Sunday, July 19, 2015
La questione di una borghesia italiana che non è si è mai culturalmente evoluta si scarica inevitabilmente sul comportamento delle masse.
Perché la borghesia italiana è uno strato di mezzo di popolazione ignorante, sempre rinchiusa nel recinto di classe a difendere i propri interessi: mai uno sguardo d’insieme collettivo; mai uno slancio gratuito nei confronti del Paese; mai un esame di coscienza sulla questione morale. Radical a parole, ma egoista nei fatti è l'iconografia di un’opportunismo smisurato che può essere riassunto in questa semplice domanda: “e io che ci guadagno?”.
Pasolini scriveva che in Italia ci sta il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d'Europa. Era così ed è ancora così.
IL RAZZISMO, GLI ITALIANI. E LA SINISTRA?
di Riccardo ACHILLI
Il non stupefacente recente sondaggio che mostra come gli italiani siano i più razzisti d’Europa ha riaperto un dibattito lunghissimo sulla natura presuntamente “razzista” del nostro popolo. Dibattito che si intreccia con quello sulla natura “fascista” degli italiani, ovviamente correlando il fascismo con un substrato culturale razzista.
Il che in realtà, per il fascismo italiano delle origini, cioè prima dell’emanazione delle leggi razziali, fortemente indotta dalla Germania, non è vero. Il razzismo alla “faccetta nera” nei confronti delle popolazioni africane era un elemento comune a tutti i Paesi europei colonizzatori dell’epoca, persino quelli a democrazia liberale, ne costituiva la giustificazione ideologica, ed il fascismo delle origini non aveva una base eugenetica, a differenza del nazionalsocialismo.
Personalmente non credo ad una natura intimamente razzista o fascista degli italiani, che li differenzierebbe dagli altri popoli. Le ricostruzioni in merito (ad es. si veda il “Processo a Mussolini” di Pavolini, che addirittura chiama in causa Dante e Machiavelli per cercare di dimostrare una vena criptofascista nella cultura italiana) non sono convincenti, non sono contestualizzate, e sembrano perlopiù molto faziose. Il razzismo, inteso come paura ed odio del diverso, è un elemento patologico presente nelle strutture difensive dell’Io nevrotico di ogni uomo. Assurge ad elemento socialmente rilevante quando le condizioni materiali e di classe della società lo consentono.
Così come la nascita del fascismo in Italia fu causata principalmente da un elemento materiale, ovvero il basso livello di sviluppo della borghesia nazionale in un Paese in cui la rivoluzione industriale non si era manifestata, in condizioni di un’economia ancora prevalentemente agraria dove la classe dei piccoli proprietari agricoli era ancora molto forte, un elemento cioè di sottosviluppo economico e sociale che non consentì alle classi dirigenti del Paese di veicolare dentro meccanismi democratici le contraddizioni di classe che si palesavano con la fortissima crescita dei movimenti socialisti, comunisti ed anarchici del nascente proletariato, così anche il razzismo italiano del dopoguerra (iniziato con il razzismo del Nord nei confronti degli immigrati meridionali nella fase del boom industriale, e poi deviato progressivamente verso gli zingari, poi verso gli stranieri in generale) deriva da condizioni sociali e materiali: la natura caotica del boom industriale in un Paese che non aveva ancora cementato completamente un sentimento nazionale, l’esigenza del padronato di sfruttare e “sradicare” le nuove leve di manodopera industriale dalle radici contadine e meridionali, per integrarle dentro la nuova società industriale e metropolitana (che poi assunse anche toni grotteschi, si pensi al personaggio che ha reso famoso l’attore Diego Abatantuono, ovvero l’immigrato meridionale che cerca disperatamente di integrarsi dentro la cultura popolare milanese).
E poi, con i primi e crescenti segnali di declino economico e sociale del Paese nei primi anni Novanta, quando la fase espansiva era finita, il razzismo nei confronti del meridionale, ma anche del “negher”, scaturì da una serie di conflitti interni non risolvibili: fu una risposta alle paure crescenti della piccola borghesia settentrionale, di fronte alla progressiva perdita di competitività industriale, che in prospettiva ne minava il tenore di vita. Per cui assunse la forma leghista della devoluzione, che altro non era che un tentativo di evitare la redistribuzione delle risorse dalle regioni più dinamiche a quelle più arretrate del Mezzogiorno nell’illusione di preservare il tenore di vita delle classi piccolo-borghesi del Nord, di fronte al restringimento della torta. Fu la risposta di una destra corporativa e demagogica, ed incapace di modernizzarsi in direzione dei modelli liberali delle destre europee, per reclutare un sottoproletariato urbano privo di formazione politico-culturale, ed abbandonato da una sinistra sempre meno “pasoliniana” e popolare, e sempre più radicalchic ed imborghesita, per cui intere borgate popolari di grandi città come Roma, che nei romanzi di Pasolini erano borgate “rosse”, divennero, abbandonate a sè stesse da una sinistra salottiera e bancaria, borgate fasciste.
Ed a loro volta, questi spostamenti della destra e della sinistra italiana corrispondevano a conflitti interni alla borghesia, fra una componente meno dinamica e meno competitiva, legata alla protezione statale ed a un capitalismo relazionale, più propensa a farsi rappresentare da una destra corporativa, che spegnesse il conflitto sociale indirizzandolo verso un nuovo capro espiatorio (il “negher” o il Rom delle periferie popolari) in cambio dell’accettazione di una leadership paternalistica e poco democratica, e la componente più dinamica della grande industria, del mondo bancario, della media impresa altamente internazionalizzata, che preferiva farsi rappresentare da una “sinistra” social-liberista, pienamente inserita nei processi di globalizzazione ed eurizzazione, e che vedeva il berlusconismo/leghismo come un residuo medievale da superare.
Per finire, con la crisi economica esplosa nel 2008, il razzismo è diventato la valvola di sfogo delle tensioni popolari derivanti dal grave impoverimento e dalla crescente sperequazione distributiva, evitando così che tali tensioni si rivolgessero contro le classi dirigenti responsabili del disastro economico e sociale del Paese.
Senza parlare degli episodi sanguinosi nel Mezzogiorno, come quello di Rosarno, legati alla presenza persistente di poteri mafiosi che controllano le produzioni agricole ed il relativo caporalato di manodopera immigrata a bassissimo costo ed altissima produttività, indispensabile per un sistema agricolo incapace di innovazione, di ricomposizione fondiaria e cooperativismo, e di tutela della sua immagine di tipicità e qualità, che quindi deve competere con i concorrenti nordafricani, spagnoli e greci, sui costi di produzione.
Lo stesso antirazzismo sbandierato da pezzi dell’establishment economico e politico, per contrastare questo fenomeno, è sintomatico dello stesso, persistente, conflitto interno fra una borghesia arretrata ed una più dinamica e globalizzata analizzato sopra. L’antirazzismo è, ai loro occhi, non una battaglia nobile, ma soltanto la foglia di fico necessaria per dotarsi di lavoratori extracomunitari a basso costo, disposti anche a lavorare con poche o punte tutele, che facilitano anche le riduzioni di tutele e salari per i lavoratori italiani.
Oltre che il riflesso ,stavolta giustificabile, di una preoccupazione demografica di fronte al pericoloso invecchiamento della popolazione italiana, che ne rappresenta, in prospettiva, la principale minaccia di tenuta della coesione sociale, allorquando il peso degli inattivi, crescenti, su un numero minore di attivi, diverrà in futuro insostenibile, attivando un prevedibile e distruttivo conflitto generazionale.
Ancora una volta, in tutto questo, manca la sinistra, ovvero manca un modello non competitivo ma cooperativo e inclusivo di accoglienza ed integrazione di quegli immigrati che sono così preziosi per noi, per il nostro futuro. Che sappia però anche affrontare in modo non ideologico e pragmatico la questione, sapendo cioè che non è nemmeno possibile l’accoglienza illimitata e senza vincoli, perché è insostenibile culturalmente e socialmente da un Paese alimentato per vent’anni e più a pane e leghismo (la sostenibilità economica, invece, è solo una cazzata utilizzata da Salvini, non c’è, perlomeno per il momento e l’immediato futuro, un problema di insostenibilità economica e finanziaria dell’accoglienza, anzi è il contrario. Basterebbe guardare i dati anziché dire stronzate in libertà).
Che quindi sappia fare politica estera e di cooperazione internazionale per regolare i flussi (che si regolano con l’assistenza tecnica allo sviluppo ed alla riconversione agricola e democratica dei Paesi di origine dei migranti, non certo con le motovedette della Guardia Costiera) e che sappia anche fare le dovute politiche di sicurezza ed ordine pubblico per tranquillizzare i cittadini.
E che sappia sopratutto costruire accoglienza con la A maiuscola, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Ecco cosa servirebbe. La gran parte dei movimenti elettorali del futuro si baserà su questa sfida.
Saturday, July 11, 2015
LA SFIDA POLITICA DI TSIPRAS AL L'EUROPA
Se fosse un negoziato puramente economico; se fosse una mera questione di soldi; se l'Europa fosse un collossale gruppo finanziario, allora mi spiegherei il desiderio di tanti italiani di vedere la Grecia fallire ed uscire a calci in culo dall' Europa.
Ma siccome non è solo una questione economica, ma piuttosto (e soprattutto) politica, allora fatico a spiegarmi questo inconscio desiderio di vedere uscire Tsipras da Bruxelles con le ossa spezzate.
Perché si tratta di decidere che Europa vogliamo costruire, dopotutto.
Molti analisti sostengono che la Grecia incasserà la rinegoziazione del suo debito, ma la vera vittoria di Tsipras è altro: è il suo rafforzamento in patria; è lo smottamento politico che ha prodotto in Europa e all'interno degli Stati; è la messa a nudo del re alemanno, esattore intransigente che però, a sua volta, non ha mai pagato i debiti.
Vedo tanti italiani sfregarsi le mani nell'attesa di vedere la Grecia fallire il negoziato a suo favore, come se una sconfitta di Tsipras fosse auspicabile per gli interessi dell'Italia.
Io davvero non capisco cosa possa guadagnarci l'Italia dal fallimento della linea greca, né cosa possa perderci l'Italia se dovesse essere accolta la proposta di Tsipras di rinegoziare debito e trattati.
Da italiana, da cittadina di un Paese con oltre 2000 miliardi di debiti ed un rapporto debito/pil del 134% davvero non mi spiego questo desiderio di vedere Tsipras che soccombe ai diktat della Troika, quando avrebbe invece molto interesse, (per esempio) a rivedere il Fiscal Compact.
Vorrei che qualcuno mi spiegasse cosa ci guadagna l'Italia da questo scenario.
Nel dettaglio, per favore.
Tuesday, July 07, 2015
PATACA
Leggo gente meschina che aspetta trepidante il fallimento della Grecia. Mi sembrano tanti somari che sprezzanti dicono all'asino: "ma di, che orecchie lunghe che hai!".
Il punto è che siamo nella stessa merda della Grecia: abbiamo speso e continuiamo a spendere molto più di quanto possiamo permetterci ( o se preferite abbiamo permesso e continuiamo a permettere a troppa gente di non pagare le tasse) così abbiamo accumulato un debito che supera i 2000 miliardi e quando l'anno prossimo scatterà il Fiscal Compact dovremo tagliare 50 miliardi all'anno di spesa pubblica per 20 anni.
Agli italiani piace vivere al di sopra delle proprie possibilità anche quando si tratta di fare gli sbruffoni ( qui in Romagna, "pataca") .
Sarebbe solo ridicolo se non fosse tremendamente patetico. E drammatico
ROSPO GRECO E AMERICANO
Non penso che la Grecia uscirà dall'euro. E lo penso non perché finirà il rigorismo amorale di questa Europa sottomessa ai tedeschi; e nemmeno che non lo vogliano i greci in cuor loro, ma perché uscire dall'euro vorrebbe dire uscire dall'Europa e finire sotto l'influenza geo politica della Russia, ipotesi che per gli USA non esiste.
L'Europa sullo scacchiere mondiale conta meno di zero: la " crisi" Ucraina pianificata degli americani per abbassare la cresta di Putin ha dimostrato che gli USA possono portarci la guerra in casa senza che l' Europa possa dire " bao ". L" UE ha dovuto persino applicare sanzioni che gravano più sulla propria economia che su quella russa, tanto per dire.
Per cui se è vero ( come è vero) che i forti decidono e i deboli si allineano, temo che la Merkel dovrà ingoiare il rospo greco e Tsipras il rospo americano.
Amen.
Monday, July 06, 2015
E NOI CHI CI AIUTA?
Per favore: non domandate in modo retorico ed oltremodo patetico: " e adesso chi mette i soldi nei banconat greci?" Vorrei ricordare ai soloni del "pacta sunt servanda" che il trattato che prevede il Fiscal Compact non è stato superato ed è lì che ci aspetta con il bavaglio al collo a partire dal 2016.
E che-sarà-mai-sto-Compact-Fiscal? sembrano dire tutti i pataca del reame! Niente di che #ststepuresereni.
Pevede solo che i paesi con un rapporto tra debito/ PIL superiore al 60 per cento riducano il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno.
Questo significa per un paese come il nostro che ha (solo) 2000 miliardi di debiti ed un rapporto debito/pil pari al 134 % l'obbligo di tagliare 50 miliardi di spesa pubblica all'anno per 20 anni.
E a noi, chi ce li dà i soldi per non finire strangolati come i greci?
Avremo pure fatto i compiti a casa, ma non abbiamo imparato niente se non capiamo che senza cambiare radicalmente i patti sottoscritti ( come chiede la Grecia) i prossimi a finire nella graticola della Troika saremo noi.
Sunday, July 05, 2015
INADEGUATEZZA CRIMINALE DEI COMPUTI A CASA
Secondo Bankitalia, l’evasione fiscale
italiana è pari al 39% del gettito fiscale annuo (per il 2014, circa 500 miliardi).Si tratta di 195 miliardi di euro, l’ 8,86% del Pil.
Il “nero” (il Sole 24 Ore) ammonta a 333 miliardi, il 15,14 % del Pil.
Dunque il 24% dell’economia italiana non paga le tasse.
Quanto alla spesa pubblica per stipendi e pensioni, secondo la Cgia di Mestre, essa è pari a circa 700 miliardi, il 43% del Pil.
Questi dati non sono molto dissimili da quelli greci, per non parlare della corruzione che si "fuma" ogni anno 60 miliardi dei nostri soldi.
E allora in cosa consistono questi "compiti a casa" che noi italiani avremmo fatto a differenza della Grecia?
Forse l'avere introdotto la precarietà indeterminata col Jobs act? L'avere dato il via libera alla cementificazione selvaggia e alle trivellazioni con lo Sblocca Italia? Il potere dato all'uomo solo al comando previsto dall'Italicum? Il volere un Parlamento ancillare al Governo sul modello auspicato dalla P2? La costruzione di una scuola classista che non istruisce, ma che forma "futuri lavoratori "? L'adesione al TTIP che permetterà di produrre il formaggio senza il latte?
Niente lotta all'evasione fiscale. Niente guerra alla corruzione. Niente politica industriale. Niente investimenti sulla ricerca. Niente di niente.
Il taglio dei diritti e degli stipendi non ha affatto creato lavoro, mentre il taglio dei servizi pubblici non ha ridotto il debito dello Stato che è addirittura cresciuto.
L' esito dei " compiti fatti a casa" è a dire poco disastroso per l'economia reale, il bilancio dello Stato e gli interessi della popolazione.
Difficile non dare ragione a Tsipras circa l'inadeguatezza criminale delle ricette ultra- liberiste imposte dalla Troika.
Saturday, July 04, 2015
RIFORMA DELLA P.A.
Leggo che la riforma della P.A. prevede che ai concorsi avrá un peso l'università di provenienza.
Il punto è che è vero che esistono università di serie A, università di serie B e anche di serie C.
Però uno Stato serio non le classifica secondo il loro valore, ma interviene radicalmente per rimuovere le differenze.
Uno Stato serio punta a realizzare un sistema universitario di qualità omogeneo da Aosta a Pantelleria, non prende atto delle enormi differenze attribuendo un diverso valore ai titoli che rilasciano.
Il Pd ha subito una tale trasformazione genetica, da essere diventato il più grande realizzatore dei sogni della Destra.
La Buona Scuola trasferisce le enormi differenze del sistema universitario al sistema scolastico creando anche tra elementari, medie e superiori, scuole di serie A, di serie B e serie C. Insomma fa l'esatto contrario di ciò che dovrebbe fare la Sinistra.
REFERENDUM GRECO 2
O prevale la linea greca e l'Europa si incammina verso la costruzione di una federazione europea, oppure arriva il fascismo. Di sicuro in Grecia, in Francia e in Italia, ma con molta probabilità anche altri Paesi.
L'Europa intesa come colossale centro finanziario non può reggere all'urto della protesta plebea: non capire questo è demenziale.
L'EUROPA PER ALEX LANGER
"Ho paura che voi stiate per diventare un comitato d’affari, un consiglio di amministrazione dell’azienda Europa: un’Europa di spostati e di velocizzati, dove si smistano sempre più merci, persone, pacchetti azionari, ma si vuotano di vivibilità le città e le regioni, dove si riducono a eserciti di riserva e di assistiti (quando va bene) milioni di lavoratori, contadini, artigiani, pescatori, bottegai – soprattutto se donne, se anziani o se meno competitivi. Ecco la discriminazione contro i meno competitivi, che vediamo inscritta nel vostro programma di fondamentalisti della crescita, di fanatici della competizione.
Come potremmo votarvi la fiducia? Tradiremmo la dignità di un Parlamento, che si farebbe prendere a pesci in faccia (un Parlamento, ripeto, non un qualche forum europeo), e tradiremmo le attese di chi ci ha mandato qui per impegnarci per la costruzione di un’Europa credibile, ambientale, sociale, solidale – e democratica."
RENZI SÌ INCHINA ALLA MERKEL
L'inchino di Renzi alla Merkel mentre lancia granate su Tsipras ha messo a nudo la natura del re.
Il punto è che Tsipras per Renzi rappresenta una forte minaccia per sè e per la reputazione della sua finta Sinistra. Nel parlare della crisi greca Renzi non pensa agli interessi dell'Italia, ma ai suoi. Perché se passa la linea greca, si dimostra che un'altra Europa è possibile ed è possibile anche un'altra Sinistra.
La vittoria di Tsipras sulla Troika creerebbe un effetto domino a partire dalla Spagna con ottime possibilità per Podemos di vincere le elezioni in autunno: in tal caso, accerchiato nel sud dell'Europa da governi di Sinistra veri, Renzi sarebbe politicamente finito.
È talmente cinico ed ambizioso da anteporre i suoi interessi elettorale agli interessi degli italiani.
NON SONO I SOLDI IL PROBLEMA
Lunedì i mercati hanno bruciato 300 miliardi, praticamente l'ammontare dell'intero debito greco. E nessuno ha "scossato". Non sono i soldi il problema. È il potere. E' la politica. È l'egemonia culturale che deve imporsi.
EGEMONIA TEDESCA
La Greca dovrebbe accettare le condizioni della Troika sulla base del principio che i patti vanno rispettati. A prescindere.
Ma quello che è tassativo oggi per la Grecia non lo è stato nel dopoguerra per la Germania.
Perché anche la Germania a suo tempo accettò le condizioni di resa dalla guerra senza poi mai rispettarle. Il popolo tedesco non ha mai ripagato i danni né i debiti di guerra. Al contrario ha pure ricevuto molti aiuti finanziari dai suoi nemici.
Purtroppo I crucchi hanno rimosso dalla memoria i favori di cui hanno goduto quando ad essere in ginocchio erano loro.
Ed anche noi a quanto pare sembriamo avere dimenticato quanto possa essere pericolosa la Germania quando ha mire egemoniche.
REFERENDUM GRECO
Sono molto pessimista sul referendum di domenica. E non perché penso che Tsipras non abbia ragione. Tutt'altro. Ma il popolo ha fame e la guerra alla Grecia è totale, mai visto tanto cinismo e tanto accanimento abbattersi contro un popolo in tempo di pace (?) È la lotta di Davide contro Golia, il popolo greco è sotto ricatto e temo finirà per votare si contro i propri interessi.
