Sunday, May 31, 2015
La retorica dell'immigrazione è atteggiamento assai diverso dell'accoglienza dei singoli migranti, che è opera indispensabile, umana e giusta.
A mio avviso però, quando la Sinistra affronta il macro fenomeno dell'immigrazione dovrebbe farlo in chiave marxista e non in chiave cattolica.
Marx ci direbbe che l'immigrazione è promossa strutturalmente dal capitale e che la Sinistra dovrebbe comprenderne e poi combatterne le cause e non difendere il fenomeno in modo sovrastrutturale ed anche molto ingenuo.
Il capitale ha bisogno dell'immigrazione per distruggere i diritti sociali e la residua forza organizzativa dei lavoratori. Il capitale mira a renderci tutti come migranti, senza diritti, senza lingua, senza coscienza oppositiva. L'immigrazione è uno strumento della lotta di classe, è lo strumento con cui il capitale uccide diritti sociali e abbassa il costo del lavoro ( e questi sono fatti che vediamo realizzarsi ogni giorno che passa).
Chi critica il capitale senza analizzare strutturalmente l'immigrazione rimane alla superficie del fenomeno e fa il gioco del capitale.
ELLY E LA SINISTRA
Gentile Elly,
ho avuto modo di sentirti a Ravenna con Paglia alla prestazione del libro "A Sinistra". Quella sera ho trovato persino il coraggio di balbettare la mia perplessità sulla divisione della Sinistra. Non mi spiegavo come si potesse pensarla allo stesso modo per poi tornare a casa e stare uno nel PD e uno in Sel: la divisione molecolare è sempre stato il problema della Sinistra.
L'estate scorsa il il PD era già un partito di Destra, il tradimento renziano del programma Italia Bene Comune si era già consumato ed era chiara ( chiarissima ) la strada che avrebbe preso il PD.
Si è perso molto tempo.
C'è da ricostruire un nuovo paradigma culturale della Sinistra; da ricostruire la fiducia di milioni di elettori che si sono sentiti traditi e si sono allontanati dalla politica. Un altro mondo è possibile e bisogna dirlo chiaro e tondo che non c'è solo il capitalismo selvaggio basato sul pensiero unico.
Bisogna ripartire dal lavoro, ridare rappresentanza al lavoro in Parlamento.
Occorre costruire un partito organizzato e con un paradigma culturale chiaro e definito.
L'ossessivo richiamo alle primarie non serve che a coprire il vuoto programmatico e organizzativo dei partiti. Le primarie non sono che un artificio per drogare il sistema e dare la sensazione che vi sia quella democrazia che invece nei partiti non c'è.
I partiti vanno rifondati, va alzata la qualità della militanza, va creata una struttura in grado di attrarre cittadini che vogliono partecipare alle scelte cercando di superare quella ferrea legge delle oligarchie che vige nei partiti (10 persone che decidono tutto e tutti gli altri che non decidono niente).
Il PD oggi è un partito pervaso da un leaderismo esasperato, oligarchi territoriali e militanti che contano meno di zero.
Se si saprà costruire un soggetto che dia voce a milioni di cittadini che si guardano sempre in cagnesco e votano sempre contro i propri interessi (i disoccupati, i precari, quelli che guadagnano circa mille euro al mese, insomma, i poveri ) forse si potrà anche frenare questa deriva ultra liberista che crea ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più numerosi e sempre più poveri.
Uniti, è indispensabile. E possibile.
Wednesday, May 27, 2015
DANTE E GLI IGNAVI
Di Francesco Erspamer
"Genialmente Dante fa iniziare il suo percorso nell’aldilà, subito dopo aver varcato la porta dell’inferno, con l’incontro con gli ignavi: la folla immensa (“sì lunga tratta / di gente ch’i’ non averei creduto / che morte tanta n’avesse disfatta”) di coloro che non seppero scegliere e prendere posizione e che dunque “visser sanza ‘nfamia e sanza lodo” o addirittura “mai non fur vivi”. Durissimo, Dante, e ancor di più Virgilio, che si rifiuta di parlarne: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.
Perché questo disprezzo? Perché pochi fra gli innumerevoli esempi di cattiveria umana di cui i due pellegrini verrano a conoscenza nel corso del loro viaggio attraverso l’inferno e il purgatorio, sarebbero stati possibili senza la complicità di chi preferì la passività e l’indifferenza sottraendosi alla responsabilità dell’intervento e della partecipazione. Il male nasce nella mente dei malvagi ma si attua solo nel momento in cui la gente, o buona parte di essa, rinuncia a resistergli per paura, pigrizia, rassegnazione, abitudine.
Il canto terzo dell’Inferno mi è tornato in mente pensando ai tanti che domenica prossima si asterranno o voteranno scheda bianca. Credendo di salvarsi l’anima o la coscienza. E forse a livello individuale è vero: ma Dante, che pensava in termini di bene comune, vide in essi l’indispensabile presupposto, anche se non la causa diretta, dell’ingiustizia e del dolore del mondo".
T
IDEOLOGIA
Nella migliore delle ipotesi, se parli di “ideologia” la gente ti fulmina come se ti cogliesse a bestemmiare: eppure l’ideologia, quale sistema di valori, ha una funzione fondamentale nell’esistenza di un individuo.
E’ diffusa l’opinione che le vecchie ideologie ci abbiano ingabbiato ed oppresso per cui le abbiamo additate come schifose e poi rifiutate per sentirci più liberi. Ma non è possibile vivere senza valori, né senza una concezione di sè e del mondo.
Nel momento in cui ogni tradizione di concezione del mondo e di sistema di valori è stata dichiarata inutilizzabile ed oppressiva ci siamo sentiti tutti più liberi, sollevati. Ognuno si è sentito libero di scegliersi i valori che voleva sulla base di ogni singola meta.
Eppure l'essere umano fatica a navigare a vista per tutta la sua esistenza. Per vivere ha bisogno di una posizione nel mondo, di un’ appartenenza culturale, di un sistema di valori che lo orienti nelle scelte della vita, perché è complicato, ogni volta, decidere da soli su ogni singolo obiettivo. Che lo vogliamo o no, c'è sempre una sorta di ricerca semi inconscia di un proprio paradigma di valori, buoni o cattivi che sia.
Quando le vecchie ideologie (tutte borghesi, peraltro) sono state superate come pure la religione, sono state sostituite dal valore dei soldi tout court. E’ stata veicolata un’ altra ideologia per cui i soldi sono tutto, perché ogni cosa ha un prezzo e non un valore nella nuova società liberista basata sul mito del consumo in cui una persona senza soldi non vale niente, perché non può acquistare niente.
E non può sfuggire a nessuno il grande affare che ci hanno fatto le masse nel disfarsi dei valori del Presepe o delle vecchie e polverose ideologie del novecento (che parlavano di uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale) per ritrovarsi, senza nemmeno più i partiti di massa, tra le immense praterie della legge del più forte e del pensiero unico.
Sunday, May 24, 2015
POCO POCO, PIANO PIANO
Non ci tolgono tutto in una volta. No. Darebbe nell'occhio, e tutti capirebbero la gravità della situazione. Ci tolgono invece un diritto alla volta, un pezzo dopo l'altro, con lenta e solerte continuità. E passo dopo passo ci fanno arretrare di chilometri e chilometri: ci tolgono lentamente tutto quel che ci eravamo conquistati. Ecco raccontata la storia dal 1989 ad oggi, in due parole.
Saturday, May 23, 2015
GITA SCOLASTICA
Gita scolastica alle superiori: adrenalina all'ennesima potenza, alcool a fiumi, fumo come se piovesse. Ci siamo passati tutti, sappiamo bene cosa succede, gli scherzi sono all'ordine del giorno, non facciamo gli ipocriti.
Ora un ragazzo è morto precipitando dal quinto piano: ha dei forti dolori addominali, forse qualcuno ha messo del lassativo nella birra, ma il bagno è occupato, allora sporge il culo dalla finestra per cagare da lì. E cade.
Se davvero i fatti fossero andati così, mi pare l'apoteosi della demenza: del morto ( se l'idea è stata sua), o del branco (se qualcuno l'ha costretto).
Ad ogni modo il fatto grave non è mettere il guttalax, ma che nessuno abbia cercato di fermare la tragedia che si stava consumando; che nessuno sia corso a chiamare gli insegnanti; che neanche un compagno abbia visto e soccorso.
Ragazzi freddi, glaciali, inumani, privi di coscienza e libero arbitrio, senza nessun senso della morale, di ciò che è bene e di ciò che è male.
Fatti che capitano spesso e che ci scivolano addosso senza che nessuno si interroghi mai sulla gravità di certi comportamenti, sulla necessità di ripristinare il concetto di responsabilità personale sul male che si procura agli altri.
La preside difende quei "bravi ragazzi" (?), mentre la famiglia punta il dito contro la scuola (come se per l'episodio in sé c'entrasse qualcosa).
È l'italiano che pensa ai fatti suoi. Ed è la triste storia delle questioni morali in Italia che mai riuscirò a spiegarmi.
LETTERA A UN DIRIGENTE SCOLASTICO DOPO LA CURA RENZI
Gentilissimo Dirigente Scolastico,
sono la madre di Bianchi, della 4^A del plesso XY.
Le scrivo, perché sono interessata a finanziare l’acquisto di nuovi computer per il laboratorio informatico della scuola di mio figlio destinando al Suo Istituto un contributo economico molto importante: sono convinta che con i nuovi computer e la qualità del corpo docenti alle Sue dipendenze, gli alunni della scuola diventeranno i migliori della città sul piano delle competenze informatiche.
A proposito di docenti, Le volevo segnalare il nominativo di un insegnante molto bravo che conosco personalmente e che ha persino lavorato alla Microsoft di Milano come dirigente. E' rientrato in Romagna da qualche anno ed ora si trova iserito nelle liste regionali delle GAE: sono certa sarà ben lieta di averlo presto nel suo organico.
Le volevo poi segnalare un fatto increscioso che si è verificato nella classe di mio figlio, dove l'insegnante di italiano ha fatto una pessima valutazione del bambino durante l'ultima interrogazione. Non voglio dare giudizi sulle capacità di mio figlio, perché potrebbero sembrare di parte, ma la maestra privata da cui si reca ogni pomeriggio a studiare, mi dice che ha una naturale predisposizione per la grammatica, ma che purtroppo lei stessa è costretta a colmare le lacune del metodo di insegnamento adottato dalla sua insegnante. La mia impressione è che la maestra provi una certa antipatia per mio figlio pregiudicando in tal modo l’obiettività del giudizio nei suoi confronti. Il bambino soffre davvero tanto per questa situazione e mi ha chiesto di cambiare scuola. Sono certa che saprà trovare la giusta soluzione che soddisfi entrambi.
Nell'attesa di riscontro, la ringrazio per la cortese attenzione.
Cordialmente.
MATEMATICA, LOGICA ED EQUITA 'SOCIALE
Prendete un servizio.
Prendete un sistema tariffario che aumenta all’aumentare del reddito, ma in proporzione sensibilmente minore all’aumentare del reddito.
Prendete un asse cartesiano e disponete sull'asse x il reddito e su quello y la tariffa prevista per usufruire di quel servizio: la curva che rappresenta il sistema tariffario è positiva e crescente, ma non è esponenziale, bensì logaritmica.
Ora, considerate la decisione di aumentare la base logaritmica ottenendo una curva che cresce, ma sempre più lentamente.
E adesso, ditemi:
1) Un sistema tariffario di questo tipo, avvantaggia i più ricchi o i più poveri?
2) Un sistema tariffario del genere, è di Destra o di Sinistra?
3) Un sistema tariffario di questo tipo dovrebbe soddisfare la CGIL o farla incazzare?
Sunday, May 17, 2015
CULTURA UMANISTICA
venerdì 15 maggio 2015
Intervento scritto al Convegno che si tiene oggi a Roma, al Liceo Mamiani, in difesa del Liceo Classico sul tema:
«Sotto l'egida di Atena, saper essere e saper fare – Liceo Classico passaporto per il futuro»
È con gran dispiacere se, per motivi di salute, non posso intervenire a questo incontro cui mi ha gentilmente invitato la preside Sallusti. Me ne dispiace ancor di più in quanto lo ritengo un evento di grande importanza. La difesa del Liceo Classico è un tema cruciale su cui si gioca il futuro dell’istruzione italiana e, in generale, anche della cultura che vogliamo conservare, valorizzare e trasmettere ai giovani, come momento fondamentale della nostra identità nazionale.
Ferme restando tutte le esigenze di rinnovamento dell’istruzione, dei nuovi rapporti tra cultura e tecnologia – il che significa in concreto una valorizzazione della formazione tecnica e professionale, in cui pure l’Italia è stata ai primi posti prima che questa venisse demolita – si tratta di pronunciarsi su una questione centrale. Vogliamo una scuola che sia esclusivamente luogo di addestramento di forza lavoro per le imprese, il che significa molte cose negative? Ovvero, riduzione del ruolo dell’insegnante da “maestro” a mero esecutore di direttive imposte per via burocratica, per giunta in un contesto di basso livello, in quanto in Italia ormai non esiste più una grande industria a elevato contenuto tecnologico, bensì soltanto piccola e media impresa? Oppure vogliamo una scuola che formi “persone” e non addetti, che conferisca in modo aperto e critico, rispettoso delle dinamiche individuali degli alunni, le conoscenze necessarie per poi compiere libere scelte? Insomma, vogliamo una scuola che formi alla libertà, e non di indottrinamento costruttivista mirante a formare soggetti coerenti con linee ideologiche preformate?
Per parte mia aderisco con forza a una visione che definirei umanistica. Il Liceo Classico ne è la rappresentazione e il baluardo più valido.
Al contrario, stiamo vivendo il tentativo di distruggere questo baluardo e a ciò contribuisce una prassi buro-tecnocratica che affoga la scuola sotto cumuli avvilenti di prescrizioni, circolari, certificazioni, ecc. oltretutto scritte in un modo che costituisce un attentato alla lingua italiana e alla dignità di chi deve subirle. La prepotenza di questo apparato buro-tecnocratico è capace di arrivare alla mistificazione. Collaborai anni fa alla redazione delle nuove indicazioni nazionali per i Licei: la parte matematica è in buona parte farina del mio sacco. Già allora fu criticata aspramente perché troppo “culturale”: era vero perché l’intento era di proporre le relazioni tra matematica e altre discipline, in particolare filosofia e storia, nel quadro di una visione umanistica. Il che non significava ignorare il ruolo della matematica nella rappresentazione dei fenomeni, ma escludendo nettamente che la matematica possa ridursi a problem solving, un’idea limitativa e anche profondamente ignorante, incapace di capire che spesso è la riflessione sui problemi insolubili (e ve ne sono tanti in matematica!) che è la fonte della formazione più ricca. Ho letto con sconcerto che il ministero ha proposto le prove preliminari per la matematica argomentando che al centro di esse deve esservi ilproblem solving per renderle coerenti con gli orientamenti delle Indicazioni nazionali… Ogni commento è superfluo.
La questione dei rapporti tra materie scientifiche e materie “umanistiche” (greco, latino, storia, filosofia), è cruciale. Il tentativo di considerare appunto “umanistiche” le seconde e non le prime deve essere battuto. Esso significa distruggere d’un colpo una peculiarità della tradizione scientifica europea e italiana in particolare, che hanno costruito la propria modernità nella relazione profonda con una tradizione che viene dalla cultura scientifica dell’Antica Grecia.
All’indomani dell’Unità d’Italia, il paese era l’unico in Europa che doveva costruirsi i fondamenti di un’istruzione unitaria, dove tutto mancava, dalle istituzioni ai libri di testo e alla definizione dei loro contenuti. Si accese allora un dibattito su come impostare un insegnamento della matematica e come creare i manuali di base. Non furono coloro che oggi verrebbero definiti come polverosi umanisti, bensì ingegneri come Francesco Brioschi e Luigi Cremona (sostenuti da Quintino Sella), i fondatori dei grandi Politecnici di cui oggi meniamo vanto, a fare una scelta di un’audacia estrema: tornare a Euclide. I primi manuali di matematica erano addirittura soltanto una traduzione degliElementi di Euclide. Fu una scelta avventata? In una ventina d’anni appena, un paese appena affacciatosi sulla scena si produsse in uno sviluppo impressionante e verso la fine dell’Ottocento la matematica italiana poteva considerarsi senz’altro come la terza potenza europea (e mondiale) dopo la Francia e la Germania.
L’approccio umanistico aveva funzionato anche sul terreno specifico della scienza e l’Italia ha avuto uno dei grandi protagonisti di tale visione nel grande matematico e filosofo Federigo Enriques, i cui manuali hanno improntato la formazione scolastica di tante generazioni fino a poco tempo fa – manuali che peraltro sono ancor oggi superiori alle tante mediocrità circolanti.
Nella prolusione del 1860 all’Università di Bologna, Luigi Cremona spiegò con estrema chiarezza e con parole attualissime quali sono le relazioni profonde tra i vari ambiti della conoscenza e, in particolare, quello tra scienza pura e applicata che è proprio la chiave del successo della tecnologia nella società contemporanea.
Per concludere, ne propongo un passaggio:
«Respingete da voi, o giovani, le malevole parole di coloro che a conforto della propria ignoranza o a sfogo d’irosi pregiudizii vi chiederanno con ironico sorriso a che giovino questi ed altri studii, e vi parleranno dell’impotenza pratica di quegli uomini che si consacrano esclusivamente al progresso di una scienza prediletta. Quand’anche la geometria non rendesse, come rende, immediati servigi alle arti belle, all’industria, alla meccanica, all’astronomia, alla fisica; quand’anche un’esperienza secolare non ci ammonisse che le più astratte teorie matematichesortono in un tempo più o meno vicino ad applicazioni prima neppur sospettate; quand’anche non ci stesse innanzi al pensiero la storia di tanti illustri che senza mai desistere dal coltivare la scienzapura, furono i più efficaci promotori della presente civiltà – ancora io vi direi: questa scienza è degna che voi l’amiate; tante sono e così sublimi le sue bellezze, ch’essa non può non esercitare sulle generose e intatte anime dei giovani un’alta influenza educativa, elevandoli alla serena e inimitabile poesia della verità! I sapientissimi antichi non vollero mai scompagnata la filosofia, che era allora la scienza della vita, dalla studio della geometria, e Platone scriveva sul portico della sua accademia: Nessuno entri qui se non è geometra. Lungi quindi da voi questi apostoli delle tenebre; amate la verità e la luce, abbiate fede nei servigi che la scienza rende presto o tardi alla causa della civiltà e della libertà».
Oggi, ancor più di ieri difendere il Liceo Classico significa opporsi ai nuovi apostoli delle tenebre.
GIORGIO ISRAEL
È DELLE COL TERMOMETRO (A PROPOSITO DI INVALSI)
Di Giorgio Israel
Sono anni – non mesi – che vengono avanzate critiche argomentate e costruttive nei confronti dell’Invalsi: autoreferenzialità dell’ente sottratto a ogni valutazione e composto sempre dalle stesse persone, discutibilità dei metodi statistici e dei test proposti, eccesso di intervento con la prova per la secondaria di primo grado che fa media, sconsiderata incentivazione del deleterio “teaching to the test”, ecc.
A tanti sforzi si è sempre opposto uno sdegnoso commento: «Chi critica è solo uno che non vuol farsi valutare ed è contro il merito». L’Invalsi ha sgomitato soltanto per ottenere lo stesso potere che ha ottenuto l’Anvur nell’università, per ragioni che sarebbe interessante approfondire.
Ora l’Invalsi paga tale arroganza con il crollo della partecipazione ai test, senza contare che anche quelli compilati sono pieni di cose inattendibili: so direttamente di studenti italiani che hanno scritto che a casa loro la lingua corrente è il bulgaro o lo swahili e altre amenità …
Ma oggi su buona parte della stampa – in cui ogni voce anche moderatamente contraria non trova più spazio – si leva un grido unanime: «È uno scandalo. Rifiutare i test Invalsi è come rompere il termometro quando si ha la febbre». E giù prediche sulla valutazione e l’assenza di meritocrazia.
Ora, che questo lo faccia un personaggio che ha millantato due lauree e un master mai avuti e tante altre cosucce e che, mostrando impavido di non sapere e capire nulla di scuola, s’impanca – proprio lui! – a parlare di merito, dovrebbe essere considerato un fatto comico, se non fosse che il fatto che gli si dia credito è l’immagine più lampante di come davvero quando si pronuncia questa parola si fa soltanto retorica, e in modo sfacciato.
Che parli di termometro il capo dei presidi italiani, si può anche capire. Lui questa frase l’ha sentita dire da personaggi che reputa di alta e indiscutibile competenza. Per esempio, da Roger Abravanel, il quale appare sostenuto da un network così potente da potersi permettere qualsiasi svarione – per esempio che l’università italiana è gratis, quando invece è una delle più costose d’Europa – senza pagare pegno. Tanto lui si è definito da solo l’incarnazione della “meritocrazia” e allora visto che è tanto influente quel che dice deve essere vero. Quella frase l’ha sentita dire poi da accademici propriamente detti, come il prof. Andrea Ichino che, ancor oggi, sul Corriere della Sera, ricanta la solfa del termometro.
Vorrei allora raccontare al riguardo un episodio di alcuni anni fa. Mi trovavo in una commissione ministeriale per la valutazione assieme a lui e una decina di altri componenti. Si accese proprio una discussione sui metodi di valutazione oggettivi e standardizzati, con il prof. Ichino che sosteneva accanitamente le metodologie tipo Invalsi, con i quiz ecc. Gli feci notare che parlare in questo ambito di oggettività era assolutamente improprio e che ogni parallelismo con la fisica (con le scienze dei fatti materiali) era assurdo: tale era il parallelismo con il termometro. Osservai che la fisica si distingue per una piccola cosuccia come la possibilità di definire unità di misura in modo tale da essere adottate in modo universale da chiunque senza possibilità di equivoci e contestazioni, insomma aventi carattere oggettivo. Tale era l’unità di lunghezza (metro, di cui esiste un campione universale di riferimento) e anche l’unità di temperatura, anche se a voler essere rigorosi, prima dell’avvento della termodinamica anche la temperatura non era considerata come una grandezza misurabile in modo oggettivo. Osservai: «Se ci mettiamo a misurare il perimetro di questo tavolo ciascuno con un metro non truccato e garantito conforme allo standard, a parte piccoli scarti previsti dalla teoria della misura otterremo lo stesso risultato». E poi chiesi: «Nel campo della valutazione delle qualità immateriali quali sono le unità di misura? In particolare, quale sarebbe l’unità di misura delle competenze?»
Il collega ci pensò su un poco e poi sentenziò in modo netto: «L’unità di misura delle competenze è il test». Una risata omerica avrebbe dovuto accogliere una simile frase. Chiunque capisce che il test è anch’esso una costruzione immateriale, fabbricata da una persona o da un gruppo di persone con le proprie (rispettabili quanto discutibili) idee circa cosa sia la matematica, la letteratura, la storia ecc. Un’altra persona o gruppo di persone potrebbe avere idee diverse, anche opposte e degne di confronto. Per esempio, chi scrive ritiene che concepire la matematica come “problem solving” è non soltanto discutibile ma espressione di ignoranza crassa. Avrò ragione o torto ma ho buoni argomenti degni di essere discussi. Come è possibile costruire test di validità universalmente condivisa, oggettivi, su simili basi?
Una buona valutazione non può andar oltre un processo di confronto tra vedute diverse che miri al massimo possibile dicondivisione e di equanimità nei giudizi; il che non è affatto la stessa cosa dell’oggettività.
Ora se siamo al punto che anche un rispettabile professore universitario coltiva una simile confusione di idee e straparla di oggettività e termometri, come se l’Invalsi potesse essere l’equivalente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, di che stupirsi? Questo è il pantano in cui stiamo affondando
Thursday, May 14, 2015
A PROPOSITO DI SCUOLA E DELLA RIFORMA DENOMINATA “LA BUONA SCUOLA”
Ho sempre pensato fosse uno strano modo di pensare all’ istruzione di
massa quello di abolire la conoscenza: eppure, a leggere attentamente i
testi in circolazione, “la buona scuola” fa proprio questo.
Ho esaminato sia il progetto denominato “la buona scuola”, sia il disegno di legge di cui si discute in questi giorni e questo è il mio punto di vista.
Credo, innanzi tutto, che ogni progetto di trasformazione debba basarsi su diagnosi e prognosi veritiere affinché l'orientamento politico non sia sbagliato e l'azione pratica non sia inutile o addirittura dannosa: nel progetto “ la buona scuola” quell’ analisi accurata che precede e giustifica l’azione, manca.
Per pianificare un buon viaggio, serve avere chiaro dove andare, sapere dove si è e quale sia la strada migliore da percorrere, ma “la buona scuola”, non fa nulla di tutto ciò: nel progetto non si spiega a cosa dovrebbe servire la scuola, quali siano i suoi obiettivi e perché sia necessario intervenire. La premessa culturale non viene espressamente dichiarata, anche se assemblando i vari pezzi del progetto, il modello di istruzione a cui tende, si evince in modo chiaro.
“La buona scuola” si pone in sostanziale continuità con quel modello di scuola delineato negli ultimi 20 anni, un sistema che ha decretato la morte del valore della conoscenza ( sapere) come bene in sé, per celebrare la competenza ( il sapere fare in specifici contesti), utile al mondo delle imprese: è una scuola che non punta ad istruire, ma a formare futuri lavoratori; è una scuola che non si occupa dell'apprendimento logico-cognitivo, ma utilitaristico dei suoi studenti. “La buona scuola”, inoltre, ammiccando alle esigenze dell’utenza, delinea una scuola “leggera”, “ricreativa”, che intrattiene serenamente i ragazzi mentre li prepara al lavoro o tutt'al più a smanettare sui computer e a passare dei test (non per niente si parla espressamente di“valorizzare il ruolo sociale dell’insegnante”).
Non c’è nulla nel progetto che parli del valore della cultura e dell’importanza dello studio, mentre si prevede una forte connessione tra la scuola ed il mondo delle imprese. Il sistema economico è chiamato ad incidere sempre più sulla definizione dei piani formativi e l’apertura ai finanziamenti dei privati e alle sponsorizzazioni, qualifica un orientamento verso un modello di scuola americano che aggraverà le disuguaglianze tra le scuole, pregiudicando il carattere unitario ed universale del sistema nazionale dell’istruzione statale.
L’impostazione del sistema è aziendalistica, i contenuti culturali sono pressoché assenti, mentre ogni sforzo si concentra sugli aspetti organizzativi e gestionali: il risultato è una struttura ipertrofica, policentrica e competitiva che esaspera la concorrenza tra le scuole ed è paralizzata dalla burocrazia.
In linea con le riforme precedenti (Berlinguer, Moratti e Gelmini), “La buona scuola” celebra l’autonomia scolastica senza averne analizzato i risultati e ripone ogni fiducia su un sistema verticistico che valorizza la figura del dirigente scolastico sul mito della dirigenza unica. Eppure il quaderno bianco sulla scuola redatto dal MIUR nel 2008, ci fornisce uno studio che dice ben altro sulla qualità del nostro sistema scolastico. Significativo è il dato circa il fatto che l’elevata varianza sulle competenze degli studenti italiani rispetto alla media OCSE, si riduce fortemente nella scuola primaria, non affetta da selezione curricolare e caratterizzata da una maggiore collegialità del lavoro degli insegnanti, da una formazione iniziale in qualche modo attenta alla dimensione didattica dell’insegnamento e da una modalità di reclutamento che richiede conoscenze pedagogiche (cioè, l'esatto opposto di quanto si delinea con "la buona scuola").
La questione stranieri e della loro integrazione scolastica non viene affrontata. Il disegno di legge non affronta il tema dei processi migratori e lascia ai Comuni e all'autonomia della scuola la risoluzione dei problemi di integrazione: è uno scarico di responsabilità da parte dello Stato che rischia di aggravare il divario tra le scuole.
Poco si dice sulla qualità didattica e sui metodi d'insegnamento, mentre si introduce un meccanismo di merito selettivo basato sulla valutazione discrezionale del dirigente scolastico.
La forzatura della Costituzione in termini di selezione del personale è verosimile in relazione all’ adozione di un piano di assunzione straordinario di precari non vincitori di concorso, mentre è apprezzabile la previsione di prevedere concorsi periodici e l’introduzione di forme strutturali di aggiornamento permanente e nuove procedure di abilitazione all’ insegnamento nell’ ambito dei corsi di laurea magistrale.
Pochissime le risorse stanziate per il funzionamento delle scuole: assente il recupero dei tagli apportati al sistema scolastico statale a fare data dal 2008 (circa 8 miliardi di euro). Lo stanziamento di somme previste a fare data dal 2016 non supera le qualche centinaia di milione di euro, mentre in materia di edilizia scolastica si fa riferimento a risorse già stanziate con leggi precedenti che verranno assegnate sulla base del piano nazionale.
Ottima la previsione di una razionalizzazione normativa attraverso la redazione di un nuovo Testo Unico, anche se nel DDL sono previste una ventina di deleghe che produrranno una caterva di norme tra decreti legislativi e regolamenti attuativi.
Conclusione : il testo di legge proposto dal Governo non è emendabile. Per salvare la scuola pubblica occorre scrivere un’altra riforma, partendo da tutt’ altra ideologia che dia valore al sapere come bene in sè, alla cultura e allo studio.
Ho esaminato sia il progetto denominato “la buona scuola”, sia il disegno di legge di cui si discute in questi giorni e questo è il mio punto di vista.
Credo, innanzi tutto, che ogni progetto di trasformazione debba basarsi su diagnosi e prognosi veritiere affinché l'orientamento politico non sia sbagliato e l'azione pratica non sia inutile o addirittura dannosa: nel progetto “ la buona scuola” quell’ analisi accurata che precede e giustifica l’azione, manca.
Per pianificare un buon viaggio, serve avere chiaro dove andare, sapere dove si è e quale sia la strada migliore da percorrere, ma “la buona scuola”, non fa nulla di tutto ciò: nel progetto non si spiega a cosa dovrebbe servire la scuola, quali siano i suoi obiettivi e perché sia necessario intervenire. La premessa culturale non viene espressamente dichiarata, anche se assemblando i vari pezzi del progetto, il modello di istruzione a cui tende, si evince in modo chiaro.
“La buona scuola” si pone in sostanziale continuità con quel modello di scuola delineato negli ultimi 20 anni, un sistema che ha decretato la morte del valore della conoscenza ( sapere) come bene in sé, per celebrare la competenza ( il sapere fare in specifici contesti), utile al mondo delle imprese: è una scuola che non punta ad istruire, ma a formare futuri lavoratori; è una scuola che non si occupa dell'apprendimento logico-cognitivo, ma utilitaristico dei suoi studenti. “La buona scuola”, inoltre, ammiccando alle esigenze dell’utenza, delinea una scuola “leggera”, “ricreativa”, che intrattiene serenamente i ragazzi mentre li prepara al lavoro o tutt'al più a smanettare sui computer e a passare dei test (non per niente si parla espressamente di“valorizzare il ruolo sociale dell’insegnante”).
Non c’è nulla nel progetto che parli del valore della cultura e dell’importanza dello studio, mentre si prevede una forte connessione tra la scuola ed il mondo delle imprese. Il sistema economico è chiamato ad incidere sempre più sulla definizione dei piani formativi e l’apertura ai finanziamenti dei privati e alle sponsorizzazioni, qualifica un orientamento verso un modello di scuola americano che aggraverà le disuguaglianze tra le scuole, pregiudicando il carattere unitario ed universale del sistema nazionale dell’istruzione statale.
L’impostazione del sistema è aziendalistica, i contenuti culturali sono pressoché assenti, mentre ogni sforzo si concentra sugli aspetti organizzativi e gestionali: il risultato è una struttura ipertrofica, policentrica e competitiva che esaspera la concorrenza tra le scuole ed è paralizzata dalla burocrazia.
In linea con le riforme precedenti (Berlinguer, Moratti e Gelmini), “La buona scuola” celebra l’autonomia scolastica senza averne analizzato i risultati e ripone ogni fiducia su un sistema verticistico che valorizza la figura del dirigente scolastico sul mito della dirigenza unica. Eppure il quaderno bianco sulla scuola redatto dal MIUR nel 2008, ci fornisce uno studio che dice ben altro sulla qualità del nostro sistema scolastico. Significativo è il dato circa il fatto che l’elevata varianza sulle competenze degli studenti italiani rispetto alla media OCSE, si riduce fortemente nella scuola primaria, non affetta da selezione curricolare e caratterizzata da una maggiore collegialità del lavoro degli insegnanti, da una formazione iniziale in qualche modo attenta alla dimensione didattica dell’insegnamento e da una modalità di reclutamento che richiede conoscenze pedagogiche (cioè, l'esatto opposto di quanto si delinea con "la buona scuola").
La questione stranieri e della loro integrazione scolastica non viene affrontata. Il disegno di legge non affronta il tema dei processi migratori e lascia ai Comuni e all'autonomia della scuola la risoluzione dei problemi di integrazione: è uno scarico di responsabilità da parte dello Stato che rischia di aggravare il divario tra le scuole.
Poco si dice sulla qualità didattica e sui metodi d'insegnamento, mentre si introduce un meccanismo di merito selettivo basato sulla valutazione discrezionale del dirigente scolastico.
La forzatura della Costituzione in termini di selezione del personale è verosimile in relazione all’ adozione di un piano di assunzione straordinario di precari non vincitori di concorso, mentre è apprezzabile la previsione di prevedere concorsi periodici e l’introduzione di forme strutturali di aggiornamento permanente e nuove procedure di abilitazione all’ insegnamento nell’ ambito dei corsi di laurea magistrale.
Pochissime le risorse stanziate per il funzionamento delle scuole: assente il recupero dei tagli apportati al sistema scolastico statale a fare data dal 2008 (circa 8 miliardi di euro). Lo stanziamento di somme previste a fare data dal 2016 non supera le qualche centinaia di milione di euro, mentre in materia di edilizia scolastica si fa riferimento a risorse già stanziate con leggi precedenti che verranno assegnate sulla base del piano nazionale.
Ottima la previsione di una razionalizzazione normativa attraverso la redazione di un nuovo Testo Unico, anche se nel DDL sono previste una ventina di deleghe che produrranno una caterva di norme tra decreti legislativi e regolamenti attuativi.
Conclusione : il testo di legge proposto dal Governo non è emendabile. Per salvare la scuola pubblica occorre scrivere un’altra riforma, partendo da tutt’ altra ideologia che dia valore al sapere come bene in sè, alla cultura e allo studio.
Sunday, May 10, 2015
MANZONI E LA NATURALE ANTROPOLOGICA DEGLI ITALIANI
Di Francesco Erspamer
Manzoni era un genio e i "Promessi sposi" il ritratto dell'Italia, non come era nel seicento, al tempo della storia di Renzo e Lucia, e neppure nel primo ottocento, quando la scrisse: in tutti i tempi, antropologicamente. Il suo primo capitolo, quello di don Abbondio e i bravi, non andrebbe soltanto fatto leggere ai ragazzi; alcune sue parti bisognerebbe fargliele imparare a memoria. Per capire che l'arroganza del potere, che è una costante in ogni paese, per diventare pervasiva e inarrestabile ha bisogno della stupida acquiescenza della gente, della sua complice rassegnazione, per di più mascherata da furbizia e opportunismo. Quale era la tattica di don Abbondio? "Il suo sistema consisteva nello scansar tutti i contrasti e nel cedere in quelli che non poteva scansare; neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch'io mi sarei messo dalla vostra parte".
È un brano che mi è tornato in mente (e che dovrebbe tornare in mente a tanti italiani) leggendo che Susanna Camusso ha minacciato (ahi che paura) di dare come indicazione di voto in Veneto la scheda bianca. La scheda bianca, il tipico voto degli ignavi, esattamente ciò che avrebbe scelto don Abbondio. Il quale pure si sarebbe associato alla sinistra Pd uscendo dall'aula piuttosto che votare contro (o a favore) dell'Italicum; e che si sarebbe confortato nel vedere che i milioni che detestano don Rodrigo, pardon don Renzi, e che potrebbero spazzarlo via in qualsiasi momento, anche solo dando l'impressione di volerlo fare, stanno invece attentissimi a fargli capire, ogni giorno, che alle prossime elezioni si asterranno, qualunque cosa faccia: perché i mali che si conoscono sono più sopportabili e rassicuranti di quelli sconosciuti, e la rassegnazione più facile della lotta e dell'impegno.
Monday, May 04, 2015
I PERCHE' DELL ' ITALICUM
I PERCHE 'DELL' ITALICUM
Perché Renzi ha voluto l'Italicum?
Perché per garantire la governabilità, la politica ha bisogno di un quadro di consenso così ristretto?
Perché siamo in quadro economico che lascia fuori pezzi crescenti di società, pezzi sempre più ampi di classe media che vanno lasciati fuori anche dalla politica, se si vuole difendere questo tipo di economia.
Perché c'è insoddisfazione, c'è richiesta di cambiarla questa economia e il PD che non intende cambiarla, si è votato una legge elettorale che permette condizioni di governo sulla base di un consenso ristretto.
C'è un nesso stretto tra questione democratica e questione sociale: non è un caso che si restringano gli spazi di partecipazione democratica, perché spazi ampi non possono resistere a una fascia sempre più larga di lavoratori, di cittadini, di famiglie, di classe media che non c'è la fanno con questo tipo d'agenda economica che la politica non vuole cambiare.
Così siamo di fronte ad un sistema politico segnato dal più ignobile trasformismo pur di difendere questa economia e non dare rappresentanza agli interessi di strati sempre più ampi di classe media che soffre e protesta.
A questo serve l'italicum: a trasformare una minoranza in maggioranza.
Con l'Italicum, un consenso del 20% si trasforma nel 55% così un partito di minoranza può governare con le mani libere senza dovere cambiare l'economia e rappresentare la classe media.
Sunday, May 03, 2015
BLACK BLOC ALL'EXPO'
Condanno le violenze degli incappucciati di Milano senza se e senza ma.
Però non venitemi a dire che tutto ciò non fosse prevedibile, annunciato e quindi alla portata di un'intelligence efficiente e determinata: può un Paese come l'Italia finire sotto scacco militare dei Black Bloc?
La polizia ha caricato gli operai di Terni prendendoli a manganellate e non ha mosso un dito contro queste milizie di violenti: Perché? Non è paradossale?
Delle due l'una: o li hanno lasciati fare (con tutti i motivi che ci stanno dietro), oppure quando il Viminale afferma che la situazione terrorismo è sotto controllo, che sul versante ISIS possiamo stare tranquilli, è una balla.
Delle due l'una: o li hanno lasciati fare (con tutti i motivi che ci stanno dietro), oppure quando il Viminale afferma che la situazione terrorismo è sotto controllo, che sul versante ISIS possiamo stare tranquilli, è una balla.
Perché se i Black Bloc possono devastare Milano per l'Expo, figuriamoci cosa possono fare i combattenti dell'ISIS per il giubileo di Roma.
