Thursday, November 27, 2014

Mi dimetto da segretario del Partito Democratico di Arcore

L'(ormai ex) segretario del Pd di Arcore si chiama Piero Tieni, così scrive su Facebook:
Mi dimetto da segretario del Partito Democratico di Arcore.
E’ vero che è sempre una goccia a fare traboccare il vaso, ma è vero anche che il vaso trabocca solo quando è pieno, e in quest’ultimo anno si è riempito all’inverosimile di un contenuto davvero sgradevole.
Sono stato eletto ad Arcore appena un anno fa, ma sono cambiate talmente tante cose che sembra essere passato un secolo:
Renzi non era ancora Segretario del PD e si candidava alle primarie del partito affermando solennemente che avrebbe sostenuto il governo Letta e che lui non sarebbe mai andato al Governo senza passare dalle elezioni. Dopo poche settimane invece, con un’operazione di potere ed un gioco di palazzo degni dei peggiori strateghi politici che tanto aveva avversato, cacciò Letta e andò al governo senza passare dalle elezioni. Appena insediato disse che la legge elettorale era la prima cosa da cambiare, che si poteva e doveva fare in pochissime settimane: siamo a Novembre è ancora tutto in alto mare.
Fatti i conti con la realtà, decisamente incompatibile con le promesse, affermò allora che gli usuali primi 100 giorni in cui dare una sterzata al paese, diventavano improvvisamente 1000, 3 anni cioè in cui un partito (sedicente) di centrosinistra avrebbe governato con un partito dichiaratamente di centrodestra, capeggiato da personaggi che per anni erano stati combattuti, dileggiati e perfino irrisi. Il tutto, ovviamente, in netta contrapposizione con la volontà dei milioni di elettori che nel 2013 firmarono il programma elettorale “Italia Bene Comune”.
Arrivò quindi il cosiddetto “Patto del Nazareno”, ennesimo accordo di palazzo e di potere, mediante il quale si riabilitava Berlusconi, condannato a 4 anni di galera per frode fiscale e messo ai servizi sociali solo per questioni anagrafiche, dandogli addirittura la patente di Padre Costituente.
Ecco, qui ci tengo a soffermarmi: io credo che la questione morale debba precedere qualsiasi altra considerazione; l’alibi per il quale Berlusconi rappresenti comunque milioni di elettori e che quindi le riforme si debbano necessariamente condividere con lui, fa acqua da tutte le parti, dato che con lo stesso criterio si potrebbe allora interloquire con qualsiasi delinquente che fondi un partito e prenda milioni di voti. Un condannato in via definitiva deve essere escluso da qualsiasi funzione pubblica. Punto.
Si è proseguito quindi con il sistematico ribaltamento del mandato elettorale ricevuto, portando avanti progetti in netta contraddizione con esso: la proposta della “nuova” legge elettorale che si porta dietro i peggiori difetti di quella “vecchia” (la maggior parte dei deputati continueranno ad essere “nominati” dai partiti); il Senato da abolire che non viene abolito ma viene riempito con politici nominati da altri politici (che ricevono in dono anche l’immunità parlamentare, perfino per eventuali reati compiuti al di fuori di questo ambito); le Province che devono essere abolite ma restano saldamente in piedi, composte anch’esse da politici nominati da altri politici, dove l’unica cosa eliminata sono le elezioni in cui i Cittadini scelgono gli eletti; la legge cosiddetta “sblocca Italia” che riduce i controlli in uno dei paesi più corrotti al mondo, che annulla la concorrenza in alcune concessioni Pubbliche e che consente al Governo di autorizzare la realizzazione di opere con un forte impatto ambientale (inceneritori, gasdotti, trivelle) passando sopra la volontà degli enti locali e dei cittadini coinvolti; la legge di stabilità che non stanzia fondi per le riforme promesse, dà qualcosa a livello centrale ma poi taglia risorse alle Regioni e ai Comuni, costringendoli ad aumentare i tributi locali, come puntualmente avvenuto anche nel 2014.
E così, passo dopo passo, si è arrivati alla goccia che ha fatto traboccare il mio personale vaso: la controriforma del lavoro, la dolorosissima supposta, l’amarissima pillola che si è cercato di addolcire rinominandola “Jobs Act”. Per chiudere la questione in fretta basterebbe riprendere le parole di Maurizio Sacconi, ex ministro del lavoro del governo Berlusconi, che ha candidamente affermato: “Il mio piano è stato realizzato dal PD”. Ecco, io trovo che sia eticamente insostenibile ed offensivo innanzitutto per la propria dignità, aver passato tanti anni urlando ai quattro venti che una riforma fosse pessima e pericolosa quando a proporla era Berlusconi, e dire adesso candidamente che sia indispensabile e virtuosa solo perché a propinarla è Renzi.
Io non concepisco la politica come una partita di calcio in cui “vincere” sia un obiettivo fine a se stesso: vincere le elezioni con il 40 o l’80% deve essere solo un “mezzo” mediante il quale poter governare e realizzare alcune cose, ed un partito deve essere innanzi tutto lo “strumento” che consente di farlo. Chiedere il voto agli elettori presentando un programma e poi governare con il programma degli avversari, penso che sia profondamente “immorale”. Se si cambia così radicalmente idea, allora occorre tornare a votare presentandosi con le nuove idee. Altrimenti poi va a finire che si prende ancora il 40%, ma che rapportato ad un’astensione del 60%, corrisponde ad uno striminzito 15% di voti reali.
Passando infine alle questioni locali il quadro è comunque desolante:
Arcore è un paese di circa 17 mila abitanti, 14 mila elettori, 3.800 dei quali hanno votato PD alle ultime elezioni. Tra essi soltanto 40 sono iscritti al PD (l’1%!) e circa 20 sono i militanti attivi. L’età media si avvicina a 70 anni e tra gli iscritti sono rarissimi o completamente assenti i giovani, gli studenti, i precari, gli operai e gli impiegati di livello medio-basso, tutte categorie che dovrebbero rappresentare il cuore pulsante di un partito come il PD. E non è che Arcore sia la pecora nera in un gregge di pecore splendenti, dato che la situazione è più o meno la stessa in tutti i circoli.
La sensazione che ho provato in quest’anno, poi, è che il partito locale ed il suo segretario siano tollerati solo se si fanno strumento di propaganda dell’azione amministrativa. L’elaborazione politica non nasce all’interno del partito per poi essere messa in atto con provvedimenti concreti, ma è chi amministra che presenta progetti, ed al partito resta solo il compito di discuterne la bontà.
Credo, inoltre, che una squadra che dall’inizio del mandato abbia perso, per diversi motivi (alcuni dei quali comunque riconducibili ad un dissenso rispetto al “metodo” di governo) un partito, tre assessori e svariati consiglieri comunali, tra cui alcuni di assoluto spessore che potevano essere “la base “ di un progetto futuro alternativo, debba soffermarsi a riflettere e non trincerarsi dietro affermazioni assertive e perentorie. Penso che progetti importanti che impegneranno significativamente l’intera città per i prossimi decenni, debbano poggiare su basi solidissime rappresentate anzitutto da uno stretto patto con i cittadini fatto alla luce del sole. Sono convinto, infine, che quando nel paese prendono vita dei comitati su questioni specifiche, giuste o sbagliate che siano le rivendicazioni, con essi occorra comunque aprire un confronto ed un dialogo, senza alzare muri preventivi.
In ogni caso, il tempo utile per ravvedersi e magari correggere la rotta non manca.
Ringrazio infine tutti gli iscritti, i militanti, i consiglieri e gli amministratori che lavorano con impegno e passione, e ringrazio in modo ancora più sentito quelli che io chiamo “gli amici della domenica”, il gruppo inossidabile di persone senza le quali il circolo diventerebbe un luogo vuoto e le Feste dell’Unità non sarebbero realizzabili.
Per il momento resto comunque membro del direttivo del PD Arcore e membro dell’assemblea regionale del PD Lombardia, a sostegno della battaglia di quei deputati e di quei senatori che si oppongono alla maggioranza attuale.
Piero Tieni

Wednesday, November 26, 2014

JOBS ACT

Il Jobs act è una vergogna in termini oggetti ed è uno scandalo che l'abbia voluto e approvato il PD. Togliere diritti e dignità ai lavoratori non creerà un posto di lavoro. È irritante leggere i post di tanti giovani che non hanno mai lavorato in vita loro e che ora godono nel vedere togliere i diritti ai loro genitori, quei diritti ottenuti grazie alle lotte e alle "svettole " prese dai loro nonni: sono troppo ignoranti per capire quanto sono imbecilli e troppo disonesti per vergognarsene. Sono comunque certa che non finirà qui: prima o poi le umiliazioni che si fanno subire al prossimo, si pagano.

CONSIDERAZIONI INATTUALI SUL PARLAMENTO

Intervento in Senato nel dibattito sulle mie dimissioni 26-11-2014.
Signor presidente, signori senatori, in questo momento due sentimenti opposti cozzano nel mio animo: la ritrosia e l’ardimento. La ritrosia viene dalla preoccupazione di impegnare la vostra attenzione e il tempo prezioso dell’assemblea su una mera iniziativa personale. Me ne scuso con tutti voi. D’altro canto, ringrazio chi, pur non condividendo le mie posizioni, ha espresso - con una parola o una stretta di mano - la comprensione per il mio gesto. Fa molto piacere riceverla, sia dai senatori di altri gruppi sia dai cari colleghi del mio Partito democratico, nonché dai membri della direzione e dal segretario Matteo Renzi. La questione sarà risolta con il vostro voto segreto e ne accetterò il risultato. È una forma di saggezza parlamentare che il singolo non sia più padrone delle sue dimissioni e quindi sia anche più libero di indugiare sulle sue motivazioni. Da qui scaturisce l’ardimento che mi consente di parlarvi senza vincoli, come se le dimissioni fossero già state accolte, e di proporvi alcune riflessioni come contributo alla vostra discussione futura. Ho risolto il dilemma tra responsabilità politica e coerenza ideale coniugando voto di fiducia e dimissioni. Certo non consiglio di generalizzare questo gesto molto personale, che non riguarda le regole di partito, bensì appella una garanzia istituzionale. Il presidente americano governa il mondo senza disporre della disciplina di partito dei suoi senatori. In quella limpida democrazia la concentrazione del potere trova un contrappeso nei parlamentari “senza vincolo di mandato”. Questa libertà e il dovere di rappresentare la nazione i capisaldi scritti nel nostro articolo 67, svaniscono se si legifera in via ordinaria con il voto di fiducia. Su questo strumento, però, evitiamo il gioco delle parti di abusarne quando si è in maggioranza e di criticarlo quando si è minoranza. Sarebbe ipocrita abbandonarsi alle polemiche contingenti e di parte senza vedere che i problemi di oggi sono il frutto di un ventennio sbagliato. Riformare ha sempre significato indebolire il Parlamento promettendo in cambio decisioni più rapide. Se ne può trarre un bilancio? Abbiamo perso molto nella qualità della democrazia senza guadagnare nulla nell’efficienza di governo. Diminuiscono i voti degli elettori e aumentano i premi di maggioranza ai partiti. Si rischia il governo maggioritario in una democrazia minoritaria, come si è visto nel voto di domenica. La politica si indebolisce ma pretende di fare tutto da sola, trascurando le garanzie e i contrappesi, come si vede nella revisione costituzionale. Le garanzie diminuiscono anche per i lavoratori che possono essere licenziati con motivazioni false. Bastano quelle economiche a nascondere quelle discriminatorie. Davvero non riesco a convincermi che bisogna peggiorare la legge Monti-Fornero per creare sviluppo. Arretrano sempre insieme le garanzie istituzionali e sociali. Nel mondo d'oggi, non solo in Italia, le così dette riforme strutturali ripudiano la democrazia discutidora, come la chiamava il grande pensiero conservatore spagnolo nell’epoca della Restaurazione. Il nostro presente è rivolto al passato senza averne neppure la consapevolezza. A furia di annunciare se stesso, il Nuovo è diventato vecchio senza produrre alcuna novità. L’ardimento, allora, mi induce a proporvi tre considerazioni inattuali sul Parlamento. Sì, inattuali perché in contrasto col tempo attuale e proprio per questo a favore di un tempo venturo.
 1. Legge. In Italia è scomparsa la Legge, non solo perché non è rispettata, ma anche perché non è più prodotta dal Parlamento, e le due carenze si aiutano a vicenda. Le chiamiamo ancora leggi ma da tanto tempo ratifichiamo, su proposta del Governo, solo ammassi di norme frammentate, eterogenee e improvvisate, complicando all'inverosimile la vita quotidiana dei cittadini, dei funzionari e delle imprese. All’iniziativa parlamentare rimangono le celebrazioni di eventi, le nicchie corporative e le regalie territoriali. L’esecutivo è padrone del legislativo. Nel ventennio i governi hanno ottenuto pieni poteri senza sapere cosa farne: la destra non ha realizzato la rivoluzione liberista e la sinistra non ha attuato le riforme sociali. La delega al governo, quindi, non ha rafforzato la decisione politica ma si è tradotta in maggiore potere della burocrazia. Abbiamo preso a picconate l’argine che nello Stato di diritto separa legislazione e amministrazione, pensando così di procedere più spediti, ma creando un pantano normativo. Al contrario, occorre separare il legislatore dal burocrate per scrivere buone leggi - poche e davvero necessarie, semplici e davvero regolative, leggibili e davvero rispettate. Restituire al Parlamento la potestà della Legge è una riforma semplice e non richiede di cambiare la Costituzione, anzi di attuarla. 
 2. Riconoscimento. La lunga crisi ha diffuso nel Paese la discordia. Ne abbiamo tanta paura che cerchiamo di occultarla, ormai da quasi un lustro, sotto il mantello di quella governabilità che ha reso ingovernabile il Paese per mancanza di progetti alternativi. Si vagheggia il partito centrale, mentre le periferie sociali vanno in frantumi. Nel dominio dell’amministrazione tutto è già deciso e chi non è d’accordo diventa un conservatore o un ribelle. Al contrario, nel Parlamento sovrano la Legge è sempre un’opera incerta, è il frutto di una tensione tra parti che si scontrano e nello stesso tempo si riconoscono. E in questo modo la discordia non è più fine a se stessa ma produce un cambiamento.  L’Italia di oggi avrebbe tanto bisogno di rappresentare in quest’aula le sue differenze, affinché possano riconoscersi e modificarsi reciprocamente. C’è una magia del Parlamento nel migliorare i suoi componenti. Nella vera dialettica parlamentare i partiti sono sollecitati a rielaborare le motivazioni ideali e sociali da cui hanno preso origine. I movimenti che hanno raccolto la protesta hanno l’occasione della proposta senza smarrirsi nell’urlo sterile. Anche tra i singoli parlamentari, perfino i più duri di cuore dovranno ammettere che il primo giorno, nella solennità di questo luogo, hanno provato un’emozione, che predisponeva a mettersi in gioco nel confronto con l’altro. 
3. Riforma. Tutti si aspettano la decisione che sblocchi il Paese, come una spada che taglia il nodo gordiano senza neppure provare a scioglierlo. È un mito italiano di questi tempi, ma è profondamente antitaliano nella lunga durata. Chi di voi mi sa indicare nella storia nazionale un successo raggiunto dall’alto? Le cose buone sono venute quando una politica consapevole di non poter fare tutto da sola ha saputo aiutare i riformatori che nella società già stavano realizzando qualcosa di nuovo, dalla scuola elementare, ai distretti industriali, alla diffusione dello stile italiano nel mondo. Ancor di più oggi avremmo bisogno di un Parlamento che aiuti i riformatori e prima di tutto li riconosca nella società italiana. Invece di bloccarci in quest’aula a respingere emendamenti spesso inutili dovremmo impegnare più tempo nelle commissioni parlamentari come laboratori dell’innovazione, ascoltando i territori che si reinventano, i giovani che aprono strade nuove, le amministrazioni che stupiscono i cittadini, gli insegnanti che lasciano un dono nelle vite dei ragazzi, le imprese che valorizzano il lavoro, gli scienziati, gli esperti e gli artisti che sarebbero felici di mettere le competenze al servizio del paese, come ci ripete la senatrice Cattaneo. Prendere coscienza delle virtù su cui si può contare è un esercizio di autostima nazionale che rafforza il principio morale. Non bastano le norme a combattere la corruzione se un popolo intero non ritrova l’amor proprio repubblicano. È davvero inattuale immaginare che qui si curi l’autostima del Paese. Tanti comportamenti sciagurati di singoli e di gruppi hanno dato motivo di scandalo, favorendo una sorta di inversione tra causa ed effetto. Si dice che il Parlamento non ha potere perché non è degno, ma il Parlamento è degno solo se ha un potere reale. Quando non era più cancelliere, Bismarck si era pentito di aver indebolito il Reichstag, riconoscendo che le inadeguatezze assembleari non erano una giustificazione plausibile. Lo racconta Max Weber per dimostrare che il rango alto o basso dell’istituzione dipende prima di tutto dalla sua funzione, cioè – per dirlo con le sue parole - “se i grandi problemi sono risolti in modo decisivo dal Parlamento oppure se esso non è altro che l’apparato di consenso, peraltro mal tollerato, di una burocrazia dominante”.
 Walter Tocci 

Friday, November 21, 2014

DUE GIORNI E UNA NOTTE

"Due giorni e una notte" è un film bellissimo, doloroso, che entra nella carne viva della crisi economica, nelle pance vuote di una classe operaia ormai priva di coscienza collettiva che viaggia divisa (ognuno per sè) verso un triste destino. Quanto valgono mille euro nell'Europa di oggi? Molto in un mondo di miserie, senza più valori dove tutto ha un prezzo. Una vecchia egemonia culturale ha pervaso il nostro continente fin dentro le periferie: trionfa il dividi et impera; mors tua vita mea; vorrei, ma non posso, quei soldi mi servono. Non perdetevi questo affresco impietoso sulla nostra società contemporanea: vedere sullo schermo cosa siamo diventati è spaventoso. E straziante.

Tuesday, November 18, 2014

RIFORMA SENATO

Secondo Renzi se l'Italia affonda è tutta colpa delle Regioni. Ma se i presidenti e i consiglieri regionali sono così disastrosi, perché li facciamo diventare senatori? E perché li facciamo eleggere tra loro? Perché è questo che prevede la riforma del Senato.

PD, MILIARDARI E RISOTTINI DA 1000 EURO

Il "verso" del PD è chiaro, ormai ha scoperto le carte: abbraccia i miliardari con i quali mangia risottini da 1000 euro e cede le periferie alla Lega e ai fascisti, perché per passare per "centro-sinistra" ha bisogno del contrasto con l'estrema destra. È talmente evidente. Renzi ha rimosso il tema immigrazione, diserta le borgate e cede spazio a Salvini e Forza Nuova che si dividono il bottino con il M5S.

Saturday, November 15, 2014

DEMENTI

 C'è una strana idea di giustizia che circola nella testa dei giovani: se solo la metà della popolazione ha il pane, la “giustizia” consiste nel toglierlo a chi ce l'ha, è una questione di uguaglianza. Diciamolo pure fuori dai denti: solo un demente può ragionare in questo modo.

Tuesday, November 11, 2014

CAPOLAVORO DI RARA STUPIDITA' POLITICA

Ho sempre sostenuto che la politica, anche quella animata dalle migliori intenzioni, può essere non solo inutile, ma persino dannosa se chi la fa non conosce le sue regole. E la regola è che il massimalismo porta sempre (e solo) acqua al mulino del nemico. Così i 5 stelle hanno lavorato un anno intero per Renzi: umiliato in eurovisione Bersani; schernito Civati; snobbato in Parlamento quel poco di Sinistra che rimaneva nel PD per bruciare 3 milioni di voti alle europee e e portare in trionfo la Destra del PD. Bravi. È stato un capolavoro di rara di stupidità politica. I miei complimenti.

Monday, November 10, 2014

ASTENSIONE COME ATTO POLITICO

Usare l'astensione come atto politico è una roba da cretini. Chi si astiene non vota contro questo potere, ma per questo potere. I meccanismi elettorali sono chiari e i calcoli percentuali non sono un'opinione. Meno gente andrá a votare e più il risultato sembrerá un plebiscito per Bonaccini e questo PD. Proprio come é accaduto per le Europee dove Renzi ha preso 1 milione di voti in meno rispetto a Veltroni, ma grazie all'astensione ha fatto il botto in termini percentuali ( quel famoso 41 che in realtà è uno smilzo 23). Chi vota conta poco, ma chi non vota porta sempre acqua al mulino del "nemico" e non fa altro che drogare il consenso politico. L'astensione come atto politico è un'illusione, anzi, un'idiozia. Se l'astensione crescerà e quelli di Sinistra si disperderanno nel M5S, per Bonaccini sarà un trionfo e anche per questo PD.

Friday, November 07, 2014

NEW OLD PARTY

Ieri ha fatto discutere l’editoriale di Ezio Mauro sul New Labour (in cui ci stia anche il Labour) delParty in cui si sta trasformando il Pd (qui l’articolo). La sinistra italiana ha non solo il diritto, ma il dovere (come in altre democrazie) di parlare all’intero Paese. Ma a patto che lo faccia in nome e per conto della sua identità: questo è il punto. Un’identità certo risolta, compiuta, modernizzata, ma che si può testimoniare a testa alta senza camuffarla o renderla ambigua. Per intenderci: nel New Labour di Tony Blair c’è certo il new, inseguito da Renzi, ma c’è pur sempre il labour, che il Premier non vede. Ora oltre al Labour che manca, anche sul New bisognerebbe aprire una riflessione, perché davvero non si capisce che cosa ci sia di moderno in uno schema vecchissimo della politica italiana (l’eterno democristiano), nel decisionismo anni Ottanta (come la cultura politica che esprime), nel picchiare sempre sulla Sinistra come causa di tutti i mali del Paese (lo ha fatto per anni quello più anziano del patto del Nazareno), nel ribadire luoghi comuni che hanno sempre fatto proseliti al bar dello sport, nel riproporre il modello di sviluppo della destra italiana nello Sblocca Italia, nell’attaccare sempre e comunque ciò che è pubblico, nel rifiutare il dialogo con i sindacati e il loro ruolo generale (facciano le trattative e non si occupino di altro), nell’attaccare l’Europa anche quando la si asseconda (cose che capitano da anni), nel proporre soluzioni miracolistiche senza parlare mai di moralizzazione del sistema Paese, di cambiamenti reali dei rapporti di potere, riproponendo in campo economico soluzioni già note. Più che un new è un déjà-vu(anzi, déjà-view, che è più nuovo, quasi come la spending review, che poi non si fa, se non con dinamiche molto simili ai vecchi tagli lineari). Ora, il problema però è ancora precedente, perché più che un New Labour qui si vuole fondare il partito della Nation, ovvero un grande partito inevitabilmente centrista (a volte moderatamente di sinistra, a volte moderatamente di destra) in cui ci siano dentro tutti. Si potrebbe chiamare Grand (perché è grand, non c’è dubbio), Old (perché richiama il partito della nazione della Prima Repubblica e un certo trasformismo noto fin dalla fine dell’Ottocento) Party. Con un unico dubbio: che un soggetto politico del genere possa ancora definirsi «partito». Perché un partito inevitabilmente vuole rappresentare una parte, appunto, e cerca di vincere le elezioni per andare al governo. Non rappresentare un sistema di governo, ereditato dal passato che si diceva di voler superare, in cui si sussumono tutti i soggetti politici pre-esistenti. Così è molto, certamente, ma forse è anche troppo.

Pippo Civati