WALTER TOCCI - DISCORSO ALLA COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI DEL SENATO - 23-4-2014
Se Obama andasse in televisione ad annunciare la
presentazione di un disegno di legge per cancellare il Senato e minacciasse di
dimettersi in caso di mancata approvazione entro le prossime elezioni di medio
termine chiamerebbero l’ambulanza o attiverebbero l’impeachment.
Noi invece passiamo agli emendamenti, alle chiose, alle
precisazioni e ci riuniamo in seduta notturna per fare presto, per approvare la
legge entro le prossime elezioni che tra l’altro dovrebbero riguardare il
confronto sui programmi per l’Europa.
Tutto ciò viene presentato come la modernità, ma a me pare
il rigurgito di un vecchio provincialismo delle classi dirigenti italiane che
non hanno mai avuto l’orgoglio delle proprie istituzioni.
Il dibattito è cominciato molto male, a mio avviso. Si può
certo cambiare la Costituzione, ma solo se si cambia verso. Mi occuperò
nel mio intervento soprattutto della critica dei presupposti.
Diceva Kant che se il problema è impostato correttamente la soluzione
viene per
semplice deduzione, ma se il problema è impostato in modo confuso si
gira
intorno senza mai trovare la soluzione.
Se abbiamo rispetto di noi stessi e dell’istituzione che
rappresentiamo non possiamo accettare l’invadenza del governo in materia
costituzionale e tanto meno quando si tratta della struttura del Parlamento.
Non è mai accaduto in tale misura nella storia repubblicana. Alla Costituente
quando si passò all’esame degli articoli Pietro Calamandrei chiese ai ministri di lasciare l’aula, perché il governo non doveva
interferire sulla Costituzione. Questo rispetto è durato più di mezzo secolo e
fu messo in discussione la prima volta nella 14° legislatura dalla maggioranza
di centro destra con la confusa revisione della seconda parte poi bocciata dai
cittadini nel referendum del 2006. Alcuni membri di questa commissione erano
presenti già allora. Ricorderà la senatrice Finocchiaro come noi della
minoranza conducemmo una dura polemica contro il tentativo di Berlusconi di
modificare la Carta a propria misura. Ci fu un’invadenza davvero pesante, ma a
distanza di tempo devo riconoscere al senatore Calderoli, allora protagonista in maggioranza, che non si
arrivò mai a porre una sorta di voto di fiducia al governo in materia
costituzionale. Sono rattristato che oggi lo tenti il mio governo e il leader
che sostengo lealmente, di cui apprezzo le iniziative coraggiose in campo
economico e nella politica europea e soprattutto la capacità di risvegliare nel
popolo italiano la fiducia nel cambiamento.
Per lunga esperienza parlamentare so bene che nei momenti difficili
sono proprio coloro che sostengono il governo ad avere la principale responsabilità
di limitarne l’invadenza. Così avrebbero fatto un tempo i parlamentari
democristiani pur di fronte a leader forti, come quel toscanaccio di Fanfani.
La schiena dritta dei parlamentari è un prerequisito della civiltà giuridica.
Il nostro primo dovere è garantire l’autonoma del Parlamento
nella legislazione costituzionale. Il primo banco di prova sarà l’indipendenza
di giudizio dei relatori del provvedimento. Il compito è assegnato a colleghi
di lunga esperienza, la senatrice Finocchiaro e il senatore Calderoli, che
conoscono bene le funzioni di mediazione e di garanzia associate al ruolo. Io
non mi permetterei mai di dire loro cosa devono fare e mi è sembrato come
minimo inelegante da parte del mio capogruppo, il senatore Zanda, chiedere di
assumere come testo base la proposta del governo, la quale finora nel dibattito
ha raccolto critiche quasi unanimi.
Il clima politico e perfino lo stato d'animo dei costituenti
condizionano la qualità dell'esito della riforma. Con le parole della grande cultura
giuridica tedesca si potrebbe dire che c'è un nesso tra Stimmung e Grundnorm.
Conta non solo il clima tra noi, ma anche la trasparenza verso
l'opinione pubblica. Come ha osservato Corradino Mineo ci sono due
testi, uno viaggia sui media e l'altro è depositato agli atti
parlamentari. Per dire
la verità ai cittadini bisogna diradare almeno quattro fraintendimenti.
1) Il Senato delle autonomie sembra a favore dei territori e
invece è solo un pennacchio che nasconde la più grande operazione di
centralismo statale degli ultimi venti anni. Le Regioni tornano alla
subordinazione verso le burocrazie ministeriali. E la gran parte dei politici regionali fanno
finta di non vedere.
2) Si è voluta motivare la non elettività del Senato con la
riduzione dei costi, ma la proposta Chiti ha dimostrato che si può addirittura
raddoppiare il risparmio diminuendo i numeri sia dei senatori sia dei deputati.
Non capisco proprio perché si voglia conservare un'assemblea di 630 membri a
Montecitorio che davvero fatica a funzionare, come ho potuto constatare da deputato.
3) Una motivazione surreale è stata aggiunta nel Documento
economico (DEF) sostenendo che le riforme favoriscono la crescita.
Invito i tecnici di via Venti Settembre a pubblicare i risultati dei
modelli econometrici
che dimostrebbero una correlazione tra cancellazione del Senato e
aumento del Pil,
sarebbe una scoperta per la scienza economica mondiale. Nel frattempo
ricordo
che il vituperato bicameralismo italiano ha accompagnato una crescita
del Pil
superiore a quella americana nei primi quaranta anni della Repubblica,
mentre
il tasso di aumento è crollato sotto la media europea da quando siamo
stati
morsi dalla tarantola delle riforme istituzionali.
4) Ogni revisione costituzionale è accompagnata da una reinterpretazione
storica. Nella mia parte politica si è perfino riletto il
programma dell'Ulivo, ma solo il primo punto che parlava di Senato delle
autonomie, dimenticando il secondo punto che parlava delle garanzie,
ripreso
oggi dalla proposta Chiti. Era un grande progetto per l'Italia, non a caso
elaborato da un gruppo di “professoroni” capeggiato dal compianto Leopoldo
Elia. Successivamente furono messi da parte e si proseguì con provvedimenti
disorganici. È un falso storico il mantra mediatico delle riforme bloccate da
venti anni. Mai come nella Seconda Repubblica sono state apportate tante
revisioni alla Carta e purtroppo si sono rivelate tutte fallimentari, come
riconoscono oggi gli stessi proponenti. Dal Titolo V oggi criticato
da tutti, allo jus sanguinis del voto all'estero mentre si nega il voto ai
figli degli immigrati, al pareggio di bilancio di cui già si chiede la deroga,
alla modifiche del 138 naufragate insieme alle Larghe Intese, agli assalti
tremontiani contro gli articoli 41 e 42 sul valore sociale dell'impresa, fino
alla riscrittura della seconda parte bocciata dai cittadini.
Se si è sbagliato per venti anni a cambiare la Costituzione
ci vorrebbe sobrietà e soprattutto capacità di apprendere dagli errori,
invece
si alza il tiro con una revisione ancora più radicale. La nuova classe
politica ha sostituito la vecchia guardia ma curiosamente vuole attuarne
la logorata agenda di politiche istituzionali.
Il senso della misura sarebbe necessario anche in seguito
alla sentenza della Corte sul Porcellum. Alcuni studiosi come Alessandro Pace
ne deducono un divieto di modifica costituzionale per il tempo che rimane alla
legislatura. Si può pensarla diversamente, ma certo non si può ignorare il
paradosso della più profonda riscrittura della Carta che sarebbe approvata proprio dal
Parlamento segnato da un vulnus di natura elettorale.
Venendo ai contenuti ci sono, a mio avviso, vecchi problemi
male impostati, nuovi problemi che ci potevamo risparmiare e problemi veri che
vengono aggravati dalla proposta del governo.
Vecchi problemi
Da tempo si criminalizza il bicameralismo perfetto, dimenticando
che nella maggior parte dei casi ha consentito di correggere testi strampalati
evitando ai cittadini il danno di leggi sbagliate. Anche in queste settimane il
governo ne dice tutto il male possibile proprio mentre dichiara di averne
urgente bisogno per migliorare l'Italicum o il decreto sul lavoro addirittura
approvato con la richiesta di fiducia alla Camera.
Sono favorevole al superamento del bicameralismo perfetto,
ma per ragioni opposte a quelle di moda. Non è affatto vero che bisogna
velocizzare
l'attività legislativa, anzi in Italia si approvano troppe leggi. La
vita dei
cittadini, delle imprese e delle amministrazioni è soffocata
dall'eccesso di
norme e dal frenetico cambiamento delle medesime. In tutti i campi - dal
fisco,
alla giustizia, alla scuola, alle procedure amministrative - ormai
nessuno è
più in grado di capire le regole e deve ricorrere a consulenti a
pagamento. Si è criminalizzata la famosa navetta che in realtà non
esiste:
le leggi che sono tornate due o più volte nella stessa Camera sono solo
il 3%
del totale ed è dipeso da testi scritti molto male dai governi. Il ceto
politico ha fatto credere che non poteva governare a causa
della lentezza parlamentare, nascondendo le proprie incapacità dietro
l'alibi
delle riforme istituzionali.
La riforma del bicameralismo al contrario deve servire a
rallentare la produzione legislativa, innalzando la qualità e la leggibilità
delle norme. Poche leggi, ma chiare, ben scritte e per argomenti omogenei.
L'occasione viene dall'introduzione di un'asimmetria che affidi esclusivamente
alla Camera il rapporto fiduciario con il governo - ecco il punto di totale
accordo tra noi - e assegni al Senato compiti di alta legislazione e controllo.
Proprio perché svincolati dalla fiducia i nuovi senatori sarebbero ben più
severi di oggi nel controllare l'azione di governo, nel chiamare in audizione i
dirigenti e i manager di aziende pubbliche, nella policy analysis delle leggi già approvate per fare tesoro degli
errori compiuti.
Per il resto rimarrebbero in regime bicamerale le leggi
cornice sui diritti fondamentali, sull'ordinamento istituzionale e sulle norme
di diretta attuazione costituzionale, come è indicato dalla proposta Chiti che
ho sottoscritto convintamente. In precedenza avevo presentato un disegno dilegge, insieme al collega Corsini, che accentuava questa funzione introducendo
una terza fonte legislativa, la legge organica del caso spagnolo, la quale
mediante Codici unitari - modificabili solo con riserva di Codice - farebbe da
anello di congiunzione tra leggi costituzionali e ordinarie, secondo i principi
di garanzia proposti dal Luigi Ferrajoli (Dei
diritti e delle garanzie, Il Mulino).
Nuovi problemi
L'Italicum consente a una minoranza che raccoglie circa un
quarto di voti di ottenere la maggioranza assoluta, senza dare la
possibilità
ai cittadini di scegliere i deputati e mantenendo il conflitto di
interessi.
Chi vince la mano elettorale prende il banco, potendo condizionare
l'elezione
del Quirinale e dei membri della Corte costituzionale e del Csm. Come
hanno
riconosciuto quasi tutti in questo dibattito si creano problemi nuovi
nel
vecchio ordinamento che verrebbe sbilanciato a favore del potere
esecutivo.
Spero si possano correggere i difetti dell'Italicum, ma comunque se
rimane il
suo impianto si apre l'esigenza di un bilanciamento dei poteri che è poi
l'essenza della democrazia. Il tema delle garanzie, che solo qualche
mese fa
era quasi ignorato, è stato trattato in quasi tutti gli interventi in
Commissione e credo si possa dire è anche merito del ddl sul Senato
delle
Garanzie proposto da Chiti. Senza adeguati contrappesi, infatti, la
legge
elettorale aprirebbe la via a un presidenzialismo selvaggio. Devo
riconoscere
che i normali modelli presidenzialistici, dal francese all'americano, -
che
pure ho sempre contrastato - sarebbero più equilibrati rispetto al
monocameralismo ipermaggioritario che di fatto si viene prospettando.
Le garanzie non devono riguardare solo le alte cariche dello
Stato, ma anche l'attività legislativa. Il premio di maggioranza, infatti, deve
essere speso per governare il Paese – nella politica economica, nella gestione
dello Stato, nei grandi servizi pubblici ecc. - ma non può servire a imporre visioni di parte
su argomenti delicati che richiederebbero una convergenza di intenti, come la
libertà di informazione, la pace e la guerra, la bioetica, l’indipendenza della
magistratura, i diritti di libertà delle persone. Il Senato delle Garanzie,
svincolato dal voto di fiducia e quindi eletto con una legge non maggioritaria,
aiuterebbe le diverse parti politiche a condividere i fondamentali della
democrazia lasciando alla Camera il conflitto politico tra diverse opzioni di
governo del Paese. Sarebbe l’unico modo per curare la malattia del bipolarismo
distruttivo, che ha segnato il ventennio ma sembra già dimenticato dalla
memoria corta del mondo mediatico-politico. La vera anomalia italiana rispetto
agli altri paesi, infatti, è stato il sistema politico che applicava ricette
simili nella politica economica e si divideva sui principi basilari.
Queste funzioni di garanzia del Senato possono essere
legittimate solo dall’elezione diretta. Lo ha dimostrato con argomenti sapienti
e direi definitivi l’intervento del senatore Quagliariello. Per parte mia
vorrei aggiungere solo una considerazione sulla fonte primaria del principio
garantista dell’articolo 67 della Carta che attribuisce al parlamentare la
libertà di mandato e la rappresentanza dell’unità nazionale. Circa trent’anni
fa Norberto Bobbio scriveva che “Mai
norma costituzionale è stata più violata del divieto di mandato imperativo” (Il futuro della democrazia, Einaudi, p. 12),
ma non aveva ancora potuto vedere cosa succede nel tempo dei leader solitari
che aborrono il 67 più di ogni altro articolo. Grillo voleva cancellarlo,
Berlusconi sosteneva che bastava la riunione dei capigruppo e Renzi definisce
sabotatori del cambiamento i suoi parlamentari che non seguono la dottrina di
partito quando si parla di Costituzione.
La proposta del Senato delle autonomie cancellerebbe
entrambe le prerogative dell’articolo 67. I senatori infatti non avrebbero la
libertà di mandato perché sarebbero vincolati all’indirizzo politico e
amministrativo degli Enti territoriali che li eleggono e dovrebbero
rappresentare le rispettive comunità locali anche quando si creasse un
conflitto con l’interesse nazionale. La contraddizione è palese nel testo
del governo che assegna la potestà
costituzionale ai poteri amministrativi locali, con un’evidente sgrammaticatura
che sarebbe sanzionata al primo anno del corso di laurea in
Giurisprudenza.
È povero l’argomento che non si potrebbe negare il voto di
fiducia al Senato elettivo. Semmai le garanzie costituzionali hanno un
prestigio maggiore dell'attività di governo. Non mi ripresenterò alle
prossime elezioni ma se fossi
un giovane politico sceglierei di candidarmi alla Camera Alta
dove si legifera sui fondamentali della democrazia e si controlla in
piena
autonomia l’attività del governo. Nella proposta Chiti i cento senatori
porterebbero
nella forma di Stato un “elemento «aristocratico» ma di derivazione
pienamente
popolare” per usare la paradossale espressione del mio maestro Mario Dogliani.
È ancora più povero l’argomento che il Senato delle
autonomie è stato sempre scritto nei programmi elettorali, anche se per la
verità noi del Pd nel 2013 siamo stati eletti con un mandato che non lo
comprendeva. Non credo si possa utilizzare il ventennio come criterio di verità
visto che tutti ormai riconosciamo di aver commesso tante fesserie in quel
periodo. Solo le traballanti ideologie della Seconda Repubblica potevano
partorire la proposta di fare del Senato una sorta di dopolavoro degli
amministratori locali. Ho molta stima del loro lavoro, sono stato vicesindaco
di Roma ed è stata l’esperienza più appassionante della mia vita politica,
anche se non mi dava un attimo di respiro. Mi domando come possa fare Ignazio
Marino a svolgere insieme le funzioni di Sindaco, di presidente della Città
metropolitana su scala provinciale e di senatore.
Ma non è solo questione di tripli incarichi, emerge ormai un
problema eluso dalla lunga discussione sul tema. Si dice che deve essere una
camera di “raccordo”, ma la parola non ha alcun senso giuridico. Sarebbe comunque
un’assemblea che funziona mettendo ai voti dei testi normativi, con la
formazione quindi di maggioranze e di minoranze che non potendo più esprimersi nelle
coalizioni di partiti diventeranno coalizioni di territori forti contro quelli
deboli. Ogni settimana in quella assemblea si rischierà di mettere ai voti l’unità
nazionale fino al punto di consumarla e alla fine di spezzarla. Se non siamo
arrivati a questo esito è perché i partiti pur indeboliti e delegittimati hanno
impedito la frattura. Siamo l’unico paese europeo che non può permettersi di
poggiare la rappresentanza parlamentare sul cleavage territoriale. Si parla a
sproposito del Bundestrat che oltre a non essere accompagnato dall’Italicum è frutto
di una forte coesione nazionale che in soli venti anni ha consentito di
assorbire il ritardo delle regioni orientali uscite dal regime comunista.
Veri problemi
La questione che dovremmo mettere prima di tutti gli altri
problemi è purtroppo molto amara. Per la prima volta nella storia repubblicana
si è creata una voragine nella nostra democrazia. Circa la metà del popolo
esprime mediante il crescente astensionismo e il sostegno a liste di
contestazione estrema un rifiuto se non un disprezzo verso il sistema politico-istituzionale
nel suo complesso. Ci dobbiamo domandare se stiamo lavorando per ricomporre
oppure per aggravare tale frattura.
A me pare che l’insieme dei provvedimenti in discussione
abbiano l’effetto di aumentare la distanza tra eletti ed elettori. Forse non
c’è piena consapevolezza dell’effetto di sistema che si rischia di determinare
poiché la discussione tra noi è viziata da tecnicismi e da compartimenti stagni
che separano i problemi. Se riassumo le criticità che ho esposto in questo mio
intervento, se le analizzo nel combinato disposto di Senato, legge elettorale e
Titolo V e le valuto dal punto di vista della frattura democratica aperta nel
paese mi convinco ancora di più che abbiamo imboccato la direzione sbagliata:
a) Il
neo-centralismo statale rischia esasperare il malessere dei territori, il caso
veneto è il più allarmante, e nel contempo rinuncia ad attivare le energie
civili depositate nelle comunità locali che sono le carte ancora non giocate
per la crescita.
b) Se
i cittadini non possono scegliere i deputati e domani neppure i senatori né i
consiglieri provinciali non può che aumentare l’autoreferenzialità del ceto
politico.
c) Le
soglie di sbarramento irragionevoli dell’Italicum rischiano di espellere dalla
rappresentanza parlamentare milioni di italiani che la pensano diversamente dai
tre partiti principali.
d) Assegnare
un premio di maggioranza ad un partito che rappresenta la metà della
maggioranza aumenta l’estraneità dei cittadini verso l’azione di governo e rende
più difficile quella coesione nazionale che sarebbe necessaria per uscire dalla
Crisi.
Pensiamoci bene prima di incamminarci in questo sentiero irto
di pericoli. Il paese è sconvolto per la crisi più grave, soffre i disagi della
vita quotidiana e le incertezze per il futuro, ha accumulato un rancore e una
sfiducia verso tutto ciò che è istituito. Se il sistema istituzionale si chiude
in se stesso, limita le possibilità di scelta dei cittadini, riduce le
rappresentanze politiche e territoriali il malessere può assumere forme ancora
più esasperate e ingovernabili. È il momento di consentire che si esprimano i
conflitti e le diversità di opinioni nella molteplicità e nell’apertura della
vita istituzionale, come unica via per ritrovare la coesione e la cura
dell’interesse generale. È il momento di avere più fiducia nella capacità
inclusiva della dialettica democratica.
Certo che serve il cambiamento. Bisogna
cambiare verso perfino alle riforme istituzionali.

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