Friday, August 29, 2008

REFERENDUM BOOMERANG

Gentile Onorevole,
penso anch'io che il Lodo Alfano sia una vergogna e non condivido nessuno dei motivi per i quali il PD ha ritenuto di non sostenere la propoposta di referendum. Detto questo, penso che combattere questa battaglia in solitaria sia una decisone tragicamente sbagliata.
L'IDV raccoglierà certamente le firme necessarie per indirlo e poi? Senza il PD a sostenere il referendum è sicuro che il quorum non verrà mai raggiunto, trasformando una giusta questione di principio nel trionfo di Silvio Berlusconi. Ma avrà altri esiti ancora più nefasti: rafforzerà quella parte del PD a Lei molto ostile e orientata a scaricarla per imbarcare Casini.
Io penso che in politica l'intelligenza serva e serva anche lungimiranza, visione, strategia di lungo periodo (quello che Veltroni non ha). Una volta fallito il referendum e indebolito la parte più "dipietrista" del PD, cosa farà l'IDV?
Le battaglie di principio hanno una profonda dignità, ma il buon politico non lavora solo di megafono, sa anche muoversi sottotraccia e cesellare di fino. La priorità politica è rafforzare la parte più prodiana del PD per rinsaldare l'alleanza e pensare a vincere le elezioni tra 4 anni.
Si tratta di rinunciare a mangiare un uovo oggi (un uovo che comunque non si magerebbe mai), per gustare una probabile gallina domani.
Non crede sia questa la strada giusta da percorrere onorevole Di Pietro?
Cos'è più immorale? Sospendere una battaglia o perdere la guerra?
Ci pensi la prego, ci pensi.

Wednesday, August 27, 2008

CAMBIO DI GUARDIA ALL'UNITA'
Il nostro posto
di Concita De Gregorio, da l'Unità, 26 agosto 2008
Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno.Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco.Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino.Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo “berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici.Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato.Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo. L’Unità è un pezzo della storia di questo Paese in cui tutti e ciascuno, in tempi anche durissimi, hanno speso la loro forza e la loro intelligenza a tenere ferma la barra del timone. Ricevo in eredità - da ultimo da Furio Colombo ed Antonio Padellaro – il senso di un impegno e di un’impresa. Quando immagino quale potrebbe essere il prossimo pezzo di strada, in coerenza con la memoria e in sintonia con l’avvenire, penso a un giornale capace di parlare a tutti noi, a tutti voi di quel che anima le nostre vite, i nostri giorni: la scuola, l’università, la ricerca che genera sapere, l’impresa che genera lavoro. Il lavoro, il diritto ad averlo e a non morirne. La cura dell’ambiente e del mondo in cui viviamo, il modo in cui decidiamo di procurarci l’acqua e la luce nelle nostre case, le politiche capaci di farlo, il governo del territorio, le città e i paesi, lo sguardo oltreconfine sull’Europa e sul mondo, la solidarietà che vuol dire pensare a chi è venuto prima e a chi verrà dopo, a chi è arrivato da noi adesso e viene da un mondo più misero e peggiore, solidarietà fra generazioni, fra genti, fra uguali ma diversi. La garanzia della salute, del reddito, della prospettiva di una vita migliore. Credo che per raccontare la politica serva la cronaca e che la cronaca della nostra vita sia politica. Credo che abbiamo avuto a sufficienza retroscena per aver voglia di tornare a raccontare, meglio e più onestamente possibile, la scena. Credo che la sinistra, tutta la sinistra dal centro al lato estremo, abbia bisogno di ritrovarsi sulle cose, di trovare e di dare un senso al suo progetto. Il senso, ecco. Ritrovare il senso di una direzione comune fondata su principi condivisi: la laicità, i diritti, le libertà, la sicurezza, la condivisione nel dialogo. Fondata sulle cose, sulla vita, sulla realtà. C’è già tutto quello che serve. Basterebbe rinominarlo, metterlo insieme, capirsi. Aprire e non chiudere, ascoltarsi e non voltarsi di spalle. È un lavoro enorme, naturalmente. Ma possiamo farlo, dobbiamo. Questo giornale è il posto. Indicare sentieri e non solo autostrade, altri modi, altri mondi possibili. Ci vorrà tempo. Cominciamo oggi un lavoro che fra qualche settimana porterà nelle vostre case un quotidiano nuovo anche nella forma. Sarà un giornale diverso ma sarà sempre se stesso come capita, con gli anni, a ciascuno di noi. L’identità, è questo il tema. L’identità del giornale sarà nelle sue inchieste, nelle sue scelte, nel lavoro di ricerca e di approfondimento che - senza sconti per nessuno - sappia spiegare cosa sta diventando questo paese; nelle voci autorevoli che ci suggeriscano dove altro sia possibile andare, invece, e come farlo. Sarà certo, lo vorrei, un giornale normale niente affatto nel senso dispregiativo, e per me incomprensibile, che molti danno a questo attributo: sarà un normale giornale di militanza, di battaglia, di opposizione a tutto quel che non ci piace e non ci serve. Aperto a chi ha da dire, a tutti quelli che non hanno sinora avuto posto per dire accanto a quelli che vorranno continuare ad esercitare qui la loro passione, il loro impegno. Non è qualcosa, come chiunque capisce, che si possa fare in solitudine. C’è bisogno di voi. Di tutti, uno per uno. Non ci si può tirare indietro adesso, non si deve. È questa la nostra storia, questo è il nostro posto.
Sono tra quelli che non hanno compreso l'estromissione di Padellaro dalla direzione del giornale.
Apprezzo comunque questo editoriale e voglio attribuirle fiducia. Mi aspetto coerenza.

Monday, August 25, 2008

COME FOCHE DI UN CIRCO

«Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra, la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che sembra diventato naturale come l´aria che respiriamo. Come bambini siamo fatto oggetto della cura di chi ci amministra. E come bambini bene addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere. È come se, dopo anni di allenamento televisivo, siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che, in condizione di spontanea libertà, sarebbe semplicemente un insopportabile giogo».
Nadia Urbinati (la Repubblica, 20 agosto)

Thursday, August 21, 2008

Colpo di sole estivo
dal blog di Antonio di Pietro
I senatori del governo e dell’opposizione di facciata si sono riuniti e, in seguito ad un colpo di sole estivo, hanno partorito l'Atto di Sindacato Ispettivo che esprime in misura molto chiara la volontà di riformare la giustizia piegandola al controllo politico. Non lo affermo solo io, ma anche Bruno Tinti, procuratore aggiunto presso la Procura di Torino e autore del libro "Toghe rotte". Nell'articolo, pubblicato sull'Unità di ieri, Bruno Tinti spiega in pochi punti come l'abolizione dell'obbligatorietà penale sia un errore clamoroso che può portare a interpretazioni locali della giustizia e a pesanti interferenze politiche sulla scelta dei reati da perseguire.
L’autore evidenzia inoltre una serie di riforme della giustizia per rendere la macchina più efficente con risorse già esistenti ed evitando clamorosi colpi di spugna. Una democrazia non può esistere se la Giustizia è sotto il controllo dell’Esecutivo.
Riporto l'articolo di Bruno Tinti dal titolo "Giustizia, che cosa fare subito".
"Il 29 luglio alcuni senatori del PdL e del PD hanno partorito l’ "Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00019", contenente una somma di proposte in materia di giustizia che, con lodevole eufemismo, possono dirsi poco condivisibili. Qui ne commento una.
La pattuglia mista inviata in missione esplorativa propone: "a) l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, con la previsione di un procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l’esercizio dell’azione penale nonché di un procedimento che veda la partecipazione dei pubblici ministeri e di altri soggetti istituzionali e che individui un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo;".
Detta così, c’è da essere ragionevolmente sicuri che i cittadini non capiscano nemmeno di cosa si stia parlando; proviamo a tradurre.
Obbligatorietà dell’azione penale significa: ogni volta che viene scoperto un reato si deve processare chi viene sospettato di averlo commesso. Il suo contrario è appunto la non obbligatorietà dell’azione penale: non per tutti i reati scoperti si debbono fare processi ma solo per alcuni. È un po’ come dire che, se uno abita in una grande casa, può decidere di pulire tutte le stanze; oppure di pulirne solo una parte.
Ma perché si dovrebbe fare una cosa del genere? È ovvio che è più bello e salubre vivere in una casa pulitissima piuttosto che in una pulita solo a metà. La risposta è ovvia: perché non si hanno abbastanza domestici per pulirla tutta; oppure si hanno domestici pigri e fannulloni; oppure di alcune stanze non si ha proprio bisogno ed è inutile pulirle. Così si debbono prendere delle decisioni: assumere più domestici (ma magari non me lo posso permettere); licenziare quelli pigri (è inutile, sono uno peggio dell’altro); traslocare in una casa più piccola (non ce ne sono o mi dispiace). E allora mi tocca lasciare alcune stanze sempre sporche, non c’è niente da fare.
Quindi, tornando alla giustizia, si può anche decidere di non fare tutti i processi che si dovrebbero fare e mandare impuniti un sacco di delinquenti; se le risorse non ci sono c’è poco da fare. Ma prima bisognerebbe vedere se questo è proprio vero; se, in realtà, prima di garantire l’immunità (parola ormai sdoganata da apposito provvedimento legislativo) a chi delinque, non sia possibile trovare altre risorse o usare bene quelle che ci sono. Ciò perché la non obbligatorietà dell’azione penale ha dei costi non da poco. A parte l’immoralità di non perseguire chi ha commesso un reato, che si traduce anche in un messaggio criminogeno nei confronti dei cittadini (commettete pure reati, tanto non vi facciamo niente); c’è un problema difficile da risolvere: chi sceglie quali reati perseguire e quali no?
Le soluzioni praticabili sono due: il fai da te e il lascia fare al legislatore. Che vuol dire, nel primo caso, che ogni procura della repubblica decide quali reati privilegiare e quali lasciar perdere; e, nel secondo caso, che il Parlamento (o magari addirittura il Governo, così si perde meno tempo in discussioni inutili) stabilisce quali processi si debbono fare e quali no.
La prima soluzione è certamente sbagliata: magari in Sardegna il reato più frequente e grave (nel senso che dà origine a faide sanguinose ed infinite) è l’abigeato (sarebbe il furto di bestiame); e al Nord ci si dedica con entusiasmo al falso in bilancio e alla frode fiscale; e magari al Centro e al Sud predominano corruzione e abusi d’ufficio. Che si fa? Il codice penale applicato a macchia di leopardo? E se poi un procuratore sardo arriva a Milano e si mette in testa che, anche lì, l’abigeato è una realtà criminosa gravissima? Chi lo controlla? Anzi, chi li controlla tutti questi procuratori dotati di un potere così grande di cui però non rispondono a nessuno?
Insomma questa strada è sicuramente sbagliata.
La seconda è assai peggiore. Che succederebbe nel nostro Paese se fosse la politica a stabilire quali reati vanno perseguiti e quali no? Non a caso ho usato il termine "politica" per indicare l’assetto organizzativo cui allude l’ "Atto di Sindacato Ispettivo" della pattuglia di senatori in servizio estivo. Perché, sia il "procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l’esercizio dell’azione penale" sia il "procedimento …. per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo" hanno una caratteristica: l’individuazione, quale boss di tutto il procedimento, di "un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento". Dunque una scelta politica dei reati da perseguire e di quelli da lasciar perdere.
Bene. Qualcuno ha dei dubbi sulla categoria nella quale sarebbero alloggiati i reati di falso in bilancio e gli altri reati societari? O quelli di frode fiscale? O quelli di corruzione? O quelli di abuso edilizio? O quelli di abuso di ufficio? Mi viene in mente anche il reato di finanziamento illecito dei partiti politici ma quasi non lo scrivo perché mi viene da ridere.
Insomma voglio dire che affidare alla classe politica la scelta dei reati da non perseguire produrrebbe in automatico una lista dei reati tipici della classe politica stessa.
Sicché si vede bene che abbandonare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (puliamo tutta la casa) e adottare quello della non obbligatorietà (ne puliamo solo alcune stanze) è una scelta complicata. E però può anche darsi che sia necessaria. Ma allora prima vediamolo, se è proprio necessaria.
Il processo penale è lunghissimo (troppo dice, con ragione, la pattuglia di senatori). Allora rendiamolo più corto. Ci avete provato? Avete nominato i giudici necessari, bandendo i relativi concorsi (sono scoperti circa 1500 posti)? No, vero? Avete assunto il personale amministrativo che manca (il 30 % dei funzionari amministrativi)? No, vero? Avete comprato computer, stampanti, fotocopiatrici, autovetture, sistemi informatici moderni, insomma quello che serve per lavorare? No, vero? Allora perché, prima di lasciare sporca metà della casa, non provate a procurarvi le risorse necessarie per tenerla pulita tutta?
Ma perché, mi pare di sentirli, mica viviamo nel paese dei puffi, noi tutti questi soldi non li abbiamo. E magari hanno ragione. Allora proviamo con le soluzioni che non costano niente.
Avete ridisegnato le circoscrizioni giudiziarie e abolito più o meno la metà dei tribunali e delle procure italiane? Anche questo no, eh? Eppure lo sapete che otterreste un sacco di risorse in più per far funzionare quelli che restano e che risparmiereste anche un sacco di soldi. Eh, ma come si fa con gli amministratori locali, compagni di partito che non ne vogliono sapere di far perdere alla loro città il tribunale; magari perdono qualche voto… E gli avvocati delle piccole città dove li mettiamo, anche loro sono elettori. Mi rendo conto…
Avete previsto un diverso regime delle notifiche, per esempio l’obbligo per ogni avvocato di avere un indirizzo e-mail e la validità delle notifiche effettuate in questo modo (così si risparmiano gli ufficiali giudiziari)?
Avete previsto l’obbligo per ogni imputato di eleggere domicilio presso il suo avvocato? Così non dobbiamo fare i salti mortali per trovarlo ogni volta e rinviare il relativo processo.
Avete previsto l’abolizione del processo d’appello (per tutti, non solo in caso di appello del pubblico ministero; che diamine, accusa e difesa con pari diritti, lo dite sempre). Eppure dovreste sapere che nella maggior parte dei Paesi occidentali (che vengono sempre portati ad esempio, in genere a sproposito, quando conviene) il processo d’appello non esiste.
Avete previsto la depenalizzazione di quei reati che potrebbero essere puniti con una multa ad opera di Vigili Urbani, ASL, Ufficio delle Imposte, INPS etc. (dalla sosta con il tagliando falsificato all’omesso versamento delle ritenute INPS)?
Avete previsto una delle decine di riforme che qualsiasi magistrato è in grado di indicarvi, che non costerebbero niente, farebbero risparmiare soldi e renderebbero celere il processo? Dimenticavo, senza toccare le garanzie difensive, per carità, siamai che un colpevole abbia meno chances di scamparla. Ma certo che non avete fatto nulla di tutto questo.
Allora perché decidere di lasciare metà della casa sporca senza prima sbattersi per vedere come è possibile tenerla pulita? Sarà che, in quelle stanze buie e non frequentate, qualcuno ci si troverà bene?"
Quoto in toto l'articolo di Bruno Tinti.
In questo paese, mentre l'opposizione dei democratici oscilla tra languidi polleggi e inaudite complicità, avanza, spudorato, il progetto politico reale di questo governo: svuotare la costituzione dei meccanismi e dei principi liberali dello stato di diritto tra i quali vi è la separazione dei poteri.
Ora che l'opinione pubblica non esiste più, che l'opposizione è indirizzatata a dialogare, non resta che fare il balzo eversivo tanto caro alla P2: assoggettare la magistratura al potere politico.
Un passo da gigante verso nuove forme di fascismo.
Altro che Robin Hood
di Stefano Fassina
L’evasione fiscale in Italia ha tanti volti. È stata ed è certamente espressione dello scarso spirito civico, segno storico della vicenda nazionale. È stata ed è certamente frutto della distanza tra settori vasti di cittadini e la res publica, mai sufficientemente publica da meritare adesione convinta alle regole formali sancite dal patto di cittadinanza. Tuttavia, l’evasione non è stata e non è solo patologia. Anzi. L’evasione fiscale è stata ed è essenzialmente fisiologia del complesso ed anomalo meccanismo economico italiano. Non a caso, l’Italia detiene saldamente il primato della più elevata evasione fiscale tra i paesi sviluppati, insieme al primato del più elevato debito pubblico. L’evasione fiscale è stata e continua ad essere parte fondamentale della costituzione materiale del Paese. È stata la condizione di sopravvivenza di una parte consistente del pulviscolo di imprese individuali e delle moltitudini di lavoratori autonomi, presenti in Italia in numero quasi doppio rispetto alla presenza in altri Paesi a noi comparabili. Per questo, quando l’ex Ministro Padoa-Schioppa definiva "ladri" (lessico, non a caso, mai usato da Visco) gli evasori faceva una assurda generalizzazione, astrattamente condivisibile, ma sbagliata sul piano etico e perdente sul terreno politico, poichè metteva insieme l’artigiano stressato da 14 ore di lavoro al giorno, costretto all’evasione per rimanere o, almeno illudersi di essere, tra le ultime file delle classi medie e il professionista con yatch e case per le vacanze sparse per l’Italia, evasore per profondo egoismo sociale, segno morale di larga parte delle classi dirigenti italiane. L’analisi appena abbozzata non ha alcuna funzione giustificativa. L’evasione fiscale va combattuta ed eliminata o, più realisticamente, ricondotta ai livelli "normali" prevalenti negli altri paesi sviluppati. Tuttavia, per sconfiggerla bisogna avere chiare le sfaccettature del fenomeno, non solo la sua ingente dimensione quantitativa. Altrimenti, siamo come Don Chiquotte contro i mulini a vento. Per sconfiggere l’evasione è fondamentale arrivare ad un’analisi differenziata, premessa di un’iniziativa articolata, in grado di separare l’evasione di necissità, dall’evasione patologica. Il centrosinistra nella scorsa legislatura aveva cominciato, pur tra contraddizioni, la difficile operazione. Insieme alla credibile archiviazione della stagione dei condoni, aveva messo in campo un attacco a tre punte. Da un lato, aveva rimesso in funzione la macchina amministrativa dei controlli, con dirigenti capaci e determinati ai suoi vertici, prontamente allontanati dal Ministro Tremonti. Dall’altro lato, aveva adottato una serie di misure di prevenzione e contrasto all’evasione: dal reverse charge, all’elenco clienti-fornitori; dalla tracciablità dei compensi dei professionisti, alla responsabilità contributiva e fiscale in solido tra committente ed appaltatore; dalla rivitalizzazione degli studi di settore, agli interventi sulle società di comodo. Al centro dell’attacco, aveva posto, in via sperimentale, un regime fiscale ipersemplificato per i contribuenti minimi (il cosidetto "forfettone", per i circa 950.000 lavoratori autonomi con fatturato inferiore a 30.000 euro all’anno) e aveva sancito in modo netto l’inapplicabilità degli studi di settore alle imprese marginali. In particolare, la sperimentazione del forfettone sarebbe servita ad ampliarne la portata, fino a coinvolgere (come indicato nel programma elettorale del Pd) una platea potenziale di quasi 2 milioni di partite Iva, ossia oltre la metà delle attività di lavoro autonomo e di micro e piccole imprese operative in Italia. In sintesi, l’analisi differenziata del fenomeno portava ad un insieme di politiche coerenti e specifiche per i diversi segmenti da affrontare. L’obiettivo ultimo era redistribuire il carico fiscale, ridurre le aliquote effettive sulle famiglie e sulle imprese, salvaguardare il gettito, condizione fondamentale per proseguire la via del risanamento finanziario. La strategia della destra va in direzione diametralmente opposta. L’operazione che il Governo Berlusconi porta avanti utilizza come "scudi umani" i contribuenti minimi e marginali, gli evasori di necessità, per lasciare indisturbati gli evasori patologici. Il malessere dei lavoratori autonomi, in particolare nel Nord del Paese, con l’acqua alla gola per le pressioni competitive, gli ostacoli burocratici, i ritardi infrastrutturali viene usato come grimaldello per disarticolare i processi di riforma faticosamente messi in moto nella breve legislatura alle nostre spalle. Di conseguenza, in nome della semplificazione, sin dal primo decreto di finanza pubblica, si smantellano tutte le principali misure di contrasto all’evasione introdotte nella scorsa legislatura. Al contempo, si abbandona il potenziamento del forfettone, la vera semplificazione per "gli stressati della globalizzazione" (secondo l’efficace definizione di Aldo Bonomi), in quanto elimina Iva, Irap e studio di settore ed abbatte il carico fiscale. In sintesi, il risultato è opposto a quello cercato dal centrosinistra: il gettito fiscale ricomincerà a ridursi, non perchè la destra riduce le aliquote effettive sulle famiglie e sulle imprese, ma perchè accresce l’evasione. L’operazione compiuta dalla destra ha tutte le implicazioni distributive tipiche delle politiche delle destre populiste (nonostante i patetici tentativi di Tremonti di presentarsi come Robin Hood e la ridicola autocelebrazione del Presidente del Consiglio per le sue politiche di sinistra): sposta reddito ed opportunità da chi ha meno a chi a di più, rende ancora più soffocante l’immobilismo sociale, alimenta l’egoismo sociale. Ovviamente, i risultati politici di breve periodo di tale operazione sono positivi, vincono tutti, evasori di necessità ed evasori patologici, si consolidano le basi elettorali della destra, di Forza Italia in particolare. Perde ovviamente chi non può e non vuole evadere. Perde il Bilancio dello Stato all’interno del quale non vengono tagliati solo sprechi, ma anche diritti ed investimenti pubblici. Perdono, quindi, le famiglie beneficiarie di servizi pubblici, in particolare locali (mense, scuole, sanità, assistenza ai cittadini non autosufficienti, trasporto pubblico). Perdono le imprese alla cui competitività sono indispensabili le intrastrutture finanziate da spesa pubblica in conto capitale. In realtà, a guardar bene, perdiamo tutti. Perdono anche quanti oggi beneficiano della riapertura degli spazi di evasione: l’abbattimento illecito del carico fiscale è un surrogato insostenibile per vincere in contesti segnati dalla competizione internazionale. Nessun grande Paese è andato avanti con l’evasione. Per vincere sono necessarie le riforme. Puntare a mantenere in vita il compromesso al ribasso degli anni 80 è una strada senza uscita, poichè oggi siamo privi delle condizioni necessarie per sostenerlo: deficit pubblico e svalutazione della Lira.

Monday, August 18, 2008

TRA BERLUSCONISMO E AMMUCCHIATA DI VALORI

Non propugnare l'antiberlusconismo oggi (come predica lo stato maggiore del Pd), equivale a criticare l'antifascismo del ventennio spingendosi a dire che sarebbe stato politicamente opportuno dialogare e collaborare col Duce.
L'idea che il Pd non debba optare per una scala di valori come teorizza Massimo Cacciari*, forse salverà la nomenklatura del partito, ma è certo che avrà esiti devastanti per la nostra Costituzione.
La democrazia è l’estatto contrario di un' ammucchiata di valori in conflitto.
Nello stato democratico i partiti sono portatori di valori peculiari e la competizione elettorale si prefigge l’obiettivo di gestire il “non accordo” dando ai cittadini il diritto di scegliere tra valori differenti.
La democrazia è perciò una scelta tra valori, senza per questo presupporre che i valori maggioritari, siano di per se sempre giusti.
Come ha spiegato molto bene Umberto Eco "democrazia non significa che la maggioranza ha ragione. Significa che la maggioranza ha il diritto di governare. Democrazia non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia."
Sono molto, molto preocupata per la società che verrà.
*...Laicità è passione per il conflitto di valori, interesse per il conflitto di valori, riconoscimento della sua necessità per lo sviluppo democratico. Il Partito Democratico non potrà perciò in nessun modo essere rappresentante di una scala di valori. Qui sta la sua tipicità, tutto il suo azzardo e anche tutto il suo fascino. Proprio il fatto che stiamo pensando ad un partito che, in quanto democratico, cioè avendo quella idea di democrazia e dovendola interpretare, dovrà avere e custodire al suo interno come propria energia il conflitto dei valori. Questo è l'azzardo, il rischio e il fascino dell'operazione. Questo fa del nuovo Partito Democratico qualcosa che non ha a che fare con le grandi storie politiche europee del passato. Questa è essenzialmente, culturalmente la novità che dobbiamo cercare di pensare e che poi, mi auguro, presto potremmo cercare di organizzare, di costruire...

Tuesday, August 05, 2008

C'E' OLMET E C'E' BERLUSCONI

Con un discorso pieno di dignità e di senso dello Stato, che andrebbe affisso su tutte le pareti del Parlamento e del governo italiano e studiato a memoria dai nostri sedicenti rappresentanti, il premier israeliano ha detto quanto segue:
“Sono fiero di appartenere a uno Stato in cui un premier può essere investigato come un semplice cittadino. Un premier non può essere al di sopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente, e il fatto che restando al mio posto possa mettere in grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte perché anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri. Dimostrerò che le accuse di corruzione sono infondate da cittadino qualunque. Errori ne ho commessi e me ne pento. Per la carica che occupo ero consapevole di poter finire al centro di attacchi feroci. Ma nel mio caso si è passata la misura”.
LE PAROLE DEL GRAN MAESTRO VENERABILE
"Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa".
Licio Gelli