Monday, December 13, 2010

Romanzo di un giovane vecchio
Di Marco Travaglio
da Il Fatto quotidiano del 9 dicembre 2010

Il libro d’oro dei pellegrini in processione alla villa di Arcore si arricchisce di un nuovo, bizzarro visitatore: Matteo Renzi, il giovane sindaco di Firenze che voleva rottamare la vecchia dirigenza del Pd. Giovane si fa per dire: per esserlo, non basta essere nati da poco. In un sol giorno, nel viaggio da casello a casello Firenze-Arcore-Firenze (680 km), è riuscito a invecchiare di 50 anni. E, quando ha cominciato a esternare sul perché e il percome della visita, ne ha presi altri 50. Ora è ultracentenario. “Solo in un paese malato – dice – si può pensare che ci sia qualcosa sotto”.

Già. In un paese sano un sindaco del Pd va a baciare la pantofola al nemico pubblico numero uno del suo partito (o almeno dei suoi elettori). Per giunta a pranzo. Per giunta nella sua residenza privata. Per giunta mentre si scopre che quel luogo – oltre a Mangano, Previti, Dell’Utri, Mora, Fede – ha ospitato anche decine di signorine addette al bunga-bunga. Per giunta di nascosto (la notizia è trapelata dall’entourage di B. e solo un furbo molto ingenuo poteva pensare che la notizia restasse top secret, visto il proverbiale riserbo del padrone di casa). Non è dato sapere se ci sia stato il tempo per una fugace visita al mausoleo di Arcore, ma presto il settimanale Chi di Alfonso Signorini pubblicherà il book dell’incontro (ha presente, Renzi, quel vaso di petunie sul comò del Cavaliere? Ecco, era Signorini in uno dei suoi più riusciti travestimenti).

Beccato col sorcio, anzi col nano in bocca, il giovane vecchio fa il ganassa e dice che lo rifarebbe “per il bene di Firenze”. Perché – spiega – “mi interessa portare a casa una legge speciale per Firenze da 15 milioni. B. me l’aveva promessa”. L’altro giorno a tavola gliel’ha ripromessa. Ora firmerà pure un Contratto con i Fiorentini, alla presenza di Vespa con tanto di scrivania in ciliegio. Poi dirà che, per colpa di Bin Laden e dell’11 settembre, non se ne fa nulla. Su Facebook, i poveri elettori del Pd che – disperati – speravano in Renzi, lo prendono a male parole. Lui assicura che “mi sto divertendo come un matto a leggere i commenti”. Non lo insospettisce neppure il vedersi difendere dal Giornale, da Libero e financo da Daniele Capezzone, uno che quando ti difende sporgi querela a prescindere perché vuol dire che hai torto marcio (il famoso Capezzone fumante).

Un barlume di dubbio, in verità, lo sfiora: “Mi colpiscono certe reazioni avvelenate della gente comune: danno il senso del clima che si respira nel Paese”. Ma è un attimo. Anziché domandarsi il perché di quelle reazioni e di quel clima (magari lo sdegno per un premier che da 16 anni distrugge l’Italia facendosi gli affari suoi e per un’opposizione che non si oppone), il Renzi si risponde: “Viviamo da tre lustri in un derby continuo, ci vorranno anni per ripulire le menti”. E chissà quanto ci vorrà per ripulire la sua da quello che Gaber chiamava “il Berlusconi in me” giudicandolo peggiore del “Berlusconi in sé”: cioè dall’insensibilità ai conflitti d’interessi, al galateo istituzionale, a valori antichi e ormai desueti come la dignità, la sobrietà, la reputazione, il senso dell’opportunità e del limite.

Persino il rottamato Bersani, dopo aver detto sciaguratamente “andrei ad Arcore anche a piedi pur di avere una riforma del mercato del lavoro”, fa notare in un lampo di lucidità che un sindaco incontra il premier a Palazzo Chigi, non a villa Bungabunga. Renzi gli risponde con una toppa che è peggio del buco: “Se B. mi invita ad Arcore che devo dirgli: ci vediamo allo svincolo autostradale di Monza?”. Poi peggiora ulteriormente la situazione: “Bastonano me perché parlo con B. e vogliono fare un governo o un’alleanza con Fini”. Dal che si deduce che il presunto avversario delle “ideologie” preferisce la destraccia affaristica del Cainano a quella più presentabile (o meno impresentabile) di Fini. Così chi voleva rottamare il politburo piddino ha regalato ai vecchi marpioni del partito un’arma formidabile per rottamare lui. Il giovane vecchio è anche un furbo fesso.


Wednesday, December 08, 2010

VIAGGIO A FRASCATI, TRA I COLLI ROMANI E LE VILLE TUSCOLANE

Alle cinque meno dieci sono già a Piazzale Pancrazi: non c’è nessuno. Questa volta penso che il Generalissimo mi ha lasciata a casa davvero: avevo avvertito che se non mi fossi presentata puntuale era il segno che non sarei partita, per cui traggo in un baleno le mie spontanee conclusioni.

Eppure sono perplessa, perché la partenza è fissata per le cinque. Mi guardo attorno sconsolata quando vedo arrivare una veloce micro-car: è il Generalissimo. Come esce dalla Smart si aprono di incanto le portiere di tante autovetture parcheggiate. I miei compagni di viaggio scendono, arriva anche il pullman e si sale in fretta e furia: sono le ore 5,06 si parte per Frascati.

In ogni dove c’è una Salerno - Calabria a ricordarti che il Belpaese non è solo bellezze mozzafiato, ma anche mala gestione, incuria, incompetenza, sperpero e quant’altro: la nostra si chiama E 45, un’arteria appenninica con la carreggiata di una mulattiera che si snoda tra Ravenna e Terni. Percorrerla in auto ricorda un po’ quel gioco da tamarri di tanti anni fa, dove tu salivi su un torello di plastica, infilavi la tua bella monetina e cercavi di rimanere sulla groppa della bestia che si muoveva indiavolata. L’effetto shaker sul sedile è lo stesso e lo è da 40 anni: mi domando come si faccia a tollerare tutto questo, ma tant’è.

Per fortuna effettuiamo due pit-stop per il cambio delle acque: la giornata volge al meglio, verso est spunta un bagliore dimenticato, è il sole, di questi tempi c’è chi grida al miracolo.

Sono le 10,30 stiamo per arrivare, me lo sento. La splendida campagna romana, fatta di pascoli, pecore, mucche, ulivi, viti e verdi valli, si sta fondendo con gli insediamenti urbani del mondo contemporaneo: centri commerciali, ipermercati, grandi catene e quartieri dormitorio, non-luoghi che hanno le caratteristiche di contenitori anonimi e senza identità, zone vuote di senso e di storia, spazi decadenti e a volte spettrali che hanno trasformato il territorio invadendo il paesaggio senza criterio e senza gusto. Lo chiamano progresso, ma io non ne sono poi così convinta.

Frascati si trova sui colli a 20 chilometri a sud di Roma: è famosa per le ville Tuscolane, il Comune può vantarne ben 12, tutte costruite dall’aristocrazia papalina fin dalla fine del 1500.

A sovrastare la città di Frascati è la superbia di villa Aldobrandini, uno splendido edificio barocco con giardino all’italiana che dal colle si affaccia sulla piazza del Comune: la guida ci spiega che in realtà quella che si vede non è la facciata, ma il lato B, come usava fare a quei tempi quale gesto di dominio e di sfregio nei confronti delle plebi. Penso a Monicelli e al ghigno sprezzante e volgare del suo “Marchese del Grillo”: in effetti, il grandioso Alberto Sordi nei panni del Marchese, si rivolge al popolo così: “perché io sò io e voi non siete un cazzo!” A volte un bel film dice più di tante inutili parole. Touché.

La guida ci porta per le vie della città, che è piccola e tutta raccolta attorno alla sua cattedrale del seicento: niente di che a giudicarla con i miei occhi. La città è un po’ fatiscente, pochi i palazzi antichi e le zone architettoniche tipiche e degne di nota: c’è un castello, oggi residenza del Vescovo, una chiesa romanica e poco altro ancora. Si capisce che dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, la ricostruzione ha un po’ navigato a vista, dando mano libera a geometri e speculatori. Così in centro storico, imperano i palazzoni degli anni sessanta, piccole gallerie commerciali semivuote, negozi polverosi e trascurati, strade aperte al traffico: qui la zona pedonale non esiste, si fa lo slalom tra automobili e suv, per lo shopper al pascolo è un vero calvario.

Tra una zona e l’altra del centro, piccolissime piazzette alla francese con platani e panchine, conferiscono un’immagine Bohémien del tutto inattesa: perché per capire la storia di questo luogo non bisogna avere in mente Napoleone Bonaparte, ma Papi e Cardinali, nobiltà feudale e aristocrazia terriera, famiglie ancora oggi famose come i Colonna, i Della Rovere, i Grazioli, i Faernese. Se si volge lo sguardo verso la collina, qui più che in altri luoghi, si respira l’aria dello Stato Pontificio, dell’opulenza della sua nobiltà che aveva scelto questa zona per le proprie ville estive.

Durante il periodo invernale, delle 12 ville Tuscolane sparse qui attorno se ne può visitare liberamente solo una: è Villa Torlonia e di questa, in realtà, si visita solo quel che resta dopo i bombardamenti della guerra, ovvero il giardino, oggi adibito a parco pubblico. Si capisce che doveva essere una roba mozzafiato, solo la fontana, che si inerpica sulle alture attraverso una grande scalinata, è maestosa e immagino che vedere i giochi d’acqua dell’epoca dovesse essere uno spettacolo da urlo.

Oggi è un parco in pieno centro come tanti altri, con la pista di pattinaggio e i giochi per i bimbi. Peccato per la scelta dei materiali, sembrano i giochi della Chicco in formato gigante, colori sgargianti e plastica dozzinale: non c’entrano nulla con il contesto del parco, l’effetto estetico è devastante, chissà cosa direbbe l’Architetto Nonni nel vedere certe stonature.

Pranziamo in una trattoria del centro: antipasti tipici e vino del posto con finale a base di porchetta che riscatta l’attesa per un piatto di pasta che mai arriverà. Il Generalissimo è brillo, ha alzato un po’ il gomito e non è più presente a se stesso: si vede che si sta rilassando, è bello vedere la Giò che si lascia un po’ andare.

Nel pomeriggio, si rompono le righe, ed io passo in rassegna ad una ad una le bancarelle del centro. Il mercatino natalizio offre di tutto, dai presepi mignon, alle palle di natale, dai mobili antichi alle pantofole polacche, dai vestiti peruviani ai prodotti del Tirolo: c’è davvero da sbizzarrirsi in quello che pare un vera celebrazione del kitsch.

Guardo l’ora sono quasi le quattro, la vasca pomeriadiana è arrivata al capolinea: avverto che sto diventando noiosa, ho perso completamente la voce e ho voglia di qualcosa di caldo. Faccio il giro dei bar prima di rintanarmi alla gelateria Brega, con sala da tè e bagno a disposizione, proprio come piace a me. Il posto è molto bello e tra un caffè con la panna e l’altro, mi capita di assaggiare una suprema delizia: è il gelato alla zabaione più buono che io abbia mai mangiato. Libidine pura. Così faccio il bis. E poi il tris. Sto per ordinare il quadris quando la Giò mi chiama all’ordine. E’ ora di ripartire, passi veloci verso il pullman, che aspettano solo me. Obbedisco.

Il viaggio è lungo, più o meno sei ore, tra pullman e sosta. Pier mi spiega come la dipartita di Mourinho sia stata una sciagura per l’Inter. Lo credo anch’io. Penso che un Mourinho servirebbe anche al Belpaese, ma anche al mio condominio se è per quello. Il Paese non fa squadra, nessuno che passi mai la palla, non c’è pezza, ” Mourinho for President”, perché no, potrebbe essere un’idea, suona anche bene.

Ma forse sto sognando, deliro, il mio è solo un viaggio onirico. Sono le undici, siamo a Faenza, svegliarsi, please!

Grazie a tutti per la bella giornata. Grazie alle persone che non conoscevo, ai colleghi e al Generalissimo. Al prossimo viaggio insieme. Naturalmente col Cral!