Sunday, August 27, 2017

NON C'È PIÙ POSTO

di Luca Billi – 26 agosto 2017

Per chi vuole costruire una nuova sinistra in Italia – e in Europa – credo che la questione dei migranti sia un tema molto difficile, eppure imprescindibile, perché le persone “normali”, quelle che la sinistra politica dovrebbe rappresentare e difendere – quelle che formano il popolo, come avremmo detto una volta con un lessico novecentesco – hanno paura. E non è razzismo, anche se ovviamente questo ha un peso, non è solo la grettezza di difendere il proprio poco, senza volerlo condividere con chi non ha niente, anche se questo atteggiamento è comprensibile in un periodo di crisi. Gli italiani – e lo stesso vale per gli europei – che vedono arrivare tante persone, giorno dopo giorno, si pongono una domanda: e dove li mettiamo? qui non c’è più posto.
Non serve essere esperti di geopolitica, basta avere in casa un mappamondo, per capire che questa domanda, nella sua disarmante semplicità, non è affatto stupida, come troppe volte qualcuno a sinistra, con molta supponenza, ha detto e pensato. L’Africa è enorme, in quel paese vive più di un miliardo di persone: e dove li mettiamo? qui non c’è più posto. Quando l’Italia – e l’Europa – hanno affrontato i propri flussi migratori interni, questa domanda non aveva la stessa drammatica evidenza: il nostro Mezzogiorno era grande, ma le regioni del nord lo erano altrettanto. Quando il mondo ha affrontato, nel secolo scorso e alla fine di quello ancora precedente, un’imponente ondata migratoria, c’erano le Americhe, in cui c’era posto per tutti, erano terre da riempire. 
Ma adesso è cambiato tutto. Qui non c’è più posto: è drammaticamente vero e da qui dobbiamo partire. Perché altrimenti hanno facile gioco quelli che sventolano le bandiere delle loro piccole patrie e dicono che bisogna sparare a tutti quelli che sono diversi da noi, fossero anche quelli del condominio di fronte. Oppure finiscono per prevalere quelli che, pur facendosi scudo dei loro buoni propositi e di tanta ipocrita compassione, dicono che sono in grado di fermare le migrazioni. E noi ci sentiamo rassicurati da queste promesse. Se non sappiamo rispondere alla domanda e dove li mettiamo?, alla fine vinceranno quelli che dicono che bisogna aiutarli a casa loro, quelli che pagano i dittatori di turno affinché lascino affondare i barconi, tengano gli “indesiderati” nelle loro prigioni, ammazzino il maggior numero possibile di disperati, lontano dalle telecamere per non impressionare le persone che guardano la televisione. Però non basta denunciare l’ipocrisia di chi in pubblico dice che i migranti sono troppi e, indossando un’altra giacca, li sfrutta, li usa per raccogliere i pomodori e le arance, li stipa nelle canoniche vuote per prendersi 35 euro al giorno, li fa diventare numeri per creare cooperative che gestiscono l’accoglienza. E poi le puttane nere sono anche più belle e costano meno delle italiane. Le persone magari possono darci ragione su questo, ma poi chiedono: e dove li mettiamo? Questa domanda non è più eludibile. 
Il problema è che affrontiamo sempre la questione dal lato sbagliato, partendo dal dato che non c’è più posto. Invece dobbiamo cominciare a dire che il posto c’è, c’è posto in Africa, c’è posto in Asia, c’è ancora posto nelle Americhe. In quei paesi ci sarebbe posto anche per noi, siamo noi e i nostri figli che dovremmo migrare in quei paesi, perché qui davvero non c’è più posto. Però, e qui sta il nodo, noi abbiamo sistematicamente distrutto quei luoghi – e li distruggiamo ogni giorno – li abbiamo resi inospitali, li abbiamo desertificati, li abbiamo privati di ogni risorsa naturale, li abbiamo sistematicamente distrutti. 
Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant; hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. E’ la frase che Tacito fa dire al generale calèdone Calgaco per incitare i suoi soldati a combattere contro i romani.
Il capitalismo ha creato il deserto in Africa e, pur avendo il pudore di non chiamarlo pace, lo definisce sviluppo. Perché anche noi del popolo in qualche modo godiamo di questo sviluppo e del fatto che miliardi di persone nel mondo sono sfruttate e che le loro terre vengono distrutte. Se tutti noi possiamo andare in giro con le nostre auto, telefonarci di continuo con i nostri smartphone, indossare le nostre magliette all’ultima moda, lo dobbiamo anche al fatto che da qualche parte del mondo un’enorme diga produce a basso costo l’energia elettrica che serve alle nostre industrie, dopo aver distrutto migliaia e migliaia di chilometri di terreno coltivabile, che da una miniera in qualche altra parte del mondo vengono estratti metalli, inquinando le falde e rendendo inutilizzabili i campi intorno, che in un’altra parte ancora c’è una grande fabbrica che getta nei fiumi inquinanti chimici, rende irrespirabile l’aria per gli uomini e gli animali, che i nostri rifiuti vengono scaricati in terre molto lontane da dove vengono prodotti. Pensate se qualcuno venisse in Italia e facesse quello che noi facciamo in Africa: noi saremmo costretti a scappare, perché nessuno vuole vivere dove non c’è acqua, dove la terra è piena di veleni, nessuno vuole vivere in una discarica. Noi in quelle terre abbiamo creato il deserto, abbiamo fatto in modo che non ci fosse più posto. Di fronte a un fenomeno drammatico come queste migrazioni, anche quando siamo consapevoli del dramma che vivono quei popoli, non possiamo dire loro: venite qui che c’è posto. E’ una menzogna e se ne accorgono loro per primi quando arrivano qui e rimangono confinati nelle brutte e sporche periferie delle nostre città, ai margini di una società che già espelle i propri elementi più poveri. Possiamo stringerci un po’, occupare un po’ meno posto, stare un po’ più scomodi, ma c’è un limite fisico a questa accoglienza caritatevole, anche quando è animata dalle migliori intenzioni. E comunque questa forma di accoglienza è destinata a creare conflitto, ad acuire differenze che innegabilmente ci sono. Occorre invece spiegargli che qui non c’è più posto e che anzi siamo noi che dovremmo andare ad abitare in quelle terre, farle di nuovo vivere, coltivarle, renderle abitabili come erano un tempo. 
Ma bisogna che prima di tutto noi diventiamo consapevoli che siamo arrivati al limite, che questo modello di sviluppo, che ci sembra così desiderabile, che ci sembra perfetto, sta distruggendo la nostra terra e alla lunga ucciderà noi e i nostri figli. Bisogna che capiamo noi per primi – in modo da spiegarlo anche a loro – che un sistema in cui pochissimi hanno la stragrande maggioranza delle ricchezze – in gran parte rubate a loro – e moltissimi hanno sempre meno non è giusto e che insieme, noi e loro, dobbiamo abbatterlo. C’è abbastanza posto per tutti: è venuto il momento che ce lo prendiamo. In qualunque modo.

Saturday, August 26, 2017

EUROPA E SOVRANITA'

Occorre riprenderci la nostra sovranità a cominciare da quella ed applicare la nostra Costituzione. Molti autorevoli economisti ci avevano avvisato che l'euro ed i Trattati avrebbero distrutto la nostra economia e devastato lo stato sociale. E non per cattiveria, ma per la natura stessa del sistema che si andava a costruire con i Trattati. Significativo è il fatto che la Svezia, il Paese più socialista d' Europa, abbia deciso con un referendum di rimanere fuori dall'euro, mantenendo così la propria sovranità monetaria. 
La questione dell'euro e dei Trattati europei non è (solo) economica, ma è soprattutto politica e riguarda la questione dei fini. Si tratta di decidere se vogliamo vivere in una società che si prende cura degli ultimi o piuttosto in una società che privilegia gli interessi sei primi. Perché nel primo caso questa UE non è per niente adatta, mentre nel secondo caso è perfetta, come dimostrano i rapporti di classe in essere.
Per la Sinistra mettere in discussione l'euro ed i Trattati non può essere un tabù. Tanti economisti hanno avanzato analisi chirurgiche e proposte articolate in merito all'euro e ad una complessa, ma possibile uscita dall'euro. Fassina ne parla da tanto tempo. Tanti intellettuali moderati hanno espresso pesanti critiche verso questa Europa che non è uno stato, ma mortifica la sovranità degli Stati, mentre celebra la sovranità della finanza.
 C'è una vastissima letteratura a riguardo. Leggersi i Trattati ed approfondire la materia è necessario, ma per capire di cosa sto parlando può essere utile partire da un documentario illuminate che ha circolato in questi mesi nelle sale nonostante le difficoltà di distribuzione: PIIGS. Io la penso come i politici, gli economisti e gli intellettuali che intervengono nel documentario.

L'EUROPA E GLI ULTIMI 2

Questa Europa sta agli ultimi come il lupo sta all'agnello. Perché questa Europa non è quell'ipotesi fantasiosa che ci racconta la TV, ma quello che è successo alla Grecia. Per  cui vorrei sentire i compagni schierati con gli ultimi, esprimersi anche (e soprattutto) su questa Europa tarata sul mercato e sui dogmi dell'austerity e dell'ideologia liberista; su questa Europa che non si prende affatto cura degli ultimi, ma difende gli interessi dei primi. 

Schierarsi con gli ultimi senza mai scagliarsi contro il sistema che li produce è solo moralismo sdentato, misericordia cristiana, retorica pelosa che non sposterà di un millimetro la condizione degli ultimi. Perché limitarsi a gestire i danni collaterali prodotti dal capitalismo, senza mai lottare per rimuovere le cause che producono povertà ed enormi diseguaglianze, non è stare con gli ultimi, ma il più grande tradimento nei confronti degli ultimi.

L'EUROPA E GLI ULTIMI 1

Parliamoci chiaro: non si può chiedere allo Stato di provvedere ai bisogni degli ultimi, e poi difendere i Trattati di Maastricht e di Lisbona e chiedere più Europa, un'Europa schierata a difesa del mercato e dei dogmi dell'austerity e dell'ideologia liberista. Un' Europa se ne sbatte degli ultimi, mentre impone agli Stati di tagliare il welfare e privatizzare i servizi. 
L'Europa è quello che è successo alla Grecia. Perciò a me pare moralismo sdentato quello di chiede più socialismo, ma poi sta col liberismo di questa Europa oscena. 

ECONOMIA DELLA DISPERAZIONE

Mi domando dove vive chi celebra le ong. Se gli capita di sfogliare qualche volta i giornali o di guardare per caso la TV. Le multinazionali del "soccorso umanitario" stanno tutto il giorno sulle reti nazionali a promuovere se stesse ed a battere cassa, mentre alcune  reclamizzano se stesse tramite spot pubblicitari che costano decine di migliaia di euro a passaggio televisivo: lo fa la Chiesa Cattolica, lo fanno altre Chiese e lo fanno tante associazioni "umanitarie". 
Quando il "soccorso umanitario" diventa un business, di umanitario c'è davvero ben poco. L'economia del bisogno e della disperazione è un fatto osceno, ripugnante, che dovrebbe indignare ogni persona di Sinistra. 
Come afferma il prof. Erspamer, anch'io "resto convinta che dei problemi dei popoli debbano occuparsi esclusivamente gli Stati e che la carità, se non in momenti di assoluta emergenza, sia solo un espediente per prevenire rivolte o lotte sociali che porterebbero a più profonde riforme e che potrebbero porre un freno all'oscena ineguaglianza economica e al culto del successo e dei consumi che stanno strangolando il pianeta..... I bisognosi li dobbiamo aiutare tutti, in proporzione non della nostra generosità ma del nostro reddito, e i ricchi devono essere costretti a dare la gran parte dei loro guadagni, altro che supplicarli di donarne una frazione senza dover rinunciare a nulla; ed essergli anche grati". 
La Sinistra si è messa inspiegabilmente al traino del cattolicesimo che si sa, individua le vittime e gli ultimi, ma non si scaglia mai sul sistema che li produce. Al contrario si limita a gestire i danni collaterali prodotti dal capitalismo con la cura di sempre, la carità, mentre la Sinistra dovrebbe essere contraria alla filantropia e lottare per rimuovere le cause che producono povertà e disuguaglianze. L'ologramma catto-comunista che trasforma questa oscenità in umanità, mi ha sempre fatto orrore.

SGOMBERI E LEGALITA' 3

O il principio di legalità vale sempre, oppure non vale mai. Mettiamoci d'accordo. E se vale sempre, deve valere anche per lo sgombero di Roma, al netto della cattiveria gratuita da parte di chicchessia, che non può mai essere tollerata. 
Condivido chi dice che ci vorrebbe la stessa energia nella repressione delle mafie, della grande evasione fiscale, della speculazione abusiva, della corruzione nella pubblica amministrazione e potrei continuare fino a domattina con l'elenco delle illegalità che lo Stato dovrebbe reprimere e che invece protegge. Il punto è che si tratta di scelte politiche, non neutre, ma di parte, che non si cambiano con la giustizia fai da te, ma solo andando al comando. 
Purtroppo difendendo l'illegalità ed il caos, la sinistra perde solo credibilità agli occhi del ceto che dovrebbe votarla.

SGOMBERI E LEGALITA ' 2

Quando sento indignarsi per gli sgomberi, penso sempre a come reagirei io, se al rientro da una breve vacanza, trovassi la mia casa occupata da qualcun'altro, la serratura della porta cambiata ed io defenestrata da casa mia, che è poi quello che spesso accade nei casermoni popolari, posti lontanissimi dai quartieri dove vivono le persone che scrivono su questa bacheca. Io credo che trovandomi in quella terribile situazione vorrei solo che un poliziotto cattivo desse due schiaffoni come si deve agli abusivi e mi restuisse casa mia. 
Le persone che hanno difficoltà a comprare una casa o a pagare un affitto, sono tantissime, io lavoro in comune e lo so bene, ma per fortuna la maggior parte di loro sono brave persone che non ci pensano nemmeno ad infrangere la legge, fanno enormi sacrifici e chiedono aiuto allo Stato. 
Ecco: per me essere di Sinistra significa costruire uno Stato che toglie a chi ha di più per dare a chi a di meno e non giustificare la giustizia fai da te, la guerra tra i poveri cioè tra i coglioni che si mettono in fila sulla base dei regolamenti e quelli che se ne sbattono e si fanno largo coi cazzotti. 
Non ho mai capito perché Legge e Ordine siano diventati slogan di destra, quando le prime vittime del l'illegalità sono i ceti popolari.

SGOMBERI E LEGALITA' 1

Però sul principio di legalità mettiamoci d'accordo. Non si più rivendicare lo stato di diritto a giorni alterni o solo per Berlusconi. Se è inaccettabile affermare che evadere le tasse è moralmente giustificato, allora è inaccettabile anche parlare di "abusivismo di necessità " ed anche difendere le occupazioni abusive delle case. 
Il rispetto della legge è un valore che va difeso sempre e comunque, oppure ognuno sarà legittimato a disattendere le norme secondo il proprio tornaconto e va da sè che una volta saltato lo Stato di diritto, entrerà in vigore la legge del più forte. 
Penso che difendere il rispetto delle leggi vada nella direzione del bene comune, o meglio, dell'interesse dei più e sia pertanto opportuno. Certo, fa incazzare vedere manganellare solo gli occupanti di immobili, mentre per gli abusivi edilizi e gli evasori fiscali, mai neanche un calcio nel culo.

ISLAM, ILLUMINISMO E IUS SOLI

"Tanta parte del pensiero politico e culturale dominante, per influenza della sinistra e del cattolicesimo, corre in soccorso del grande alibi: la religione non c’entra, l’Islam è religione di pace. Non leggono i documenti dell’Isis, non hanno letto il Corano, dell’Islam conoscono a malapena il Cairo, Sharm El Sheick e le Maldive. Il problema dell’Islam – ed è un problema che riguarda anche milioni di musulmani non violenti- sta alla radice: una religione totalizzante, che non prevede separazione tra Stato e Chiesa, suprematista –gli altri sono infedeli, ancorchè figli del Libro – e prima o poi si convertiranno, ostile ai diritti delle donne, dei minori, alle libertà individuali, comprese quelle sessuali e quella di non credere ad alcun Dio". 
È servito molto tempo affinché qui in Europa avvenisse, dopo l'illuminismo, il processo di secolarizzazione e di separazione tra stato e chiesa. Proprio per questo, non sono disposta a ripiombare nel medioevo e a concedere il diritto di voto a chi non si è mai secolarizzato e non comprende il concetto di stato di diritto, ma pensa sia giusto disattendere le norme poste da uno Stato se queste contrastano con le leggi di allah. 
Per i musulmani, la parola di dio prevale su quella di qualunque autorità statale. Punto. Per questo sono contraria allo ius soli: perché non si cancellano secoli di cultura con un pezzo di carta, mentre è un fatto che il diritto di voto sospinge la fede religiosa ben oltre la sfera privata ed è un bel problema se chi vota è guidato dalla mano di un dio che parla con la voce di predicatori che applicano alla lettera il Corano. Una volta diventati cittadini sarà impossibile chiedere ai musulmani di rinunciare ai diritti di gruppo, e quello che per noi europei è considerato inaccettabile, verrà rivendicato come un diritto sacrosanto.
Non dico che la nostra cultura occidentale sia migliore e men che meno che il cristianesimo abbia dato prova di minore integralismo religioso giacché negli USA, per esempio, il calvinismo che dilaga nell'America profonda, sta allevando in seno agli Stati Uniti almeno 50 milioni di integralisti cristiani, bianchi che non credono alla teoria dell'evoluzione, tifano per il Ku Klus Klan e votano per Trump (e per fortuna non sono iscritti tutti nelle liste elettorali, altrimenti i democratici non vincerebbero mai). Dico solo che qui in Europa abbiamo già dato con il Medioevo, l'inquisizione ed il potere temporale della Chiesa e che la religione priva di quell'opera di bonifica fatta dall'illuminismo, dalla filosofia politica contemporanea e dal Concilio Vaticano II è oscurantismo medievale ed io non sono disposta a rinunciare ai miei diritti (come persona e come donna) per amalgamare la nostra cultura secolarizzata e laica con quella islamica secondo il principio dei vasi comunicanti.

CALMA E GESSETTI

di Toni Capuozzo

Nelle tragedie collettive, ho sempre cercato piccoli dettagli, brandelli di vite che spiegano qualcosa. Mi hanno colpito, attorno a Barcellona, le parole della sorella di Luca Russo. Prima ha chiesto aiuto per riportarne il corpo a casa, come chi non avrebbe mai pensato di trovarsi in una situazione simile, e non poteva sapere che è un obbligo delle autorità consolari provvedervi. Poi ha detto qualcosa di molto più consapevole, e lacerante. “Non diventi un numero tra i tanti”. Già: qualche volta viene ricordata Valeria Solesin, ma chi ricorda i nomi delle vittime del Bardo, o quelli di tanti italiani uccisi dal terrore, l’11 settembre al World Trade center, o sul mar Rosso, in una discoteca di Bali, in un mercatino natalizio a Berlino, in una strada di Bruxelles ? In questo forse la sorella di Luca sbaglia: non c’è neppure un numero in cui confondersi. Semplicemente, lasciamo la memoria dei morti ai loro famigliari, ai loro amici, a piccole comunità con un posto vuoto, per sempre. E abbiamo un modello di quieta assuefazione, che comprende i racconti giornalistici, le dichiarazioni dei politici, le spiegazioni quasi sempre politicamente corrette degli esperti. Fino a che l’onda emotiva dei fiori, del rifiuto della paura e dell’odio, del siamo tutti barcellonesi si spegne, e ci ricomponiamo. Quasi come se nulla fosse. Fino alla volta successiva. Mi hanno colpito le parole del rabbino di Barcellona, l’invito agli ebrei catalani di abbandonare questa Europa, di andarsene in Israele. L’aliyah, il ritorno degli ebrei in Israele, è una costante della tradizione religiosa, che a metà del secolo scorso si è fatta,anche, esigenza demografica. Non è così oggi, e le parole del rabbino sembrano ispirate piuttosto al pessimismo sul futuro europeo e alle preoccupazioni per la sicurezza. Le ho prese sul serio, proprio per il loro effetto paradossale: consigli di cercare sicurezza in Israele, un paese segnato dagli attentati, minacciato dai vicini ? Le ho prese sul serio perché penso che gli ebrei abbiano, per retaggio secolare, antenne particolarmente sensibili, pronte a fiutare il pericolo dell’odio. Ancora una volta, dopo Barcellona, è un coro quasi unanime: non abbiamo paura, no ai muri, sì all’accoglienza, sì all’integrazione, ius soli e pace. E’ per me abbastanza ovvio che se ti attaccano perché sei così, devi riaffermare quello che sei: la tua natura aperta, democratica, e il rifiuto di ogni razzismo. E’ altrettanto ovvio che il razzismo, la diffidenza, i sospetti vengono alimentati dall’insicurezza, dall’imperturbabilità di una cultura dominante che ci vorrebbe convincere che niente è successo. Non sto parlando della destra che ha manifestato a Barcellona (in quel caso è piuttosto curioso che in nome di una bandiera identitaria, la destra estrema si schieri contro un Islam, che con il suo comunitarismo, il suo rifiuto della lotta di classe, la sua cultura machista e valoriale, con il suo culto della morte, è molto vicino al fascismo, come ci ricorda la storia delle brigate naziste islamiche, o le frequentazioni del gran muftì di Gerusalemme o la mussoliniana spada dell’islam). No, sto parlando della gente comune. Come immaginate reagisca quando il premier Gentiloni, all’indomani di un attentato compiuto da giovani spesso nati in Europa, rivendica ancora lo jus soli ? Nel migliore dei casi conclude che non è l’anagrafe a fare di te un cittadino. Nel peggiore, viene spinta da tanta improntitudine, da tale idealismo immune dalla realtà, a provare qualcosa che incomincia a somigliare al razzismo: un senso di impotente solitudine. Forse il rabbino di Barcellona non è così paradossale. 
Mi hanno colpito le immagini delle madri musulmane di Ripoll. Donne sovrappeso, affrante e avvolte dal velo. Sorprese da quello che i figli hanno fatto, addolorate. Ma l’imam della loro moschea forse era la mente della cellula, forse è morto nel maldestro laboratorio di esplosivi, forse ha mandato gli altri a morire ed è scappato. Mi sembravano le madri di una cronaca di stupri: mio figlio non può averlo fatto, era un bravo ragazzo. Mai che si chiedano: dove abbiamo sbagliato, cosa c’è che non va nella nostra storia, dove nasce tutto questo ? E’ la domanda che viene schivata da tanti musulmani perbene, ciò che è umanamente comprensibile, ma non aiuta. Non lo dico io, l’ha detto in queste ore un predicatore siriano, ostile sia ad Assad che al califfo, Muhammad Al Yacoubi. “Quel che è successo a Barcellona dimostra che noi musulmani non abbiamo fatto abbastanza per contrastare l’ideologia estremista nelle nostre comunità….è frustrante per me quando qualche musulmano dice che questo non ha nulla a che vedere con l’islam. No, ce l’ha. L’Isis è nato in mezzo a noi, è un nostro problema e dobbiamo affrontarlo”. 
Tanta parte del pensiero politico e culturale dominante, per influenza della sinistra e del cattolicesimo, corre in soccorso del grande alibi: la religione non c’entra, l’Islam è religione di pace. Non leggono i documenti dell’Isis, non hanno letto il Corano, dell’Islam conoscono a malapena il Cairo, Sharm El Sheick e le Maldive. Il problema dell’Islam – ed è un problema che riguarda anche milioni di musulmani non violenti- sta alla radice: una religione totalizzante, che non prevede separazione tra Stato e Chiesa, suprematista –gli altri sono infedeli, ancorchè figli del Libro – e prima o poi si convertiranno, ostile ai diritti delle donne, dei minori, alle libertà individuali, comprese quelle sessuali e quella di non credere ad alcun Dio. Se a sinistra la sottovalutazione viene, oltre che dalla non conoscenza della realtà sul terreno, dall’ottimistica convinzione che la Ragione, la Democrazia, la Tolleranza non possano non essere valori universali, nel mondo cattolico la cosa è più complessa: c’è anche una sorta di invidia per la fede che arde nelle moschee, per la devozione che non ha bisogno – o forse proprio di questo si alimenta – di nessun prete, di nessuna Chiesa, e la disarmante convinzione che in fondo preghiamo tutti lo stesso Dio, e che non ci può essere una religione che produce odio (quanto ad abuso di Dio basterebbe ricordare il Gott mit Uns nazista). Insieme, tutto questo produce una specie di pensiero debole da Alice nel paese delle meraviglie, una beneaugurante visione del mondo dove siamo tutti uguali, un girotondo da canzonette (“I gessetti di Barcellona sono la dimostrazione che la solidarietà è la chiave contro il terrorismo” Huffington Post). 
Aiuta, tutto ciò l’ Islam a fare i conti con se stesso ? No, gli fornisce alibi, sconti, trascura le profonde differenze tra islam e Islam (sono musulmani anche i curdi, le donne curde che combattono lo Stato Islamico), fa di tutte le erbe un fascio. E spesso va a cercare nella minigonna la colpa della stuprata: gli errori dell’Occidente. Che ne ha commessi a vagonate, per prepotenza e per insipienza, dalla Libia alla Siria, dall’ Iraq all’Afghanistan, ma non può essere, da solo, la spiegazione del sorgere del fondamentalismo islamico. Che ha una sua orrenda dignità autoctona (sarebbe comodo se fosse figlio dei mercanti d’arme, o del petrolio, o dell’America o di Israele), una sua storia interna all’Islam, e alle sue crisi identitarie. Siamo così occidentalcentrici da non riuscire a “rispettare” il nemico per sconfiggerlo meglio. Di questo nostro essere concentrati su noi stessi è rivelatoria la doppia morale sulle foto del bambino siriano morto sulla spiaggia e il bambino morto sulle Ramblas. Un’icona la prima, perché denunciava la nostra indifferenza. Un pudico oscuramento per la seconda, di cui non avevamo colpa. Certo, in nome della famiglia, e del rispetto per il telespettatore e prima ancora per quel bambino: non valevano queste prudenze, per un bimbo siriano ? 
Mi hanno colpito, lontano da Barcellona, due dettagli. La prima è la fotografia della ricercatrice italiana ferita a Turku, in Finlandia. La ritrae, tempo fa, durante una manifestazione contro l’espulsione degli afghani. E’ stata accoltellata da un diciottenne marocchino. Nessuno, nella folla, è al riparo. Due giovani italiani vennero uccisi nella Città Vecchia di Gerusalemme e a Gaza, uno nell’Intifada dei coltelli, l’altro perché sospettato di essere una spia: erano entrambi ampiamente solidali con i palestinesi. Non ho alcun dubbio sulla bontà di quella giovane donna, e sulla nobiltà dei sentimenti che la spinsero a manifestare, anche se trovo legittima la decisione della Finlandia di non concedere asilo agli afghani, ai pakistani e a qualche altra nazionalità. Ma il fatto che sia toccato a lei è un’altra dimostrazione di un dialogo tra sordi, di un pensiero beneaugurante da una parte e di un sentimento aggressivo dall’altra. L’altro dettaglio è ancora più lontano. Surgut, Siberia, 8 passanti feriti in punta di coltello. Nonostante la rivendicazione dell’Isis (nei talk show, a proposito, i politicamente corretti lo chiamano Daesh – tipo un detersivo – oppure il “sedicente Stato Islamico”, come a dire che non è Islam o che non è Stato) e nonostante il fatto che il terrorista fosse figlio di un fondamentalista del Dagestan conosciuto alla polizia, gli inquirenti, molto all’europea, stanno “valutando se avesse dei problemi psicologici”. Tutto il mondo è paese, ma non abbastanza da farci dire che siamo tutti siberiani.

Sunday, August 13, 2017

SINISTRA E CATTOLICI 2

Il cattolicesimo individua le vittime e gli ultimi, ma non si scaglia mai sul sistema che li produce. Il cattolicesimo si limita a gestire i danni collaterali prodotti dal capitalismo, la sua cura alla sofferenza è sempre la stessa da 2000 anni: la carità. Al contrario del comunismo che lotta per rimuovere le cause che producono povertà e diseguaglianze.  
Ora che il freddo recinto della lotta di classe si è chiuso e la misericordia è diventata un valore rivoluzionario, un punto di vista morale sui viventi, l'anima della sinistra del nuovo millennio, capisco che dentro gli scatoloni di chi fu comunista non c'era granché, non c'era un pensiero profondo e radicato nell'anima, ma un'idea vacua e contingente, che si è dissolta non appena il muro crollato. 
Abbandonare il pensiero marxista, per seguire le predicazioni dei preti è il più grande errore che la sinistra possa fare.

SINISTRA E CATTOLICI 1

Il problema della Sinistra è che non ha più una proposta di società alternativa al modello capitalista e vaga nel buio al traino della morale della Chiesa.
Seppellita la propria cultura politica, gli ex comunisti hanno sposato l'ideologia liberista ed oggi sono ancora lì a proporre le ricette dell'Ulivo, quel liberismo in salsa socialista (la c.d. Terza Via ) che nei fatti è stata un totale fallimento: non basta ridurre gli effetti più preoccupanti del capitalismo riconosciuto come unico modello possibile, serve un’alternativa. 
A proporla sono Montanari-Falcone, ma lo fanno ispirandosi più al Vangelo che a Marx: se il Papa diventa il Gramsci della situazione e il Vangelo diventa il manifesto politico della Sinistra, i limiti culturali di questa "rivoluzione" sono evidenti. Non può una teologia, per quanto progressista e radicale, sostituire una filosofia politica: serve un paradigma culturale che affronti in modo razionale una proposta di società alternativa. 
Il cattolicesimo vaga tra le categorie dello spirito, il Vangelo non basta, serve una filosofia, un pensiero logico e razionale che analizzi il capitalismo 4.0 e proponga un modello alternativo secondo un paradigma culturale che faccia da contraltare a Gesù e al pensiero unico nel terzo millennio. Questo pensiero non c'è. E non c'è nemmeno la sinistra ( se non a livello molecolare o di  atomo).

LA PAURA DEL PROLETARIATO E L'ARROGANZA DEI BORGHESI

Non c'è nulla di più stonato della persona istruita e benestante che si permette di giudicare le angosce plebee. Non c'è errore più grande del razzismo degli anti razzisti: è inconcepibile che non si possa parlare della paura delle classi popolari senza passare per razzisti. 
C'è una borghesia benestante e istruita che vive lontano dai quartieri popolari; che non ha gli immigrati come vicini di pianerottolo e men che meno come colleghi di lavoro; che li vede come camerieri, operai, badanti, persone delle pulizie, ma non li frequenta nel proprio tempo libero, non ci esce a cena, non ci va in vacanza, però si permette di spiegare a chi ci vive quotidianamente accanto, come sia ineluttabile e desiderabile l'immigrazione. 
Non credo che il proletario che si vede negare un lavoro in un cantiere edile, perché hanno già assunto (più o meno in nero) operai indiani che si accontentano di un terzo del suo salario, possa essere interessati a certi ragionamenti sulla paura. O che possa esserne interessato chi si vede preceduto nell'assegnazione di una casa popolare o di un contributo comunale, dalla famiglia del Marocco. 
È vero che la Sinistra non può e non deve seguire passivamente gli umori del popolo, ma è anche vero che non sarà mai maggioranza se non sarà capace di mettersi nei panni del suo potenziale ceto sociale di riferimento. 
Le paure del proletariato sono fondate, non nascono solo da rozza ignoranza, pregiudizi, egoismo e razzismo: quel poco di welfare che è rimasto, ora va conteso con i nuovi arrivati, magari dopo avere atteso una casa popolare per tutta la vita. 
La differenza di prospettiva tra chi vive al Parioli e chi vive a Testaccio, è enorme. Gli intellettuali di sinistra sono ciechi e sordi. Fanno bellissimi discorsi astratti sulla paura, ma non sanno nulla di come si vive nelle riserve popolari e non ci provano nemmeno a comprendere le "inquietudini migratorie" che vi regnano. Però giudicano. Giudicano e disprezzano le borgate impaurite senza mettersi nei panni di chi ci vive, anche se si poi si candidano a rappresentarle. Come ho letto da qualche parte a commento di un post: "La sinistra italiana ha una discreta vocazione al suicidio a cui associa uno spiccato disprezzo per il popolo (e dunque per i propri potenziali elettori), soprattutto quando quel popolo si ostina a non voler capire i meravigliosi ideali degli intellettuali che si candidano a guidarlo. Guidarlo senza mai mischiarsi, naturalmente".

L' ASSISTENZA NON È CARITÀ

Di Francesco Erspamer

Non ho niente contro Medici senza frontiere. Ma non ho niente neanche a favore. Sono una multinazionale privata e a me non piacciono le multinazionali (sono contro la globalizzazione) e non mi piacciono le grandi imprese private (sono un socialista). Per motivi analoghi da giovane guardavo con sospetto alla Caritas e all'Opus Dei, per non parlare dell'Esercito della salvezza; e non ho cambiato idea. Resto convinto che dei problemi dei popoli debbano occuparsi esclusivamente gli Stati e che la carità, se non in momenti di assoluta emergenza, sia solo un espediente per prevenire rivolte o lotte sociali che porterebbero a più profonde riforme e che potrebbero porre un freno all'oscena ineguaglianza economica e al culto del successo e dei consumi che stanno strangolando il pianeta. 
Mi rendo conto che in questo periodo storico il liberismo trionfante sta intenzionalmente rendendo inefficienti i servizi pubblici e che la conseguenza, voluta, è che le ONG stanno diventando indispensabili per la sopravvivenza o il benessere di centinaia di milioni di persone. I ricchi rubano e distruggono tutto per alimentare il loro lusso sfrenato e la loro volontà di potere assoluto, poi regalano magnanimamente le briciole e guai a criticarli se no (vogliono convincerci) non ci danno neanche quelle. È un bluff ma non so se la gente è pronta ad andarlo a vedere. Per cui mi aspetto che le ONG diventino sempre più importanti, e parallelamente crescano la rassegnazione, il qualunquismo e le passioni di nicchia. Lo stesso non rinuncio a oppormi a questo sistema nella sua interezza, in modo che ci si faccia trovare pronti quando l'occasione si presenterà (e si presenterà: di crisi ce ne sono periodicamente e le prossime saranno catastrofiche). Diffido, in altre parole, di chi al posto della lotta di classe (che può includere forme di solidarietà politicizzata, come erano i sindacati) promuove la carità di classe. 
Chi ha bisogno di Medici senza frontiere è giusto che ne approfitti, certo non mi opporrei. Ma una cosa ben diversa è esserne contento, sostenere queste organizzazioni, santificarle. I bisognosi li dobbiamo aiutare tutti, in proporzione non della nostra generosità ma del nostro reddito, e i ricchi devono essere costretti a dare la gran parte dei loro guadagni, altro che supplicarli di donarne una frazione senza dover rinunciare a nulla; ed essergli anche grati.

Wednesday, August 09, 2017

LA RICETTA PER PRIVATIZZARE

"Questa è la strategia standard per privatizzare : tagli i fondi, ti assicuri che le cose non funzionino, la gente si arrabbia e tu le consegni al capitale privato". 

Noam Chomsky

PISAPIA, MONTANARI E QUELL'IDEA DI SINISTRA CHE NON.C'È

Il problema della Sinistra è che non ha una proposta di società alternativa al modello capitalista. La politica si fa sui contenuti e non mi pare vi siano assolutamente i presupposti per una proposta politica di Sinistra. 
Bersani, Speranza e dintorni stanno con Pisapia, perché sono per dare continuità al sistema capitalista secondo le vecchie ricette dell'Ulivo ossia ri-proponendo un liberismo in salsa socialista (la c.d. Terza Via ) che nei fatti è stata un totale fallimento: non basta ridurre gli effetti più preoccupanti del capitalismo riconosciuto come unico modello possibile, serve un’alternativa. 
Il progetto di Montanari-Falcone è più radicale, perchépropone di superare il sistema liberista, ma lo fa ispirandosi più al Vangelo che a Marx: se il Papa diventa il Gramsci della situazione e il Vangelo diventa il manifesto politico della Sinistra, i limiti culturali di questa "rivoluzione" sono evidenti. Non può una teologia, per quanto progressista, sostituire una filosofia politica: serve un paradigma culturale che affronti in modo analitico e razionale un discorso sui fini. 
Sento parlare principalmente di persone e di alleanze, ma il problema vero è di ordine filosofico e riguarda la questione dei fini: a sinistra serve un discorso sui fini. La politica è definizione dei fini, la scelta dei mezzi è una subordinata: qual 'è il fine della Sinistra? Che tipo di società propone? 
Non serve un "unificatore", ma un pensatore, un filosofo, un nuovo Marx che analizzi il capitalismo 4.0 e proponga un modello alternativo secondo un paradigma culturale che faccia da contraltare al pensiero unico nel terzo millennio. Questo pensatore non c'è. È questo il punto.

ECONOMIA DELLA DISPERAZIONE

Quando il soccorso umanitario, l'intervento sociale ed in generale il welfare diventano un business, di umanitario c'è davvero ben poco.
L'economia del bisogno e della disperazione è un fatto osceno, ripugnante. 
C'è un mondo melmoso e opaco in cui girano un pacco di soldi che vive e prospera del bisogno altrui: un business mascherato da "volontariato"che drena risorse pubbliche, si nutre di clientele e  genera potere.  Molto potere. 
L'ologramma catto-comunista che trasforma questa oscenità in umanità, mi ha sempre fatto orrore.

CAPITALISMO E IMMIGRAZIONE

1) Le multinazionali depredano il Terzo Mondo;
 2) I popoli del Terzo Mondo scappano in Europa;
3 ) I costi sociali di questa migrazione (lavoro, case popolari, contributi sociali, welfare) si scaricano totalmente sulle classi più deboli della popolazione: è di sinistra accettare tutto questo?
Combattere il capitalismo è di sinistra e non considerare l'immigrazione un fenomeno immanente, da assecondare, una forma di risarcimento compensativo a spese dei poveri per il male procurato dalle multinazionali nel Terzo Mondo. Come se non ci fosse altro da fare; come se non esistesse alternativa all'idea di milioni di individui che fuggono dalle predazioni per arrivare in Europa col cartellino del prezzo e la casa sulla schiena per inseguire un lavoro pagato due euro e senza diritti che si sposta in funzione degli interessi del capitale: tutto questo è di Sinistra?

LA SCUOLA PER MANDELA

Nelson Mandela diceva che l’istruzione è l’arma più potente che si possa utilizzare per cambiare il mondo. Per questo il peggiore nemico del potere è la conoscenza: il potere si nutre di stupidità umana, la capacità critica e di pensiero delle masse è un terribile pericolo, un fatto eversivo, da contrastare senza se e senza ma. 
Mi fa orrore chi dice di amare la scuola, ma poi chiede ai bambini che lavoro vogliono fare da grandi: chi ama i bambini, non pensa che la scuola debba servire per trovare un lavoro, ma come Mandela, crede che l'istruzione debba servire per rendere gli uomini liberi, consapevoli, capaci di capire le regole del gioco e di non accettarle; di fare domande scomode e di passare con i cingoli sopra il Risiko del potere servendosi della logica e della propria ragione. 
Chi ama i bambini, crede nel valore rivoluzionario dello studio e non nell'inganno immorale del successo formativo garantito nel più breve tempo possibile. 
Chi ama la scuola non pensa che debba essere al servizio dell'economia, ma dell'uomo. 
La conoscenza (non la competenza) libera l'uomo dalla sottomissione culturale, perché rende capaci di pensare con la propria testa. Per questo da 30 anni sono state attivate tutte le manovre necessarie per distruggere quel sistema scolastico che infondeva conoscenza e cultura umanistica anche ai figli degli operai.
Dopo le elementari e le medie, ora tocca ai licei sottoporsi alla "cura" che li porterà a diventare una specie di centri di formazione a bassa intensità intellettuale così come richiede il mercato del lavoro.

MONTANARI E LA DEBOLEZZA DELLA SUA PROPOSTA POLITICA

Condivido l'analisi sul centro-sinistra e sul PD che fa Montanari, ma non comprendo la sua proposta politica: non credo che il proletario che si vede negare un lavoro in un cantiere edile, perché hanno già assunto (più o meno in nero) operai indiani che si accontentano di un terzo del suo salario, possa essere interessato al suo ragionamento. 
È vero che la Sinistra non può e non deve seguire passivamente gli umori del popolo, ma è anche vero che non sarà mai maggioranza se non sarà capace di mettersi nei panni del suo potenziale ceto sociale di riferimento. 
Le paure del proletariato sono fondate, non nascono solo da rozza ignoranza, pregiudizi, egoismo e razzismo, vanno considerate. La differenza di prospettiva tra chi è professore universitario e chi è operaio, muratore, commesso, cameriere, piccolo bottegaio è enorme. 
Gli intellettuali di sinistra sono ciechi e sordi. Fanno bellissimi discorsi, ma non sanno nulla di come si vive nelle riserve popolari e non ci provano nemmeno a cogliere le inquietudini che vi regnano. Però giudicano. Giudicano e disprezzano le borgate senza mettersi nei panni di chi ci vive, anche se si poi si candidano a rappresentarle. 
Come ho letto da qualche parte a commento di un post: "La sinistra italiana ha una discreta vocazione al suicidio a cui associa uno spiccato disprezzo per il popolo (e dunque per i propri potenziali elettori), soprattutto quando quel popolo si ostina a non voler capire i meravigliosi ideali degli intellettuali che si candidano a guidarlo. Guidarlo senza mai mischiarsi, naturalmente".

IL RICATTO DEI TRAFFICANTI DI ESSERI UMANI

I trafficanti di esseri umani, quelli che guadagnano sulla pelle dell' "altro", basano il loro business su un ignobile ricatto: o li venite a salvare oppure li facciamo morire sotto i vostri occhi. È umano assecondare questo orribile sistema? 
Che l'"altro" sia ridotto alla fame prima; a merce durante; a schiavo dopo: è umano?
Io non ho ancora sentito e letto una parola, una che sia una, sugli orrori del capitalismo predatorio. 
La Sinistra lotta contro il capitalismo predatorio; contro un sistema che produce predazioni ignobili, bisogni primari ed enormi diseguaglianze. La Sinistra è per l"economia socialista, non sostiene l'economia del bisogno e della disperazione. La Sinistra è per un welfare statale, non sostiene la beneficenza.
C'è un mondo melmoso e opaco in cui girano un pacco di soldi che vive e prospera del bisogno altrui: un business che per molti è un lavoro mascherato da "volontariato" che drena risorse pubbliche, si nutre di clientele e genera potere: cos'è accaduto alla Sinistra ed in special modo a quelli che hanno letto Marx per difendere questo orrore? 
Come ho letto da qualche parte come commento ad un post, "la sinistra italiana ha una discreta vocazione al suicidio a cui associa uno spiccato disprezzo per il popolo (e dunque per i propri potenziali elettori), soprattutto quando quel popolo si ostina a non voler capire i meravigliosi ideali degli intellettuali che si candidano a guidarlo. Guidarlo senza mai mischiarsi. Naturalmente.".

AIUTARLI A CASA LORO

Di Francesco Erspamer

La proposta di "aiutarli a casa loro" è una tipica strategia liberista; ovvio che piaccia anche a Renzi e al Pd. In sostanza significa che gli Stati, ossia i lavoratori e i contribuenti, dovrebbero restituire ai paesi depredati dalle multinazionali una frazione di quello che gli è stato rubato purché le multinazionali stesse (che per di più di tasse ne pagano pochissime) possano continuare indisturbate a depredarli. Tipico, come ho detto: i privati si arricchiscono e le istituzioni pubbliche rimediano. 
Non che la proposta opposta (chissà perché cara alla sinistra radicale invece che ai soli cattolici praticanti), di accogliere migliaia e potenzialmente milioni di clandestini provenienti da quei paesi, sia molto diversa. Perché di nuovo scarica disagi e costi sociali sugli Stati e sui cittadini ordinari mentre in cambio dà di fatto licenza alle multinazionali di continuare a fare indisturbate i loro comodi, creando le condizioni per altre sofferenze e migrazioni (con l'ulteriore vantaggio di poter usare i nuovi arrivati in Europa per indebolire i lavoratori locali e smantellare i sindacati).  
E allora? La soluzione è una sola: aiutarsi ciascuno a casa sua. In altre parole, porre fine alla libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone, impedendo per prima cosa alle corporation occidentali di sfruttare l'Africa con la scusa della crescita. Tanto è una menzogna: il pianeta non sarebbe assolutamente in grado di sostenere un Terzo Mondo sviluppato come l'Occidente; non ci sono risorse sufficienti. La fine della globalizzazione comporterebbe, certo, una decrescita in Europa e negli Stati Uniti: ci costringerebbe cioè a fare affidamento sulle nostre forze e finalmente a distribuire meglio la grande ricchezza che già abbiamo e a diminuire sprechi e inutili consumi. 
Utopia? Così la chiamano i liberisti, gli stessi che considerano un destino manifesto le migrazioni di massa, l'esplosione demografica, il cambiamento climatico, la fine della democrazia, l'ineguaglianza economica, la concorrenza all'ultimo sangue, il tramonto delle culture. Tutto inevitabile e dunque da accettare passivamente. Io la chiamerei piuttosto una scelta, una scelta difficile ma meno di quanto fosse quella dei lavoratori di un secolo fa, di scioperare, lottare, rischiare davvero la fame e la vita per provare a creare una società più equa e giusta; e ogni tanto scatenare una rivoluzione. 
In ogni caso chi crede che la tecnologia da sola risolverà tutti i problemi e che la meritocrazia consentirà di dare ai migliori sottraendo ai peggiori, ha già partiti e movimenti per cui votare: quelli di destra. Servono partiti e movimenti che diano voce agli altri, a chi vuole che nessuno abbia troppo (nemmeno se meritevole) in modo che tutti abbiano abbastanza, incluse le future generazioni.