Wednesday, July 30, 2014

O RENZI O IL PD

Dei due se ne salverà uno solo: o Renzi o il PD.

IL SARCASMO CHE LEGITTIMA L'AVVERSARIO POLITICO

Il sarcasmo nei confronti di Berlusconi ( nano, pagliaccio, putttaniere ecc.) è stato l'elemento distruttivo dell'energia politica oppositiva ed ha ottenuto un effetto devastante: ha prima disinnescato la tragedia e poi ha reso sopportabile il suo dominio in politica inclusa la convivenza con lui alla guida del Paese?
 Il disprezzo e la derisione neutralizzano il senso del pericolo: dipingono gli avversari come poco credibili, mentre evitano la critica dei fatti, la logica, l'analisi. Si è fatto così con Berluscini ed ora si sta facendo così anche con Renzi: definirlo autistico, boy scout, bimbominkia, mister Bean, ecc. è un grave errore.

RETORICA DELL'IMMIGRAZIINE (LUCIDITA')

La retorica dell'immigrazione, l'elogio a priori dell'immigrazione ecco un altro punto in cui emerge l'oscena complicità di sinistra e capitale. Non si tratta qui del problema dell'accoglienza dei singoli migranti, che è opera in sé umana e giusta. Si tratta,invece, del macrofenomeno dell'immigrazione che è promossa strutturalmente dal capitale e difesa sovrastrutturalmente dalle sinistre). 
Il capitale ha bisogno dell'immigrazione per distruggere i diritti sociali e la residua forza organizzativa dei lavoratori. Il capitale mira a renderci tutti come migranti, senza diritti, senza lingua, senza coscienza oppositiva. L'immigrazione è uno strumento della lotta di classe, è lo strumento con cui il capitale uccide diritti sociali e abbassa il costo del lavoro. 
Chi critica il capitale senza criticare il fenomeno dell'immigrazione è un fesso; proprio come chi critica il fenomeno dell'immigrazione senza criticare il capitale. 
( Diego Fusaro)

PARTITI E PRIMARIE

Le persone contano se i partiti tornano ad essere partiti e non campi politici che consentono una rappresentazione elettorale senza alcuna direzione politica né un vero programma di governo: i partiti di oggi sono adatti ad attrarre clienti e non cittadini che vogliono partecipare alle scelte. 
Come una droga, le primarie coprono un deficit democratico ed organizzativo che crea euforia, nell'illusione della base di potere contare qualcosa, ma in realtà altro non sono che un meccanismo di investitura popolare di scelte oligarchiche già decise ai piani alti. Insomma, una farsa.

BALZANI

Balzani ha lasciato il comune di Forlì per puntare alla Regione. A questo punto non è piú una chiacchera, ma un fatto. Punta a scardinare il "modello emiliano", quel sitema di potere intrecciato tra P.A., cooperative, multiutility e partito che in passato ha prodotto benessere diffuso, ma che ora si è avvitato su se stesso. Lo ha spiegato molto bene nel Suo libro "5 anni di solitudine".
 Opporsi ad un sistema clientelare, però, non basta per dare l'idea politica di sé, né basta dire "meno burocrazia, stop all'incenerimento dei rifiuti ed al consumo del suolo". Governare è avere una visione di futuro, secondo una scala di valori che dovrebbe dirci chiaramente da che parte sta: qual'è la sua idea di società regionale? È per la sanità pubblica o privata? È per la scuola pubblica o privata? Quando sente parlare di lotta all'evasione fiscale o di redistribuzione della ricchizza approva o è a disagio? È per il laissez- faire o per Keynes? Perché é di questo che dovrá occuparsi in Regione se diventerà presidente.
I cittadini hanno il diritto di sapere se la sua distanza siderale nei confronti del "Tortello magico" si trova a Sinistra oppure a Destra dei "mandarini" bersaniani. Le risorse pubbliche sono finite, ma quelle private no, concentrate sempre più nelle mani di pochi: la Regione di Balzani cercerà di redistribuire un po' di questa ricchezza o si limiterà ad amministrare al meglio i soldi che arriveranno da Roma? Per fare una scelta consapevole in un quadro di massima chiarezza, servirebbe che Balzani rispondesse (anche) a queste domande. 

PARTENZA

 Le condizioni d’incertezza che caratterizzano la vicenda delle candidature per la Presidenza della Regione nel centro-sinistra rischiano di esaurire, agli occhi dell’opinione pubblica, un momento cruciale per la vita della Emilia-Romagna in un balletto di posizioni e di personalità del tutto privo di contenuti. Per questo motivo, per contribuire alla chiarezza di tutti, mi dichiaro pronto a partecipare alle primarie, se esse ovviamente saranno plausibili e aperte. In quale prospettiva e con quali idee? La prospettiva è quella della ricostituzione di un saldo quadro di riferimento dopo l’esaurimento storico del “modello emiliano”, che supportò positivamente la crescita della Regione in una congiuntura segnata da indicatori del tutto diversi dei nostri: alti tassi di sviluppo, coesione sociale, ampia possibilità di spesa degli enti locali. Alcuni elementi di questo nuovo quadro di riferimento sono già ben visibili: il tema ambientale, e quindi la spinta verso un’economia fondata sul riuso degli spazi urbani, sul recupero di materia, sul ricompattamento delle nostre comunità, sulle tecnologie del risparmio energetico. Il tema del freno da porre al consumo dei nostri suoli (anche in funzione della preservazione della nostra forte base agricola), assecondando e sostenendo la riconversione che il settore edilizio sta già sperimentando forzosamente sull’onda della crisi. Per non dire della scelta strutturale in favore del ferro, autentica potenziale cerniera regionale invocata da un intero popolo di lavoratori pendolari. Il ridisegno delle funzioni di comuni/unioni, città metropolitana, aree vaste o neo-province: con un ritorno, per la Regione, a compiti di lettura e di organizzazione territoriale, visto il fallimento tanto della burocratizzazione spinta degli ultimi lustri, quanto della negoziazione estenuata (e spesso improduttiva) con città e contesti locali. La questione del rapporto con l’Università e la ricerca universitaria, cruciale per impiegare bene le risorse a disposizione in un segmento decisivo per la crescita: un terreno che deve vedere coesa, ben collegata e perfettamente informata – costruendo un apposito benchmark di riferimento - l’intera classe dirigente regionale. Per non parlare, a proposito della base culturale, della connessione forte fra patrimonio storico-artistico, paesaggio e valorizzazione territoriale: un'opportunità incredibile per le nostre unioni di comuni. Lo sfoltimento dell’impalcatura spesso ipertrofica di società pubbliche dagli obiettivi sfuggenti e dai costi insostenibili: questo vale a tutti i livelli, ovviamente, e fa parte del ridisegno della “macchina” regionale. La riprofilatura per funzione degli incarichi di Giunta: immaginare un Assessorato totalmente dedicato ai Fondi europei e all’internazionalizzazione, da mettere a disposizione dei territori, potrebbe ben indicare un cambio di rotta rispetto a formazioni ancora ricalcate sulle competenze classiche degli enti locali. In tal modo, la definizione di Emilia Romagna come regione d'Europa acquisterebbe una definitiva consistenza. Infine, l’esigenza di rileggere il sistema socio-sanitario in profondità, a partire da un’analisi delle performances conseguite rispetto agli obiettivi (un libro bianco da redigere entro sei mesi dall’inizio del mandato) e dalle definizione di un nuovo progetto collettivo, da proporre sulla scorta della discussione generata dal libro bianco. Il metodo mi preme sottolineare: analisi accurata dell’esistente, proposte/progetti, decisioni razionali, naturalmente previo largo confronto. Trasparenza, quindi, al posto delle opacità della negoziazione informale, frutto spesso di una debolezza formativa dell’attore politico; e coinvolgimento delle competenze, interne all’Ente o esterne, se necessario, ma sempre sulla base di disegni mirati e specifici, mai generici. L’obiettivo è quello di contribuire al rafforzamento di un’opinione pubblica informata, di una cittadinanza matura, di una piena leggibilità degli attori e degli interessi legittimi in gioco. Non sono che poche riflessioni, alle quali altre seguiranno, nelle prossime settimane. Mi auguro che esse possano divenire patrimonio dell'intero centro-sinistra, e tali da creare un autentico progetto collettivo, naturalmente insieme con altri punti di vista. Chi fosse interessato a condividere questa avventura, a suggerire piste, a contestare impostazioni, può contattare me e i miei sostenitori attraverso l’e-mail iostoconbalzani@gmail.com. Roberto Balzani

Thursday, July 17, 2014

LE COLPE



Dunque è finita. Il mercato delle vacche ha prodotto i suoi frutti: la democrazia italiana sta per arrivare al capolinea. Svenduta da una classe politica di omuncoli ricattabili, sarà rimpiazzata dall'investitura plebiscitaria: chi vince prende tutto, il voto popolare sarà il lavacro che giustifica i poteri assoluti del Premier, come già nel Sud America dei generali.

Avremo anche noi il nostro Perón. Capiremo il senso di questa scelta nei prossimi 20 anni, ma intanto siamo un popolo innamorato che ha riposto smisurata fiducia nei confronti di un uomo: l’indignazione profonda arriverà solo tra qualche tempo, quando sprofonderemo nel buio cupo del potere autoritario e i nostri portafogli saranno vuoti. Allora ci sveglieremo dal lungo sonno e scopriremo che le armi del popolo sono spuntate. Cosi verrà istintivo attribuire delle colpe. Ma sarà troppo tardi.  

Io ci ho perso il sonno a ricostruire a queste colpe cercando ogni notte di metterle in fila secondo un ordine di gravità che intende distinguere tra le diverse responsabilità.

A partire dalle colpe della borghesia, uno strato di mezzo di popolazione ignorante, sempre rinchiusa nel recinto a difendere i propri interessi: mai uno sguardo d’insieme collettivo; mai uno slancio gratuito nei confronti del Paese; mai un esame di coscienza sulla questione morale. Radical a parole, ma egoista nei fatti, iconografia di un’opportunismo smisurato che può essere riassunto in questa semplice domanda: “e io che ci guadagno?”.

Le colpe della classe dirigente: quei pochissimi dei piani alti, privilegiati che vivono separati dal mondo, del tutto indifferenti a cosa accade nei garage. “Razza padrona” senza scrupoli, boiardi in doppio petto, mani invisibili che decidono dei destini degli altri senza minimamente preocuparsene, iconografia di un cinismo freddo e spietato che può essere riassunto nella seguente frase: “ la lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”. Segue incontenibile risata.

Le colpe della classe politica, una casta di varia umanità che va messa in graticola a partire dai peggiori:

1) quegli ex comunisti che si sono venduti al nemico per interesse personale: mediocri col cartellino del prezzo, opportunisti indegni disposti a sacrificare tutto: uguaglianza, giustizia, democrazia, diritti, tutto; tutto quello in cui hanno sempre creduto per un po’ di potere;

2) quegli ex democristiani in perenne fase di riciclo, sempre a pescare nel torbido, sempre a tramare nel sottobosco, ambiziosi e bugiardi, scaltri e geniali, capaci di risorgere con ogni tipo di regime;

3) quelli del vaffanculo collettivo, del rutto liberatorio che esprime al potere la propria ripugnanza, senza nessuna arte della politica e del compromesso, stupidi quanto basta per non capire che il massimalismo esasperato porta al comando il peggiore dei nemici;

4) i  puristi della Sinistra, i sacerdoti dell’opposizione permanente, gli specialisti della scissione dell’atomo, portatori di una verginità grottesca e imbarazzante, del tutto privi di intelligenza politica, coerenti e scientifici nel disperdersi sempre contro i propri interessi per non contare mai un cazzo;

5) la feccia delle libertá. Piccoli bottegai animati da invidia sociale. Frustrati senza idea dello Stato della legge, pronti ad arraffare, quanto si può - tanto così fan tutti- ma che, se va male, che tutti lascino subito l’osso e vivano in miseria. Commercianti senza etica, impiegati pronti a vestirsi in Armani per sentirsi importanti, bigotti e razzisti con i forconi puntati sempre contro i poveracci.

Le colpe degli inutili idioti, deficienti che promuovono l’astensione come atto politico contro l’indecenza dei partiti. Follia allo stato puro, al pari di quei mariti cornuti che per punire la moglie uccidono i figli.

Le colpe degli pseudo intellettuali, snob che pontificano a manetta senza sporcarsi mai le mani; che cagano l'ingegno senza mai mettersi in gioco. Quelli dallo sguardo giacobino, saccenti e vigliacchi perennemente spiaggiati sul divano a sputare sentenze.

E infine le colpe della plebe, quella massa indistinta di analfabeti strutturali che a fatica si trova l’uccello per pisciare. Un po’ santi e un po’ farabutti, poveri cristi su cui si scaglieranno tutti gli altri, ma che a pensarci bene, non c’entrano un bel niente.



Friday, July 04, 2014

INTUTILE COMBATTERE I MULINI A VENTO

E' giunto il tempo di decretare la resa e ritirarsi dalla mischia: non ha senso caricare i mulini a vento, prendersela con un pensiero ormai diventato unico, con canovacci di riforma che cambiano ogni giorno, i cui contenuti restano appesi al sottobosco di accordi segreti,  incontri tra Matteo e Silvio,  Anna e Roberto Maria Elena e Denis. Il Parlamento è già stato licenziato. Sarebbe il caso che Napolitano lo sciogliesse. Il Partito della Nazione ormai ingloba parte del “sogno” azzurro. E il vecchio Pd è stato tutto rottamato anche se finge di non saperlo. Il liberismo selvaggio ha stavinto, la democrazia sta per essere demolita e la Sinistra è morta.

STUPIDI

Buttiamo là l'ipotesi oltremodo remota, diciamo pure del tutto improbabile, ma comunque possibile, che Renzi cambi idea sulla riforma del Senato e viri sulla proposta Chiti. Beh, in tal caso, sarà un vero spasso seguire le torsioni lessicali e politiche dei tanti militonti che in una gara di fedeltà al padrone si sono messi a ringhiare contro ogni tipo di critica nei confronti di una riforma che colpisce per la sua insensatezza e gravità.
 
Quello che mi spaventa non è il pensiero diverso dal mio, ma il conformismo di persone mediocri, capaci solo di ripetere a memoria slogan e termini di propaganda senza mai entrare con cognizione nel merito delle questioni. Dai nemici ci si può anche difendere, ma dagli stupidi è oggettivamente impossibile.

POLITICA ESTERA

Mentre in occidente si farnetica su possibili interventi militari, in medioriente torna di attualità una forma di governo medievale: il califfato. La disgregazione dell'Iraq e della Siria sembrano irreversibili, mentre in Egitto, Libia e dintorni la guerriglia islamista sembra inarrestabile. Tutta la regione sta diventando una polveriera. Dio ci salvi dalla strategia internazionale di Europa e Stati Uniti: la politica estera è un'altra cosa.

LIBERI TUTTI

di Bruno Tinti - Da il Fatto Quotidiano, 4 Luglio 2014

Il governo ha dato una prima dimostrazione delle sue capacità di riformare la Giustizia: terrificante.
Art. 8 Dl 92/2014: niente carcerazione preventiva se il giudice ritiene che la pena definitiva non supererà i 3 anni. Nel 90% dei casi è così. Ovviamente, è un’idiozia: e se si tratta di un soggetto pericoloso? Se inquina le prove? Se scappa? Se è uno che perseguita moglie, marito, fidanzata/o, collega di lavoro (si chiama stalking)? Che facciamo? Stiamo a guardare e gli diciamo che non sta bene?
Ma poi: la carcerazione preventiva è quella che si sconta fino alla sentenza definitiva, in genere fino a quella di Cassazione. Sicché capiterà che un imputato sia condannato in primo grado a 3 anni e mezzo. È un soggetto pericoloso, lo hanno arrestato e processato prima possibile, diciamo in 7/8 mesi. 3 anni e mezzo, bene, li sconterà. Invece no: bisogna sottrarre i 7 mesi già passati in prigione. Restano 2 anni e 11 mesi. Scarcerato subito, non può restare in carcerazione preventiva (la sentenza è solo di primo grado): pena inferiore a 3 anni. Fantastico.
Ma c’è di peggio. Art. 656 del codice di procedura: al momento della sentenza definitiva, un condannato (anche per pena inferiore a 3 anni), se detenuto in carcerazione preventiva, comincia scontare la pena che gli resta. Potrà fare istanza per arresti domiciliari o affidamento in prova ma, intanto, resta in galera; e, se pericoloso, l’istanza potrebbe essere respinta.
Ma se invece è a piede libero; e per lo più lo sarà perché la nuova legge vieta la carcerazione preventiva per pene inferiori a 3 anni; allora attenderà in totale libertà che il giudice si pronunci sulla sua istanza di arresti domiciliari. Intanto potrà commettere altri reati ai quali si applicheranno le fantastiche nuove regole.
Ma di che ci preoccupiamo, bisogna smetterla con la barbara soluzione della galera, occorrono misure alternative alla detenzione; appunto gli arresti domiciliari. E come no, basta un domicilio dove scontarli. Sicché chi ha un lavoro, una casa, una famiglia; insomma chi è una persona normale con una vita normale, ragionevolmente un po’ meno pericoloso di chi non ha casa e vive di espedienti; lui finirà agli arresti domiciliari; e quello senza fissa dimora no, perché un domicilio dove scontarli non ce l’ha. Allora, prigione? Macché, pena inferiore a 3 anni, non si può.
Va bene, però c’è il braccialetto elettronico! Beh, veramente c’era. Adesso non c’è più: sono finiti. La convenzione stipulata con Telecom prevedeva la fornitura di 2.000 braccialetti. Ad aprile Telecom ha scritto al Ministero degli Interni: occhio, ne sono stati utilizzati X; se il trend è questo, a luglio saranno finiti. Una voce nel deserto. Così qualche giorno fa il Capo della Polizia ha scritto al Ministro della Giustizia: i braccialetti sono finiti, ce ne saranno altri non prima del 2015. O li mandate agli arresti domiciliari o li mettete in libertà. Ma è terribile! E poi, perché fino al 2015, non basta ordinare a Telecom altri X mila braccialetti? Eh no, ci va la gara europea.
Riassumendo. Non ci sono carceri: questa è la ragione di tutte queste leggi demenziali. Monti/Severino, Letta/Cancellieri e Renzi/Orlando hanno risolto il problema a modo loro: i delinquenti non possono essere arrestati; e, se sono già dentro, bisogna metterli fuori. La legalizzazione dell’illegalità. Di costruire qualche carcere in più non se ne parla?

EUROPA, PICCOLI UOMINI CONTRO IL RESTO DEL MONDO

 Di Furio Colombo - Da il Fatto Quotidiano, 29 Giugno 2014

Allora è Jean Claude Juncker il nuovo presidente della Commissione europea. Gira e rigira, pensa e ripensa, si trova un personaggio di poco sopra il niente di Barroso, niente visione, niente leadership, vuoto dove dovrebbero esserci due idee fondamentali: chi siamo noi, l’Europa. E che rapporto c’è con il resto del mondo, il mondo che si frantuma, si uccide, si aggredisce, con i suoi popoli in fuga. Juncker non ha altro da aggiungere a ciò che Barroso non ha detto e non ha neppure pensato in tutti questi anni: come mai l’Europa? Da dove viene l’Europa? Dove va l’Europa? Con chi e perché?
Ricordo spesso, in queste pagine, che solo i Radicali di Pannella, qualunque strada abbiano scelto in qualunque altra cosa, non si sono stancati mai di sventolare il Manifesto di Ventotene, quel documento italiano che ha fatto nascere frontiere aperte invece di trincee, quel sogno di unire risorse e popoli che appare più grande nella ricorrenza del massacro detto “Grande Guerra”. Li abbiamo visti tutti insieme i leader di questa Europa, riuniti intorno alla piccola aiuola che ricorda la carneficina spaventosa nella piccola città belga di Ypres. Ma neppure quella ricorrenza ha prodotto il miracolo di fare cambiare discorso.
L’Europa è nata da regolamenti, ed è rimasta ai regolamenti. Quando il nuovo Parlamento europeo si aprirà ci saranno, come protagonisti, tante piccole donne e piccoli uomini (non loro, ma i governi che rappresentano) che vedono la vita di ogni essere umano e di ogni popolo solo in numeri e decimali, niente sogni, niente attese, niente speranze, niente ideali. E si troveranno contro, con intento di opposizione, creature ancora più piccole, come in un pauroso viaggio di Gulliver, strani gnomi che, proprio nei giorni della Grande Guerra, vogliono frontiere chiuse, persone escluse, migranti affondati in mare e una meticolosa opera di smagliatura per disfare i legami e riportare a solitudine e isolamento ogni Stato che si era associato per fare quella che continuiamo a chiamare, con infondata speranza, Europa.
Peccato che nessun testimone originale del Manifesto di Ventotene (non parliamo di età ma di fede) abbia voluto o potuto candidarsi in queste elezioni. Fra gli uomini-numero del cosiddetto rigore, e i nani delle frontiere chiuse, mancano i testimoni del percorso grandioso da cui l’Europa ha deragliato, e per la quale alcuni grandi esuli e confinati avevano a lungo lavorato e testimoniato. Dunque il Parlamento della nuova Europa, che non ha visioni, non ha ideali, non ha progetti, si divide in buoni e cattivi. I “buoni” sono gli uomini-numero che si uniscono o si dividono per uno 0,3 per cento. I “cattivi” vogliono ritornare all’Europa della Grande Guerra, perché possono concepire come solo valore la frontiera, e la vogliono chiusa. Per questa ragione, quando si ferma per decidere chi dovrà essere il ministro degli Esteri (che chiamano, non per errore “alto rappresentante” affinché si senta fin dal nome che è un funzionario e non un politico) i nomi sono subito piccoli, più piccoli e irrilevanti (quelli rimasti in discussione in questo momento) della stessa modesta dimensione del nuovo presidente.
L’Italia nomina Mogherini, la gentile persona che nessuno aveva notato come ministro degli Esteri italiano, e che nessuno noterà come Rappresentante della Politica Estera europea. A ben guardare non c’è sproporzione fra Mogherini e questa Europa. Perché non c’è una politica estera europea. L’Europa vive senza politica e senza idee accanto alla Siria che è un nodo senza sosta e senza uscita di spaventosa violenza. L’Europa è a un passo da Israele e Palestina e non ha mai saputo compiere gesti anche lontanamente simili a quello di Papa Francesco.
L’Europa prende atto del rapimento di tre adolescenti israeliani e non ha una parola da dire né un gesto da compiere per quanto sia evidente la gravità e il rischio. L’Europa ha di fronte una Libia spezzata in territori e bande di guerra continua e si comporta come se non fosse acceso fuoco accanto al petrolio. Agli europei sembra bastare la sicurezza di portarsi via la parte necessaria di carburante.
Sul Mediterraneo l’Italia è allo stesso tempo colpevole e vittima. Colpevole di avere affidato per anni tutta la politica della immigrazione nelle mani di un gruppo barbaro detto la Lega Nord che, con l’odioso e dannoso strumento della legge Bossi-Fini, ha trasformato un problema serio, importante ma affrontabile con civiltà, in una serie di tragedie, naufragi, donne e bambini scomparsi in mare, respingimento di persone in fuga dalle guerre e con inviolabile diritto d’asilo. E adesso che esiste l’operazione “Mare Nostrum” (che avrebbe dovuto esistere fin dall’inizio) l’Europa non intende fare la sua parte, non accoglie, non condivide, non paga. Ma intanto esplodono guerre (almeno otto le più gravi nel mondo) e divampa in Africa la spaventosa febbre emorragica ebola che ormai contagia undici Paesi. Anche ebola è politica estera perché, senza aiuti e intervento scientifico internazionale, quei Paesi non potranno salvarsi ma ne contageranno altri. Intanto la Russia continua a premere con la sua forza contro l’Ucraina con la gentile comprensione italiana. Il Giappone decide che la cosa giusta è lasciare il pacifismo e tornare al riarmo. Ma le finestre d’Europa (niente a che vedere con Ventotene) continuano a restare murate. Dalle sue piccole feritoie l’Europa non vede il mondo e il mondo non vede l’Europa.