Friday, October 25, 2013

TODO MODO



Breve storia sul potere liberamete ispirata

Quel giorno il Gran Maestro decise che era giunto il momento di condividere con i membri alcuni principi fondamentali che proprio non era il caso di lasciare scritti. “Possiamo dire di essere la mano che muove il burattino”, aveva detto compiaciuto, “la vera causa di quello che accade”.
“Quale primo argomento”, esordì,  “vorrei focalizzaste la vostra attenzione sulla stupidità umana. Vedete colleghi, lo stupido è il tipo umano destinato a diventare dominante ed il motivo è semplice: il miglioramento cognitivo ha bisogno di studio, disciplina, sacrificio, tutte qualità che oggi sono aborrite dalla grande maggioranza delle persone. La fatica, sia fisica che mentale, risulta insopportabile, mentre le giovani generazioni non sanno nemmeno che cosa sia. Eppure, è dalla sofferenza che occorre passare per migliorarsi. Tuttavia, grazie alle televisioni di cui ci siamo dotati, non potrà che esserci un aumento della stupidità. Inutile dirvi come tutto questo sia utile per noi. Dobbiamo sempre più assecondare questo processo di banalizzazione della realtà, fino al progressivo spegnimento del senso critico. Insomma, abbiamo fatto nostra quell’idea di egemonia culturale che apparteneva ai comunisti e che loro non hanno saputo far valere”.
Alla parola comunisti c’era chi era sobbalzato, ma poi aveva capito il senso profondo di quella frase ed aveva annuito con approvazione. “Dobbiamo agire su più fronti, quello dell’opinione pubblica e quello dell’economia, anche se sul primo molto è stato fatto. Vedete colleghi, le nostre televisioni hanno svolto un magnifico lavoro, ma internet rappresenta ancora una minaccia e  perciò dobbiamo occupare quello spazio se vogliamo estendere anche lì la nostra egemonia e le nostre regole. Quanto alla carta stampata, non ci preoccupa: la lettura è destinata ad un mercato di nicchia, non serve per parlare alla persone comuni, ma ai nostri nemici politici. In un certo senso, rappresenta l’avanguardia dello spargimento di fango che precede l’artiglieria televisiva”.
Certo, i membri lo sapevano bene, la guerra era guerra e non era proprio il caso di fare i moralisti per un po' di scaramucce verbali.  In fine dei conti, gli atti di sabotaggio e l'avvelenamento dei pozzi, rappresentavano, da millenni, l'ABC del potere.
“La nostra capacità mimetica non può fare errori”, aveva poi aggiunto con tono minaccioso e perentorio, “guai a parlare male delle regole, delle istituzioni, della struttura dello Stato, perché è chiaro che nella forma superficiale dobbiamo apparire impeccabili, mentre è nel sottobosco di questa apparenza perbene che dobbiamo operare. Per questo agiamo attraverso i partiti amici e infiltriamo i nostri uomini dentro le istituzioni”.
Ci fu un attimo di silenzio ed i membri cominciarono a scrutarsi l'un l'altro nell'intento di cogliere i tratti distintivi dei rispettivi ruoli.
“Un altro elemento su cui soffermarci è la paura, perché è l’emozione che maggiormente serve al potere. Dobbiamo sapere governare la paura: suscitarla, fugarla, farla circolare nelle dosi necessarie. Ma dobbiamo anche sapere governare la speranza e fornire rifugio. La paura si crea per offrire la soluzione più convincente per scacciarla. Si diffonde la malattia per vendere la medicina: è così che si ottiene il consenso”, aggiunse un po' schifato ed anche stupito di se stesso per tanto cinismo. “Non c’è nemmeno più bisogno di usare manipoli di invasati per mettere le bombe sui treni. Oggi abbiamo le televisioni e possiamo indurre ogni genere di paura più capillare e infimo. I sacerdoti del tritolo non servono più, quello di cui abbiamo bisogno è il terrore della violenza casuale, imprevedibile, insidiosa, ubiqua,  che ti entra in casa e ti sgozza nel letto. Perché in un simile contesto, dove chiunque può essere sospettato, noi potremo facilmente additare i colpevoli e metterci alla testa per cacciarli”.
A quel punto la lezione si faceva interessante, la trama cominciava a dipanarsi e i membri pendevano dalle labbra sapienti del Venerabile.
“Vedete colleghi”, continuò il Gran Maestro, “oggi il potere non è più contrapposizione violenta, ma soprattutto persuasione. E cosa c’è di meglio del denaro per questo?  A maggior ragione ora che l’economia ha definitivamente vinto sulle idee e la politica non si propone più mutamenti radicali, ma tenta un semplice arbitraggio tra i conflitti di interesse. Il denaro è ormai un valore in sé, l’unico universalmente riconosciuto. Il mercato è la misura di tutto, denaro e potere sono la stessa cosa e non esiste niente che non si possa comperare comprese le maggioranze e i parlamenti. E ciò che non si può comperare, si può emarginare, eliminare, distruggere col fango”, concluse il Gran Maestro stigmatizzando quest’ultima parola. “Un uomo oggi vale per quanto è conosciuto, per questo anche il peggiore delinquente diventa un personaggio spendibile rispetto al migliore degli uomini se questo non è mai apparso in televisione. In questi anni abbiamo molto lavorato ed oggi abbiamo a disposizione un ignobile bestiario da cui possiamo attingere il personale politico che più ci fa comodo. La fuori c’è un catalogo infinito di personaggi che possiamo promuovere a ruoli di rappresentanza e controllare direttamente perché privi di autonomia intellettuale e del tutto incompetenti, ma legati al partito e al suo leader e quindi a noi”. “Ma questo è il legame feudale fiduciario!”, intervenne un membro raggelando gli astanti. “Certo”, replicò il Gran Maestro, “facciamo fare la bella vita ai nostri rappresentanti in cambio di obbedienza. Ma alla fine non è altro che un’operazione di trasparenza”, minimizzò infastidito. “La democrazia è una forma di governo ipocrita. Un paravento. la gente non decide di fatto mai niente, anche se pensa di decidere. Noi non facciamo altro che spingere questo processo incruento di concentrazione del potere al suo naturale approdo. Ma serve denaro, molto denaro, la politica costa” concluse il Gran Maestro con certo disprezzo.
“Tuttavia il denaro non basta”, continuò il Venerabile, "perché in democrazia vi sono anche delle regole. Ecco, queste regole spesso sancite nelle Costituzioni, rappresentano dei veri e propri ostacoli al dilagare della nostra egemonia. Dobbiamo quindi operare per rimuovere una volta per tutte questi ostacoli normativi. Per questo, da tempo, siamo gli artefici di questo disegno che cammina sotto la pelle della democrazia. I comunisti ed i cattolici sociali non sono mai stati d’accordo ed hanno sempre impedito che questo accadesse. Ma ora i tempi sono maturi. Le nuove leve dirigenziali, non solo non hanno più ideologie, ma nemmeno ideali, principi, cultura, etica.  Sono cresciuti nei nostri recinti alle nostre condizioni e adesso sgomitano, vogliono il potere subito e pur di ottenerlo farebbero qualsiasi cosa. Per questo abbiamo attivi i nostri canali di scambio: favoriremo la loro ascesa al potere e in cambio chiederemo lo scalpo della Costituzione”.
A quel punto si levò un applauso spontaneo, per quell’atto di stupro che stava finalmente per compiersi.
“I comunisti non ci fanno più paura”, rassicurò beffardo il Gran Maestro. “Li abbiamo colonizzati e sconfitti, è questa la nostra vittoria più grande. Siamo riusciti a imporre il nostro modello culturale, spazzando via tutti i loro intellettuali e comprando le loro case editrici. Oggi l' ambizione di chi fù "comunista" non è più abbattere il palazzo, ma starci dentro più comodi.  I loro leader non lavorano più per il popolo, ma per sé, secondo un individualismo di cui siamo maestri. Del resto questi ex bolscevichi sono così meschini e così succubi del potere che appena gliene dai un po', si comportano da aguzzini. Credetemi: bisogna prendere un ex sindacalista per fare a pezzi gli operai; o un ex comunista per fare a pezzi i diritti dei lavoratori. Non vi nascondo che a volte provo persino un po' di schifo osservando il loro tradimento o l’umiliazione che accettano di subire in cambio di quel poco  potere che gli diamo. Dobbiamo comunque ringraziarli questi ex comunisti, perché è proprio attraverso di loro che abbiamo realizzato il nostro programma ed ora esercitiamo la nostra l’egemonia”.
Gli astanti sorrisero con malinconia, pensando al tempo in cui i comunisti facevano i comunisti e la politica era scontro ideologico e fisico tra diverse idee di società.
“E comunque”, disse il Gran Maestro, “vorrei concludere questo momento di condivisione, parlandovi del nostro vero nemico ossia di colui che ci sfugge, una zona d’ombra permanente che non potrà, mai e in nessun modo, essere ricondotto al nostro sistema. Vedete colleghi, ho trattato con le canaglie peggiori, con esseri cinici e ributtanti e sono sempre riuscito a trovare un’intesa. Ma c’è un tipo di persona, un’anima pura che rimane inafferrabile, indomabile e che come il manto di un’anguilla sfugge sempre alla presa della nostra egemonia rimanendoci sempre nemica: questo tipo di individuo, spesso ferito e umiliato, relegato negli angoli bui grazie al nostro ostracismo, sempre arcigno e incarognito col mondo, affaticato e provato da un’esistenza economica modesta e precaria, antipatico e inviso, perché perennemente diffidente e guardingo, ecco, quest’uomo selvatico, che circola schivo senza il cartellino del prezzo, che si riempie la bocca di principi e valori, quest’uomo antico e tremendamente insopportabile è l’uomo degno, colui che fa della sua dignità il principio unico e supremo della sua esistenza. Quest’uomo è un uomo libero e lo sarà sempre. E per quanto innocuo e circoscritto possa essere il suo raggio di azione, esso è comunque un’incognita, una mina vagante che per noi rappresenta una grave minaccia".
A quel punto i membri si guardarono negli occhi per capire se qualcuno di loro avesse mai conosciuto questo tipo di uomo o lo avesse anche solo incontrato. No, nessuno di loro lo aveva mai incontrato. Eppure, pensarono, da qualche parte doveva pur esistere se il Venerabile ne aveva parlato con tanta precisione.
“Ed ora”, disse il Gran Maestro, “tornate pure alla vostre attività. Ora sapete”.

Thursday, October 24, 2013

LE STUMENTALIZZAZIONI E LE BUGIE DEL PD



Il voto favorevole del gruppo PD è stato motivato dal senatore Giorgio Tonini con un discorso che io, a differenza di Tocci, ho trovato molto disonesto. Tonini rievoca i padri costituenti, Dossetti, Lazzati, Calamandrei, e sotiene che se fossero stati presenti ieri in Parlamento, avrebbero senz’altro appoggiato la scelta del PD di riformare, nei modi previsti e con gli obiettivi dichiarati, la nostra Costituzione; un’affermazione profondamente mistificatoria, meschina, insomma una menzogna detta consapevolmente per motivare una scelta profondamente sbagliata, nei contenuti e nella forma.
Non credo nella sua ingenuità e qundi non penso che se la racconti. Mai, per nessun motivo al mondo, Dossetti, Lazzati e Calamandrei si sarebbero fidati di uno come Berlusconi per mettere mano alla nostra Costituzione. Mai e poi mai. Per cultura, etica, stile, atteggiamento nei confronti delle istituzioni, uno come Berlusconi sarebbe stato tenuto a distanza chilomentrica da questi galantuomini, mentre il Pd lo ha scelto non solo come alleato di governo, ma anche come interlocutore affidabile con il quale mettere mano alla Carta Costituzionale.
Quello che è successo ieri è presto detto: Licio Gelli, BCE, Goldman Sach e tutti i poteri forti si sono sfregati le mani. Dossetti, Lazzati e Calamandrei (solo per citarni alcuni), si sono rivoltati nella tomba.


Signor Presidente,

Signor Ministro,

Colleghi Senatori,

Il gruppo del Partito democratico rinnoverà tra poco, in sede di seconda deliberazione del Senato, il suo voto favorevole alla proposta di legge costituzionale per l'istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali.

Lo farà con la serena coscienza di corrispondere in questo modo ad un bisogno profondo e ormai anche antico del nostro Paese, nel rispetto pieno della lettera e dello spirito della nostra Carta costituzionale.

È stata più volte e assai opportunamente citata, nel corso di questo dibattito, la bellissima chiusura del discorso di Piero Calamandrei agli studenti di Milano, il 26 gennaio del 1955:

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione".

Sono parole di straordinaria forza e bellezza. Perché ci ricordano, come dice lo stesso Calamandrei in quel medesimo discorso, che la nostra Costituzione "non è una carta morta", non è, verrebbe da dire, un testo che possa essere compreso astraendolo, sradicandolo, strappandolo al drammatico, luttuoso e insieme luminoso, contesto che l'ha generato.

La nostra non è una carta morta, è una Costituzione vivente, perché partecipe della vita del popolo italiano, delle sue tragedie e dei suoi progressi, delle sue angosce e delle sue speranze. Perché è parte integrante della sua storia. E dunque vive con essa, rinasce e si rinnova di continuo, insieme alle generazioni che si succedono nel nostro Paese.

 La nostra, si potrebbe dire, è una Carta vivente, proprio perché non è una Carta perfetta, ma una Carta perfettibile. Del resto, così è la democrazia: nessun sistema democratico è perfetto. Mentre caratteristica di ogni sistema democratico, e solo di ogni sistema democratico, è la sua perfettibilità, la sua capacità di cambiare, di imparare dai propri errori, di evolvere con il popolo e nella coscienza del popolo.

 I Padri costituenti erano pienamente consapevoli della perfettibilità della Costituzione. C'è un documento straordinario che riporta in modo vivo questa lucida consapevolezza. È la lunga intervista rilasciata nel 1984, a quasi quarant'anni dalla Costituente, da Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati, a Pietro Scoppola e Leopoldo Elia.

 "Io sono convinto - dice Lazzati - che il messaggio, forse sollecitato, guidato dal gruppo che era probabilmente il più preparato, è entrato nella Costituzione: la prima parte, i principi, senza dubbio... solo che ancora adesso è da far diventare programma per un governo che voglia governare. È nella pratica di governo che la Costituzione non è entrata: è restata nel cassetto. Senza dire che alcune cose di cui si parla oggi, non per la prima parte, ma per le parti che riguardano precisamente le strutture istituzionali e via di seguito, erano state proposte da noi. Noi avevamo fatto serie obiezioni al bicameralismo... ma non passarono".

 E poco oltre, ecco le parole di Dossetti, in piena sintonia con Lazzati: "Bisogna dire che nella parte strutturale la seconda commissione è mancata". E ancora: "sì, i principi va bene, ma invece noi non abbiamo operato nella parte strutturale, che è stata quella che è stata, e di cui vedevamo l'insufficienza o i problemi". Quali problemi? Dossetti risponde pronto: "il bicameralismo e un garantismo eccessivo", riguardo alla forma di governo.

Ma quale fu la causa di questi eccessi di garantismo, che fecero scartare a De Gasperi qualunque forma di governo forte, il presidenzialismo propugnato da Calamandrei e perfino il cancellierato? Dossetti: "Perché ancora si era sotto l'ossessione del passaggio alla maggioranza del Partito comunista". E da parte di Togliatti c'era una preoccupazione speculare: "Si cumulano i due garantismi - spiega Dossetti - e producono la seconda parte della Costituzione... tutti e due per eccesso di paura dell'altro". "Sono stati i politici - conferma Lazzati - che hanno voluto questo ipergarantismo, respingendo le proposte dei giuristi (come Mortati, o Calamandrei, ndr) che volevano rafforzare l'esecutivo".

Eccolo, dunque, il contesto che ha dato vita al testo. Un contesto drammatico, nel quale le speranze suscitate dalla Liberazione si sono mescolate con le diffidenze, i timori, le paure portate dalla incipiente guerra fredda. De Gasperi, Togliatti e gli altri leader politici della neonata Repubblica hanno dato vita ad una Costituzione che ha garantito la convivenza pacifica e ha saputo gestire le tremende tensioni della contrapposizione tra i blocchi. Ma al prezzo, un prezzo molto alto, della debolezza dei governi e in definitiva della politica stessa, in paradossale contrasto con le ambizioni riformatrici della prima parte della Carta. 

Questa è la nostra storia, la storia di una democrazia difficile. È una storia, la nostra, che non può essere rinnegata, né rimossa, né liquidata in modo sommario. Va assunta, e insieme, dialetticamente, superata. Noi abbiamo il dovere di andare oltre: consapevoli del nostro passato, ma preoccupati dell'avvenire del nostro Paese. 

Per questo oggi dire che la Costituzione va attuata e dire che va riformata è dire la stessa cosa. E non si può dire l'una cosa senza l'altra. Solo una Costituzione sapientemente e coraggiosamente riformata, in quella che Dossetti e Lazzati chiamano "la parte strutturale", può essere attuata in quella parte di principi che ancora attende di essere tirata fuori dal cassetto, di "diventare programma per un governo che voglia governare".

Si è detto giustamente, nel corso di questo dibattito, che la nostra è una Costituzione rigida, quanto alle procedure di revisione. È vero, la nostra è una Costituzione rigida. Ma la nostra, dice sempre Calamandrei nel celebrato discorso di Milano, "non è una Costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire".

Aprire al popolo italiano le vie verso l'avvenire e farlo nella e con la Costituzione: questo è oggi il nostro compito. Un compito arduo e insieme ineludibile. Tanto più in uno scenario internazionale segnato dal crescente, diffuso affanno di tutti i sistemi democratici, su entrambe le sponde dell'Atlantico, dal persistente ritardo nel compimento della transizione democratica dei grandi paesi emergenti e dal preoccupante stallo, mentre proliferano i populismi, del processo di integrazione politica dell'Unione europea.

La relazione, ampia e profonda, del ministro Quagliariello, basata sul grande e proficuo lavoro del Comitato di esperti nominato dal Governo, ci ha offerto un filo d'Arianna, che può consentirci di non smarrire l'orientamento, nel labirinto delle tante tesi contrapposte.

Sia sulla forma di governo, con la preferenza per il governo del Primo Ministro, sia sulla legge elettorale coerente con questa scelta, il doppio turno di lista o di coalizione nazionale, sia sul superamento del bicameralismo e la connessa, drastica riduzione dei parlamentari, sia sulla revisione solidamente autonomistica e non neocentralistica del Titolo V, la relazione Quagliariello offre indicazioni aperte, ma non per questo meno forti e convincenti.

Indicazioni che convergono nella proposta, alla quale il Partito democratico è incline, vorrei dire per "informazione cromosomica", di un bipolarismo rinnovato e riformato, finalmente convergente e costruttivo, basato sulla competizione tra proposte di governo, in un quadro istituzionale più forte e incisivo, anche perché più leggero e discreto.

Indicazioni che vanno ora tradotte nella proposta di uno, o forse meglio più articolati, da sottoporre al più presto al Comitato parlamentare che, con il voto di oggi, andiamo ad istituire, e poi all'esame delle aule parlamentari e al giudizio finale del popolo sovrano.

 Si è molto polemizzato, in quest'Aula, nelle piazze e sui media, contro questa deroga alla procedura prevista dall'articolo 138. Esprimere riserve, preoccupazioni, o anche dissenso nei riguardi di questa scelta, è non solo legittimo, ma può essere ed è stato certamente anche utile. Io stesso, nel gruppo, ho espresso dubbi e perplessità sull'opportunità di intraprendere questa via.

 Purché non accada che la "vis polemica" ci faccia perdere il senso della misura e la misura del senso di ciò che in effetti stiamo facendo. "Jede drastische These ist falsch", diceva Adorno: ogni forzatura dialettica, ogni estremizzazione unilaterale finisce per falsificare la tesi che si vorrebbe sostenere.

 Non possiamo dunque ignorare alcune semplici verità:

Primo: tra pochi istanti voteremo una deroga e non una modifica dell'articolo 138: una deroga come sono state le leggi istitutive delle tante bicamerali che hanno cercato, purtroppo senza successo, il passaggio stretto della riforma. Dunque, nihil novum.

Secondo: la deroga non scalfisce le garanzie essenziali del 138. Non la sede referente, non i quorum, non la doppia deliberazione, né il referendum.

 Terzo: la deroga contiene più elementi di rafforzamento delle garanzie della rigidità della Costituzione che elementi di attenuazione. Viene infatti snellita la fase referente e vengono ridotti i tempi tra le due deliberazioni. Ma viene sterilizzato il premio di maggioranza alla Camera nella definizione della composizione del Comitato; viene esplicitamente prevista la possibilità di produrre ed approvare separatamente più disegni di legge; e viene stabilito fin d'ora che qualunque sia il quorum dell'approvazione finale, sia comunque possibile chiedere la conferma del voto popolare. 

Signor presidente,

Signor ministro

Colleghi senatori, 

Il gruppo del Partito democratico voterà a favore della legge costituzionale al nostro esame. E si accinge a dare il suo contributo più convinto e impegnato, con mente aperta e spirito di collaborazione, a questo nuovo tentativo di riformare la seconda parte della Costituzione, nell'intento di rendere meno ardua la compiuta attuazione della prima.

 Lavoreremo raccogliendo e facendo nostra l'esortazione, antica e modernissima, del grande Ambrogio, a "Nova semper quaerere et parta custodire": a cercare, ad anelare il nuovo, il cambiamento, il futuro; e a custodire gelosamente e con sapienza quanto di prezioso ci è stato consegnato dalla storia.

Grazie.

Wednesday, October 23, 2013

NON POSSUM



Ho conosciuto persone nuove, militanti del PD. Persone straordinarie, colte, molto attive e perbene. Mi guardano male, avverto il loro fastidio quando critico il partito, specie quando parlo in modo poco lusinghiero della vecchia classe dirigente. E’ un pò come se sparlassi di qualcuno di famiglia. Per alcuni magari è così, ma per molti altri si tratta di una difesa ideologica e del tutto irrazionale. Non capiscono che io soffrò molto a dovere dire certe cose. 
Non sono contenta per il fallimento del PD. Avrei tanto voluto volergli bene a questo PD. Provare stima per i suoi dirigenti. Sentirmi a casa nella sua sede. Essere orgogliosa delle prove date a livello amministrativo e di governo. Ma non è così. A volte proprio mi ripugna. Altre mi irrita. Spesso mi trovo a pensarla esattamente all’opposto di come agisce e dice. So che tanti militanti la pensano come me, eppure lo difendono. Io proprio non ci riesco. Non possum.

IL MESSIA



Penso al declino della sinistra italiana, all’atto finale che incoronerà Renzi uomo della provvidenza e mi domando come tutto questo sia potuto accadere.
La parabola della sinistra italiana ritorna nella mia memoria attraverso flash back, libri, articoli di giornale, interviste, spezzoni di film, un album di immagini a colori rubate principalmente alla tv: è stato un lungo percorso di allineamento culturale, di emulazione del pensiero “moderato” e conservatore, di sottomissione all’economia di mercato e all’ideologia liberista, passato attraverso la caduta del muro di Berlino,  la “cosa” di Occhetto, il Partito Democratico della Sinistra di Massimo D’Alema, la falce si la falce no, i Democratici di Sinistra, l’Ulivo, l’Unione, la fusione a freddo con i reduci della DC, i “ma anche” e i Calearo di Walter Veltroni, il lungo corteggiamento del centro di Casini,  l’adesione alla mitica agenda Monti, sempre più a destra fino alle scelte di aprile di affosare Prodi da parte dei 101.
Non so se davvero sia stata un’ultima possibilità, quella lì, forse il destino era segnato: il percorso era stato intrapreso da tempo da una classe dirigente imbelle, molto ben posizionata e adagiata nel lusso e nel privilegio, potente e pronta ad abiurare in tutto quello in cui aveva creduto per godere delle nuove prebende messe a disposizione dai nuovi compagni di viaggio.
Adesso vedo i vecchi compagni rassegnati, disperati, impotenti di fronte al ciclone Renzi che avanza, ma comunque arroccati nei propri recinti e per nulla propensi ad ammenttere gli errori e i tradimenti degli uomini in cui hanno onestamente creduto per tanti anni, una vita. Lo capisco, ma non lo condivido.
La sinistra organizzata è totalmente spaesata e divisa, ecco che c’è. In parlamento restano solo le pattuglie ininfluenti di Sel e le battaglie solitarie di Civati. Poi ci sono i grillini, certo: che tuttavia restano rinchiusi in un contenitore carismatico e destriode che sostanzialmente li condiziona e li blocca.
L’energia, la forza, la cultura politica depurata dai vari "tornaconto" materiali o immaginari che siano, restano fuori: nelle piazze, nel web, nel mondo associativo di intere comunità, c’è un popolo che vuole una società diversa da quella che c'è, ma questo popolo si guarda in cagnesco e viaggia diviso.
Parlo dei "grillini", degli elettori di Sel, di buona parte degli elettori del Pd, dei cattolici alla Tabacci. Parlo di quei 27 milioni di italiani che nel 2010 hanno detto si al referemdum sull'acqua. Animato da presunzione e diffidenza reciproca, ingenuità e scarsa consapevolezza dei propri mezzi, questo popolo finisce sempre per disperdersi contro i suoi interessi. 
Insomma, nell'assurda cecità di tanti elettori è andata a finire che mentre questa maggioranza sinistrorsa aspetta il suo guru,  la polpetta avvelenata della vecchia DC sta per assumere le vesti del nuovo messia.
Finché non ci sarà un’occupazione dello spazio politico da parte di questo popolo, finché non vi sarà un’invasione fisica del Pd da parte di questa gente, tutto cambierà, perché nulla cambi. Arriverà la svolta, ma andrà ancora più a destra.

Tuesday, October 22, 2013

GRILINI

sono stata all'incontro con alcuni parlamentari ed un consigliere regionale del M5S. Mi sono trovata di fronte 5 bravissimi ragazzi, giovani molto volenterosi ed appassionati con quel fare umile e generoso, che non può che provocare ammirazione e tenerezza.Li ho ascoltati e ho condiviso la loro indignazione sulla società che c'è e la loro idea sul tipo di società che vorrebbero. 
Il punto è che non hanno la più vaga e pallida idea su come agire per realizzarla.

STUPITA PER LO STUPORE

Registro che alcuni amici hanno postato su fb il loro incredulo stupore, dopo avere visto alcune interviste durante le selezioni de "Il grande Fratello". Mi stupisce il loro stupore. La contaminazione culturale del "berlusconismo" è nota da anni ed è stata magistralmente cristallizzata dal film di Garrone "Reality". Quello su cui voglio focalizzare la vostra attenzione è altro.

Una delle condizioni necessarie affinchè vi sia democrazia è la capacità della popolazione di comprendere i propri interessi. Ora, pensate al disastro che potrebbe accadere se queste persone potessero eleggere direttamente il capo del governo. Perchè è questa la riforma costituzionale che Alfano e Letta vogliono fare e questi giovani napoletani, (ma milenesi sarebbe la stessa cosa), sono molto rappresentativi della maggioranza degli Italiani.
Ricordo a tutti il dato statistico aghiacciante: il 70% della popolazione non è in grado di comprendere un testo semplice. Per questo la Costituzione non può essere modificata in senso presidenziale, che è quello che voleva la P2 di Licio Gelli ed ora anche questo "governo delle larghe intese".

Certo, loro si intendono molto bene sul come usare l'ignoranza degli italiani per mantenere (anzi aumentare a dismisura) il loro potere, ma non possiamo permettere che accada. Vi prego di non farvi prendere in giro quando vi diranno di quanto sia buona l'idea di eleggere direttamente "il sindaco d'Italia". Pensate che ad eleggerlo sarebbero persone come queste, ed il suo potere non avrebbe più limiti, perchè ad ogni osservazione del Parlamento egli direbbe "io sono stato eletto direttamente dal popolo e solo al popolo rispondo".
Spero di avere un pò chiarito il pericolo. Passate parola.

Monday, October 14, 2013

LA VIA MAESTRA



In ogni dove c’è una Salerno - Reggio-Calabria a ricordarti che il Belpaese non è solo bellezze mozzafiato, ma anche mala gestione, incuria, incompetenza, sperpero (per rimanere all’interno dei confini di un linguaggo consono): quella di noi romgnoli si chiama E 45, un’arteria appenninica con la carreggiata di una mulattiera che si snoda tra Ravenna e Terni. Percorrerla in autobus ricorda un po’ quel gioco da tamarri di tanti anni fa, dove tu salivi su un torello di plastica, infilavi la tua bella monetina e cercavi di rimanere sulla groppa della bestia che si muoveva indiavolata: effetto shaker e conati di vomito, ma non come quelli che mi provoca il Tg.
“No rita, non ne hanno praticamente parlato”, mi conferma mia mamma al telefono sbuffando la sua indignazione nei confronti di Bianca, l’erede di quel Berlinguer che a vedere la cortigianeria della figlia si rivolterebbe nella tomba.
Alle otto di sera so che ci hanno snobbati, oscurati, relegati nell’angolo dell’indifferenza, perchè la volontà di volere difendere la nostra Costituzione può essere contagiosa e diffondersi in tutto il Paese; questo si che sarebbe un guaio per il Governo, ora che anche gli ex comunisti sono d’accordo con Berlusconi di stravolgere la Costituzione secondo il modello presidenziale previsto nei piani di Licio Gelli.
Sul pulman di ritorno da Roma, capisco che era tutto calcolato, sceneggiato in ogni sua parte come in un grande colossal di Cinecittà: doveva andare in scena  il grande silenzio, e così è stato. La capitale era disseminata di camionette della polizia, celere dappertutto nel caso fortunato che qualche imbecille o inflitrato inscenasse quelle immagini di violenza tanto care alla tv. Ma così non è stato.
Migliaia di persone perbene hanno riempito Piazza del Popolo per dire che la Costituzione va applicata e non stravolta come vorrebbe la P2. Penso all’immagine della piazza stracolma e mi godo questa bella senzazione di “bene comune” che mi rende fiera di me stessa.
Forse per la prima volta, capisco il significato della parola PARTECIPAZIONE e me la godo. E' questo che vuole dire davvero affinchè abbia un senso: fare parte, prendere parte, essere parte organica di un progetto comune ad altri cittadini, dare una forma collettiva ad un' idea di società che è condivisa da miglia e miglia di persone come te.
Non mi farò rovinare questa splendida giornata da un manipolo di camerieri che si credono giornalisti, in fondo devo ringraziarli, perchè è difficile non riconoscere la propria dignità quando ci si raffronta con gente che ha la schiena così curva.
Guardo i miei compagni di viaggio e penso che oggi ho conosciuto persone meraviglise; il contatto fisico rimuove le diffidenze e permette di confrontarsi con gente che non si conosce per scoprire punti di incontro significativi, praterie di pensieri comuni che mettendoli insieme potrebbero ribaltare il potere politico come un calzino. Siamo un popolo intero che vuole una società diversa da quella che c’è, siamo tanti, ma siamo divisi, perchè la presunzione e la diffidenza reciproca, l’ingenuità e la scarsa consapevolezza dei nostri mezzi, l’illusione che non può essere così come sembra, finiscono sempre per disperderci contro i nostri interessi.
Penso che se capiamo questa debolezza è fatta. Il potere è terrorrizzato dall’incontro fisico, dall’esperienza collettiva nelle associazioni, nei partiti, nelle piazze ed è per questo che non le rappresenta, mentre osanna l’utilizzo del web e incita a “monologare” su facebook, dove ognuno sfoga il proprio protagonismo viscerale per poi rimanere nei propri recinti, o per dirla in altri termini, per i cazzi suoi.
Divide et impera. Mentre mi si chiudono chi occhi, penso ai romani ed a  come, da allora, non sia  cambiato niente. Facebook è una grande illusione ottica, ecco cos’è. Pensare ed agire: ecco cosa bisogna fare, da domani. Adesso so che occorre uscire dal proprio recinto, cucire relazioni vere, trovare una sintesi, uno spazio politico comune dove fare confluire il consenso necessario per cambiare il ceto politico, perchè solo così si cambiano le cose.  PARTECIPARE  è prendere parte di questo cambiamento, ma in carne ed ossa e non come un fantasma del web.
Intanto mi accuccio tra braccia di morfeo: realtà e sogno si mescolano, oggi ho passato una giornata meravigliosa e la cosa fantastica è che l’ho condivisa con i miei amici, la mia famiglia. Non c’è cosa più bella. Sono felice.

MORIREMO DEMOCRISTIANI

La novità è che c'è un governo politico. La certezza è che moriremo democristiani.

Ad un certo punto, ascoltando il dibattito al Senato, lo scenario sgranato ed opaco di questi ultimi mesi mi è apparso chiarissimo: la totale nullità delle opposizioni ha fatto si che il progetto democristiano trionfasse.

Ritrovata l'armonia perduta, il centro politico si appresta a trasformare la Repubblica da parl...amentare a presidenziale, così da alleggerire il futuro governo dall' ingombro del Parlamento. A contendersi le elezioni saranno due partiti culturalmente uguali, portatori dei medesimi interessi e diversi soltanto nel nome. E finchè non sarà tutto pronto, i pezzi centristi di ogni schieramento governeranno tutti insieme. Per cambiare tutto. Affinchè non cambi niente.

Friday, October 11, 2013

QUANDO CALAMANDREI CONSACRO' IL NUOVO INIZIO DELL'ITALIA ANTIFASCISTA

Di Corrado Stajano

Nel famoso discorso che Piero Calamandrei fece nella seduta dell’Assemblea costituente del 4 marzo 1947 c’è, nel finale, un passo severo e insieme commosso che fa riflettere amaramente se si confronta quel passato al nostro presente: «Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea costituente: se la sentiranno alta e solenne (…). Io credo di sì: credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia: e si immagineranno, come sempre avviene, che con l’andar dei secoli la storia si trasfiguri nella leggenda».

Presa a modello nel mondo civile per il suo respiro, il suo coraggio nella tutela dei diritti dei cittadini, la Costituzione non ha avuto una sorte fortunata. La storia non si è «trasfigurata nella leggenda», come sognò il grande giurista. La Carta della Repubblica, il suo Vangelo, ha avuto e seguita invece ad avere nemici implacabili che allora come oggi, soprattutto in questi ultimi vent’anni, seguitano a considerarla «la nemica», un inciampo, un ostacolo da rimuovere, una legge arcaica ritenuta responsabile della mancata modernizzazione del Paese.

Le Edizioni di Storia e Letteratura hanno pubblicato in un aureo libretto quel discorso di Calamandrei, Chiarezza nella Costituzione (pp. 67, e 9), con un’appassionata introduzione di Carlo Azeglio Ciampi che fa rivivere lo spirito della giovinezza, la fiducia e le speranze di allora, nonostante le inaudite difficoltà dell’«Italia, sfiancata da anni di totalitarismo e di isolamento culturale. (…) Avvertivamo l’impegno e la responsabilità di contribuire con le nostre idee e con il nostro lavoro a restituire dignità all’Italia e a noi stessi».

Le speranze caddero presto. La guerra fredda e l’eterna compromissione nazionale impedirono una rottura radicale col passato. Gli anni 50-60, il periodo del centrismo democristiano, non furono per nulla da rimpiangere, come invece ha sostenuto nel suo discorso in occasione della fiducia al Senato il presidente del Consiglio Enrico Letta. L’epurazione fu una burletta, i fascisti, «i fantasmi della vergogna», come li definì Calamandrei in una sua celebre epigrafe, tornarono a dettar legge in posti di responsabilità, la discriminazione nei confronti della sinistra fu ferrea, gli operai comunisti e socialisti furono isolati nei reparti-confino delle grandi fabbriche, il centrosinistra originario, anni dopo, andò a gambe all’aria alla svelta, i tentati colpi di Stato, come quello del generale De Lorenzo, nel 1964, inquinarono ogni fervore.

Calamandrei — morì nel 1956 — fu profondamente deluso. Definì l’amata Costituzione L’incompiuta , dalla famosa Sinfonia in si minore di Schubert. In effetti istituti fondamentali previsti nella somma Carta tardarono decenni: la Corte costituzionale fu istituita nel 1955, il Consiglio superiore della magistratura nel 1958, le Regioni nel 1970, i codici sono mantelli di Arlecchino, corretti via via da interventi parziali, con l’eccezione del Codice di procedura penale rifatto nel 1988.

Il revisionismo degli anni 90 è diventato la carta vincente di una certa cultura politica del berlusconismo. Scrive Ciampi nella sua introduzione di aver giudicato con ammirazione i propositi dei costituenti di far sì che la Carta avesse come fondamento gli ideali e i valori comuni: «Mi riferisco proprio a quelle stesse soluzioni che oggi una saggistica e una storiografia mediocre pretendono di “rivedere” abbassandole a compromessi, frutto di opportunismo e di scambi inconfessabili». Bisogna tener conto che i costituenti del 1947 erano di livello intellettuale e politico assai alto: Luigi Einaudi, De Gasperi, Moro, Togliatti, Terracini, Dossetti, La Pira, Concetto Marchesi, Di Vittorio, Giorgio Amendola, Antonio Giolitti.

Come dimenticare la famosa costituente della baita di Lorenzago, nel Cadore, dove Roberto Calderoli, Francesco D’Onofrio, Domenico Nania e Andrea Pastore compilarono in 5 giorni (20-25 agosto 2003) 56 articoli della seconda parte della Costituzione che stravolgeva proprio quello spirito unitario del 1947? Furono puniti dagli elettori — esiste anche un’altra Italia — che al referendum del 25-26 giugno 2006 bocciò col 61,32 per cento dei voti quel dissennato progetto di legge costituzionale. Ma anche adesso, in un momento di grave crisi finanziaria, era davvero necessario dar vita a comitati e comitatini, più o meno lottizzati, per proporre riforme costituzionali? Non è sufficiente, per un governo di transizione, preoccuparsi di riformare la grottesca legge elettorale e tentare di risolvere i problemi economici e sociali?

Provoca sussulti rileggere quel testo di Calamandrei del 1947. Spiega, come un buon maestro, spiritoso, tra l’altro, chiaro, le sue idee di Stato e di società, il lavoro, la legalità, i partiti, l’articolo 7, la tutela delle minoranze: «La Costituzione deve essere presbite, deve veder lontano, non essere miope». Dobbiamo fare, disse citando Dante: «come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte». Una Costituzione non deve illuminare la strada soltanto ai presenti ma anche a coloro che vengono dopo, i posteri. Fedeli, infedeli?

MAGGIORANZA SILENZIOSA

C'è un popolo che vuole una società diversa da quella che c'è.

Questo popolo, che io reputo essere maggioritario, si guarda in cagnesco e viaggia diviso.

Parlo dei "grillini", degli elettori di SEL, di buona parte degli elettori del pd, dei democratici progressisti alla Tabacci.

Parlo di quei 27 milioni di italiani che nel 2010 hanno detto SI al referemdum sull'acqua.

Animati da presunzione e diffidenza reciproca, ingenuità e scarsa consapevolezza dei loro mezzi, finiscono sempre per disperdersi contro i loro interessi.

Insomma, una maggioranza silenziosa che aspetta il messia mentre i sacerdoti del tempio fanno il tornaconto dei soliti noti.

Thursday, October 10, 2013

PASSARE IL MESTOLO

Conosco una famiglia che ogni anno, per il pranzo di Natale, aspetta con trepidazione il marzapane dell'Iside. L'Iside è in forma smagliante, ma non è più una ragazzina ed ogni anno, per Natale, prepara il misteriso Marzapane. É di una bontà indicibile e solo lei, la fantastica Iside, possiede la ricetta; solo lei sa come si fa e quali sono gli ingredienti e le giuste quantità. É esattamente questo che rende unico il marzapane dell'Iside: che lo sappia fare solo l'Iside. Nessuno osa chiedere la ricetta. Tutti in quella famiglia sanno che un giorno l'Iside "passerà" a qualcuno di loro il segreto del suo marzapane. Lo sanno e non insistono.

Passare è un verbo bellissimo e non per nulla si dice "passare il mestolo", per dire che ad un certo punto della vita l'azdòra che ha sempre guidato la casa, cucinato i pranzi e le cene di Natale per tutta la famiglia, cede il posto: alla figlia, alla nuora, ai nipoti...Passa la mano, insegnando ai più giovani tutto quello che sa, i suoi segreti, i trucchi, le ricette più speciali. Anche quelle della vita.

Passare le nostre conoscenze a un'altro, vuol dire riconoscergli un tempo più lungo del nostro; la ricetta segreta di quel marzapane avrà un tempo lungo, infinito, nel passaggio di generazione in generazione: quel marzapane vivrà anche dopo di noi.

Ecco perchè è così bello il verbo passare, perchè vuole dire trasmettere, dare lunga vita.Alla fine l'Iside passerà il suo sapere. Lo farà in modo spontaneo, non può certo tenerselo per sè, non ci pensa nemmeno. Un giorno chiamerà il designato e gli dirà: " vieni, ti passo la ricetta del marzapane e tu la passerai a qualcun altro, promesso?" Promesso.

Saturday, October 05, 2013

LA FERREA LEGGE DELL'OLIGARCHIA

Sto leggendo "finale di partito" un piccolo libro con il quale Marco Revelli, con grande profondità, analizza la crisi dei partiti. Scopro essere un male di tutte le democrazie del mondo e pure vecchio come il cucco.

Tra le pagine, ritrovo il pensiero di Michels, il grande studioso che per primo analizzò, con perizia chirurgica, il partito moderno. Più di un secolo fa, era già netta l'idea che ogni processo democratico (ogni tentativo di dare forma alla partecipazione di massa al processo politico) fosse destinato a subire una torsione in senso oligarghico. Insomma, secondo Michels la democrazia è impossibile: "delle rivoluzioni ce ne sono state; dei regimi democratici no". 

Friday, October 04, 2013

QUANDO LA SINISTRA SI FA DESTRA

Scatta in piedi, gli prende la mano: «Fabri, mi volevo congratulare, bravo, bravo!». 

È la piccola cronaca di Palazzo sui giornali di oggi: Rosy Bindi che incrocia Cicchitto e lo abbraccia. Dettagli, rapporti umani che probabilmente si creano in ogni posto di lavoro, quindi anche nel Transatlantico di Montecitorio. Certo.  
Un entusiasmo che non è solo di Bindi, però. Per Alessandra Moretti, «il Pd da domani non governerà più con Berlusconi ma con un centrodestra moderato». Secondo Franceschini, retorico come sempre, «la giornata di oggi chiude un ventennio». E poi «nulla sarà più come prima» (Roberto Speranza) e «ora può cambiare tutto» (Cuperlo). 
Tutto molto bello. Però manca qualcosa.
Iniziamo da quel «chiuso un ventennio». Bah: il tramonto di Berlusconi è un processo evidente ma tutt’altro che lineare. Dopo i pessimi risultati del suo ultimo governo (2008-2011), era già politicamente finito: invece lo hanno resuscitato prima con il governo Monti, poi con l’assenza identitaria e progettuale in campagna elettorale, infine con i 101 e le larghe intese.
Poi, non scordiamolo, c’è voluto il redde rationem di B. in tribunale per arrivare alla rottura in giunta, scelta dal Pd perchè altrimenti gli elettori – tutti – se ne sarebbero andati in due o tre giorni. Quindi fa un po’ sorridere Franceschini quando gongolando aggiunge che «il ventennio è stato chiuso sul terreno politico e non per vie giudiziarie». Balle: senza la sentenza di condanna definitiva, nulla di quanto abbiamo visto ieri sarebbe accaduto.
Quindi, c’è voluta un’operazione di Palazzo a base di trasformisti e transfughi – lo scrive bene Nicodemo – per arrivare a quel risultato a cui il Pd non era mai arrivato prima, vuoi per complicità vuoi per insipienza: svuotare i ricatti di Berlusconi. «Stiamo ridisegnando il sistema politico italiano non con libere elezioni, ma con operazioni di Palazzo», fa notare – mosca bianca tra gli eletti Pd – anche Pippo Civati. Mi pare difficilmente discutibile: hanno vinto le vecchie pratiche ‘dalemiane’ di corridoio, le telefonate notturne, gli incontri segreti. Le stesse che ci avevano riempito di sdegno quando, ai primi giorni di dicembre di tre anni fa, erano state implementate da Berlusconi. Quanto si vada lontano, con queste pratiche, non ci vorrà molto tempo a vederlo. 
Ma transeat.
Quello che forse oggi è più importante è capire che cos’altro si è chiuso, ieri. 
Perché questo entusiasmo diffuso nel governare insieme a Cicchitto, Giovanardi e Alfano chiude, simbolicamente, anche la parabola della sinistra italiana.
 Ha rappresentato il traguardo di un lungo percorso di annacquamento progettuale e di emulazione del pensiero moderato, se non conservatore. Al punto da non rendere più visibile alcuna differenza sostanziale con il campo del centrodestra: quello non eversivo e non anticostituzionale la cui presunta nascita si è festeggiata ieri.
 È stato un percorso lungo, s’intende. Passato attraverso i ‘ma anche’ e i Calearo di Walter Veltroni, poi per il lungo corteggiamento del centro di Casini, quindi attraverso l’adesione alla mitica Agenda Monti, giù giù fino alle scelte di aprile per il Quirinale: «E quella è stata l’ultima finestra», scuoteva la testa l’altro giorno il mio amico Vincenzo Vita, pensando all’occasione perduta e a ciò che ne è seguito. 
Bah, non so se davvero è stata un’ultima possibilità, quella. Chissà. Forse invece il destino era segnato: il percorso, appunto, era stato intrapreso da tempo. 
Adesso a sinistra, a livello di Palazzo, sembrano restare solo le pattuglie ininfluenti di Sel e le battaglie solitarie di Civati. Più quelle di molti grillini, certo: che tuttavia restano rinchiusi in un contenitore carismatico nel quale non mancano spinte contrarie. 
Questo, nel Palazzo, appunto. 
Fuori, restano tutti i temi limpidamente di sinistra che paradossalmente godono dell’appoggio di fette di cittadinanza che sfiorano e a volte superano la maggioranza assoluta dei consensi: reddito minimo per i precari e disoccupati, acqua pubblica, istruzione pubblica, sanità pubblica, tagli alle spese militari, tutela del suolo anziché grandi opere, biotestamento, uguali diritti per gli omosessuali, ius soli e integrazione dei migranti, lotta all’economia speculativa, riduzione degli eccessi sperequativi dei redditi e così via. 
Ma anche, specie tra i nuovi adulti, istanze nuove e più umaniste dell’esistere individuale e collettivo, che privilegiano la qualità della vita quotidiana rispetto al mantra di produzione e consumo a cui siamo stati educati come ’senza alternative possibili’. 
Quello che non c’è, nell’Italia del 2013, è evidentemente una forza politica che di questi temi multiformi si faccia organicamente portatrice. 
Siamo alla sinistra ‘playlist’, in buona parte non parlamentare: ma per fortuna viva nelle associazioni, nei movimenti e – perché no? – anche nelle conversazioni e nell’attivismo in rete. Forse non molto, d’accordo. 
Non abbastanza. Comunque, sempre meglio che abbracciare Cicchitto in corridoio.

Alessandro Gilioli

Wednesday, October 02, 2013

CULTURA DI MASSA

Scuola di massa, cultura di massa, libri di massa: tutto finto. A forza di massificare perchè fosse accessibile, abbiamo operato finzioni. Tutto si è miseramente abbassato. Invece doveva rimanere com'era, della sua propria altezza: in modo che, semmai, fossimo noi, la massa, ad alzarci, per diventare più grandi. Dal 1962 ad oggi, tutte le riforme scolastiche che si sono succedute, sono state, a mio avviso, il trionfio dell'incompetenza.