Monday, August 02, 2010

OMSA: IERI, OGGI, DOMANI

Me lo ricordo come se fosse ieri, anche se sono passati quasi quarant’anni: ho davanti a me la mamma con il camice bianco, che mentre si prepara per andare a presidiare la fabbrica di Faenza, allora in via Oberdan, canta le canzoni di protesta contro il padrone, il conte Orsi Mangelli.

Anch’io sono stata figlia di un’operaia licenziata dall’OMSA: avevo solo dieci anni, ma sufficienti per capire che le cose, allora, andarono molto diversamente da oggi.

In quegli anni di lotta e di angoscia, un’intera comunità locale si strinse attorno a quel mondo operaio: governo e opposizione della città lavorarono insieme e in stretta collaborazione, per scongiurare la chiusura della fabbrica.

Vennero sollecitati gli interventi di autorevoli esponenti del governo, della regione, del mondo cooperativo e imprenditoriale. Gli studenti e la borghesia scesero in piazza insieme agli operai per difendere il diritto al lavoro.

Alla fine i risultati arrivarono e la fabbrica non chiuse: la proprietà passò alla Golden Lady, mentre il processo di ristrutturazione industriale portò a negoziare con le parti sociali il licenziamento di centinaia di operai, per i quali però, nel frattempo, si preparò una soluzione alternativa.

La mamma fu tra quelli che in quegli anni, perdettero il lavoro, ma le classi dirigenti di allora, il mondo politico, il sistema cooperativo, il mondo imprenditoriale, fecero sistema, pianificando la nascita di nuovi presidi produttivi, che avrebbero permesso, di lì a qualche tempo, di ricollocarli tutti.

Quello fu un licenziamento col paracadute, volutamente gestito in modo unitario e trasversale, dove nessun operaio venne lasciato solo.

A quei tempi, che a guardarli oggi appaiono lontani di secoli, la visione sociale del lavoro era ben chiara a tutti i livelli e a qualsiasi forza cittadina: nessuna formazione politica, tra DC, PCI, PSI, PRI, PSDI, PLI, avrebbe mai messo in discussione il principio che il lavoro fosse un diritto.

Oggi il paradigma culturale è molto cambiato: avanza un modello di società che poggia la propria idea di sviluppo sulla forza del mercato e la libertà d’impresa, una tendenza al liberalismo senza regole, che ha materialmente abrogato il principio costituzionale che attribuisce all'impresa una funzione sociale.

E sulla base di questa visione, il lavoro non è più un diritto, ma una merce, un qualsiasi prodotto che l’imprenditore è libero di acquistare sul mercato dal miglior offerente.

Così, il gruppo Golden Lady, ha deciso di acquistare la manodopera in Serbia e trasferire la produzione che oggi si fa a Faenza, là. E ciò è potuto accadere, perchè questa nuova concezione del lavoro come merce, un tempo socialmente inconcepibile, oggi è accettata da ampi strati del mondo sociale, politico e sindacale.

Come appartenente alla comunità, ad una storia e ad un simile vissuto, non posso non pensare alla vicende dell' OMSA e quando lo faccio non riesco a controllare quel nodo in gola che, inesorabilmente, mi soffoca: perchè, a differenza di quello di mia mamma, quello di oggi è un licenziamento senza paracadute. Purtroppo, nessuna soluzione è all’orizzonte, nessuno sa davvero cosa accadrà a quelle 350 famiglie, domani, quando la Cassa integrazione si sarà esaurita.

Se nulla cambia, nessuno dei figli di quelle persone che saranno licenziate, potrà, un giorno, testimoniare la propria riconoscenza alle classi dirigenti, come sto facendo ora io, a decenni di distanza.

Per quei figli, rimarrà solo la dignità e la solitudine delle loro madri, una solitudine che oggi suggella la fine della nostra società come comunità, perchè troppo indifferente o incapace di proteggere i suoi cittadini più deboli ed in difficoltà.

Tutti noi leggiamo sui giornali o apprendiamo dai TG di questa triste vertenza: la questione si scrive OMSA, ma si legge “prove generali della nuova società che avanza”.

La direzione tracciata è ben chiara. Credo che chiunque non si riconosca nella visione egoistica della legge di mercato, debba impegnarsi per invertire la rotta e debba farlo adesso, con i fatti, recuperando quella tradizione comune, solidale e collaborativa che ha sempre caratterizzato la cultura politica della nostra comunità.