ADDIO ALLE ARMI. LA SGRIDATA DI DI PAOLA
Di Furio Colombo - Da Il Fatto Quotidiano - 23/07/2012
C’è un problema delle spese e un problema delle armi. La contraddizione è vistosa.
Le armi costano. Costano più delle cure, più delle scuole, più delle
case, più della ricerca, più della tutela dei beni culturali. Però
passano avanti perché, come dice il competente ministro, “le forze
armate si chiamano così perché dispongono di armamento per svolgere il
proprio compito” (Il Corriere della Sera, 18 luglio).
L’affermazione è di assoluto buon senso. È la “spending review”
(definizione elegante per dire “il taglio di tutte le spese”) che non è
di buon senso. Non lo è (non può esserlo) perché è una risposta
d’urgenza in un momento che non offre occasioni per riflettere e impone
la fretta precipitosa della necessità. Contro la tempesta finanziaria
sono state erette barriere difensive di tutti i tipi, a cura dei
migliori esperti. Ma il ghibli delle libere scorrerie di speculazione
passa sotto e sopra e attraverso tutte le difese, una sabbia globale che
arriva dovunque, danneggia i migliori motori e invade spazi che
credevamo blindati. Una delle risposte (speriamo che sia giusta, ma non
c’è tempo per approfondire la discussione) è di sgombrare in fretta gli
spazi invasi, irrigidendo continuamente la linea di difesa, detta
“austerità”. Significa tagli e risparmi che forse
bloccano il futuro, ma sul momento consentono di sopravvivere, in attesa
di notizie. Per ora sono sempre notizie cattive. Che fare? Diciamo che è
il momento, che è il destino, che non resta che ostinarsi a sperare. Se
non altro, l’enorme problema è fronteggiato da competenti senza
interessi propri, e questo non è poco. Uno di loro, però (lo abbiamo
appena visto), si chiama fuori . Le parole “di buon senso” che abbiamo
citato sono del ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola. Dice con fermezza: tagliare? Io no.
Spiega, e la spiegazione, abbiamo visto, è logica. Però la definiremmo subito irrealistica e pericolosa se la facesse – mettiamo – il responsabile dei Beni culturali.
C’è
il rischio che il lettore colga un suono quasi frivolo, comunque
leggero, nelle parole “Beni culturali” a confronto con la questione
“forze armate”. Eppure è il settore giusto per il confronto. Se abbiamo
qualcosa da difendere, in Italia, come base e fonte della ricchezza e
della sostanziale stabilta’ della costruzione Italia, sono i Beni culturali.
Scriveva alcuni giorni fa il New York Times:
“Ogni mille metri di spazio, in Italia, costituisce un museo all’
aperto più importante o altrettanto importante di ogni altro museo del
mondo”. Vuol dire che l’Italia è uno smisurato giacimento di ricchezza.
Ma non ci sono posti di guardia di nessun tipo, e cominciano ad arrivare
notizie di musei chiusi la domenica. È facile rendersi conto della
vastità della perdita. Ma i tagli sono necessari e non ci sono
eccezioni.
Però la storia è diversa se torniamo al nostro uomo delle Forze armate.
Cito, dalla fonte già indicata, un passaggio della sua intervista: “C’è
nell’aria un furore ideologico contro le Forze armate che non mi
spiego. La sicurezza è un bene condiviso la cui responsabilità è di
tutti. Un Paese come l’Italia non può sottrarsi a questo dovere. Le
Forze armate non possono essere meno efficienti. Altrimenti si fa prima a
chiuderle”. E più avanti l’ammiraglio ripete: “C’è un chiaro
pregiudizio ideologico: se non vogliamo le Forze armate, eliminiamo le
Forze armate e non ne parliamo più. Ma gli italiani non la pensano così,
come dimostrano i sondaggi”.
Il titolare della Difesa reagisce con fermezza alla questione, per quanto necessaria e urgente, dei tagli. Usa tre argomenti
del tutto vietati al ministro della Salute, dell’Istruzione, del
Lavoro, e a tutti gli altri ministri ed enti colpiti dagli inesorabili
tagli.
Primo argomento: “Chi tocca il mio settore lo fa per pregiudizio ideologico”. Ovvero: per odio verso le Forze armate. Sostituite le parole “Forze armate” con “Sistema scolastico” oppure con “Servizio sanitario nazionale”, e subito capite che una simile affermazione diventa impossibile. Molti di noi hanno obiezioni fortissime a tagli così drastici e così estranei alle questioni drammatiche dei singoli settori, come quelli imposti dalla spending review. Nessuno, però, in nessun campo, aveva pensato di invocare odio o pregiudizio ideologico, che è un modo di bloccare il discorso.
Secondo argomento: “Ma allora abolite le Forze armate, e non se ne parli più”. Ovvero, data la materia, un ricatto esplicito da parte di qualcuno che sa di trattare da un livello diverso dagli altri. Dopo tutto, come ha detto fin dalle prime righe dell’intervista l’ammiraglio, le Forze armate sono armate. E bisogna armarle di più.
Terzo argomento, il sondaggio. È una buona notizia che il riscontro dei sondaggi dimostri che i cittadini italiani, tormentati come sono da un turbine di problemi, restino affezionati ai loro soldati. Ma l’argomento vale più che mai per le scuole, per gli ospedali, e (non solo per i cittadini italiani) a proposito di musei chiusi la domenica e dei monumenti abbandonati.
Primo argomento: “Chi tocca il mio settore lo fa per pregiudizio ideologico”. Ovvero: per odio verso le Forze armate. Sostituite le parole “Forze armate” con “Sistema scolastico” oppure con “Servizio sanitario nazionale”, e subito capite che una simile affermazione diventa impossibile. Molti di noi hanno obiezioni fortissime a tagli così drastici e così estranei alle questioni drammatiche dei singoli settori, come quelli imposti dalla spending review. Nessuno, però, in nessun campo, aveva pensato di invocare odio o pregiudizio ideologico, che è un modo di bloccare il discorso.
Secondo argomento: “Ma allora abolite le Forze armate, e non se ne parli più”. Ovvero, data la materia, un ricatto esplicito da parte di qualcuno che sa di trattare da un livello diverso dagli altri. Dopo tutto, come ha detto fin dalle prime righe dell’intervista l’ammiraglio, le Forze armate sono armate. E bisogna armarle di più.
Terzo argomento, il sondaggio. È una buona notizia che il riscontro dei sondaggi dimostri che i cittadini italiani, tormentati come sono da un turbine di problemi, restino affezionati ai loro soldati. Ma l’argomento vale più che mai per le scuole, per gli ospedali, e (non solo per i cittadini italiani) a proposito di musei chiusi la domenica e dei monumenti abbandonati.
Il fatto è che l’ammiraglio Giampaolo Di Paola
ha reagito in modo intelligente, dal punto di vista del suo interesse
di ministro della Difesa: invece di accettare con un sospiro, ha reagito
con una sgridata che accusa senza esitazione chiunque pensi di non
acquistare gli F35 a decollo verticale (90 aerei,
ciascuno del costo di una scuola, o di un centro ospedaliero di
rianimazione dotato di avanzata tecnologia), di essere accecato da
pregiudizio ideologico contro le Forze armate. Dunque attenti al buon
nome.
Ha ragione l’ammiraglio, un pregiudizio c’è. Ma è rovesciato. Si chiama subordinazione o timore.
Tanto è vero che nessuno gli ha risposto, come se il suo non fosse un
settore dell’amministrazione diretto dalla politica, ma una regione che
sta un po’ sopra lo Stato che arranca e che taglia. Qui (nel
dipartimento militare) chi tocca è nemico. Si vede subito che la
situazione è segnata da uno squilibrio. Ci sono due vie d’uscita. La
prima è che tutti gli altri ministri seguano il modello Di Paola. Perché
dichiararsi inferiori e meritevoli di tagli se, con un po’ di grinta
militare, è possibile scansarli? La seconda è una urgente, amichevole
conversazione del presidente del Consiglio con il suo ministro della
Difesa.
