare abbia ottenuto risultati lusinghieri), così non paga la politica dell’amministrazione dei governi di centro-sinistra appiattita su istanze della destra. La Moratti prima e ora la Gelmini non hanno fatto che portare a compimento qualcosa avviato molto prima.
La grande riforma cui questa destra guarda passa, innanzi tutto, obbligatoriamente, per il rovesciamento dello spirito dei costituenti e per una radicale manomissione della Carta costituzionale, dove il diritto allo studio, il diritto alla salute, il diritto alla casa, il diritto ad una piena cittadinanza per donne e uomini trovano pieno riconoscimento culturale e giuridico.
“Riforma” dunque: la parola è la stessa usata dai tanti ministri succedutisi alla Minerva, come si usa chiamare, nobilitandolo, il dicastero della (Pubblica) Istruzione. Parola che rinvia alla stagione che oggi ci appare quasi felice del primo centro-sinistra nei primissimi anni Sessanta, la sola stagione delle riforme mai avuta in questo sventurato paese.
Oggi è tutto il “riformismo” ad avere subito una mutazione genetica. Il riformismo della destra (su scala internazionale) indica la volontà di cambiamento, ma in quale senso? Nel senso della prevalenza del privato, della rinuncia al controllo pubblico del mercato, dell’ideologia del meno tasse per tutti (ossia per i più abbienti), del meno regole e meno controlli: singolari richieste in una società come quella italiana che è tentata sempre dal rifiuto delle norme e in specie, dagli obblighi fiscali.
Il pensiero reazionario, in Italia come altrove, non è più il custode del passato bensì la leva per il cambiamento: cambiare le regole, ridurle, lasciare campo libero all’iniziativa degli individui, in particolare degli imprenditori, ridurre i controlli in ogni settore tranne su quelli relativi alla vita e alla morte delle persone: qui una mano decisiva viene dalla chiesa cattolica che lavora ormai in combinato disposto con le forze della destra e trova intellettuali di grido, già liberali o socialisti o comunisti, i suoi coriferi e in giornali autorevoli, già templi della cultura laica, i suoi megafoni.
Cambiare tutto, dalle istituzioni all’economia, dalle leggi alla morale stessa della nazione, se ci si può lasciare andare per un momento all’enfasi. E appare difficile evitare di ammettere che il progetto stia riuscendo, sulla base, sostanzialmente, dei desiderata di Licio Gelli che emerge sempre di più come grande suggeritore del programma riformatore che pare esemplato sul suo Piano di rinascita democratica.
Insomma, è in corso da tempo una eutanasia dello stato liberale, o per usare un’espressione legittimamente più forte, un processo che, ove non fermato, condurrà alla bancarotta della democrazia.
In questo quadro, il controllo della scuola è decisivo. Privatizzare l’istruzione, lasciando andare alla malora il sistema pubblico, suddividere il sistema universitario in serie come un campionato di calcio: la divisione d’eccellenza, la serie B, la serie C.
In realtà, se si riflette sul rapido schizzo storico fin qui accennato, ci si potrà rendere conto che uno dei bersagli che la riforma mira a colpire è proprio quella della rivoluzione del Sessantotto, che, con tutti i suoi limiti aveva lottato per un’attuazione della Costituzione aprendo a tutti una base per ascendere alla vita degli studi, alla città della scienza, alla ricerca e al sapere critico. Dietro alla polemica contro l’università degli asini e degli sprechi, contro i baroni (bizzarro che si siano scoperti soltanto ora), dietro la richiesta di una ferma meritocrazia vi è il preciso disegno di una selezione in cui il merito venga connesso alla condizione sociale.
La differenziazione degli atenei e delle rette, la creazione di istituti superiori, di centri d’eccellenza in un combinato disposto con l’apertura ai privati e la possibilità (che diverrà necessità nella gran parte dei casi) di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, porterà a riprodurre nel mondo universitario, le differenze di classe al loro livello elementare, anche se addolcito e offuscato dalla possibilità, che rimarrà operante, per i ragazzi più indigenti, di accedere a sottoatenei che daranno sottolauree.
La democrazia del sapere, una delle grandi scoperte e conquiste del Sessantotto, verrà ad essere del tutto cancellata. La logica aziendalistica, iattura abbattutasi sulla scena internazionale, l’autentico trionfo del liberalismo iperliberista, non paga di avere compiuto i danni che le vanno imputati, pretende di dettare le nuove agende nella sanità, nella cultura, e naturalmente, nella scuola, segnatamente nell’università.
Si sta del tutto lasciando cadere un principio di fondo di un qualsiasi stato (non importa se liberale o socialista): ossia, che i servizi essenziali che uno stato deve fornire ai suoi cittadini, a fronte delle tasse che questi pagano, o dovrebbero pagare, come l’istruzione, la salute, i trasporti, la stessa difesa, debbano prescindere del tutto dal principio del profitto: si tratta di servizi essenziali, che non possono essere tradotti in termini di mercato. Invece, nel corso degli ultimi due decenni si è lasciata passare una logica contraria, nell’indifferenza generale.
Ed ecco arrivare l’Onda. La valanga berlusconiana ha avuto l’effetto di ridestare i dormienti, rincuorare i depressi, riavvicinare coloro che si erano limitati nel corso degli ultimi anni al minimo indispensabile senza più prendersi cura d’altro: trascurando, insomma, il cosiddetto bene comune.
La riforma Gelmini ha sortito il prodigioso effetto di spezzare le barriere di solitudine che dividevano i ricercatori precari, li ha aiutati a prendere consapevolezza di una situazione nella quale sulle loro spalle poggia gran parte del lavoro universitario, surrettizia forma di sfruttamento che serve a tenere in piedi il sistema.
Il movimento si dirige contro l’esercizio sempre più tirannico del potere della maggioranza e può avere successo se, con strategie operative multiformi, riuscirà a comunicare un messaggio che è quello dell’interesse generale.
L’Onda vincerà solo a patto di non fermarsi alla critica e di passare alla proposta; non si fermerà se riuscirà davvero a fare capire agli studenti, ai ricercatori precari, ma anche agli stessi docenti, che la loro lotta è generale, ossia, che difendendo i loro specifici interessi, difendono un interesse superiore, collettivo, generale, appunto".

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