Monday, July 20, 2009

L'etica elastica
di Concita De Gregorio

Abbiamo dovuto preoccuparci, durante il G8, di abbassare i toni come ha chiesto il capo dello Stato perché quando ospiti illustri arrivano a casa bisogna innanzitutto preoccuparsi che non confondano la condotta di uno con quella di tutti, che non credano che il delirio di onnipotenza senile dell'uomo che ci governa offuschi e screditi la reputazione di una nazione intera. Perché la reputazione è fondamentale, per gli individui come per gli Stati. Anche se il concetto è molto cambiato nel tempo. È diventato abbastanza elastico (sarebbe interessante chiedere alle centinaia di giovani donne che frequentano palazzo Grazioli e alle loro madri) e, soprattutto, si è svincolato dalla sostanza delle cose.
Sarà un punto di vista marginale, ma considero più integra la reputazione della escort Patrizia d'Addario che si prostituisce per rendere giustizia al sacrificio del padre - conoscete la storia: le licenze edilizie mai ottenute, la disperazione, il suicidio - piuttosto che quella di un uomo di Stato che promette solennemente una somma concordata per chi muore di fame e di malattia in Africa e poi ne dispensa solo il 3 per cento, cioè niente.
Mentre noi rispettavamo la consegna di non esibire le miserie di Berlusconi al mondo, Gianni Letta e gli sherpa dei rapporti fra governo e Vaticano lavoravano alacremente al baratto, qualcosa che somiglia molto al prezzo delle indulgenze di antichissima memoria. A Palazzo se ne parla da giorni. È in corso una trattativa. I contraenti sono appunto il governo e lo Stato Vaticano. La posta in gioco è molto alta: la reputazione - sì, ancora lei - del presidente del Consiglio presso l'elettorato cattolico. La merce di scambio è preziosa: la vita, la possibilità per ognuno di noi disporne. Un diritto costituzionale. Detto in parole molto semplici: nella maggioranza c'è chi spera che la Chiesa chiuda un occhio e anche tutti e due sull'incredibile esempio di «utilizzazione finale» delle donne italiane offerto da chi dovrebbe rappresentarci in cambio di una legge gradita al Vaticano sul fine vita.Una legge, quella sul testamento biologico, controversa e delicatissima. Approvata dal Senato lo scorso 26 marzo, nelle ultime settimane ha avuto una repentina e sorprendente accelerazione nel percorso verso la Camera.
Perché tanta fretta? Perché il premier è rimasto molto turbato dal documento della Cei contro il libertinaggio e forse anche di più dalla perdita di voti cattolici alle ultime elezioni europee. Bisogna recuperare credito, impedire le omelie dei preti di campagna e gli editoriali di Famiglia Cristiana. Bisogna che gli italiani dimentichino cosa il presidente del Consiglio pensa delle donne, persino di quelle in coma (Eluana può avere figli, vi ricordate quella sciagurata frase?) quale sia il loro posto al mondo, l'uso a cui sono destinate. In generale, bisogna che l'ossessione del premier, la sua malattia, non indispettiscano la Chiesa fino al punto di indebolirlo e isolarlo. Dunque, diamole qualcosa. Ma, a giudicare dall'indignazione che si è diffusa nella base dei fedeli, non è affatto detto che lo scambio questa volta possa essere accettato.

Thursday, July 09, 2009

Quell'orrore da osteria
di Francesco Merlo

La sola cosa che fa ridere anche i napoletani sono le dimissioni-patacca di questo Matteo Salvini che, invece di pigliarsi a schiaffi davanti allo specchio, lascia il Parlamento italiano con l'aria di chi ha fatto la grande rinunzia, di chi subisce - lui - un oltraggio. In realtà la norma gli vieta il cumulo e lo obbliga a scegliere: o inquina Montecitorio o inquina Strasburgo. È vero che sbevezzando e sputacchiando, cantando e straparlando, sarebbe pronto a deputarsi in almeno cinque parlamenti. Ma il povero Salvini deve scegliere. Ecco perché al termine del suo can can birraiolo contro i napoletani fa la 'mossà napoletana delle dimissioni-farsa, e dunque agli sberleffi aggiunge la pernacchia che è codice delle stalle napoletane, è fonema dei quartieri spagnoli. Insomma, la pernacchia finale delle dimissioni da imbonitore di piazza svela in Salvini l'aspirazione a farsi terrone, a farsi napoletano. Ma Napoli, si sa, è la grande cultura europea più la pernacchia. Salvini invece è solo la pernacchia. È l'infelicità di essere pataccaro senza essere terrone: marginale ma non napoletano. Per il resto il cliccatissimo video che Repubblica.it ha messo in rete ieri mattina con gli insulti ai napoletani "colerosi e sporchi come cani" è il documento di un'ossessione, con la birra che rimanda più ad atmosfere di dissoluzione antropologica che al putsch fallito della birreria di Monaco. Si tratti di complotti da ubriachi o di frattaglie d'umanità, le feste lugubri e sguaiate sono l'espressione di quell'ideologia alcolizzata che è sempre stato il razzismo. E il video è una pena perché conferma iconicamente che c'è una sacca di marciume in Italia e che c'è un nesso tra gli ultimi giri di vita razzista della legislazione maroniana e questi cori.
Sempre i cori politici esprimono lo spirito di "combriccola", il rumore che sovrasta l'intelligenza, la viltà individuale, il sostenersi reciprocamente nel buio di un'ideologia, un barcollare da ubriachi che sembri un temibile passo cadenzato. Ebbene il mondo visto da questi coristi è il mondo delle ronde contro le poveri nigeriane (facessero gli sbruffoni a Scampia o nelle banlieue di Parigi!), delle impronte ai bimbi rom, dei vagoni della metropolitana riservati agli italiani... E però è un sollievo sapere Salvini in Europa, lontano da Roma. Certo per i mastri birrai italiani sarà una perdita. Ma noi, inguaribili idealisti terroni, speriamo che il Parlamento europeo guardi l'orrore estetico e ideologico di questo video. Ci illudiamo che , inorriditi, gli eurodeputati, sfortunati colleghi di questo Salvini, trovino la maniera di rimandarlo nelle bettole da cui proviene. Un grande parlamento internazionale, di una civiltà imperiale che si vuole candidare a prendere il posto dell'America nel pianeta non può ospitare, senza farsene complice e senza ammalarsene, un ceffo come questo. Salvini infatti non è un cialtrone, non è pittoresco, non è un settentrionalista, ma è un razzista da osteria che è il razzismo più gaglioffo, quello che non ha bisogno di 'studì genetici, di teorie moebiusiane, e neppure delle dotte corbellerie del professor Miglio sul popolo lombardo. Fosse fatto davvero così il popolo lombardo, bisognerebbe subito resecarlo come una cisti, e non solo dall'Italia, ma anche dall'Estonia, dalla Bosnia, dalla Macedonia, da Montenegro, dall'Impadania, vale a dire la Nonpadania del mondo.

Friday, July 03, 2009

FUOCO DI FILA

Ai calci nel sedere della giovane Serrachiani la vecchia guardia PD si compatta ed organizza il fuoco di fila: una reazione completamente sproporzionata, tracotante, che lascia intravedere tutto il nervosimo di una nomenklatura cultualmente debole ed eticamente discutibile, così impacciata sul terreno del confronto politico da arrivare all'offesa personale nei confronti di chi ha osato aprire un varco critico.
E' il segnale che sul piano delle idee si rasenta il "vuoto cosmico": le cozze si compattano e si aggrappano allo scoglio, ma forse l'onda d'urto, quella giusta, è vicina.
Ignazio Marino sarebbe un'eccellente segretario, un uomo nuovo ed autorevole in grado di dare un'anima ad un partito che di fatto, oggi, non esite. Mi auguro davvero che concretizzi la sua candidatura e che possa guidare la (ri)nascita del PD.