Questione democratica e questione sociale
Propongo uno stralcio del saggio dal titolo “Questione democratica e questione sociale” tratto da Micromega n. 1/2010. Il saggio, è Di Giorgio Cremaschi, del quale condivido totalmente l’analisi.
E’ possibile mettere in connessione crisi democratica e crisi sociale? E, soprattutto, è possibile che le lotte in difesa della democrazia e quelle in difesa del lavoro e dei suoi diritti finalmente si incontrino?
E’ possibile, sarebbe necessario se non indispensabile, ma non è affatto scontato. Perché in entrambi i campi vi sono forze e posizioni che operano per la loro totale separazione.
Partiamo da quello che sta avvenendo nel campo sindacale. Il 22 gennaio 2009, Cisl, Uil, Confindustria e governo con il solito seguito di organizzazioni subalterne, hanno sottoscritto un patto che cambia alla radice il sistema delle relazioni sindacali. Nella sostanza hanno cambiato la Costituzione nelle relazioni sindacali, escludendo il primo sindacato italiano, la Cgil. Ciò ha prodotto conseguenze nei contratti dei lavoratori pubblici, dove ormai i sindacati della Cgil sono esclusi di fatto dal sistema delle relazioni, che viene praticato solo con Cisl e Uil. Fino allo scandalo del contratto dei metalmeccanici ove sindacati di minoranza, contro la Fiom che è maggioranza, hanno firmato un contratto che vuole cancellare quello tuttora in vigore, senza alcuna consultazione democratica.
Non c’è nessuna violazione di regole democratiche come la brutalità e l’arbitrio con il quale il governo, la Confindustria e Cisl e Uil sono intervenuti contro il contratto dei metalmeccanici. Eppure anche in una parte rilevante della stampa e dell’opinione pubblica democratica questa questione e stata derubricata nelle normali vicende economico-sindacali.
Ma non è solo una questione di regole democratiche violate. L’ideologia e la pratica sociale che ispirano questi accordi sono quelle dell’aziendalismo e del corporativismo. Nel suo libro bianco il ministro Sacconi ha definito un nuovo regime sindacale, quello della “complicità”, mentre ha dichiarato superato il principio dell’uguaglianza, in nome di un “universalismo selettivo” che nella sostanza cancella parità di diritti.
Il patto corporativo tra governo, Confindustria e sindacati complici, serve appunto ad amministrare questa nuova selezione sociale nella quale i diritti universali non sono più a disposizione di tutti, ma vengono gradualmente distribuiti secondo le convenienze. Una manifestazione di tale patto è stato l’approvazione da parte di Confindustria Cisl e Uil dello scudo fiscale e il totale silenzio di tutte queste forze sulla crisi della democrazia. Il governo Berlusconi senza il sostegno esplicito dei sindacati amici e delle organizzazione delle imprese sarebbe già entrato in crisi di fronte alle contraddizioni e i drammi della crisi economica e alla totale insufficienza o inefficienza delle sue scelte.
Siamo all’ideologia della rassegnazione sociale a cui Cisl e Uil attingono a piene mani per giustificare e valorizzare le proprie scelte in nome del meno peggio, dell’inutilità del conflitto e della lotta della necessità dell’adattamento.
A fondamento di questo regime sta la conservazione di tutti i poteri consolidati e di tutte le ingiustizie accumulate. Bisogna accettare lo scudo fiscale, perché con esso si finanzia la cassa integrazione. Bisogna accontentarsi della cassa integrazione, perché ci sono milioni di precari che non hanno nemmeno quella. I precari, a loro volta, se vogliono ottenere qualcosa, devono rivendicare il taglio delle pensioni. E tutti insieme, precari e fissi, devono sapere che sono i migranti che minacciano il posto di lavoro degli italiani e non la strategia delle imprese, le multinazionali, l’assenza di politiche industriali, l’evasione fiscale.
E’ possibile mettere in connessione crisi democratica e crisi sociale? E, soprattutto, è possibile che le lotte in difesa della democrazia e quelle in difesa del lavoro e dei suoi diritti finalmente si incontrino?
E’ possibile, sarebbe necessario se non indispensabile, ma non è affatto scontato. Perché in entrambi i campi vi sono forze e posizioni che operano per la loro totale separazione.
Partiamo da quello che sta avvenendo nel campo sindacale. Il 22 gennaio 2009, Cisl, Uil, Confindustria e governo con il solito seguito di organizzazioni subalterne, hanno sottoscritto un patto che cambia alla radice il sistema delle relazioni sindacali. Nella sostanza hanno cambiato la Costituzione nelle relazioni sindacali, escludendo il primo sindacato italiano, la Cgil. Ciò ha prodotto conseguenze nei contratti dei lavoratori pubblici, dove ormai i sindacati della Cgil sono esclusi di fatto dal sistema delle relazioni, che viene praticato solo con Cisl e Uil. Fino allo scandalo del contratto dei metalmeccanici ove sindacati di minoranza, contro la Fiom che è maggioranza, hanno firmato un contratto che vuole cancellare quello tuttora in vigore, senza alcuna consultazione democratica.
Non c’è nessuna violazione di regole democratiche come la brutalità e l’arbitrio con il quale il governo, la Confindustria e Cisl e Uil sono intervenuti contro il contratto dei metalmeccanici. Eppure anche in una parte rilevante della stampa e dell’opinione pubblica democratica questa questione e stata derubricata nelle normali vicende economico-sindacali.
Ma non è solo una questione di regole democratiche violate. L’ideologia e la pratica sociale che ispirano questi accordi sono quelle dell’aziendalismo e del corporativismo. Nel suo libro bianco il ministro Sacconi ha definito un nuovo regime sindacale, quello della “complicità”, mentre ha dichiarato superato il principio dell’uguaglianza, in nome di un “universalismo selettivo” che nella sostanza cancella parità di diritti.
Il patto corporativo tra governo, Confindustria e sindacati complici, serve appunto ad amministrare questa nuova selezione sociale nella quale i diritti universali non sono più a disposizione di tutti, ma vengono gradualmente distribuiti secondo le convenienze. Una manifestazione di tale patto è stato l’approvazione da parte di Confindustria Cisl e Uil dello scudo fiscale e il totale silenzio di tutte queste forze sulla crisi della democrazia. Il governo Berlusconi senza il sostegno esplicito dei sindacati amici e delle organizzazione delle imprese sarebbe già entrato in crisi di fronte alle contraddizioni e i drammi della crisi economica e alla totale insufficienza o inefficienza delle sue scelte.
Siamo all’ideologia della rassegnazione sociale a cui Cisl e Uil attingono a piene mani per giustificare e valorizzare le proprie scelte in nome del meno peggio, dell’inutilità del conflitto e della lotta della necessità dell’adattamento.
A fondamento di questo regime sta la conservazione di tutti i poteri consolidati e di tutte le ingiustizie accumulate. Bisogna accettare lo scudo fiscale, perché con esso si finanzia la cassa integrazione. Bisogna accontentarsi della cassa integrazione, perché ci sono milioni di precari che non hanno nemmeno quella. I precari, a loro volta, se vogliono ottenere qualcosa, devono rivendicare il taglio delle pensioni. E tutti insieme, precari e fissi, devono sapere che sono i migranti che minacciano il posto di lavoro degli italiani e non la strategia delle imprese, le multinazionali, l’assenza di politiche industriali, l’evasione fiscale.
Se nel capo sociale ci sono forze che rifiutano la lotta per la democrazia e l’uguaglianza, nel campo della lotta per la democrazia ci sono forze e culture che escludono il conflitto sociale. Ci si oppone duramente e giustamente all’attacco alla Corte Costituzionale e all’autonomia della magistratura, ma non si coglie il nesso che questo attacco ha con l’aggressione ai diritti dei lavoratori e alla libertà di contrattazione.
Qui sta sempre la contraddizione del liberaldemocratici in Italia. La difesa dei principi democratici assume così un carattere elitario, alto borghese, contrapposto ai drammi sociali del popolo.
La piccola impresa, il lavoro artigiano, il mondo delle professioni oggi subiscono l’aggressione della crisi. Il “ceto medio riflessivo” che ha animato il movimento dei Girotondi rappresenta la possibilità che queste forze sociali si stacchino dalla destra. Ma fino a che la sinistra liberaldemocratica avrà a riferimento la grande impresa e la grande borghesia, quelle forze resteranno in grande maggioranza a mugugnare e a disperarsi all’interno dello schieramento berlusconiano. E magari si radicalizzeranno in direzioni nefaste, sotto la spinta xenofoba a autoritaria della Lega.
Proprio per questo la sconfitta del disegno autoritario berlusconiano non può che avvenire sia sul terreno della lotta democratica, sia su quello delle conquiste sociali.
Si sta costruendo un regime nel quale l’intreccio tra arbitri e poteri burocratici, tra mercato selvaggio e corporativismo si diffonde sia nella sfera della politica sia in quella della società civile. La difesa della Costituzione è dunque anche la ricostruzione dei principi fondanti di essa sul terreno sociale: quali forze politiche oggi sono disposte a sostenere una legge una legge sulla democrazia sindacale che garantisca trasparenti regole del gioco nella contrattazione e nei poteri dei lavoratori? Non solo il governo è interessato a mantenere il regime sindacale privilegiato con Cisl e Uil, che rifiuta il voto dei lavoratori, ma anche il Partito democratico non vuole e non può entrare in conflitto con quei sindacati e con Confindustria. Alla fine nel campo sociale avviene la stessa cosa che in quello politico. Le posizioni più rigorose appaiono come irragionevoli e portatrici d’odio, mentre quelle che nei fatti accettano il progressivo logorarsi delle regole democratiche, vengono considerate pragmatiche e dialoganti.
In Italia si è progressivamente costruito un sistema corporativo e burocratico nel quale per ricchi e potenti c’è la concertazione oligarchica, mentre per i lavoratori e i poveri c’è la brutalità del mercato contemperata da un po’ di assistenza selettiva.
Se si vogliono difendere i principi della Costituzione si deve sapere un’Italia profondamente diversa, a partire dagli equilibri sociali, da quella che si sta delineando oggi.
Qui sta sempre la contraddizione del liberaldemocratici in Italia. La difesa dei principi democratici assume così un carattere elitario, alto borghese, contrapposto ai drammi sociali del popolo.
La piccola impresa, il lavoro artigiano, il mondo delle professioni oggi subiscono l’aggressione della crisi. Il “ceto medio riflessivo” che ha animato il movimento dei Girotondi rappresenta la possibilità che queste forze sociali si stacchino dalla destra. Ma fino a che la sinistra liberaldemocratica avrà a riferimento la grande impresa e la grande borghesia, quelle forze resteranno in grande maggioranza a mugugnare e a disperarsi all’interno dello schieramento berlusconiano. E magari si radicalizzeranno in direzioni nefaste, sotto la spinta xenofoba a autoritaria della Lega.
Proprio per questo la sconfitta del disegno autoritario berlusconiano non può che avvenire sia sul terreno della lotta democratica, sia su quello delle conquiste sociali.
Si sta costruendo un regime nel quale l’intreccio tra arbitri e poteri burocratici, tra mercato selvaggio e corporativismo si diffonde sia nella sfera della politica sia in quella della società civile. La difesa della Costituzione è dunque anche la ricostruzione dei principi fondanti di essa sul terreno sociale: quali forze politiche oggi sono disposte a sostenere una legge una legge sulla democrazia sindacale che garantisca trasparenti regole del gioco nella contrattazione e nei poteri dei lavoratori? Non solo il governo è interessato a mantenere il regime sindacale privilegiato con Cisl e Uil, che rifiuta il voto dei lavoratori, ma anche il Partito democratico non vuole e non può entrare in conflitto con quei sindacati e con Confindustria. Alla fine nel campo sociale avviene la stessa cosa che in quello politico. Le posizioni più rigorose appaiono come irragionevoli e portatrici d’odio, mentre quelle che nei fatti accettano il progressivo logorarsi delle regole democratiche, vengono considerate pragmatiche e dialoganti.
In Italia si è progressivamente costruito un sistema corporativo e burocratico nel quale per ricchi e potenti c’è la concertazione oligarchica, mentre per i lavoratori e i poveri c’è la brutalità del mercato contemperata da un po’ di assistenza selettiva.
Se si vogliono difendere i principi della Costituzione si deve sapere un’Italia profondamente diversa, a partire dagli equilibri sociali, da quella che si sta delineando oggi.
