Tuesday, July 27, 2010

SINDACI E CAZZUOLE TRA LA VIA EMILIA E IL WEST

I sindaci ed in generale gli Amministratori pubblici, credo debbano essere giudicati per la loro capacità di governo dei territori che rappresentano e per l’idea di città che essi hanno in mente di realizzare nel lungo periodo: perchè quello che si decide oggi, poi peserà, in modo molto significativo, sulle generazioni di domani.

Tempo fa, il mio dirigente, mi mandò a Modena a seguire un convegno dal titolo: “Vivere la città di oggi progettare la città di domani: la voce dei bambini e degli adolescenti nella scuola e nel territorio”.

Mi fu subito chiaro, che della voce dei bambini e degli adolescenti, nei progetti urbanistici dei nostri territori, non vi fosse alcuna traccia.

Prima di quel convegno, io non conoscevo nulla della sociologia urbanistica: non avevo mai pensato che l’assetto urbanistico di una città influisse profondamente sui legami dei cittadini di un territorio, non avevo mai pensato alla funzione sociale della piazza ed in generale dei centri storici o dei parchi e dei presìdi pubblici (biblioteche, centri giovanili, palestre ecc.), dei quartieri.

Il centro di una città è fondamentale per l’identità di una comunità e per la sua capacità di rendere possibile la socializzazione in un luogo simbolo in cui tutti riconoscono la propria appartenenza: è indubbio che ciò ha una ricaduta positiva sia sulla coesione che sulla sicurezza della medesima comunità.

A ben vedere lo sviluppo dei nostri territori, la controdendenza urbanistica rispetto a questa logica, appare oggi, evidente.

Le nostre città si stanno fondendo attraverso una sequenza costante di centri commerciali, ipermercati, grandi catene e grandi outlet: non-luoghi che hanno le caratteristiche di contenitori anonimi e senza identità, zone vuote di senso e di storia, spazi decadenti e a volte spettrali che hanno trasformato il territorio invadendo il paesaggio senza criterio e senza gusto.

Questi spazi, spesso progettati secondo canoni estetici abominevoli, seguono le solo le leggi del mercato e quasi sempre sono occasioni d’oro per chi specula e campa di rendita immobiliare. Non raramente raffigurano uno dei punti in cui meglio si misura lo squilibrio oggi in Italia fra l’impresa commerciale e immobiliare (fortissima) e le amministrazioni pubbliche (debolissime).

Non è perciò un caso che la coesione dei corpi sociali si stia sgretolando nei villaggi anonimi e periferici dei centri commerciali e che vi sia a livello di comunità un forte senso di scollamento e insicurezza.

Qualche mese fa, mi è capitato di fare un giro, di sabato pomeriggio, nella piazzza di Forlì: trovarla deserta mi ha fatto rifletere su come fosse vero quanto affermato nel convegno di Modena.

Anche Faenza, che a differenza delle cità limitrofe, ha avuto uno sviluppo urbano molto più ordinato e rispettoso del verde, sul piano del commercio e dello sviluppo complessivo, sta stravolgendo la sua impostazione di città contadina che si raccoglie attorno al suo mercato e sta pianificando il suo decentramento lungo la direttrice autostradale, avallando un sistema economico fatto di centri commerciali e grandi outlet: che futuro si prospetta per la mia comunità?

E’ su queste strategie e su queste visioni sulle città future che si misura la capacità amministrativa dei nostri sindaci ed in generale della nostra classe dirigente: perchè quando la comunità si sarà definitivamente scollata poi ricomporla sarà impossibile. Per non parlare del tessuto economico tutto squilibrato a favore del commercio di massa attraverso una tendenza che pare, un pò dappertutto, di non ritorno: non so fino a che punto si potranno vendere merci se più nessuno le produce, ma di questo, forse, può parlarne un esperto.

Io non vedo, all’orizzonte, grandi prospettive: qui in Romagna, si è passati dalle città delle piccole botteghe di famiglia dell’era DC, alle città degli iper dell’era PCI. Credo che un ripensamento complessivo su questa tendenza sia doveroso, perchè non basta portare qualche spettacolo nella piazza durante il periodo estivo, per riannodare i fili che, inavitebilmente, si stanno sciogliendo.

Sono dell'idea che“la legge di mercato” non sia qualcosa di immanente che non possa essere fermato in nessun modo: questo lo può dire un amministratore delegato quando scrive ai suoi operai, ma una classe politica che si definisce di sinistra, no. Essa non può non avere in mente un’idea alternativa di società, e se quella che c’è o che avanza non è all’altezza delle proprie aspettative, essa ha il dovere di contrastarla e fare in modo che la tendenza cambi.

Questo va fatto certamente a livello internazionale, nazionale, ma anche locale e personale, perchè non c’è dubbio, che prima che politica, la questione sul tipo di società che vogliamo è di ordine culturale.

Tutti i giorni tocchiamo con mano il livello della politica locale e francamente non ho l'impressione che vi sia, nei fatti, grande qualità e necessaria visione: insomma, nessuno che si stacchi nemmeno di un dito dall'asticella, che mi pare sia posta sempre in prossimità di interessi particolari e di parte. Basta attraversare una qualsiasi tangenziale e guardare lo skyline delle nostre periferie per capire chi decide nel territorio: per cui, se qualche forza politica ha in mente di fare qualcosa per invertire la rotta, è ora che lo faccia adesso.

La risposta di un operaio: «Caro Sergio, saremo noi a perdere tutto»

Caro Sergio, non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega. Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.

Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato. Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi». Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi.

La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi. Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai.

Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l'alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare». Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male. Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia.

Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano». Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti. Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.

Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi. Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.

Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento.

Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea «dell’entità astratta, azienda». Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro. Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (...) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (...). A lei le cose vanno già molto bene così. Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile. Buon lavoro anche a lei.

Massimiliano Cassaro

Saturday, July 24, 2010

Lettera dell'A.D.

A tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia

Scrivere una lettera e' una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente.

Se ho deciso di farlo e' perche' la cosa che mi sta piu' a cuore in questo momento e' potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell'attenzione.

Non e' la Fiat a scrivere questa lettera, non e' quell'entita' astratta che chiamiamo "azienda" e non e', come direbbe qualcuno, il "padrone".

Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare.

Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all'estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realta' che sta al di fuori del nostro Paese. Ed e' questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perche' non resti isolata da quello che succede intorno.

Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilita' di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo.

Prendete questa lettera come il modo piu' diretto e piu' umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose.

Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro. Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale.

Basta pensare a quanto e' basso il livello degli investimenti stranieri in Italia, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato il Paese per capire la gravita' della situazione.

Non nascondiamoci dietro il paravento della crisi.

La crisi ha reso piu' evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche piu' drammatica la debolezza della struttura industriale italiana.

La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non e' in grado di competere, e' che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente - e senza colpa - le conseguenze.

Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto "Fabbrica Italia" e' invertire questa tendenza.

I contenuti del piano li conoscete bene e prevedono di concentrare nel Paese grandi investimenti, di aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e di far crescere le esportazioni.

Ma il vero obiettivo del progetto e' colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all'Italia una grande industria dell'auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro piu' sicuro.

Non ci sono alternative.

La Fiat e' una multinazionale che opera sui mercati di tutto il mondo.

Se vogliamo che anche in Italia cresca, rafforzi le proprie radici e possa creare nuove opportunita' di lavoro dobbiamo accettare la sfida e imparare a confrontarci con il resto del mondo.

Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilita' di cambiarle, anche se non ci piacciono. L'unica cosa che possiamo scegliere e' se stare dentro o fuori dal gioco.

Non c'e' nulla di eccezionale nelle richieste che stanno alla base della realizzazione di "Fabbrica Italia".

Abbiamo solo la necessita' di garantire normali livelli di competitivita' ai nostri stabilimenti, creare normali condizioni operative per aumentare il loro utilizzo, avere la certezza di rispondere in tempi normali ai cambiamenti della domanda di mercato.

Non c'e' niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale.

Eccezionale semmai - per un'azienda - e' la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire.

Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l'idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia.

L'accordo che abbiamo raggiunto ha l'unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attivita' lavorativa

Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo.

Insieme ci impegneremo perche' si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilita' dello stabilimento.

So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l'impegno che abbiamo deciso di prendere.

Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle.

Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serieta' del progetto "Fabbrica Italia", sento il dovere di difenderlo.

Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana.

Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere. E' una delle piu' grandi assurdita' che si possa sostenere.

Quello che stiamo facendo, semmai, e' compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui e' fondata la Repubblica Italiana.

L'altra cosa che mi ha lasciato incredulo e' la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra "padroni" e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi

Chiunque si sia mai trovato a gestire un'organizzazione sa bene che la forza di quell'organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.

Voi lo avete dimostrato nel modo piu' evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull'orlo del fallimento, in un'azienda che si e' guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali.

Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non puo' esistere nessuna logica di contrapposizione interna.

Questa e' una sfida tra noi e il resto del mondo.

Ed e' una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.

Quello di cui ora c'e' bisogno e' un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilita' e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di la' della piccola visione personale.

Questo e' il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredita' alle prossime generazioni.

Questo e' il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono.

Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore.

Oggi e' una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilita' di realizzare questa visione.

Cerchiamo di non sprecarla.

Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualita' e la loro passione per fare la differenza.

Buon lavoro a tutti.

Sergio Marchionne

Friday, July 23, 2010

QUESTIONE DEMOCRATICA E QUESTIONE SOCIALE

Mercoledì 21 luglio, ho avuto modo di vedere sul sito di De Magistris, in diretta da Napoli, un incontro dal titolo: lavoro, diritti e democrazia. Relatori della serata: Landini, Ferrero, Marino e De Magistris.

Tutti e quattro, ovviamente con sfumature ed accenti diversi, hanno sottolineato il fatto che questione democratica e questione sociale non sono più in connessione e questo mancato intreccio ha mandato in crisi profonda, sia il sistema democratico, sia il sistema sociale.

Non vi è democrazia senza lavoro e diritti e non vi è lavoro dignitoso senza democrazia: la lotta per la democrazia e la lotta per il lavoro ed i suoi diritti, devono tornare ad incontrarsi, altrimenti la nostra Repubblica implode. Eppure, da più parti, anche a sinistra e nel mondo sindacale, c'è chi opera per la loro separazione, con ottimi risultati in termini di deriva autoritaria e involuzione dei diritti del lavoro e del welfare.

Come ha tenuto a sottolineare Marino, che ha letto qualche riga del "Piano di rinascita democratica" della P2 di Licio Gelli, è evidente il tentativo di dare attuazione a quel piano eversivo. L'obiettivo massone è semplice e chiaro: ritornare alle condizione sociali prebelliche, perchè nel dopoguerra, il riequilibrio tra potere e ricchezza tra le varie classi sociali si è spinto troppo oltre. Piano, piano, un pezzo alla volta, le classi dominanti, libere dal terrore dell' "orso siberiano", intendono riprendersi tutto quello che hanno concesso per contrastare il modello comunista: democrazia, libertà, lavoro e diritti. E per fare questo, applicano un programma che coincide alla lettera con i punti strategici messi a punto dalla Loggia: costituzione di una casta politica di fedelissimi, bipartitismo, controllo dei media, magistratura sottoposta al controllo del governo e separazione della carriere, rottura dell'unità sindacale, limitazione del diritto di sciopero, aumento dell'età pensionabile, distruzione della scuola pubblica, abolizione della validità legale dei titoli di studio e via andare.

Collimazione confermata anche dal gran maestro venerabile, che il 28 settembre 2003, lasciando un' intervista al quotidiano La Repubblica, ha detto: "guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa".

Se per le classi dominanti gli obietti e le strategie politiche sono chiare, tra le masse, c'è grande confusione e poca unità: nel campo sociale ci sono forze che rifiutano la lotta per la democrazia e l’uguaglianza, mentre nel campo della lotta per la democrazia ci sono forze e culture che escludono il conflitto sociale. All'interno dei movimenti, ci si oppone duramente e giustamente all’attacco all’autonomia della magistratura e alla libertà di stampa, ma non si coglie il nesso che questo attacco ha con l’aggressione ai diritti dei lavoratori e alla libertà di contrattazione.

Lo si è visto a Pomigliano, dove è andato in scena un ricatto sociale per ottenere una resa simbolica e collettiva. Un ricatto che parlava ai lavoratori della Fiat, ma che in realtà era rivolto a tutta la nazione. Un ricatto che ha detto ai lavoratori: "o rinunciate a qualsiasi rivendicazione dei vostri diritti, o non vi diamo più lavoro". Un ricatto che è stato contrastato dalla sola FIOM, lasciata in isolamento a combattere una battaglia tutta in solitaria.

Come tutti e quattro i relatori hanno ribadito, la difesa della nostra democrazia e della nostra libertà non può invece che iniziare dalla difesa dei diritti dei lavoratori a partire dall'applicazione degli articoli 1, 4 e 41 della nostra Costituzione: perchè il lavoro è un diritto e non una merce che si può acquistare dal miglior offerente; il lavoro non è plus-valore, ma attività umana che deve concorrere "al progresso materiale o spirituale della nostra società". E se ciò è vero, allora l'iniziativa economica è sì libera, ma non di autoregolamentarsi sui soli paradigmi del mercato, per i quali, il lavoro, si trova in regime di concorrenza al pari di un paio di mutande.

Prima i movimenti ed i partiti di sinistra (se ancora esistono), si schiereranno al fianco del mondo del lavoro e meglio sarà per la nostra democrazia e per la nostra Costituzione, perchè la cultura dominante che nega il conflitto sociale e sponsorizza la "complicità" sindacale, vuole derogare al principio di uguaglianza, introducendo un "universalismo selettivo" che cancella la parità dei diritti. E questo, per chi ha a cuore la nostra Costituzione, è inaccettabile.

E' probabile che su you tube, l'incontro possa essere rivisto: se ciò fosse, ne consiglio a tutti la visione.

Wednesday, July 21, 2010

LA "CENA DELLA PROSTATA" HA DATO I SUOI FRUTTI

Nell'amara constatazione che il sistema politico sia marcio, uno spera sempre che non lo sia fino in fondo e che il barlume della ragione possa condurre la classe dirigente di un Paese (per quanto indecente) a fermare la rotta verso il baratro.

Chi come me, teorizzava un governo di "Liberazione nazionale" per espellere dal sistema politico Berlusconi e riposizionarsi sui valori costituzionali, è stato freddato ieri sera su La7 da Casini, le cui manovre non mirano a dare la splallata finale al Cavaliere, ma a correre in suo soccorso: parla sì di governo tecnico, ma con Berlusconi. Agghiacciante.

Mi auguro solo che non siano di questa idea anche il PD e l'IDV, sarebbe davvero abominevole.
GOVERNO DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Nel nostro Paese non c'è una maggioranza politico-culturle che rappresenti i miei ideali: non parlo di partiti, più lontani che mai dai valori costituzionali, parlo di popolo. Certo, ci sono i movimenti, i grillini, i viola, quelli di micromega, i cattolici estremisti, i democratici e i si seguaci di De Magistris, ma quanti saranno? 4? 5 milioni? Se si votasse domani, con questa legge elettorale e con questo sistema televisivo, Berlusconi rivincerebbe le elezioni senza Fini: che senso avrebbe tutto questo?

Personalmente penso che andare alle elezioni anticipate sia la cosa più stupida e più Berlusconiana che si possa fare adesso.

Non è tempo di chiudersi in recinti per puristi in nome di un massimalismo ideologico che avrebbe solo il risultato di perpetuare questo strazio: non è abbastanza chiara la deriva autoritaria della nostra Repubblica?

Credo che la prima cosa da fare, oggi, sia espellere dal sistema politico Berlusconi. C'eravamo andati vicini un paio di anni fa, poi quel genio di Veltroni lo ha riesumato: ricadere nell'errore adesso sarebbe diabilico.

Come si riposiziona il sistema politico dopo il Berlusconismo è un incognita, ma è certo che per tornare a livelli minimi di democrazia, Berlusconi va neutralizzato.

Per fare questo, occorre turarsi il naso e sostenere un governo di "lealtà costituzionale": con i finiani, UDC, PD e IDV. La domanda vera è: Fini avrà il coraggio di fare cadere il Governo?

Nelle mie più rosee aspettative il governo tecnico dovrebbe gestire in primis la crisi economica e bonificare il sistema penale dalle leggi ad personam; in questo modo si darebbe l' avvio all'accerchiamento del nano, che andrebbe completato con l'approvazione di una legge sul conflitto di interesse, una legge sulle televisioni e una nuova legge elettorale.

Con le procure alle calcagne il Cavaliere Nero sparirebbe di scena e l'assetto politico si potrebbe riposizionare sul rispetto della Costituzione per poi andare al voto con una nuova legge di stampo proporzionale, che, a quel punto, Casini , ma penso anche Fini, pretenderebbero.

Personalmente non sono contraria al ritorno al proporzionale: questo bipolarismo forzato è quanto di peggio abbia prodotto il sistema politico negli ultimi anni.

Usciti dal regime, (perchè quello di oggi è un regime), ci troveremmo a fare i conti con Ferrero, Orlando, Buttiglione, la Bindi, la Finocchiaro e i soliti noti, che certamente non sono degni di stima, ma che incontufabilmente reputo molto meglio di Berlusconi, Dell'Utri, Bondi, Verdini, Salvini, Calderoli, e tutta la P3 in salsa mafiosa che oggi ci governa.

Non credo vi siano alternative ed io penso che siano meglio le incognite di domani che le amare certezze di oggi.

Azzardo delle previsioni. Se si va al proporzionale il PD si squaglia, ma anche l'IDV: immagino che vi sarà un forte riposizionamento al centro, attorno a Casini che imbarcherà anche molti transfughi del Pdl che ne frattempo, senza il capo assoluto, si sfalderà.

Fini potrebbe fondare quella forza consenvatrice di stampo europeo, di cui parla per bocca della sua fondazione da un pò tempo, ma che ancora non c'è: io non sono di destra, ma credo che la mancanza di una destra democratica e liberale come c'è in molti altri stati europei sia un problema per il nostro paese.

A sinistra vedo un grande caos, una miriade di microcellule disorientate e impazzite che dovranno trovare una denominatore comune: ex DS, ex rifondaioli, ex verdi, l a tribù dei movimenti, i grillini, i catto-comunisti, la parte sana e coerente dell'IDV. Mi domando se riusciranno mai a dare vita ad una forza progressista, portatrice di valori chiari e non negoziabili. Parlo di quattro cose in croce e non di chiassà quale piattaforma politica: laicità, legalità, socialità ed equità.

Ci vorrebbe una personalità con un pò di carisma, un politico pulito, culturalmente attrezzato che tirasse le fila: Marino? Vendola? Trovare nella pentola la persona giusta che piaccia ai movimenti, ma al tempo stesso rassicuri anche la "maggioranza silenziosa", sarebbe davvero un colpo grosso.

Al nord continuerebbe a prendere voti la Lega, ma con Casini a tirare le fila, il suo nordismo sguaiato verrebbe derubrcato a puro folklore e la sua capacità contrattuale sarebbe neutralizzata.

Chiudo con una banalità, che poi non lo è: il problema della politica non è mai istituzionale, ma sempre morale e civile. Per cui la discussione sulla qualità etica delle persone deve avere la meglio sulla discussione sui partiti e sugli assetti istituzionali: il federalismo è un falso problema (anzi, è una grande sciagura, specie quello demaniale, non so come sia venuto in mente all'IDV di votarlo), destra e sinistra sono un falso problema, (lo abbiamo visto,Travaglio e Fini sono diventati i paladini della sinistra, mentre D'Alema piace a destra), parlamentarismo e presidenzialismo sono un falso problema, noi abbiamo una splendida Costituzione e l'unica cosa da fare sarebbe applicarla.

Il problema italiano è culturale, etico, è li che dobbiamo lavorare, è sui quei valori che dobbiamo selezionare la nostra classe dirigente, è sulla coerenza, sulla lealtà e sul coraggio di chi fa politica che dobbiamo puntare, tutto il resto sono chiacchere, "distrazioni di massa", depistaggi meschini buttate nell'arena da una certa casta per salvarsi il culo.

Prima però dobbiamo sbarazzarci del dittarore e per questo non serve la filosofia politica, ma una sporca guerriglia.

Tuesday, July 06, 2010

GOVERNO TECNICO

Ieri ho letto sul Fatto Quotidiano un'intervista all'Onorevole Donadi, che parlando dell'orientamento dell'IDV circa un possibile eventuale governo di salvaguardia nazionale, ha detto che il partito non sarebbe disposto a sostenerlo.

Spero di essermi sbagliata, spero di avere frainteso una posizione che mi auguro sia del tutto personale: perchè se così non fosse, sarebbe la posizione politicamente più stupida mai sentita negli ultimi 50 anni, sarebbe la scelta più pro-berlusconiana mai portata avanti da un partito di opposizione.

La politica non si fa solo nei gazebo o nei blog, non basta scendere in piazza per dare la spallata a Berlusconi, ci vuole anche visione, strategia, coraggio: il massimalismo ha già portato digrazia negli anni venti, ricordiamocelo.

Forse l'IDV non ha ben chiaro dove siamo e dove andremo se non si esplelle Berlusconi dal sistema politico: e questo, oggi, è possibile solo con un governo tecnico trasversale, che gestica la crisi e bonifichi il sistema penale dalle leggi ad personam.

Certo, non è la prospettiva ideale, ma è l'unica che ci possa fare uscire dal baratro del regime, non vedo altro.