Monday, January 18, 2010

Questione democratica e questione sociale
Propongo uno stralcio del saggio dal titolo “Questione democratica e questione sociale” tratto da Micromega n. 1/2010. Il saggio, è Di Giorgio Cremaschi, del quale condivido totalmente l’analisi.

E’ possibile mettere in connessione crisi democratica e crisi sociale? E, soprattutto, è possibile che le lotte in difesa della democrazia e quelle in difesa del lavoro e dei suoi diritti finalmente si incontrino?

E’ possibile, sarebbe necessario se non indispensabile, ma non è affatto scontato. Perché in entrambi i campi vi sono forze e posizioni che operano per la loro totale separazione.

Partiamo da quello che sta avvenendo nel campo sindacale. Il 22 gennaio 2009, Cisl, Uil, Confindustria e governo con il solito seguito di organizzazioni subalterne, hanno sottoscritto un patto che cambia alla radice il sistema delle relazioni sindacali. Nella sostanza hanno cambiato la Costituzione nelle relazioni sindacali, escludendo il primo sindacato italiano, la Cgil. Ciò ha prodotto conseguenze nei contratti dei lavoratori pubblici, dove ormai i sindacati della Cgil sono esclusi di fatto dal sistema delle relazioni, che viene praticato solo con Cisl e Uil. Fino allo scandalo del contratto dei metalmeccanici ove sindacati di minoranza, contro la Fiom che è maggioranza, hanno firmato un contratto che vuole cancellare quello tuttora in vigore, senza alcuna consultazione democratica.

Non c’è nessuna violazione di regole democratiche come la brutalità e l’arbitrio con il quale il governo, la Confindustria e Cisl e Uil sono intervenuti contro il contratto dei metalmeccanici. Eppure anche in una parte rilevante della stampa e dell’opinione pubblica democratica questa questione e stata derubricata nelle normali vicende economico-sindacali.

Ma non è solo una questione di regole democratiche violate. L’ideologia e la pratica sociale che ispirano questi accordi sono quelle dell’aziendalismo e del corporativismo. Nel suo libro bianco il ministro Sacconi ha definito un nuovo regime sindacale, quello della “complicità”, mentre ha dichiarato superato il principio dell’uguaglianza, in nome di un “universalismo selettivo” che nella sostanza cancella parità di diritti.

Il patto corporativo tra governo, Confindustria e sindacati complici, serve appunto ad amministrare questa nuova selezione sociale nella quale i diritti universali non sono più a disposizione di tutti, ma vengono gradualmente distribuiti secondo le convenienze. Una manifestazione di tale patto è stato l’approvazione da parte di Confindustria Cisl e Uil dello scudo fiscale e il totale silenzio di tutte queste forze sulla crisi della democrazia. Il governo Berlusconi senza il sostegno esplicito dei sindacati amici e delle organizzazione delle imprese sarebbe già entrato in crisi di fronte alle contraddizioni e i drammi della crisi economica e alla totale insufficienza o inefficienza delle sue scelte.

Siamo all’ideologia della rassegnazione sociale a cui Cisl e Uil attingono a piene mani per giustificare e valorizzare le proprie scelte in nome del meno peggio, dell’inutilità del conflitto e della lotta della necessità dell’adattamento.

A fondamento di questo regime sta la conservazione di tutti i poteri consolidati e di tutte le ingiustizie accumulate. Bisogna accettare lo scudo fiscale, perché con esso si finanzia la cassa integrazione. Bisogna accontentarsi della cassa integrazione, perché ci sono milioni di precari che non hanno nemmeno quella. I precari, a loro volta, se vogliono ottenere qualcosa, devono rivendicare il taglio delle pensioni. E tutti insieme, precari e fissi, devono sapere che sono i migranti che minacciano il posto di lavoro degli italiani e non la strategia delle imprese, le multinazionali, l’assenza di politiche industriali, l’evasione fiscale.
Se nel capo sociale ci sono forze che rifiutano la lotta per la democrazia e l’uguaglianza, nel campo della lotta per la democrazia ci sono forze e culture che escludono il conflitto sociale. Ci si oppone duramente e giustamente all’attacco alla Corte Costituzionale e all’autonomia della magistratura, ma non si coglie il nesso che questo attacco ha con l’aggressione ai diritti dei lavoratori e alla libertà di contrattazione.

Qui sta sempre la contraddizione del liberaldemocratici in Italia. La difesa dei principi democratici assume così un carattere elitario, alto borghese, contrapposto ai drammi sociali del popolo.

La piccola impresa, il lavoro artigiano, il mondo delle professioni oggi subiscono l’aggressione della crisi. Il “ceto medio riflessivo” che ha animato il movimento dei Girotondi rappresenta la possibilità che queste forze sociali si stacchino dalla destra. Ma fino a che la sinistra liberaldemocratica avrà a riferimento la grande impresa e la grande borghesia, quelle forze resteranno in grande maggioranza a mugugnare e a disperarsi all’interno dello schieramento berlusconiano. E magari si radicalizzeranno in direzioni nefaste, sotto la spinta xenofoba a autoritaria della Lega.

Proprio per questo la sconfitta del disegno autoritario berlusconiano non può che avvenire sia sul terreno della lotta democratica, sia su quello delle conquiste sociali.

Si sta costruendo un regime nel quale l’intreccio tra arbitri e poteri burocratici, tra mercato selvaggio e corporativismo si diffonde sia nella sfera della politica sia in quella della società civile. La difesa della Costituzione è dunque anche la ricostruzione dei principi fondanti di essa sul terreno sociale: quali forze politiche oggi sono disposte a sostenere una legge una legge sulla democrazia sindacale che garantisca trasparenti regole del gioco nella contrattazione e nei poteri dei lavoratori? Non solo il governo è interessato a mantenere il regime sindacale privilegiato con Cisl e Uil, che rifiuta il voto dei lavoratori, ma anche il Partito democratico non vuole e non può entrare in conflitto con quei sindacati e con Confindustria. Alla fine nel campo sociale avviene la stessa cosa che in quello politico. Le posizioni più rigorose appaiono come irragionevoli e portatrici d’odio, mentre quelle che nei fatti accettano il progressivo logorarsi delle regole democratiche, vengono considerate pragmatiche e dialoganti.

In Italia si è progressivamente costruito un sistema corporativo e burocratico nel quale per ricchi e potenti c’è la concertazione oligarchica, mentre per i lavoratori e i poveri c’è la brutalità del mercato contemperata da un po’ di assistenza selettiva.

Se si vogliono difendere i principi della Costituzione si deve sapere un’Italia profondamente diversa, a partire dagli equilibri sociali, da quella che si sta delineando oggi.

Tuesday, January 12, 2010

Il tramonto del laboratorio Puglia la guerra balcanica che scuote il Pd
di CURZIO MALTESE

TUTTE le piste dell'inguacchio pugliese, come lo chiamano qui, per dire di un inciucio andato male, portano a lui, la volpe del Tavoliere, il leader Massimo. Magari capiva più di politica estera che non d'Italia e forse non ci libererà mai da Berlusconi. In compenso, nel far fuori chiunque gli possa fare ombra nel centrosinistra, D'Alema è sempre infallibile. Uno dopo l'altro, Prodi e Cofferati, Veltroni e Rutelli. Liquidata la pratica nazionale, è tornato nelle sue terre e in un mese ha schiantato i due miti locali, Michele Emiliano e Nichi Vendola. In cambio, s'intende, di un grande disegno. Il professor D'Alema aveva deciso che nel laboratorio pugliese dovesse nascere la nuova creatura del centrosinistra. Un mostro invincibile e un po' Frankenstein, con dieci partiti, una gamba di Casini qua, un braccio di Di Pietro là, un piede comunista e uno ex fascista, innestati sul corpaccione inerte del Pd. Ma il colpo di fulmine che doveva animarlo non è arrivato. Così l'inventore è ripartito sul destriero per Roma, lasciando il fido assistente Nicola Latorre a fronteggiare incendi e forconi. E l'incendio avanza, dilaga. "Al posto del nuovo centrosinistra allargato, si rischia di avere la spaccatura nel Pd, a Bari come a Roma", commentano allarmati i militanti. Di ora in ora s'incarognisce la battaglia fra i candidati, che alla fine potrebbero essere quattro. Due nel centrosinistra, Nichi Vendola e Francesco Boccia, e due a destra, Antonio Distaso, candidato ufficiale del Pdl, e la finiana Adriana Poli Bortone. "Di questo passo" è la sintesi dello scrittore Gianrico Carofiglio "le elezioni di marzo si presentano come un evento dadaista".
Chi avrebbe mai potuto immaginare una simile triste fine per la primavera pugliese. I fatti non contano più nulla. Bari la stanno ammazzando il pettegolezzo e le televisioni. Da un anno la città sta sulle prime pagine per storie di malaffare e cocaina, escort e appalti, e parentopoli. Alla fine gli stessi pugliesi vi si specchiano. Eppure, al netto di scandali tutti ancora da dimostrare, di processi da celebrare chissà quando, Bari e la Puglia rimangono agli occhi di chi arriva l'unico pezzo d'Europa a sud di Roma, l'unica area meridionale non riducibile a una Gomorra di rifiuti, mafie, frane, rivolte, collasso sociale. Lo sanno tutti, a destra e a sinistra. Lo dicono le statistiche, gli indicatori di crescita per cui la Puglia è seconda alla sola Lombardia. Lo vedono gli inviati sull'eterno "caso Bari" come i trecento clandestini sbarcati l'altro giorno dall'inferno di Rosarno nel lindo aeroporto di Palese.
Non si capisce allora la ragione di questa guerra balcanica nel centrosinistra. Se non appunto per via della condanna a essere il "laboratorio della politica nazionale". "Un'antica iattura - commenta il sociologo Franco Cassano - Dai tempi di Aldo Moro, giù fino al pentapartito e ora a questa vicenda. È chiaro che la partita era nazionale. Era il segnale di un ritorno al primato dei partiti. Basta Vendola e basta pure Emiliano. Basta con le primarie, che qui in Puglia sono nate, almeno quelle vere. Basta con la cosiddetta società civile. La ricreazione è finita. Un progetto coloniale che qui ha sempre fallito e che considero sbagliato. Ma al quale si potrebbe riconoscere una dignità se almeno fosse stato chiaramente esposto. Invece si è andati avanti a colpi di vertici segreti, trovate tattiche. Il risultato è lo scoppio del laboratorio. Ora se il centrosinistra vuole salvare la faccia deve fare una veloce retromarcia e tornare alle primarie". Primarie, primarie ripetono gli intellettuali pugliesi, ma anche la gente al mercato. E ormai le primarie le vuole anche mezzo Pd romano. "Perché sono nello statuto del partito" ricorda la presidente Rosy Bindi. "Ma prima ancora sono iscritte nel senso comune" aggiunge un pugliese ormai romanizzato come il produttore di cinema Domenico Procacci. La pressione è forte e ieri i delegati dell'area Emiliano, entrati in assemblea per votare a favore di Boccia, sono usciti dicendo "primarie". Nell'imbarazzo dello stesso sindaco Emiliano, che di imbarazzi ne ha avuti e ne ha procurati molti in tutta la vicenda, compresa l'impronunciabile richiesta di una legge ad personam per candidarsi alla Regione. A opporsi è rimasto quasi soltanto Francesco Boccia, che sui manifesti a favore delle primarie ironizza pesante: "La solita sinistra da bere che Vendola si è conquistato con le consulenze in regione. Fare le primarie oggi significa perdere subito l'Udc, quindi il progetto di nuova alleanza".
Ma intanto le centinaia di giovanissimi volontari che lavorano per Vendola non hanno l'aria da salotto, le migliaia di messaggi sui web non li paga la Regione. Gli strateghi hanno molto sottovalutato il fenomeno Vendola, che è mediatico prima che politico. Il compagno Nichi è un combattente. L'aveva annunciato fin dalla prima riunione con D'Alema: "Se credete di farmi fuori o che io mi faccia da parte, vi sbagliate. Io vado avanti, farò il martire. Che alla fine, paga sempre".
E l'ha fatto benissimo, il martire dell'orrida casta politica, soprattutto in televisione da Santoro. Oggi paradossalmente sembra lui, il governatore uscente, il capo della rivolta contro il palazzo. Vendola ha dalla sua argomenti popolari e contro di lui veti incomprensibili. Perché alla fine non lo vogliono più? Perché Casini, che pure gli testimonia grande stima personale, non vuole Vendola? Perché è gay? Perché è comunista? Oppure perché non vuole privatizzare l'acquedotto pugliese, magari al gruppo Caltagirone? Perché i dipietristi non lo vogliono? Perché non ha cambiato la sanità pugliese? Ma in procura negano di avere nulla a carico del governatore. "Tranne un'intercettazione dove cercavo di "raccomandare" come primario un ex docente di Harvard, vedi che colpa" dice l'interessato. Non sarà allora perché non ha mai dato un assessore all'Idv in giunta? Sospetti, dietrologie. "Le solite fesserie dei giustizialisti" liquida Nicola Latorre. E magari sarà vero. Ma vi sarebbero meno sospetti e dietrologie se il Pd avesse messo in campo un criterio chiaro. Le primarie vanno bene per eleggere il segretario regionale e quello nazionale, ma non per il candidato governatore. L'alleanza con l'Udc è irrinunciabile in Puglia, ma era facoltativa nel Lazio. Non si capisce neppure chi comandi oggi nel Pd, se D'Alema o Bersani, che nella vicenda pugliese, dove il partito si gioca la faccia, non s'è ancora mai visto. Oppure magari comanda Casini, tecnicamente segretario di un altro partito, o forse nessuno. L'unica cosa certa è che il laboratorio è fallito e qualcuno deve prenderne atto. Tira aria di ritirata strategica. Il primo a fiutarla è stato Antonio Di Pietro, che ora è pronto a tornare sul nome di Vendola: "Lui o un altro, ma in fretta. O 'sto candidato lo vogliamo scegliere dopo le elezioni?".

Monday, January 04, 2010

L'INSOSTENIBILE VOGLIA DI INCIUCIO DEL PD

Ritengo che la strategia di opposizione del PD favorevole alle Riforme sia assurda, dettata da una voglia di conciliazione verso Berlusconi che porta inevitabilmente ad accettare la sua condizione di isolare Di Pietro e distruggere la Costituzione.
Non ci si può nascondere dietro la trita analisi che Di Pietro sia un populista e che nel suo partito vi sia del marcio come in Danimarca: sarà pure vero, ma il movimento di opposizione civile che lo sostiene, quel popolo viola che è sceso in piazza per resistere all'offensiva "auroritaria" di questo governo, esprime un desiderio reale, una voglia di pulizia e rinnovamento etico che la politica non può non vedere.
Il PD ritiene di rappresentare un ordine riformista liberale e moderno, buono per i bottegai e i capetti grandi e piccoli, mentre la società civile che guarda alla sinistra desidera ben altro.