Tuesday, April 29, 2014
Da 20 anni la classe politica reclama
maggiori poteri, ma non avendo idee si riduce a produrre leggi. Confonde la
propria incapacità di decisione con l'assenza di autorità dello Stato. Solo nel
teatrino pilitico-mediatico si può credere che i problemi italiani saranno
risolti con la revisione del bicameralismo e la riduzione dei parlamentari, ma
tant'è. E' difficile credere che la nostra Costituzione sia tanto
più difettosa delle altre da meritare uno straordinario impegno revisionistico.
È più probabile che il problema dipenda dagli improbabili costituenti. Solo in
Italia i partiti eludono la propria responsabilità attribuendola al mdello
costituzionale. "Se non si decide non è colpa mia, ma dello Stato che non
funziona". Questo è il motto politico a tutti i livelli, dal governo nazionale
all'ultimo dei municipi. È una teoria che non fa mai i conti con i propri
fallimenti. D'altro canto la classe politica ha gioco facile se la popolazione è
arrivata ad affidarsi ad un ambizioso con un ego smisurato e a due
comici.
ROTTAMAZIONE DELLA DEMOCRAZIA E BULIMIA DI POTERE
Oh, oh! Finalmente un po' di chiarezza (se ce ne fosse ancora bisogno). La "sinistra riformista" (i c.d. bersaniani) dopo avere alzato la voce sulle riforme costituzionali proposte dal Governo (Bersani se ne era uscito addirittura con una frase sferzante del tipo "roba da Sud America") e strizzato l'occhiolino alla proposta di riforma del Senato avanzata da Chiti, è tornata quella di sempre, quella che si rimangia tutto per un po' di potere.
Così Zanda e la Finocchiaro hanno teso la mano a Matteo e trovato un accordo con la Boschi. Un accordo ignobile, siglato a tutela del proprio
posizionamento personale a spese della nostra democrazia.
La minoranza del pd si mostra per quello è demistificando quel falso dualismo che
vorrebbe fare credere che vi sia differenza tra renziani e bersaniani. A Sinistra ci sta
Civati. Punto. E non si capisce cosa ci stia a fare in un partito del genere.
Comunque ecco le riforme che cambieranno il destino del
nostro Paese (a sentire Renzi):
ITALICUM= Legge elettorale senza preferenza= Parlamento di nominati.
RIFORMA DEL SENATO= Senatori eletti dai consiglieri regionali= Senato di nominati.
RIFORMA DELLE PROVINCE= Presidenti e consiglieri provinciali eletti dai consigli comunali= Province di nominati.
Credeteci voi (se volete) che togliere il potere ai cittadini per darne di più ai politici, ci salverà dal declino.
ITALICUM= Legge elettorale senza preferenza= Parlamento di nominati.
RIFORMA DEL SENATO= Senatori eletti dai consiglieri regionali= Senato di nominati.
RIFORMA DELLE PROVINCE= Presidenti e consiglieri provinciali eletti dai consigli comunali= Province di nominati.
Credeteci voi (se volete) che togliere il potere ai cittadini per darne di più ai politici, ci salverà dal declino.
Al momento vedo solo tanta rottamazione (della democrazia). E bulimia (di potere).
Saturday, April 26, 2014
WALTER TOCCI - DISCORSO ALLA COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI DEL SENATO - 23-4-2014
Se Obama andasse in televisione ad annunciare la
presentazione di un disegno di legge per cancellare il Senato e minacciasse di
dimettersi in caso di mancata approvazione entro le prossime elezioni di medio
termine chiamerebbero l’ambulanza o attiverebbero l’impeachment.
Noi invece passiamo agli emendamenti, alle chiose, alle
precisazioni e ci riuniamo in seduta notturna per fare presto, per approvare la
legge entro le prossime elezioni che tra l’altro dovrebbero riguardare il
confronto sui programmi per l’Europa.
Tutto ciò viene presentato come la modernità, ma a me pare
il rigurgito di un vecchio provincialismo delle classi dirigenti italiane che
non hanno mai avuto l’orgoglio delle proprie istituzioni.
Il dibattito è cominciato molto male, a mio avviso. Si può
certo cambiare la Costituzione, ma solo se si cambia verso. Mi occuperò
nel mio intervento soprattutto della critica dei presupposti.
Diceva Kant che se il problema è impostato correttamente la soluzione
viene per
semplice deduzione, ma se il problema è impostato in modo confuso si
gira
intorno senza mai trovare la soluzione.
Se abbiamo rispetto di noi stessi e dell’istituzione che
rappresentiamo non possiamo accettare l’invadenza del governo in materia
costituzionale e tanto meno quando si tratta della struttura del Parlamento.
Non è mai accaduto in tale misura nella storia repubblicana. Alla Costituente
quando si passò all’esame degli articoli Pietro Calamandrei chiese ai ministri di lasciare l’aula, perché il governo non doveva
interferire sulla Costituzione. Questo rispetto è durato più di mezzo secolo e
fu messo in discussione la prima volta nella 14° legislatura dalla maggioranza
di centro destra con la confusa revisione della seconda parte poi bocciata dai
cittadini nel referendum del 2006. Alcuni membri di questa commissione erano
presenti già allora. Ricorderà la senatrice Finocchiaro come noi della
minoranza conducemmo una dura polemica contro il tentativo di Berlusconi di
modificare la Carta a propria misura. Ci fu un’invadenza davvero pesante, ma a
distanza di tempo devo riconoscere al senatore Calderoli, allora protagonista in maggioranza, che non si
arrivò mai a porre una sorta di voto di fiducia al governo in materia
costituzionale. Sono rattristato che oggi lo tenti il mio governo e il leader
che sostengo lealmente, di cui apprezzo le iniziative coraggiose in campo
economico e nella politica europea e soprattutto la capacità di risvegliare nel
popolo italiano la fiducia nel cambiamento.
Per lunga esperienza parlamentare so bene che nei momenti difficili
sono proprio coloro che sostengono il governo ad avere la principale responsabilità
di limitarne l’invadenza. Così avrebbero fatto un tempo i parlamentari
democristiani pur di fronte a leader forti, come quel toscanaccio di Fanfani.
La schiena dritta dei parlamentari è un prerequisito della civiltà giuridica.
Il nostro primo dovere è garantire l’autonoma del Parlamento
nella legislazione costituzionale. Il primo banco di prova sarà l’indipendenza
di giudizio dei relatori del provvedimento. Il compito è assegnato a colleghi
di lunga esperienza, la senatrice Finocchiaro e il senatore Calderoli, che
conoscono bene le funzioni di mediazione e di garanzia associate al ruolo. Io
non mi permetterei mai di dire loro cosa devono fare e mi è sembrato come
minimo inelegante da parte del mio capogruppo, il senatore Zanda, chiedere di
assumere come testo base la proposta del governo, la quale finora nel dibattito
ha raccolto critiche quasi unanimi.
Il clima politico e perfino lo stato d'animo dei costituenti
condizionano la qualità dell'esito della riforma. Con le parole della grande cultura
giuridica tedesca si potrebbe dire che c'è un nesso tra Stimmung e Grundnorm.
Conta non solo il clima tra noi, ma anche la trasparenza verso
l'opinione pubblica. Come ha osservato Corradino Mineo ci sono due
testi, uno viaggia sui media e l'altro è depositato agli atti
parlamentari. Per dire
la verità ai cittadini bisogna diradare almeno quattro fraintendimenti.
1) Il Senato delle autonomie sembra a favore dei territori e
invece è solo un pennacchio che nasconde la più grande operazione di
centralismo statale degli ultimi venti anni. Le Regioni tornano alla
subordinazione verso le burocrazie ministeriali. E la gran parte dei politici regionali fanno
finta di non vedere.
2) Si è voluta motivare la non elettività del Senato con la
riduzione dei costi, ma la proposta Chiti ha dimostrato che si può addirittura
raddoppiare il risparmio diminuendo i numeri sia dei senatori sia dei deputati.
Non capisco proprio perché si voglia conservare un'assemblea di 630 membri a
Montecitorio che davvero fatica a funzionare, come ho potuto constatare da deputato.
3) Una motivazione surreale è stata aggiunta nel Documento
economico (DEF) sostenendo che le riforme favoriscono la crescita.
Invito i tecnici di via Venti Settembre a pubblicare i risultati dei
modelli econometrici
che dimostrebbero una correlazione tra cancellazione del Senato e
aumento del Pil,
sarebbe una scoperta per la scienza economica mondiale. Nel frattempo
ricordo
che il vituperato bicameralismo italiano ha accompagnato una crescita
del Pil
superiore a quella americana nei primi quaranta anni della Repubblica,
mentre
il tasso di aumento è crollato sotto la media europea da quando siamo
stati
morsi dalla tarantola delle riforme istituzionali.
4) Ogni revisione costituzionale è accompagnata da una reinterpretazione
storica. Nella mia parte politica si è perfino riletto il
programma dell'Ulivo, ma solo il primo punto che parlava di Senato delle
autonomie, dimenticando il secondo punto che parlava delle garanzie,
ripreso
oggi dalla proposta Chiti. Era un grande progetto per l'Italia, non a caso
elaborato da un gruppo di “professoroni” capeggiato dal compianto Leopoldo
Elia. Successivamente furono messi da parte e si proseguì con provvedimenti
disorganici. È un falso storico il mantra mediatico delle riforme bloccate da
venti anni. Mai come nella Seconda Repubblica sono state apportate tante
revisioni alla Carta e purtroppo si sono rivelate tutte fallimentari, come
riconoscono oggi gli stessi proponenti. Dal Titolo V oggi criticato
da tutti, allo jus sanguinis del voto all'estero mentre si nega il voto ai
figli degli immigrati, al pareggio di bilancio di cui già si chiede la deroga,
alla modifiche del 138 naufragate insieme alle Larghe Intese, agli assalti
tremontiani contro gli articoli 41 e 42 sul valore sociale dell'impresa, fino
alla riscrittura della seconda parte bocciata dai cittadini.
Se si è sbagliato per venti anni a cambiare la Costituzione
ci vorrebbe sobrietà e soprattutto capacità di apprendere dagli errori,
invece
si alza il tiro con una revisione ancora più radicale. La nuova classe
politica ha sostituito la vecchia guardia ma curiosamente vuole attuarne
la logorata agenda di politiche istituzionali.
Il senso della misura sarebbe necessario anche in seguito
alla sentenza della Corte sul Porcellum. Alcuni studiosi come Alessandro Pace
ne deducono un divieto di modifica costituzionale per il tempo che rimane alla
legislatura. Si può pensarla diversamente, ma certo non si può ignorare il
paradosso della più profonda riscrittura della Carta che sarebbe approvata proprio dal
Parlamento segnato da un vulnus di natura elettorale.
Venendo ai contenuti ci sono, a mio avviso, vecchi problemi
male impostati, nuovi problemi che ci potevamo risparmiare e problemi veri che
vengono aggravati dalla proposta del governo.
Vecchi problemi
Da tempo si criminalizza il bicameralismo perfetto, dimenticando
che nella maggior parte dei casi ha consentito di correggere testi strampalati
evitando ai cittadini il danno di leggi sbagliate. Anche in queste settimane il
governo ne dice tutto il male possibile proprio mentre dichiara di averne
urgente bisogno per migliorare l'Italicum o il decreto sul lavoro addirittura
approvato con la richiesta di fiducia alla Camera.
Sono favorevole al superamento del bicameralismo perfetto,
ma per ragioni opposte a quelle di moda. Non è affatto vero che bisogna
velocizzare
l'attività legislativa, anzi in Italia si approvano troppe leggi. La
vita dei
cittadini, delle imprese e delle amministrazioni è soffocata
dall'eccesso di
norme e dal frenetico cambiamento delle medesime. In tutti i campi - dal
fisco,
alla giustizia, alla scuola, alle procedure amministrative - ormai
nessuno è
più in grado di capire le regole e deve ricorrere a consulenti a
pagamento. Si è criminalizzata la famosa navetta che in realtà non
esiste:
le leggi che sono tornate due o più volte nella stessa Camera sono solo
il 3%
del totale ed è dipeso da testi scritti molto male dai governi. Il ceto
politico ha fatto credere che non poteva governare a causa
della lentezza parlamentare, nascondendo le proprie incapacità dietro
l'alibi
delle riforme istituzionali.
La riforma del bicameralismo al contrario deve servire a
rallentare la produzione legislativa, innalzando la qualità e la leggibilità
delle norme. Poche leggi, ma chiare, ben scritte e per argomenti omogenei.
L'occasione viene dall'introduzione di un'asimmetria che affidi esclusivamente
alla Camera il rapporto fiduciario con il governo - ecco il punto di totale
accordo tra noi - e assegni al Senato compiti di alta legislazione e controllo.
Proprio perché svincolati dalla fiducia i nuovi senatori sarebbero ben più
severi di oggi nel controllare l'azione di governo, nel chiamare in audizione i
dirigenti e i manager di aziende pubbliche, nella policy analysis delle leggi già approvate per fare tesoro degli
errori compiuti.
Per il resto rimarrebbero in regime bicamerale le leggi
cornice sui diritti fondamentali, sull'ordinamento istituzionale e sulle norme
di diretta attuazione costituzionale, come è indicato dalla proposta Chiti che
ho sottoscritto convintamente. In precedenza avevo presentato un disegno dilegge, insieme al collega Corsini, che accentuava questa funzione introducendo
una terza fonte legislativa, la legge organica del caso spagnolo, la quale
mediante Codici unitari - modificabili solo con riserva di Codice - farebbe da
anello di congiunzione tra leggi costituzionali e ordinarie, secondo i principi
di garanzia proposti dal Luigi Ferrajoli (Dei
diritti e delle garanzie, Il Mulino).
Nuovi problemi
L'Italicum consente a una minoranza che raccoglie circa un
quarto di voti di ottenere la maggioranza assoluta, senza dare la
possibilità
ai cittadini di scegliere i deputati e mantenendo il conflitto di
interessi.
Chi vince la mano elettorale prende il banco, potendo condizionare
l'elezione
del Quirinale e dei membri della Corte costituzionale e del Csm. Come
hanno
riconosciuto quasi tutti in questo dibattito si creano problemi nuovi
nel
vecchio ordinamento che verrebbe sbilanciato a favore del potere
esecutivo.
Spero si possano correggere i difetti dell'Italicum, ma comunque se
rimane il
suo impianto si apre l'esigenza di un bilanciamento dei poteri che è poi
l'essenza della democrazia. Il tema delle garanzie, che solo qualche
mese fa
era quasi ignorato, è stato trattato in quasi tutti gli interventi in
Commissione e credo si possa dire è anche merito del ddl sul Senato
delle
Garanzie proposto da Chiti. Senza adeguati contrappesi, infatti, la
legge
elettorale aprirebbe la via a un presidenzialismo selvaggio. Devo
riconoscere
che i normali modelli presidenzialistici, dal francese all'americano, -
che
pure ho sempre contrastato - sarebbero più equilibrati rispetto al
monocameralismo ipermaggioritario che di fatto si viene prospettando.
Le garanzie non devono riguardare solo le alte cariche dello
Stato, ma anche l'attività legislativa. Il premio di maggioranza, infatti, deve
essere speso per governare il Paese – nella politica economica, nella gestione
dello Stato, nei grandi servizi pubblici ecc. - ma non può servire a imporre visioni di parte
su argomenti delicati che richiederebbero una convergenza di intenti, come la
libertà di informazione, la pace e la guerra, la bioetica, l’indipendenza della
magistratura, i diritti di libertà delle persone. Il Senato delle Garanzie,
svincolato dal voto di fiducia e quindi eletto con una legge non maggioritaria,
aiuterebbe le diverse parti politiche a condividere i fondamentali della
democrazia lasciando alla Camera il conflitto politico tra diverse opzioni di
governo del Paese. Sarebbe l’unico modo per curare la malattia del bipolarismo
distruttivo, che ha segnato il ventennio ma sembra già dimenticato dalla
memoria corta del mondo mediatico-politico. La vera anomalia italiana rispetto
agli altri paesi, infatti, è stato il sistema politico che applicava ricette
simili nella politica economica e si divideva sui principi basilari.
Queste funzioni di garanzia del Senato possono essere
legittimate solo dall’elezione diretta. Lo ha dimostrato con argomenti sapienti
e direi definitivi l’intervento del senatore Quagliariello. Per parte mia
vorrei aggiungere solo una considerazione sulla fonte primaria del principio
garantista dell’articolo 67 della Carta che attribuisce al parlamentare la
libertà di mandato e la rappresentanza dell’unità nazionale. Circa trent’anni
fa Norberto Bobbio scriveva che “Mai
norma costituzionale è stata più violata del divieto di mandato imperativo” (Il futuro della democrazia, Einaudi, p. 12),
ma non aveva ancora potuto vedere cosa succede nel tempo dei leader solitari
che aborrono il 67 più di ogni altro articolo. Grillo voleva cancellarlo,
Berlusconi sosteneva che bastava la riunione dei capigruppo e Renzi definisce
sabotatori del cambiamento i suoi parlamentari che non seguono la dottrina di
partito quando si parla di Costituzione.
La proposta del Senato delle autonomie cancellerebbe
entrambe le prerogative dell’articolo 67. I senatori infatti non avrebbero la
libertà di mandato perché sarebbero vincolati all’indirizzo politico e
amministrativo degli Enti territoriali che li eleggono e dovrebbero
rappresentare le rispettive comunità locali anche quando si creasse un
conflitto con l’interesse nazionale. La contraddizione è palese nel testo
del governo che assegna la potestà
costituzionale ai poteri amministrativi locali, con un’evidente sgrammaticatura
che sarebbe sanzionata al primo anno del corso di laurea in
Giurisprudenza.
È povero l’argomento che non si potrebbe negare il voto di
fiducia al Senato elettivo. Semmai le garanzie costituzionali hanno un
prestigio maggiore dell'attività di governo. Non mi ripresenterò alle
prossime elezioni ma se fossi
un giovane politico sceglierei di candidarmi alla Camera Alta
dove si legifera sui fondamentali della democrazia e si controlla in
piena
autonomia l’attività del governo. Nella proposta Chiti i cento senatori
porterebbero
nella forma di Stato un “elemento «aristocratico» ma di derivazione
pienamente
popolare” per usare la paradossale espressione del mio maestro Mario Dogliani.
È ancora più povero l’argomento che il Senato delle
autonomie è stato sempre scritto nei programmi elettorali, anche se per la
verità noi del Pd nel 2013 siamo stati eletti con un mandato che non lo
comprendeva. Non credo si possa utilizzare il ventennio come criterio di verità
visto che tutti ormai riconosciamo di aver commesso tante fesserie in quel
periodo. Solo le traballanti ideologie della Seconda Repubblica potevano
partorire la proposta di fare del Senato una sorta di dopolavoro degli
amministratori locali. Ho molta stima del loro lavoro, sono stato vicesindaco
di Roma ed è stata l’esperienza più appassionante della mia vita politica,
anche se non mi dava un attimo di respiro. Mi domando come possa fare Ignazio
Marino a svolgere insieme le funzioni di Sindaco, di presidente della Città
metropolitana su scala provinciale e di senatore.
Ma non è solo questione di tripli incarichi, emerge ormai un
problema eluso dalla lunga discussione sul tema. Si dice che deve essere una
camera di “raccordo”, ma la parola non ha alcun senso giuridico. Sarebbe comunque
un’assemblea che funziona mettendo ai voti dei testi normativi, con la
formazione quindi di maggioranze e di minoranze che non potendo più esprimersi nelle
coalizioni di partiti diventeranno coalizioni di territori forti contro quelli
deboli. Ogni settimana in quella assemblea si rischierà di mettere ai voti l’unità
nazionale fino al punto di consumarla e alla fine di spezzarla. Se non siamo
arrivati a questo esito è perché i partiti pur indeboliti e delegittimati hanno
impedito la frattura. Siamo l’unico paese europeo che non può permettersi di
poggiare la rappresentanza parlamentare sul cleavage territoriale. Si parla a
sproposito del Bundestrat che oltre a non essere accompagnato dall’Italicum è frutto
di una forte coesione nazionale che in soli venti anni ha consentito di
assorbire il ritardo delle regioni orientali uscite dal regime comunista.
Veri problemi
La questione che dovremmo mettere prima di tutti gli altri
problemi è purtroppo molto amara. Per la prima volta nella storia repubblicana
si è creata una voragine nella nostra democrazia. Circa la metà del popolo
esprime mediante il crescente astensionismo e il sostegno a liste di
contestazione estrema un rifiuto se non un disprezzo verso il sistema politico-istituzionale
nel suo complesso. Ci dobbiamo domandare se stiamo lavorando per ricomporre
oppure per aggravare tale frattura.
A me pare che l’insieme dei provvedimenti in discussione
abbiano l’effetto di aumentare la distanza tra eletti ed elettori. Forse non
c’è piena consapevolezza dell’effetto di sistema che si rischia di determinare
poiché la discussione tra noi è viziata da tecnicismi e da compartimenti stagni
che separano i problemi. Se riassumo le criticità che ho esposto in questo mio
intervento, se le analizzo nel combinato disposto di Senato, legge elettorale e
Titolo V e le valuto dal punto di vista della frattura democratica aperta nel
paese mi convinco ancora di più che abbiamo imboccato la direzione sbagliata:
a) Il
neo-centralismo statale rischia esasperare il malessere dei territori, il caso
veneto è il più allarmante, e nel contempo rinuncia ad attivare le energie
civili depositate nelle comunità locali che sono le carte ancora non giocate
per la crescita.
b) Se
i cittadini non possono scegliere i deputati e domani neppure i senatori né i
consiglieri provinciali non può che aumentare l’autoreferenzialità del ceto
politico.
c) Le
soglie di sbarramento irragionevoli dell’Italicum rischiano di espellere dalla
rappresentanza parlamentare milioni di italiani che la pensano diversamente dai
tre partiti principali.
d) Assegnare
un premio di maggioranza ad un partito che rappresenta la metà della
maggioranza aumenta l’estraneità dei cittadini verso l’azione di governo e rende
più difficile quella coesione nazionale che sarebbe necessaria per uscire dalla
Crisi.
Pensiamoci bene prima di incamminarci in questo sentiero irto
di pericoli. Il paese è sconvolto per la crisi più grave, soffre i disagi della
vita quotidiana e le incertezze per il futuro, ha accumulato un rancore e una
sfiducia verso tutto ciò che è istituito. Se il sistema istituzionale si chiude
in se stesso, limita le possibilità di scelta dei cittadini, riduce le
rappresentanze politiche e territoriali il malessere può assumere forme ancora
più esasperate e ingovernabili. È il momento di consentire che si esprimano i
conflitti e le diversità di opinioni nella molteplicità e nell’apertura della
vita istituzionale, come unica via per ritrovare la coesione e la cura
dell’interesse generale. È il momento di avere più fiducia nella capacità
inclusiva della dialettica democratica.
Certo che serve il cambiamento. Bisogna
cambiare verso perfino alle riforme istituzionali.
Thursday, April 24, 2014
LA PROPOSTA CHITI
Cari renziani,
credo
che si possa essere in totale disaccordo con la proposta Chiti, senza per forza scendere nel dileggio rancoroso, forse utile per dare sfogo agli istinti
plebei dei guardiani del Premier, ma inutile per argomentare il perché la
riforma per il Senato proposta dalla Boschi sarebbe migliore della proposta avanzata
da Chiti.
Al dibattito politico servono capacità critica e di pensiero, razionalità e visione, non una teologia esasperata di muggiti informatici. La spocchia risolutiva e perentoria di chi si limita a difendere Renzi senza se e senza ma, non serve a pensare la complessità della politica, né a costruire uno spazio d'azione a Sinistra a partire dal confronto sulla riforma Costituzionale (che non ha alcuna attinenza con la tenuta del Governo, ma che è invece fondamentale per la qualità delle nostre istituzioni e della nostra democrazia).
A mio modestissimo avviso ogni riforma della Costituzione non può non tenere conto del sistema elettorale con il quale verranno eletti i rappresentanti delle istituzioni che si intendono riformare. In tale senso penso che l'Italicum sia pessimo, perché mantiene gli aspetti anticostituzionali del Porcellum (esorbitante premio di maggioranza ad una minoranza e mancanza delle preferenze) mentre comprime il pluralismo (alte sogli di sbarramento per entrare in Parlamento).
Sulla riforma del Senato penso che la riforma proposta da Chiti sia ragionevole, perché va nella direzione di superare il bicameralismo perfetto trasformando il Senato in una Camera di garanzia, salvaguardando il meccanismo democratico della rappresentanza grazie all'elezione diiretta dei senatori da parte dei cittadini.
La proposta Boschi mi pare invece un pastrocchio, perché va nella direzione di superare il bicameralismo perfetto trasformando il Senato in una Camera delle Autonomie con poteri indefiniti, mortificando il meccanismo democratico della rappresentanza grazie alla nomina dei Senatori da parte dei consigli regionali.
Al dibattito politico servono capacità critica e di pensiero, razionalità e visione, non una teologia esasperata di muggiti informatici. La spocchia risolutiva e perentoria di chi si limita a difendere Renzi senza se e senza ma, non serve a pensare la complessità della politica, né a costruire uno spazio d'azione a Sinistra a partire dal confronto sulla riforma Costituzionale (che non ha alcuna attinenza con la tenuta del Governo, ma che è invece fondamentale per la qualità delle nostre istituzioni e della nostra democrazia).
A mio modestissimo avviso ogni riforma della Costituzione non può non tenere conto del sistema elettorale con il quale verranno eletti i rappresentanti delle istituzioni che si intendono riformare. In tale senso penso che l'Italicum sia pessimo, perché mantiene gli aspetti anticostituzionali del Porcellum (esorbitante premio di maggioranza ad una minoranza e mancanza delle preferenze) mentre comprime il pluralismo (alte sogli di sbarramento per entrare in Parlamento).
Sulla riforma del Senato penso che la riforma proposta da Chiti sia ragionevole, perché va nella direzione di superare il bicameralismo perfetto trasformando il Senato in una Camera di garanzia, salvaguardando il meccanismo democratico della rappresentanza grazie all'elezione diiretta dei senatori da parte dei cittadini.
La proposta Boschi mi pare invece un pastrocchio, perché va nella direzione di superare il bicameralismo perfetto trasformando il Senato in una Camera delle Autonomie con poteri indefiniti, mortificando il meccanismo democratico della rappresentanza grazie alla nomina dei Senatori da parte dei consigli regionali.
Eletti contro nominati: le riforme demagogiche sono ingannevoli.
La riforma del Senato proposta dalla Boschi unitamente ad una Camera eletta con l' Italicum va nella direzione di concentrare il potere nelle mani del solo Governo producendo l’illusione dell’efficienza e il rischio della riduzione della democrazia: non penso che il pericolo sia Renzi, ma cosa potrebbe succedere se a vincere le elezioni con il nuovo sistema istituzionale proposto da Renzi fosse uno come Salvini?
"Si sta creando una pericolosa congiunzione tra disincanto democratico e pulsioni populiste. Vogliamo parlarne, prima che sia troppo tardi, e agire di conseguenza?"
La riforma del Senato proposta dalla Boschi unitamente ad una Camera eletta con l' Italicum va nella direzione di concentrare il potere nelle mani del solo Governo producendo l’illusione dell’efficienza e il rischio della riduzione della democrazia: non penso che il pericolo sia Renzi, ma cosa potrebbe succedere se a vincere le elezioni con il nuovo sistema istituzionale proposto da Renzi fosse uno come Salvini?
"Si sta creando una pericolosa congiunzione tra disincanto democratico e pulsioni populiste. Vogliamo parlarne, prima che sia troppo tardi, e agire di conseguenza?"
AI MIEI CARI CRITICI NEO STALINISTI. SPECIALMENTE DEDICATO A VOI
di Corradino Mineo del 24 Aprile 2014
“Lei non è il Marchese del Grillo e non conta un cazzo”, “solo un fesso come te”, “basta con le pagliacciate”, “vinci le primarie e poi detta la linea”,“non sei la scienza fatta uomo”, “sei entrato in Senato per cooptazione per una fisima di bersani”, “finalmente Rainews24 è una rete moderna, senza le prediche di Mineo”: sono alcune tra le più eleganti carezze che mi arrivano, via twitter, dalla confraternita di stalinisti in servizio permanente effettivo, ora al servizio -dicono loro- di Matteo Renzi.
Ci sarebbe da riflettere sulla mancanza di argomenti, sull’atteggiamento plebeo, e sull’assonanza con analoghe scomuniche lanciate in rete dai guardiani di Beppe Grillo. Tuttavia io resto inguaribile illuminista e dunque cerco di spiegare.
1.Non vogliamo tagliare i costi della politica, noi che abbiamo firmato la proposta Chiti? Sì, invece, vogliamo tagliare i costi più del governo. Proponiamo 315 deputati e 106 senatori. In tutto 421 “diarie”. Il governo ne vuol lasciare ben 630, dei deputati, più le trasferte a Roma e le spese di Sindaci, Presidenti di Regione e Consiglieri trasformati in Senatori.
2.Vogliamo superare la macchinosa staffetta delle leggi tra Camera e Senato, il cosiddetto bicameralismo paritario? Certo che sì. Il voto di fiducia, le leggi di bilancio (finanziaria), le leggi ordinarie verrebbero esaminate e approvate solo dalla Camera. Il Senato si occuperebbe solo delle leggi costituzionali, elettorali, dei trattati europei e delle leggi che riguardano diritti fondamentali della persona, anch’esse di rilievo costituzionale.
3.Perché proponiamo l’elezione diretta, su base regionale, dei Senatori? Perché il governo ha fatto approvare alla Camera una legge elettorale che non ha uguali al mondo. Grazie ad essa, un partito con meno del 4,5%, pure in coalizione, non eleggerà un solo deputato, ma ne regalerà tanti al partito maggiore (in cambio di che?). Un partito del 7,9%, deciso a correre da solo, non avrebbe rappresentanza. E neppure due partiti del 5,5% che si uniscono in coalizione. In Germania ciascuno di quei partiti supererebbe lo sbarramento previsto per il Bundestag, in Italia, invece, resterebbero a bocca asciutta. I deputati, poi, continueranno ad essere nominati dai partiti, come con il Porcellum. E una coalizione, eterogenea e pasticciata (come quelle che ci hanno regalato gli ultimi 10 anni) potrebbe governare in forza del premio di maggioranza che scatta quando un'armata Brancaleone raggiunge solo il 37% dei voti. Ricordo che in Germania, Angela Merkel, ha totalizzato più del 42% e ha dovuto trattare con gli sconfitti dell’SPD, per poter formare un governo. Dovrebbe essere assolutamente evidente che con una Camera siffatta e un Senato composto da Governatori e Sindaci (eletti con leggi maggioritarie locali e distratti dalla loro attività prevalente), la democrazia in Italia non sarebbe più garantita. Un demagogo che con il 25 per cento dei voti, ma capace di pagarsi una corte di liste civetta, potrebbe smantellare la Costituzione e la Corte Costituzionale. Dunque, con questa legge elettorale, un Senato scelto a suffragio universale diretto è il minimo delle garanzie che si possano chiedere.
4.Qualcuno ci accusa di “intelligenza” col nemico! Grillo o Forza Italia, o Calderoli. Niente affatto, ma ha ragione Renzi, le riforma costituzionali non si fanno da solo. Ora si dà il caso che M5S e dissidenti, SEL ma anche Forza Italia e, in ultimo, il Nuovo Centro Destra per bocca di Quagliariello, concordino che la riforma proposta dal governo non è né carne né pesce, è uno strano ibrido, Senato delle Autonomie ma anche delle Garanzie, deve occuparsi del “raccordo” (ma che vuol dire?) con le Regioni e i Comuni ma anche eleggere il Capo dello Stato e può votare (come la Camera) ogni modifica della Costituzione. Un tale Senato non può essere composto da 21 (dico 21) persone nominate dal Presidente della Repubblica (che poi si farà rieleggere dai senatori), non può basarsi sul doppio lavoro dei Sindaci metropolitani e dei Presidente delle Regioni, persone che sono state elette per amministrare e ora, invece, sono chiamate a rivestire un’altissima magistratura istituzionale. Davvero un pasticcio. In tale contesto il Ddl Chiti è un punto di equilibrio, Pd che più non si potrebbe, e dovrebbe essere tenuto in conto come una risorsa, uno spunto per un piano B, per una magnifica (renziana) mossa del cavallo.
5.Ma perché Renzi è caduto in trappola? Semplice. Quando ha concluso l’accordo con Berlusconi non era al governo e il suo schema era un altro: legge elettorale maggioritaria, si va al voto, vinciamo noi! Poi, legittimato dal voto vero, popolare, il Presidente del Consiglio avrebbe intrapreso, con calma il lavoro di ricostruzione costituzionale. Non è andata così. Renzi si è convinto che con Letta a Palazzo Chigi saremmo andati a sbattere e lo ha sostituito. Ma l’accordo con Berlusconi non ha ritenuto di poterlo denunciare, tanto più che non c’era molto da fidarsi di Alfano, e Grillo, in modo cafone e scomposto, si era tirato fuori. Così Renzi ha giocato (sta giocando) una partita tutta d’immagine. Legge maggioritaria, e chi si è visto si è visto. Il Senato? parrucconi, mandiamoli a casa (ma teniamo i 630 deputati in modo che deputati e senatori del Pd più attaccati alla funzione righino dritto fino al 2018 con la prospettiva della rielezione. E poi Sindaci e Governatori, gli tolgo risorse e poteri ma li faccio Senatori. promoveatur ut amoveatur.
Tutto qui. Ora io penso davvero che Matteo Renzi possa rappresentare un risorsa per il Pd e per il Paese, ma proprio per questo una politica degna di questo nome deve sapergli tener testa quando sbaglia. Soprattutto su questioni delicate come quelle che toccano i pilastri della nostra casa comune. Penso di non avere torto.
Ci sarebbe da riflettere sulla mancanza di argomenti, sull’atteggiamento plebeo, e sull’assonanza con analoghe scomuniche lanciate in rete dai guardiani di Beppe Grillo. Tuttavia io resto inguaribile illuminista e dunque cerco di spiegare.
1.Non vogliamo tagliare i costi della politica, noi che abbiamo firmato la proposta Chiti? Sì, invece, vogliamo tagliare i costi più del governo. Proponiamo 315 deputati e 106 senatori. In tutto 421 “diarie”. Il governo ne vuol lasciare ben 630, dei deputati, più le trasferte a Roma e le spese di Sindaci, Presidenti di Regione e Consiglieri trasformati in Senatori.
2.Vogliamo superare la macchinosa staffetta delle leggi tra Camera e Senato, il cosiddetto bicameralismo paritario? Certo che sì. Il voto di fiducia, le leggi di bilancio (finanziaria), le leggi ordinarie verrebbero esaminate e approvate solo dalla Camera. Il Senato si occuperebbe solo delle leggi costituzionali, elettorali, dei trattati europei e delle leggi che riguardano diritti fondamentali della persona, anch’esse di rilievo costituzionale.
3.Perché proponiamo l’elezione diretta, su base regionale, dei Senatori? Perché il governo ha fatto approvare alla Camera una legge elettorale che non ha uguali al mondo. Grazie ad essa, un partito con meno del 4,5%, pure in coalizione, non eleggerà un solo deputato, ma ne regalerà tanti al partito maggiore (in cambio di che?). Un partito del 7,9%, deciso a correre da solo, non avrebbe rappresentanza. E neppure due partiti del 5,5% che si uniscono in coalizione. In Germania ciascuno di quei partiti supererebbe lo sbarramento previsto per il Bundestag, in Italia, invece, resterebbero a bocca asciutta. I deputati, poi, continueranno ad essere nominati dai partiti, come con il Porcellum. E una coalizione, eterogenea e pasticciata (come quelle che ci hanno regalato gli ultimi 10 anni) potrebbe governare in forza del premio di maggioranza che scatta quando un'armata Brancaleone raggiunge solo il 37% dei voti. Ricordo che in Germania, Angela Merkel, ha totalizzato più del 42% e ha dovuto trattare con gli sconfitti dell’SPD, per poter formare un governo. Dovrebbe essere assolutamente evidente che con una Camera siffatta e un Senato composto da Governatori e Sindaci (eletti con leggi maggioritarie locali e distratti dalla loro attività prevalente), la democrazia in Italia non sarebbe più garantita. Un demagogo che con il 25 per cento dei voti, ma capace di pagarsi una corte di liste civetta, potrebbe smantellare la Costituzione e la Corte Costituzionale. Dunque, con questa legge elettorale, un Senato scelto a suffragio universale diretto è il minimo delle garanzie che si possano chiedere.
4.Qualcuno ci accusa di “intelligenza” col nemico! Grillo o Forza Italia, o Calderoli. Niente affatto, ma ha ragione Renzi, le riforma costituzionali non si fanno da solo. Ora si dà il caso che M5S e dissidenti, SEL ma anche Forza Italia e, in ultimo, il Nuovo Centro Destra per bocca di Quagliariello, concordino che la riforma proposta dal governo non è né carne né pesce, è uno strano ibrido, Senato delle Autonomie ma anche delle Garanzie, deve occuparsi del “raccordo” (ma che vuol dire?) con le Regioni e i Comuni ma anche eleggere il Capo dello Stato e può votare (come la Camera) ogni modifica della Costituzione. Un tale Senato non può essere composto da 21 (dico 21) persone nominate dal Presidente della Repubblica (che poi si farà rieleggere dai senatori), non può basarsi sul doppio lavoro dei Sindaci metropolitani e dei Presidente delle Regioni, persone che sono state elette per amministrare e ora, invece, sono chiamate a rivestire un’altissima magistratura istituzionale. Davvero un pasticcio. In tale contesto il Ddl Chiti è un punto di equilibrio, Pd che più non si potrebbe, e dovrebbe essere tenuto in conto come una risorsa, uno spunto per un piano B, per una magnifica (renziana) mossa del cavallo.
5.Ma perché Renzi è caduto in trappola? Semplice. Quando ha concluso l’accordo con Berlusconi non era al governo e il suo schema era un altro: legge elettorale maggioritaria, si va al voto, vinciamo noi! Poi, legittimato dal voto vero, popolare, il Presidente del Consiglio avrebbe intrapreso, con calma il lavoro di ricostruzione costituzionale. Non è andata così. Renzi si è convinto che con Letta a Palazzo Chigi saremmo andati a sbattere e lo ha sostituito. Ma l’accordo con Berlusconi non ha ritenuto di poterlo denunciare, tanto più che non c’era molto da fidarsi di Alfano, e Grillo, in modo cafone e scomposto, si era tirato fuori. Così Renzi ha giocato (sta giocando) una partita tutta d’immagine. Legge maggioritaria, e chi si è visto si è visto. Il Senato? parrucconi, mandiamoli a casa (ma teniamo i 630 deputati in modo che deputati e senatori del Pd più attaccati alla funzione righino dritto fino al 2018 con la prospettiva della rielezione. E poi Sindaci e Governatori, gli tolgo risorse e poteri ma li faccio Senatori. promoveatur ut amoveatur.
Tutto qui. Ora io penso davvero che Matteo Renzi possa rappresentare un risorsa per il Pd e per il Paese, ma proprio per questo una politica degna di questo nome deve sapergli tener testa quando sbaglia. Soprattutto su questioni delicate come quelle che toccano i pilastri della nostra casa comune. Penso di non avere torto.
Tuesday, April 22, 2014
SIAMO TUTTI POPULISTI
di Ilvo Diamanti - Da la Repubblica del 22 Aprile 2014
C'è un fantasma che si aggira in Europa e in Italia. Inquietante e opprimente. Il populismo. Una minaccia diffusa, che echeggia in questa confusa campagna elettorale, in vista delle Europee. Eppure "mi" è difficile spiegare di che si debba avere "paura".
Il populismo, infatti, associa forze politiche diverse e, talora, opposte fra loro, ma "unite" contro l'Unione Europea e contro l'Euro. Il termine, ad esempio, viene applicato al Front National, in Francia, e alla Lega, in Italia. Insieme ad altri partiti, di altri Paesi, fuori dall'Euro. Come l'Ukip, in Inghilterra. Anche se il Fn e l'Ukip si oppongono alla Ue in nome della sovranità, rispettivamente, della Francia e dell'Inghilterra. La Lega, invece, in nome dell'indipendenza dei popoli padani e contro la sovranità dell'Italia. Fino a poco più di vent'anni fa, al contrario, era a favore dell'Europa - delle Regioni.
Ma la Lega è abituata a cambiare idea, in base alle convenienze. Come ha fatto nei confronti dei veneti(sti). Nel 1997, al tempo dell'assalto al campanile di San Marco, i Serenissimi, secondo Bossi, erano "manovrati dai servizi segreti italiani". Oggi, invece, sono perseguitati dall'imperialismo romano. Ma la lista dei populisti va ben oltre. Coinvolge gli antieuropeisti del Nord Europa e quelli dell'Est. Per tutti e fra tutti, il Fidesz di Viktor Orbán che ha trionfato di recente in Ungheria (dove Jobbik, movimento di estrema destra, ha superato il 20%). Oltre ad Alba Dorata, in Grecia. In Italia, però, il populismo è un'etichetta applicata senza molti problemi. Riguarda, anzitutto, il M5s e Beppe Grillo. Per il loro euroscetticismo ma, soprattutto, per l'esplicita opposizione alla democrazia rappresentativa. In nome del "popolo sovrano" che decide da solo. Senza rappresentanti. Grazie al referendum che ormai si può svolgere in modo permanente nella piazza telematica. La Rete. Naturalmente, il Popolo, per potersi riconoscere come tale, ha bisogno di riferimenti comuni. Così si rivolge a un Capo. Che comunichi con il Popolo direttamente. Senza mediazioni e senza mediatori. Attraverso i Media. La Rete, ma anche la televisione. Dove il Capo parla con me. Direttamente. In modo "personale".Non a caso, il Grande Populista del nostro tempo è stato Silvio Berlusconi. Il Berlusconismo, in fondo, è proprio questo: partito e Tv riassunti nella persona del Capo.
La Rete ha moltiplicato il dialogo personale. Perché tutti possono parlare con tutti. Con il proprio nome, cognome, account e alias. Associato a un'immagine, una fotina, un marchio, un profilo. Naturalmente, c'è bisogno di un blogger, che orienti il dibattito e che, alla fine, tiri le somme. Ma che, soprattutto, dia un volto comune a tanti volti (oppure un "voto" comune a tanti "voti"). Che fornisca una voce comune a un brusio di messaggi fitto e incrociato. Senza Grillo, il M5s non sarebbe un MoVimento, ma un'entità puntiforme priva di "identità". Grillo, d'altronde, sa usare la Tv, oltre che la Rete (guidato da Gianroberto Casaleggio). La maneggia da padrone. C'è sempre senza andarci mai. È la Tv che lo insegue, nelle piazze e, ora e ancora, nei teatri. Riprende e rilancia i suoi video, prodotti e postati nel suo blog.
Ma se il populismo è comunicazione personale diretta senza mediazione, allora va ben oltre la Lega, Berlusconi e Grillo. Diventa un imperativo per chiunque intenda imporsi, politicamente. Perché deve saper usare la Tv e i nuovi media. Diventare protagonista di quella che Georges Balandier ha definito "La messa in scena della politica". Come ha fatto Matteo Renzi. Capace, meglio di ogni altro, di parlare direttamente al "popolo". Di lanciare sfide simboliche e pratiche. In Italia, d'altronde, ogni riforma promessa è rimasta tale. Imbrigliata da mille difficoltà, mille ostacoli. Renzi, per questo, va veloce. E parla direttamente al popolo. A ciascuno di noi. Guarda dritto nella macchina da presa. E ci chiama per nome. È per questo che Grillo lo ha preso di mira, come il suo principale, vero "nemico" (politico). Perché il popolo ha bisogno di un capo che gli indichi i suoi nemici. Gli "altri" da cui difendersi. L'Europa, la globalizzazione, le banche, i mercati. Gli "stranieri". Gli immigrati, i marocchini, i romeni, i veneti, i romani, gli italiani. E, ancora, le élite, la classe politica, i partiti, i giornalisti, i giornali, i manager, le banche, i banchieri.
Così il catalogo dei populismi si allarga, insieme all'elenco dei populisti. Berlusconi, Grillo, Marine Le Pen (per non parlar del padre), Renzi. Ma anche Vendola, con il suo parlar per immagini e il suo partito personalizzato. Lo stesso Monti, bruciato dal tentativo di diventare pop, con il cagnolino in braccio (che fine avrà fatto Empy?).
Uscendo dal "campo" politico, Papa Francesco è, sicuramente, il più bravo a parlare con il suo "popolo". Il più Pop di tutti di tutti. D'altronde, alle spalle, ha esempi luminosi, come Giovanni Paolo II e, ancor più, Giovanni XXIII. E poi è argentino, come Perón. Scivola sull'onda di una lunga tradizione. Non è un caso, peraltro, che la fiducia nei suoi confronti sia molto più alta di quella nella Chiesa. Perché Francesco, sa toccare il cuore dei fedeli (e degli infedeli). E supera ogni confine. Ogni mediazione. Va oltre la Chiesa. Parla al suo popolo, senza distinzioni (visto che la fiducia nei suoi riguardi viene espressa da 9 persone su 10).
Per questo, diventa difficile dire chi sia populista. O meglio, chi non lo sia. Perché tutti coloro che ambiscano a imporsi sulla scena pubblica debbono usare uno stile "populista". E lo ammettono senza problemi, mentre ieri suonava come un insulto. Echeggiando Jean Leca: "Quel che ci piace è popolare. Se non ci piace è populista". Oggi invece molti protagonisti politici rivendicano la loro identità populista. Grillo e Casaleggio, per primi, si dicono: "Orgogliosi di essere insieme a decine di migliaia di populisti. (...) Perché il potere deve tornare al popolo". Mentre Marine Le Pen si dichiara "nazional-populista", in nome del "ritorno alle frontiere e alla sovranità nazionale".
Meglio, allora, rinunciare a considerare il "populismo" una definizione perlopiù negativa e alternativa alla democrazia. Per citare, fra gli altri, Alfio Mastropaolo, ne fa, invece, parte. Come il concetto di "popolo". Il quale, quando ricorre in modo tanto esplicito e frequente, nel linguaggio pubblico, denuncia, semmai, che qualcosa non funziona nella nostra democrazia "rappresentativa". Perché il "popolo" non trova canali di rappresentanza efficaci. I rappresentanti e i leader non dispongono di legittimazione e consenso adeguati. Perché il governo e le istituzioni non sono "efficienti" e non suscitano "passione". Così non resta che il populismo. Sintomo e al tempo stesso diagnosi del malessere democratico. Meglio non limitarsi a scacciarlo con fastidio. Per guarire dal populismo occorre curare la nostra democrazia.
Wednesday, April 16, 2014
I 10 PUNTI DI FORZA DELLA LISTA ALTRA EUROPA CON TSIPRAS
di Luciano Gallino, Marco Revelli,
Barbara Spinelli, Guido Viale
Quando diciamo che siamo per
un’Altra Europa, la vogliamo davvero e non solo a parole. Abbiamo in mente un
ordine politico nuovo, perché il vecchio è in frantumi. Non può essere
rammendato alla meno peggio.
In realtà il nostro è l’unico
progetto che non si limita a invocare a parole un’altra Europa, ma si propone di
cambiarla con politiche che riuniscano quel che è stato disunito e disfatto. Gli
altri partiti sono tutti, in realtà, conservatori dello status quo.
Sono conservatori Matteo Renzi e
il governo, che parlano di cambiamento e tuttavia hanno costruito quest’Unione
che umilia e impoverisce i popoli, favorendo banche e speculatori.
Sono conservatori i leghisti, che
denunciano l’Unione ma come via d’uscita prospettano il nazionalismo e la
xenofobia.
Nei fatti è conservatore il
Movimento 5 Stelle, che si fa portavoce di un disagio reale, ma senza sbocchi
chiari.
Tutta diversa la Lista Tsipras. Il
progetto è di cambiare radicalmente le istituzioni europee, di dare all’Unione
una Costituzione scritta dai popoli, di dotarla di una politica estera non
bisognosa delle stampelle statunitensi. Tutta diversa la prospettiva della Lista
Tsipras. La nostra non è né una promessa fittizia, come quella di Renzi, né una
protesta che rinuncia alla battaglia prima di farla. Metteremo duramente in
discussione il Fiscal compact, e in particolare contesteremo – anche con
referendum abrogativo – le norme applicative che il Parlamento dovrà introdurre
per dare attuazione all'obbligo del pareggio di bilancio che purtroppo è stato
inserito ormai nell'articolo 81 della Costituzione, senza che l'Europa ce
l'abbia mai chiesto. In ogni caso, faremo in modo che non abbiano più a
ripetersi calcoli così palesemente errati e nefasti, nati da una cultura
neoliberista che ha impedito all’Europa di divenire l’istanza superiore in grado
di custodire sovranità che sono andate evaporando, proteggendoli al tempo stesso
dai mercati incontrollabili, dall’erosione delle democrazie e dalla
prevaricazione di superpotenze che usano il nostro spazio come estensione dei
loro mercati e della loro potenza geopolitica.
Ecco le 10 vie alternative che
intendiamo percorrere:
1 - Siamo la sola forza
alternativa perché non crediamo sia possibile pensare l’economia e
l’Europa democraticamente unita «in successione»: prima si mettono a posto i
conti e si fanno le riforme strutturali, poi ci si batte per un’Europa più
solidale e diversa. Le due cose vanno insieme. Operare «in successione»
riproduce ad infinitum il vizio mortale dell’Euro: prima si fa la moneta, poi
per forza di cose verrà l’Europa politica solidale. È dimostrato che questa
“forza delle cose” non c’è. Status quo significa che s’impone lo Stato più
forte.
2 - Siamo la sola forza
alternativa perché crediamo che solo un’Europa federale sia la via aurea, nella
globalizzazione. Se l’edificheremo, Grecia o Italia diverranno simili a quello
che è la California per gli Usa. Nessuno parlerebbe di uscita della California
dal dollaro: le strutture federali e un comune bilancio tengono gli Stati
insieme e non colpevolizzano i più deboli. In un’Europa federata, quindi
multietnica, l’isola di Lampedusa è una porta, non una ghigliottina.
3 - Siamo la sola forza
alternativa perché non pensiamo che prioritaria ed esclusiva sia la difesa
dell’«interesse nazionale»: si tratta di individuare quale sia l’interesse di
tutti i cittadini europei. Se salta un anello, tutta la catena salta.
4 - Siamo la sola forza
alternativa perché non siamo un movimento minoritario di protesta, ma avanziamo
proposte precise, rapide. Proponiamo una Conferenza sul debito
che ricalchi quanto deciso nel 1953 sulla Germania, cui vennero condonati i
debiti di guerra. L’accordo cui si potrebbe giungere è l’europeizzazione della
parte dei debiti che eccede il fisiologico 60 per cento del pil. E proponiamo un
piano Marshall per l’Europa, che avvii una riconversione
produttiva, ecologicamente sostenibile e ad alto impatto sull’occupazione,
finanziato dalle tasse sulle transazioni finanziarie e l’emissione di anidride
carbonica, oltre che da project bond e eurobond.
5 - Siamo la sola forza
alternativa perché esigiamo non soltanto l’abbandono delle politiche di
austerità, ma la modifica dei trattati che le hanno rese possibili. Tra
i primi: l’abolizione e la ridiscussione a fondo del Fiscal Compact, che
promette al nostro e ad altri Paesi una o due generazioni di intollerabile
povertà, e la distruzione dello Stato sociale. Promuoviamo un’Iniziativa
Cittadina (art. 11 del Trattato sull’Unione europea) con l’obbiettivo di una sua
radicale messa in discussione. Chiederemo inoltre al Parlamento Europeo
un’indagine conoscitiva e giuridica sulle responsabilità della Commissione,
della Bce e del Fmi nell’imporre un’austerità che ha gravemente danneggiato
milioni di cittadini europei.
6 – Siamo la sola forza
alternativa perché non ci limitiamo a condannare gli scandali della
disoccupazione e del precariato, ma proponiamo un Piano Europeo per
l’Occupazione (PEO) il quale stanzi almeno 100 miliardi l’anno per 10
anni per dare occupazione ad almeno 5-6 milioni di disoccupati o inoccupati (1
milione in Italia): tanti quanti hanno perso il lavoro dall’inizio della crisi.
Il PEO dovrà dare la priorità a interventi che non siano in contrasto con gli
equilibri ambientali come le molte Grandi Opere che devastano il territorio e
che creano poca occupazione, ad esempio il TAV Torino-Lione e le trivellazioni
nel Mediterraneo e nelle aree protette. Dovrà agevolare la transizione verso
consumi drasticamente ridotti di combustibili fossili; la creazione di
un’agricoltura biologica; il riassetto idrogeologico dei territori; la
valorizzazione non speculativa del nostro patrimonio artistico; il potenziamento
dell’istruzione e della ricerca.
7 – Siamo la sola forza
alternativa perché riteniamo un pericolo l’impegno del governo di concludere
presto l’accordo sul Partenariato Transatlantico per il Commercio e
l'Investimento (Ttip). Condotto segretamente, senza controlli
democratici, il negoziato è in mano alle multinazionali, il cui scopo è far
prevalere i propri interessi su quelli collettivi dei cittadini. Il welfare è
sotto attacco. Acqua, elettricità, educazione, salute saranno esposte alla
libera concorrenza, in barba ai referendum cittadini e a tante lotte sui “beni
comuni”. La battaglia contro la produzione degli OGM, quella che penalizza le
imprese inquinanti o impone l’etichettatura dei cibi, la tassa sulle transazioni
finanziarie e sull’emissione di anidride carbonica sono minacciate. La nostra
lotta contro la corruzione e le mafie è ingrediente essenziale di questa
resistenza alla commistione mondializzata fra libero commercio, violazione delle
regole, abolizione dei controlli democratici sui territori.
8 - Siamo la sola forza
alternativa perché vogliamo cambiare non solo gli equilibri fra istituzioni
europee ma la loro natura. I vertici dei capi di Stato o di governo sono un
cancro dell’Unione, e proponiamo che il Parlamento europeo diventi
un’istituzione davvero democratica: che legiferi, che nomini la Commissione e il
suo Presidente, e imponga tasse europee in sostituzione di quelle nazionali.
Vogliamo un Parlamento costituente, capace di dare ai cittadini dell’Unione una
Carta che cominci, come la Costituzione statunitense, con le parole «We, the
people....». Non con la firma di 28 re azzoppati e prepotenti, che addossano
alla burocrazia di Bruxelles colpe di cui sono i primi responsabili.
9 - Siamo la sola forza
alternativa a proposito dell’euro. Pur essendo critici radicali della sua
gestione, e degli scarsi poteri di una Banca centrale cui viene proibito di
essere prestatrice di ultima istanza, siamo contrari all’uscita
dall’euro e non la riteniamo indolore. Uscire dall’euro è pericoloso
economicamente (aumento del debito, dell’inflazione, dei costi delle
importazioni, della povertà), e non restituirebbe ai paesi il governo della
moneta, ma ci renderebbe più che mai dipendenti da mercati incontrollati, dalla
potenza Usa o dal marco tedesco. Soprattutto segnerebbe una ricaduta nei
nazionalismi autarchici, e in sovranità fasulle. Noi siamo per un’Europa
politica e democratica che faccia argine ai mercati, alla potenza Usa, e alle le
nostre stesse tentazioni nazionaliste e xenofobe. Una moneta «senza Stato» è un
controsenso politico, prima che economico.
10 – Siamo la sola forza
alternativa perché la nostra è l’Europa della Resistenza: contro il ritorno dei
nazionalismi, le Costituzioni calpestate, i Parlamenti svuotati, i capi
plebiscitati da popoli visti come massa amorfa, non come cittadini consapevoli.
Dicono che la pace in Europa è oggi un fatto acquisito. Non è vero. Le politiche
di austerità hanno diviso non solo gli Stati ma anche i popoli, e quella che
viviamo è una sorta di guerra civile dentro un’Unione che secerne di nuovo
partiti fascistoidi come Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria, Fronte
Nazionale in Francia, Lega in Italia. All’esterno, poi, siamo impegnati in
guerre decise dalla potenza Usa: guerre di cui gli Stati dell’Unione non
discutono mai perché vi partecipano servilmente, senz’alcun progetto di disarmo,
refrattari a ogni politica estera e di difesa comune (il costo della non-Europa
in campo militare ammonta a 120 miliardi di euro annui). Perfino ai confini
orientali dell’Unione sono gli Stati Uniti a decidere quale ordine debba
regnare.
L’Europa che abbiamo in mente è
quella del Manifesto di Ventotene, e chi lo scrisse non pensava
ai compiti che ciascuno doveva fare a casa, ma a un comune compito
rivoluzionario. Noi oggi facciamo rivivere quella presa di coscienza: per questo
al Parlamento europeo saremo con Tsipras, non con i socialisti che già pensano a
Grandi Intese con i conservatori dello status quo. Siamo così fatti perché non
abbiamo perduto la memoria del Novecento. L’Europa delle nazioni portò ai
razzismi, e allo sterminio degli ebrei, dei Rom, dei malati mentali. L’Europa
della recessione sfociò nella presa del potere di
Hitler.
Tuesday, April 15, 2014
AFFINCHE' NON CAMBI UN BEL NIENTE
Un mio caro amico “Grillino” mi ha
detto: “ è facile stare seduti sul divano con in mano un computer a scrivere di
politica, senza mai spendersi in prima persona. Troppo comodo salire in
cattedra con quel fare retorico e narcisista che, a conti fatti, serve solo a rompere i coglioni” (lui è un signore,
non ha proprio detto così, ma il senso era quello ed io l’ho capito).
Quel mio caro amico ha ragione tanto
che quella critica severa me lo sono rivolta (da sola) tante volte. Non vedo però, quale sia la grande differenza
tra il mio modesto narcisismo vissuto nell’inutile microcosmo della mia pagina
facebook e quello smisurato di Grillo che comanda le truppe dal suo blog come
fossero automi di sua proprietà: a volere essere obiettivi, anche quel modo
di fare politica (che non ha ancora cavato un ragno da un buco) serve solo a
rompere i coglioni.
Purtroppo lui non vede, o si rifiuta
di vedere, che la politica puo’ essere altrettanto inutile se chi la fa non è
disposto a fare accordi, per diventare persino dannosa se le migliori
intenzioni di un movimento si traducono in vantaggi oggettivi per i propri nemici. Il mio caro amico si ostina a non vedere che
il massimalismo dei “Grillini” porta solo acqua al mulino di Renzi (che poi è
Berlusconi) tanto che negli ultimi mesi l’asse dei rapporti di forza tra ricchi
e poveri si è spostato ancora più a
destra a favore dei ricchi: mentre se ne stanno nel
loro recinto nell’attesa (remota) di diventare maggioranza, la destra dilaga in
un’Italia che sprofonda nella più grande crisi economica dalla fine della guerra. Allora mi domando: a cosa serve tutto quel peso in
Parlamento se poi non conta niente? Tanti “Grillini” per nulla, mi verrebbe da
dire.
Certo, le accuse che il M5S
muove al PD sono tutte condivisibili (eccome che lo sono), ma non basta
righiare “contro” i partiti per fare politica. Per questo mi interessa
conoscere il programma di Grillo per l’Italia. E’ una domanda vera, senza alcun
intento polemico, né retorico. Vorrei che quel mio amico mi aiturasse a capire
quello che non ho ancora capito e non riesco a capire: qual è l’obiettivo
politico di Grillo? E soprattutto: come intende realisticamente realizzarlo? Perché
tra anatemi, espulsioni e vaffanculo a go go, ho come l’impressione che voglia sfasciare
tutto affinché non cambi un bel niente. Alla fine è così che stanno andando le
cose.
Thursday, April 10, 2014
NON MI AVETE CONVINTO
Siamo
un popolo di voltagabbana ipocriti e spregiudicati. Parlo per quello che
conosco: migliaia di pagine di dibattito consiliare durante l’Amministrazione
Lombardi di Faenza tra il 1975 e il 1981. Il clima era disteso (siamo nei dintorni temporali del compromesso
storico), ma la linea
Maginot tra democristiani e comunisti era netta e invalicabile a presidio di
valori distinti che mai e poi mai, (allora), sarebbero stati negoziati. Vi era
la volontà di trovare una mediazione tra i programmi, quello si, ma a nessuno
sarebbe mai venuto in mente di rinnegare gli ideali in cui credeva per un pò di
potere.
Oggi questo posizionarsi costantemente tra un valore e l’altro, è la norma. Alla lunga il giudizio storico su chi da comunista è diventato renziano non può che essere severo e impietoso. In fin dei conti è come se ammettesse l’indaguatezza e l’imbarazzo di avere creduto per decenni in un paradigma sbagliato, quel paradigma culturale che parlava di eguaglianza e giustizia sociale e per il quale cuoceva le salsicce al festival dell'Unità.
Qualsiasi sia il percorso culturale intrapreso, si tratta di un’abiura disinvolta e incomprensibile: dall'allineamento culturale e di emulazione del pensiero “moderato” e conservatore, alla sottomissione all’economia di mercato e all’ideologia liberista, passando per la svendita dei valori democratici sanciti dalla nostra Costituzione.
Dopo la morte di Berlinguer, anzi, durante la segreteria di Berlinguer, rielaborare il pensiero “comunista” in modo ancora più netto sarebbe stato doveroso. Direi obbligatorio. Ma ripensare in termini culturali alla Sinistra europea, non vuole dire saltare la linea Maginot per sposare gli ideali degli altri. Questo è tradire tutto quello in cui si è sempre creduto.
Allora, parafrasando Pietro Ingrao (che alla Bolognina non avrebbe dovuto ritirare la propria mozione), dico ai vecchi comunisti diventati renziani, “non dite nulla, sfuggite sempre al dialogo e al confronto per difendere (come automi) la linea del PD. Ma anche se argomentaste (e non lo fate mai), non vi capirei. Scusate, ma non mi avete convinto”.
Oggi questo posizionarsi costantemente tra un valore e l’altro, è la norma. Alla lunga il giudizio storico su chi da comunista è diventato renziano non può che essere severo e impietoso. In fin dei conti è come se ammettesse l’indaguatezza e l’imbarazzo di avere creduto per decenni in un paradigma sbagliato, quel paradigma culturale che parlava di eguaglianza e giustizia sociale e per il quale cuoceva le salsicce al festival dell'Unità.
Qualsiasi sia il percorso culturale intrapreso, si tratta di un’abiura disinvolta e incomprensibile: dall'allineamento culturale e di emulazione del pensiero “moderato” e conservatore, alla sottomissione all’economia di mercato e all’ideologia liberista, passando per la svendita dei valori democratici sanciti dalla nostra Costituzione.
Dopo la morte di Berlinguer, anzi, durante la segreteria di Berlinguer, rielaborare il pensiero “comunista” in modo ancora più netto sarebbe stato doveroso. Direi obbligatorio. Ma ripensare in termini culturali alla Sinistra europea, non vuole dire saltare la linea Maginot per sposare gli ideali degli altri. Questo è tradire tutto quello in cui si è sempre creduto.
Allora, parafrasando Pietro Ingrao (che alla Bolognina non avrebbe dovuto ritirare la propria mozione), dico ai vecchi comunisti diventati renziani, “non dite nulla, sfuggite sempre al dialogo e al confronto per difendere (come automi) la linea del PD. Ma anche se argomentaste (e non lo fate mai), non vi capirei. Scusate, ma non mi avete convinto”.
Wednesday, April 09, 2014
SE FOSSE INTELLIGENTE. O DI SINISTRA.
Se
Scanzi fosse intelligente, non avrebbe scritto questo post. E Civati non
l'avebbre citato. Perchè Renzi è molto intelligente. Solo che usa la sua
intelligenza per raggiungere il suo scopo che non è quello di volere bene al suo
Paese, ma fare tutto quello che non è riuscito a Berlusconi: manomettere la Costituzione
in senso presidenziale, privatizzare tutto quello che si può privatizzare,
tagliare i servizi e riportare la legislazone del lavoro agli anni' 50. E'
talmente intelligente da fare passare queste robe di Destra come robe di
Sinistra. Se gli elettori di Sinistra fossero intelligenti si sarebbero già
accorti di che pasta è fatto Renzi. Ma forse l'hanno capito e sono molto
intelligenti: semplicemente non sono di Sinistra.
Tuesday, April 08, 2014
ZAGREBELSKY: L’APPELLO FORSE È STATO TRANCHANT. MA RENZI CON NOI È PRESUNTUOSO
«La critica di Rusconi, tanto amichevole quanto severa, mi ha fatto molto
riflettere». Pranzo a menu fisso col «professorone», 22 euro in due: arriviamo
alla piola del cinema, due passi dietro il bellissimo campus di giurisprudenza a
Torino, passeggiando lungo la Dora e parlando di tutto, da Renzi a Grillo alle
riforme e ai «parrucconi».
Cosa l’ha fatta riflettere delle parole di Rusconi, professore?
«In primo luogo la contrapposizione tra le nuove generazioni, che hanno “una gran voglia di cambiare”, e noi vecchi. Rusconi su questo ha ragione».
In che senso?
«Esiste, nella contrapposizione, un elemento di biologia fisiologica. Viene un momento in cui i giovani dicono che tocca a loro, e noi siamo una palla al piede. Sotto certi aspetti questo è positivo. Tuttavia se è vero che l’insofferenza dei giovani ha il suo fondamento in un istinto vitale, non vuol dire che i vecchi debbano tacere, o peggio mettersi a fare i giovani. Il giovanilismo dei vecchi è una delle cose più disgustose. Ognuno faccia la sua parte».
La vosta è quella dei professoroni? Lei si sente un professorone?
«Ma è una parola di scherno. Ci gonfiano per poterci umiliare e cantar vittoria. Sono e mi sento un professore. Il mio habitat è l’Università, a contatto con gli studenti. Varie volte mi sono state offerete candidature. Ho sempre rifiutato perché la politica non fa per me. E’ cosa molto seria, e bisogna averne la vocazione. L’unico potere, per quelli come me o Rodotà, è dire ciò che si pensa. Mentre il dovere di un politico è ascoltare tutti; poi naturalmente tocca a lui decidere».
Renzi non ascolta? L’ha incontrato?
Due volte, non recentemente. Un paio di anni fa Carlin Petrini organizzò una cerimonia a Pollenzo, il conferimento delle lauree ai suoi studenti. C’eravamo Lella Costa, io e, per l’appunto, lui, chiamati a revocare la giornata della nostra laurea. Lo conobbi come un ragazzo brillante, nel quale allora, non avrei immaginato la vena di una certa presunzione che mi pare emerga ora e si manifesta con battute e frasi fatte al posto di argomenti».
In che senso presunzione?
«La presunzione consiste nella chiusura a ogni discussione, un atteggiamento che presuppone il possesso del criterio del bene e del male. Se ci fossero canali aperti di confronto, si farebbe tutti più strade: tutti, come si conviene in materia di Costituzione. Ma questo presupporrebbe una cosa, che manca, come ha detto Massimo Cacciari: la chiarezza d’un disegno generale del quale discutere».
Davvero siete convinti che ci sia una svolta autoritaria in Italia?
«La svolta autoritaria non è la riforma del Senato, un obiettivo marginale. E’ un insieme di elementi che formano un quadro inquietanti: la riduzione del Senato a un ibrido non politico; una legge elettorale che comprime il pluralismo con “soglie” assurde; deputati nominati dalle segreterie che faticano a mostrare la loro libertà di rappresentanti; il crollo dei partiti da cui emerge solo la leadership personale; una riforma strisciante, ma non dichiarata, della forma di governo; il rifiuto altezzoso delle mediazioni sociali, sostituite dalla presunta immedesimazione popolare. Ce n’è abbastanza, tanto più che la chiusura degli spazi della democrazia corrisponde a richieste d’interessi, che passano sopra la nostra testa».
La critica che vi fa Rusconi è: perché non vi mettete in gioco? Magari per migliorare le riforme di Renzi.
«Vuol dire che non siamo propositivi? Ecco la mia proposta: dimezzamento dei deputati; due senatori per regione, eletti direttamente tra persone con cursus honorum rispettabili; durata fissa e lunga senza rieleggibilità; poteri rivolti a contrastare la tendenza allo spreco di risorse comuni; controllo sulle nomine pubbliche e d’indagine sui fatti e sulle strutture della corruzione. C’è bisogno d’un organo che abbia lo sguardo lungo e, perciò, non sia sotto la pressione, o il ricatto, delle nuove elezioni».
Perché l’idea di Renzi non funziona?
«Scaricare integralmente l’avvio dell’iter legislativo sulla Camera ingolferebbe Montecitorio. Cambia, senza dirlo, l’articolo 138, che prevede due camere elettive nel processo di revisione della Costituzione. Crea un’assemblea eterogenea di amministratori di diverso livello e di uomini illustri non meglio qualificati».
Sareste disposti a dialogare anche con voi con Renzi? L’appello non è una forma un po’ vecchia?
«Ma chi ce lo chiede? Forse l’appello è stato tranchant, ma quali strumenti vede oltre l’appello? Il problema, dico a Rusconi, è che l’unico modo di mettersi in gioco, per Renzi, sembra essere quello di dire sì a Renzi. C’è un calcolo politico: se realizza le riforme lui sarà il riformatore; se non le realizza, si sarà creato un capro espiatorio, il nemico interno, il sabotatore: “non sono riuscito a causa loro” e la riforma apparirà ancor più ineludibile».
E Napolitano? Raccontano che alcune vostre preoccupazioni siano anche le sue.
«Mi limito a dire che chi apre la porta a questa riforma si assume una grade responsabilità per il futuro».
Ci dica infine una cosa: ha notato che si è parlato tanto del vostro appello solo quando l’ha firmato Grillo?
«Spesso mi chiedono se sono in imbarazzo per questo. Ma perché dovrei esserlo? In questo atteggiamento vedo un elemento d’intolleranza. Se qualcuno condivide le nostre posizioni è un bene. Per tutto il resto, vedremo».
Cosa l’ha fatta riflettere delle parole di Rusconi, professore?
«In primo luogo la contrapposizione tra le nuove generazioni, che hanno “una gran voglia di cambiare”, e noi vecchi. Rusconi su questo ha ragione».
In che senso?
«Esiste, nella contrapposizione, un elemento di biologia fisiologica. Viene un momento in cui i giovani dicono che tocca a loro, e noi siamo una palla al piede. Sotto certi aspetti questo è positivo. Tuttavia se è vero che l’insofferenza dei giovani ha il suo fondamento in un istinto vitale, non vuol dire che i vecchi debbano tacere, o peggio mettersi a fare i giovani. Il giovanilismo dei vecchi è una delle cose più disgustose. Ognuno faccia la sua parte».
La vosta è quella dei professoroni? Lei si sente un professorone?
«Ma è una parola di scherno. Ci gonfiano per poterci umiliare e cantar vittoria. Sono e mi sento un professore. Il mio habitat è l’Università, a contatto con gli studenti. Varie volte mi sono state offerete candidature. Ho sempre rifiutato perché la politica non fa per me. E’ cosa molto seria, e bisogna averne la vocazione. L’unico potere, per quelli come me o Rodotà, è dire ciò che si pensa. Mentre il dovere di un politico è ascoltare tutti; poi naturalmente tocca a lui decidere».
Renzi non ascolta? L’ha incontrato?
Due volte, non recentemente. Un paio di anni fa Carlin Petrini organizzò una cerimonia a Pollenzo, il conferimento delle lauree ai suoi studenti. C’eravamo Lella Costa, io e, per l’appunto, lui, chiamati a revocare la giornata della nostra laurea. Lo conobbi come un ragazzo brillante, nel quale allora, non avrei immaginato la vena di una certa presunzione che mi pare emerga ora e si manifesta con battute e frasi fatte al posto di argomenti».
In che senso presunzione?
«La presunzione consiste nella chiusura a ogni discussione, un atteggiamento che presuppone il possesso del criterio del bene e del male. Se ci fossero canali aperti di confronto, si farebbe tutti più strade: tutti, come si conviene in materia di Costituzione. Ma questo presupporrebbe una cosa, che manca, come ha detto Massimo Cacciari: la chiarezza d’un disegno generale del quale discutere».
Davvero siete convinti che ci sia una svolta autoritaria in Italia?
«La svolta autoritaria non è la riforma del Senato, un obiettivo marginale. E’ un insieme di elementi che formano un quadro inquietanti: la riduzione del Senato a un ibrido non politico; una legge elettorale che comprime il pluralismo con “soglie” assurde; deputati nominati dalle segreterie che faticano a mostrare la loro libertà di rappresentanti; il crollo dei partiti da cui emerge solo la leadership personale; una riforma strisciante, ma non dichiarata, della forma di governo; il rifiuto altezzoso delle mediazioni sociali, sostituite dalla presunta immedesimazione popolare. Ce n’è abbastanza, tanto più che la chiusura degli spazi della democrazia corrisponde a richieste d’interessi, che passano sopra la nostra testa».
La critica che vi fa Rusconi è: perché non vi mettete in gioco? Magari per migliorare le riforme di Renzi.
«Vuol dire che non siamo propositivi? Ecco la mia proposta: dimezzamento dei deputati; due senatori per regione, eletti direttamente tra persone con cursus honorum rispettabili; durata fissa e lunga senza rieleggibilità; poteri rivolti a contrastare la tendenza allo spreco di risorse comuni; controllo sulle nomine pubbliche e d’indagine sui fatti e sulle strutture della corruzione. C’è bisogno d’un organo che abbia lo sguardo lungo e, perciò, non sia sotto la pressione, o il ricatto, delle nuove elezioni».
Perché l’idea di Renzi non funziona?
«Scaricare integralmente l’avvio dell’iter legislativo sulla Camera ingolferebbe Montecitorio. Cambia, senza dirlo, l’articolo 138, che prevede due camere elettive nel processo di revisione della Costituzione. Crea un’assemblea eterogenea di amministratori di diverso livello e di uomini illustri non meglio qualificati».
Sareste disposti a dialogare anche con voi con Renzi? L’appello non è una forma un po’ vecchia?
«Ma chi ce lo chiede? Forse l’appello è stato tranchant, ma quali strumenti vede oltre l’appello? Il problema, dico a Rusconi, è che l’unico modo di mettersi in gioco, per Renzi, sembra essere quello di dire sì a Renzi. C’è un calcolo politico: se realizza le riforme lui sarà il riformatore; se non le realizza, si sarà creato un capro espiatorio, il nemico interno, il sabotatore: “non sono riuscito a causa loro” e la riforma apparirà ancor più ineludibile».
E Napolitano? Raccontano che alcune vostre preoccupazioni siano anche le sue.
«Mi limito a dire che chi apre la porta a questa riforma si assume una grade responsabilità per il futuro».
Ci dica infine una cosa: ha notato che si è parlato tanto del vostro appello solo quando l’ha firmato Grillo?
«Spesso mi chiedono se sono in imbarazzo per questo. Ma perché dovrei esserlo? In questo atteggiamento vedo un elemento d’intolleranza. Se qualcuno condivide le nostre posizioni è un bene. Per tutto il resto, vedremo».
IL PASTICCIO DELLE RIFORME
di Stefano Rodotà - da la Repubblica dell' 08 aprile
Ho scoperto in questi giorni di detenere da anni un potere immenso. Faccio parte
di un “manipolo di professoroni” (così veniamo graziosamente apostrofati) che è
riuscito nell’impresa di sconfiggere le velleità riformatrici di Craxi e
Cossiga, di D’Alema e Berlusconi, e oggi intralcia di nuovo ogni innovazione.
Usiamo un’arma impropria — “la Costituzione più bella del mondo” — per
terrorizzare politici pavidi e cittadini timorati.
So bene che al grottesco, alla mancanza di senso delle proporzioni, all’assenza di informazioni accurate è difficile porre ragionevoli limiti. Ma qualche chiarimento può essere utile, per evitare che venga inquinata una discussione che si vorrebbe seria. Comincio proprio da quel riferimento alla Costituzione più bella del mondo, che viene usato con toni di dileggio e per accusare di testardaggine conservatrice chi critica questa o quella proposta di riforma, o meglio i tentativi di stravolgimento del testo costituzionale. Ora, quelle parole vengono da una fantasiosa uscita di Roberto Benigni, ma non sono mai state la bandiera di chi ha riflettuto sulla Costituzione con la guida di Costantino Mortati e Carlo Esposito, di Massimo Severo Giannini e Leopoldo Elia. Ed è falso che vi sia stato un irragionevole arroccamento intorno all’intoccabilità della Costituzione. È notissimo, invece, che si è insistito sull’obbligo di rispettarne principi e diritti, mentre si avanzavano proposte per una “buona manutenzione” della sua seconda parte. Mi limito a ricordare solo quello che io stesso e molti altri suggerimmo quando il governo Letta si imbarcò nella rischiosa, e fallita, impresa di modificare l’articolo sulla revisione costituzionale. Si disse che sarebbe stato opportuno cominciare subito, senza forzare quell’articolo, dai punti sui quali già si era formato un largo consenso — dunque dalla riduzione del numero dei parlamentari e dal superamento del bicameralismo perfetto, per il quale esistevano proposte ragionevoli, ben lontane da quelle sgrammaticate che circolano in questi giorni. Se quel suggerimento fosse stato seguito, oggi molto probabilmente già avremmo portato a compimento questa significativa riforma.
Facendo una veloce ricerca in rete, non sarebbe stato difficile trovare le molte riforme proposte anche dal mondo di chi critica le riforme costituzionali della fase cominciata con il governo Letta. Invece, tutta l’acribia filologica è stata impiegata per cogliere in flagrante peccato di contraddizione il noto Rodotà, reo di aver firmato nel 1985 una proposta di riforma in senso monocamerale. Purtroppo il ricorso a questo argomento è, all’opposto, la prova evidente di quanto profonda sia ormai la regressione culturale nella quale sono caduti molti che intervengono nella discussione pubblica. Quella proposta veniva fatta in un tempo in cui il sistema elettorale era quello proporzionale, i deputati erano scelti con il voto di preferenza, i regolamenti parlamentari rispettavano i diritti delle minoranze, non prevedevano “ghigliottine”, costrittivi contingentamenti dei tempi, limiti alla presentazione degli emendamenti. Erano i tempi in cui l’ostruzionismo della sinistra fece cadere in prima battuta il decreto con il quale Craxi tagliava i punti di contingenza e il Parlamento svolgeva grandi inchieste come quella sulla loggia P2. Quella proposta (n. 2452 della IX legislatura) era stata scritta da un costituzionalista di valore come Gianni Ferrara e andava nella direzione assolutamente opposta rispetto alla linea attuale. Voleva riaffermare nella sua pienezza la funzione rappresentativa del sistema parlamentare, assicurata da una forte Camera dei deputati che garantiva gli equilibri costituzionali e si opponeva alle emergenti derive autoritarie, alla concentrazione del potere nel governo. Nasceva dall’idea della centralità del Parlamento, rispondeva all’ineludibile diritto dei cittadini di essere rappresentati, che è alla base della sentenza con la quale quest’anno la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del Porcellum. Oggi, invece, l’Italicum deprime la rappresentanza, le proposte relative al Senato sono un pasticcio, e tutto confluisce in un sostanziale antiparlamentarismo, alimentato da artifici ipermaggioritari che fanno correre il rischio di una nuova dichiarazione di incostituzionalità.
Chi cerca proposte sulla riforma del Senato, com’è giusto che sia, può attingerne alla bella intervista su questo giornale di Gustavo Zagrebelsky o al disegno di legge presentato dai senatori Walter Tocci e Vannino Chiti, entrambi del Pd. La verità è che non sono le proposte ad essere mancate. Non si vuol riconoscere che da anni si fronteggiano due linee di riforma costituzionale, una neoautoritaria e una volta a mantenere ferma la logica democratica della Costituzione, senza ignorare i punti dove le modifiche sono necessarie. Ora il confronto è giunto ad un punto critico, ed è bene che tutti ne siano consapevoli.
Chi sinceramente vuole una Costituzione all’altezza dei tempi, e delle nuove domande dei cittadini, non deve cercare consensi con appelli populisti. Deve essere consapevole della necessità di ricostruire le garanzie e gli equilibri costituzionali alterati dal passaggio ad un sistema già sostanzialmente maggioritario. Deve riaprire i canali di comunicazione tra istituzioni e cittadini, abbandonando la logica che riduce le elezioni a investitura di un governo che risponderà ai cittadini solo cinque anni dopo, alle successive elezioni. Ricordate la critica estrema di Rousseau? “Il popolo inglese ritiene di essere libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento. Appena quelli sono eletti, esso è schiavo, non è nulla”. Rousseau è lontano, è impossibile ridurre i cittadini al silenzio tra una elezione e l’altra, perché troppi sono ormai gli strumenti per prendere la parola. Se si vuole sfuggire alla suggestione che la Rete sia tutto, alle ingannevoli contrapposizioni tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, bisogna lavorare per creare le condizioni costituzionali perché queste due dimensioni possano essere integrate, come già cerca di fare il Trattato europeo di Lisbona. Le proposte non mancano, a partire da quelle sulle leggi d’iniziativa popolare (ne parlo dal 1997, e ora sono arrivate in Parlamento).
Le semplificazioni autoritarie sono ingannevoli, la concentrazioni del potere nelle mani del solo governo, o di una sola persona, produce l’illusione dell’efficienza e il rischio della riduzione della democrazia. Si sta creando una pericolosa congiunzione tra disincanto democratico e pulsioni populiste. Vogliamo parlarne, prima che sia troppo tardi, e agire di conseguenza?
So bene che al grottesco, alla mancanza di senso delle proporzioni, all’assenza di informazioni accurate è difficile porre ragionevoli limiti. Ma qualche chiarimento può essere utile, per evitare che venga inquinata una discussione che si vorrebbe seria. Comincio proprio da quel riferimento alla Costituzione più bella del mondo, che viene usato con toni di dileggio e per accusare di testardaggine conservatrice chi critica questa o quella proposta di riforma, o meglio i tentativi di stravolgimento del testo costituzionale. Ora, quelle parole vengono da una fantasiosa uscita di Roberto Benigni, ma non sono mai state la bandiera di chi ha riflettuto sulla Costituzione con la guida di Costantino Mortati e Carlo Esposito, di Massimo Severo Giannini e Leopoldo Elia. Ed è falso che vi sia stato un irragionevole arroccamento intorno all’intoccabilità della Costituzione. È notissimo, invece, che si è insistito sull’obbligo di rispettarne principi e diritti, mentre si avanzavano proposte per una “buona manutenzione” della sua seconda parte. Mi limito a ricordare solo quello che io stesso e molti altri suggerimmo quando il governo Letta si imbarcò nella rischiosa, e fallita, impresa di modificare l’articolo sulla revisione costituzionale. Si disse che sarebbe stato opportuno cominciare subito, senza forzare quell’articolo, dai punti sui quali già si era formato un largo consenso — dunque dalla riduzione del numero dei parlamentari e dal superamento del bicameralismo perfetto, per il quale esistevano proposte ragionevoli, ben lontane da quelle sgrammaticate che circolano in questi giorni. Se quel suggerimento fosse stato seguito, oggi molto probabilmente già avremmo portato a compimento questa significativa riforma.
Facendo una veloce ricerca in rete, non sarebbe stato difficile trovare le molte riforme proposte anche dal mondo di chi critica le riforme costituzionali della fase cominciata con il governo Letta. Invece, tutta l’acribia filologica è stata impiegata per cogliere in flagrante peccato di contraddizione il noto Rodotà, reo di aver firmato nel 1985 una proposta di riforma in senso monocamerale. Purtroppo il ricorso a questo argomento è, all’opposto, la prova evidente di quanto profonda sia ormai la regressione culturale nella quale sono caduti molti che intervengono nella discussione pubblica. Quella proposta veniva fatta in un tempo in cui il sistema elettorale era quello proporzionale, i deputati erano scelti con il voto di preferenza, i regolamenti parlamentari rispettavano i diritti delle minoranze, non prevedevano “ghigliottine”, costrittivi contingentamenti dei tempi, limiti alla presentazione degli emendamenti. Erano i tempi in cui l’ostruzionismo della sinistra fece cadere in prima battuta il decreto con il quale Craxi tagliava i punti di contingenza e il Parlamento svolgeva grandi inchieste come quella sulla loggia P2. Quella proposta (n. 2452 della IX legislatura) era stata scritta da un costituzionalista di valore come Gianni Ferrara e andava nella direzione assolutamente opposta rispetto alla linea attuale. Voleva riaffermare nella sua pienezza la funzione rappresentativa del sistema parlamentare, assicurata da una forte Camera dei deputati che garantiva gli equilibri costituzionali e si opponeva alle emergenti derive autoritarie, alla concentrazione del potere nel governo. Nasceva dall’idea della centralità del Parlamento, rispondeva all’ineludibile diritto dei cittadini di essere rappresentati, che è alla base della sentenza con la quale quest’anno la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del Porcellum. Oggi, invece, l’Italicum deprime la rappresentanza, le proposte relative al Senato sono un pasticcio, e tutto confluisce in un sostanziale antiparlamentarismo, alimentato da artifici ipermaggioritari che fanno correre il rischio di una nuova dichiarazione di incostituzionalità.
Chi cerca proposte sulla riforma del Senato, com’è giusto che sia, può attingerne alla bella intervista su questo giornale di Gustavo Zagrebelsky o al disegno di legge presentato dai senatori Walter Tocci e Vannino Chiti, entrambi del Pd. La verità è che non sono le proposte ad essere mancate. Non si vuol riconoscere che da anni si fronteggiano due linee di riforma costituzionale, una neoautoritaria e una volta a mantenere ferma la logica democratica della Costituzione, senza ignorare i punti dove le modifiche sono necessarie. Ora il confronto è giunto ad un punto critico, ed è bene che tutti ne siano consapevoli.
Chi sinceramente vuole una Costituzione all’altezza dei tempi, e delle nuove domande dei cittadini, non deve cercare consensi con appelli populisti. Deve essere consapevole della necessità di ricostruire le garanzie e gli equilibri costituzionali alterati dal passaggio ad un sistema già sostanzialmente maggioritario. Deve riaprire i canali di comunicazione tra istituzioni e cittadini, abbandonando la logica che riduce le elezioni a investitura di un governo che risponderà ai cittadini solo cinque anni dopo, alle successive elezioni. Ricordate la critica estrema di Rousseau? “Il popolo inglese ritiene di essere libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento. Appena quelli sono eletti, esso è schiavo, non è nulla”. Rousseau è lontano, è impossibile ridurre i cittadini al silenzio tra una elezione e l’altra, perché troppi sono ormai gli strumenti per prendere la parola. Se si vuole sfuggire alla suggestione che la Rete sia tutto, alle ingannevoli contrapposizioni tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, bisogna lavorare per creare le condizioni costituzionali perché queste due dimensioni possano essere integrate, come già cerca di fare il Trattato europeo di Lisbona. Le proposte non mancano, a partire da quelle sulle leggi d’iniziativa popolare (ne parlo dal 1997, e ora sono arrivate in Parlamento).
Le semplificazioni autoritarie sono ingannevoli, la concentrazioni del potere nelle mani del solo governo, o di una sola persona, produce l’illusione dell’efficienza e il rischio della riduzione della democrazia. Si sta creando una pericolosa congiunzione tra disincanto democratico e pulsioni populiste. Vogliamo parlarne, prima che sia troppo tardi, e agire di conseguenza?
Saturday, April 05, 2014
GIORNALISTI SCENDILETTO
C'è una cosa che non avevo messo in conto nel dibattito sulle riforme di questi
mesi ed è la totale parzialità di tanti giornalisti che si sono apertamente schierati col
governo, tanto da appoggiare le riforme proposte senza nemmeno averle lette, complici di una classe politica che racconta bugie e parla a vanvera.
Mi chiedo come si possa sostenere il falso con tanta disinvoltura e senza imbarazzo. Come scrivere che le province sarebbero state abolite. O peggio, giudicare un vecchio documento di Rodotà, senza averne capito il senso.
La cultura, o è libera o non è. Il giornalismo o è racconto della realtà o non è gionalismo, ma solo esercizio linguistico al servizio della propaganda.
La "stampa" rappresenta il "quarto potere" in una democrazia: dovrebbe disvelare la realtà occultata dalla retorica politica e non fare il tifo per questo o quel politico. C'è talmente tanta faziosità e malafede nella narrazione mediatica, che pretendere dai giornalisti un pò di serietà professionale, mi pare doveroso.
Mi chiedo come si possa sostenere il falso con tanta disinvoltura e senza imbarazzo. Come scrivere che le province sarebbero state abolite. O peggio, giudicare un vecchio documento di Rodotà, senza averne capito il senso.
La cultura, o è libera o non è. Il giornalismo o è racconto della realtà o non è gionalismo, ma solo esercizio linguistico al servizio della propaganda.
La "stampa" rappresenta il "quarto potere" in una democrazia: dovrebbe disvelare la realtà occultata dalla retorica politica e non fare il tifo per questo o quel politico. C'è talmente tanta faziosità e malafede nella narrazione mediatica, che pretendere dai giornalisti un pò di serietà professionale, mi pare doveroso.
LA VULGATA NEOLIBERISTA DEL PD
“Non penso mai alle grandi congiure. Però di certo c’è una vulgata
neoliberista secondo la quale il mercato è tutto, l’eguaglianza è poco
significativa e la libertà è quella dei mercati, non delle persone. E a questa
vulgata si sono piegati in molti. Solo che finché si adeguano Berlusconi e Monti
mi stupisco ben poco. Ma che ceda il Pd, che dovrebbe rappresentare la sinistra
italiana, è incredibile. La sinistra sta proprio perdendo la sua anima. Si sta
consegnando a un neoliberismo sfrenato, presentato come se fosse l’unica teoria
economica possibile, l’unica interpretazione possibile del mondo. Come se non
fosse possibile, per esempio, mettere l’eguaglianza dei cittadini prima della
libertà dei mercati. E poi Renzi sta patteggiando questa riforma con
Berlusconi”.
(Cit. Salvatore Settis)
Friday, April 04, 2014
MONTEVEGLIO, IL PD E LA COSTITUZIONE
A rileggere la lettera che Dossetti inviò al sindaco Vitali e poi il suo intervento a Monteveglio poco prima di morire non si può non provare sconcerto per quelle parole che sembrano scritte ieri e che invece sono di circa 20 anni fa. Allora il piano politico di Berlusconi di stravolgere la Costituzione venne bloccato proprio da quei partiti che oggi ne rivendicano, con orgoglio, l'iniziativa: non è assurdo? Perdonatemi, ma proprio non capisco come si possano rinnegare valori e principi nei quali si è sempre creduto: non lo trovo accettabile.
Thursday, April 03, 2014
CON L'ITALICUM SERVE UN SENATO DI GARANZIA
da l'Unità del 3 aprile 2013 - Intervista a Stefano Rodotà
«Il mio disegno di legge del 1985 sul monocameralismo? Me lo ricordo perfettamente.Quel testo voleva rafforzare la rappresentanza dei cittadini e la centralità del Parlamento contro i tentativi che c’erano anche allora di spostare l’equilibrio a favore dell’esecutivo. Nel 1985 c’erano il proporzionale, le preferenze, i grandi partiti di massa, regolamenti parlamentari che davano enormi poteri ai gruppi di opposizione. Il nostro obiettivo era dare la massima forza alla rappresentanza parlamentare, mentre oggi la si vuole mortificare».
Stefano Rodotà è un fiume in piena. Il conflitto tra il premier Renzi e il fronte dei «professoroni» che lo vede in prima fila insieme a Gustavo Zagrebelsky ha ulteriormente rafforzato la sua volontà di lanciare un allarme sui rischi di una «deriva autoritaria».
E tuttavia anche lei il Senato lo voleva eliminare…
«Certo, ma utilizzare questo argomento come obiezione alle mie critiche alle riforme di Renzi è culturalmente imbarazzante. Le critiche che ci arrivarono nel 1985 era che eravamo troppo parlamentaristi. Il nostro riferimento era rafforzare la rappresentanza del Parlamento, lo steso tema al centro della sentenza della Consulta contro il Porcellum. E l’Italicum è chiaramente in violazione di quella sentenza, basti pensare allo sbarramento dell’8% per i partiti non coalizzati. È qui l’abisso che divide le nostre proposte del 1985 da quelle di oggi».
Il vostro appello ha avuto anche l’endorsement di Grillo e Casaleggio…
«Ma che argomento è? Grillo firma quello che vuole, sono affari suoi. Quando c’è una proposta sul mercato chiunque ha il diritto di valutarla nel merito. Grillo vuole il vincolo di mandato per i parlamentari, noi no, mica c’è la proprietà transitiva verso Rodotà e Zagrebeslky».
Rispetto al Senato di Renzi lei che obiezioni muove?
«Ho letto pochi testi così sgrammaticati. Non mi pare neppure emendabile. Vedo poi che cambia continuamente. Ma questa disponibilità a cambiare mi pare soprattutto un segno di debolezza culturale e di approssimazione istituzionale. Gli argomenti portati sono imbarazzanti. Risparmiamo un miliardo? Ma questo è l’argomento più antipolitico che abbia sentito. È questo il metro per misurare la riforma costituzionale? Se aboliamo la presidenza della Repubblica e vendiamo il Quirinale si risparmia ancora di più…».
Non rischia di sottovalutare l’indignazione popolare contro gli sprechi?
«Assolutamente no. E infatti considero sacrosanta la proposta di eliminare i rimborsi nelle regioni che hanno generato fenomeni di corruzione. Ma di qui a tagliare il Senato per risparmiare c’è un salto pericoloso»: il Senato non è il Cnel».Voi che tipo di riforma vorreste?«Ci sono state tante proposte da parte dei firmatari del nostro appello. All’inizio del governo Letta alcuni di noi proposero di evitare la modifica del 138 e di fare subito le riforme possibili: la riduzione dei parlamentarie la fine del bicameralismo perfetto. Se si fosse fatto, oggi avremmo già queste due riforme approvate. Altro checonservatorismo».
In quali aspetti le vostre proposte differiscono da quelle del governo?
«Se una sola delle Camera ha la competenza sulla fiducia e sui bilanci, per evitare di modificare gli equilibri costituzionali occorre dare al Senato poteri sulle leggi costituzionali, le grandi leggi di principio, l’attività di controllo e inchiesta parlamentare. E poi un Senato eletto direttamente dai cittadini con il proporzionale.C’è una proposta in Senato firmata da Walter Tocci e altri che riprende alcuni di questi obiettivi. Sarebbe una strada per avere un Senato di garanzia, ancor più necessario se si sceglie per la Camera una legge ipermaggioritaria come l’Italicum. Altrimenti un partito con poco più del 20% rischia di diventare dominus dell’intero sistema. Di un governo con troppi poteri. Ecco perché parliamo di sistema autoritario. E poi c’è il tema della legittimità di questo Parlamento…».
Sarebbe illegittimo?
«Questo Parlamento eletto con un Porcellum incostituzionale non è rappresentativo del Paese. E bisognerebbe interrogarsi sulla sua legittimazione a modificare la Costituzione in modo così radicale. Servirebbe un minimo di cautela, non certo la tracotanza di chi dice “prendere o lasciare”».
Il ragionamento può essere ribaltato. Istituzioni così delegittimate hanno la necessità di profonde riforme per arginare i populismi.
«Dipende da quale risposta si intende dare. Accentrare i poteri nelle mani di poche persone è una vecchia ricetta già utilizzata più volte. È la ricetta di chi dice basta coi sindacati, con i partitini, con i professoroni. Ma ce n’è un’altra. Visto che c’è un deficit di rappresentanza delle istituzioni, si può fare una buona manutenzione della macchina dello Stato riaprendo dei canali di comunicazione con i cittadini di tipo non populista».
Come si traduce in concreto?
«Si può rafforzare la capacità di decisione senza stravolgere gli equilibri e le garanzie. I cittadini devono poter intervenire valorizzando gli strumenti dell’iniziativa popolare e del referendum, rendendo vincolante la discussione delle proposte dei cittadini. Si potrebbe così canalizzare la rabbia che alimenta i populismi».È una risposta alla sfida di Grillo?È un modo per aprire canali nuovi dopo che i vecchi, a partire dai partiti di massa, si sono rinsecchiti. Ci sono tante forme di partecipazione civica che vanno oltre le forme povere del M5S. Anche Obama ha saputo dare una risposta partecipativa capillare alla crisi della politica».
Stefano Rodotà è un fiume in piena. Il conflitto tra il premier Renzi e il fronte dei «professoroni» che lo vede in prima fila insieme a Gustavo Zagrebelsky ha ulteriormente rafforzato la sua volontà di lanciare un allarme sui rischi di una «deriva autoritaria».
E tuttavia anche lei il Senato lo voleva eliminare…
«Certo, ma utilizzare questo argomento come obiezione alle mie critiche alle riforme di Renzi è culturalmente imbarazzante. Le critiche che ci arrivarono nel 1985 era che eravamo troppo parlamentaristi. Il nostro riferimento era rafforzare la rappresentanza del Parlamento, lo steso tema al centro della sentenza della Consulta contro il Porcellum. E l’Italicum è chiaramente in violazione di quella sentenza, basti pensare allo sbarramento dell’8% per i partiti non coalizzati. È qui l’abisso che divide le nostre proposte del 1985 da quelle di oggi».
Il vostro appello ha avuto anche l’endorsement di Grillo e Casaleggio…
«Ma che argomento è? Grillo firma quello che vuole, sono affari suoi. Quando c’è una proposta sul mercato chiunque ha il diritto di valutarla nel merito. Grillo vuole il vincolo di mandato per i parlamentari, noi no, mica c’è la proprietà transitiva verso Rodotà e Zagrebeslky».
Rispetto al Senato di Renzi lei che obiezioni muove?
«Ho letto pochi testi così sgrammaticati. Non mi pare neppure emendabile. Vedo poi che cambia continuamente. Ma questa disponibilità a cambiare mi pare soprattutto un segno di debolezza culturale e di approssimazione istituzionale. Gli argomenti portati sono imbarazzanti. Risparmiamo un miliardo? Ma questo è l’argomento più antipolitico che abbia sentito. È questo il metro per misurare la riforma costituzionale? Se aboliamo la presidenza della Repubblica e vendiamo il Quirinale si risparmia ancora di più…».
Non rischia di sottovalutare l’indignazione popolare contro gli sprechi?
«Assolutamente no. E infatti considero sacrosanta la proposta di eliminare i rimborsi nelle regioni che hanno generato fenomeni di corruzione. Ma di qui a tagliare il Senato per risparmiare c’è un salto pericoloso»: il Senato non è il Cnel».Voi che tipo di riforma vorreste?«Ci sono state tante proposte da parte dei firmatari del nostro appello. All’inizio del governo Letta alcuni di noi proposero di evitare la modifica del 138 e di fare subito le riforme possibili: la riduzione dei parlamentarie la fine del bicameralismo perfetto. Se si fosse fatto, oggi avremmo già queste due riforme approvate. Altro checonservatorismo».
In quali aspetti le vostre proposte differiscono da quelle del governo?
«Se una sola delle Camera ha la competenza sulla fiducia e sui bilanci, per evitare di modificare gli equilibri costituzionali occorre dare al Senato poteri sulle leggi costituzionali, le grandi leggi di principio, l’attività di controllo e inchiesta parlamentare. E poi un Senato eletto direttamente dai cittadini con il proporzionale.C’è una proposta in Senato firmata da Walter Tocci e altri che riprende alcuni di questi obiettivi. Sarebbe una strada per avere un Senato di garanzia, ancor più necessario se si sceglie per la Camera una legge ipermaggioritaria come l’Italicum. Altrimenti un partito con poco più del 20% rischia di diventare dominus dell’intero sistema. Di un governo con troppi poteri. Ecco perché parliamo di sistema autoritario. E poi c’è il tema della legittimità di questo Parlamento…».
Sarebbe illegittimo?
«Questo Parlamento eletto con un Porcellum incostituzionale non è rappresentativo del Paese. E bisognerebbe interrogarsi sulla sua legittimazione a modificare la Costituzione in modo così radicale. Servirebbe un minimo di cautela, non certo la tracotanza di chi dice “prendere o lasciare”».
Il ragionamento può essere ribaltato. Istituzioni così delegittimate hanno la necessità di profonde riforme per arginare i populismi.
«Dipende da quale risposta si intende dare. Accentrare i poteri nelle mani di poche persone è una vecchia ricetta già utilizzata più volte. È la ricetta di chi dice basta coi sindacati, con i partitini, con i professoroni. Ma ce n’è un’altra. Visto che c’è un deficit di rappresentanza delle istituzioni, si può fare una buona manutenzione della macchina dello Stato riaprendo dei canali di comunicazione con i cittadini di tipo non populista».
Come si traduce in concreto?
«Si può rafforzare la capacità di decisione senza stravolgere gli equilibri e le garanzie. I cittadini devono poter intervenire valorizzando gli strumenti dell’iniziativa popolare e del referendum, rendendo vincolante la discussione delle proposte dei cittadini. Si potrebbe così canalizzare la rabbia che alimenta i populismi».È una risposta alla sfida di Grillo?È un modo per aprire canali nuovi dopo che i vecchi, a partire dai partiti di massa, si sono rinsecchiti. Ci sono tante forme di partecipazione civica che vanno oltre le forme povere del M5S. Anche Obama ha saputo dare una risposta partecipativa capillare alla crisi della politica».
UNA GRANDE RIFORMA PIENA DI PASTICCI FUORI DALLA COSTITUZIONE
da la Repubblica del 3 aprile 2014. Intervista a Gustavo Zagrebelsky
Una definizione della riforma Renzi? «Un annuncio di rischio». È in sintonia con il resto della Costituzione? «L’insieme, sottolineo l’insieme, mi pare configuri, come si usa dire, una fuoriuscita». Il governo avrà troppi poteri? «La questione è piuttosto chi ne avrà troppo pochi o nessuno: le minoranze, la partecipazione, le istanze di controllo». Il Senato sarà ancora degno di questo nome? «I Senati storici erano altra cosa, ma con le parole si può far quel che si vuole». Governatori e sindaci sono degni di starci? «Dipende dai compiti, cosa non chiara. Piuttosto che farne un pasticcio, sarebbe meglio abolirlo del tutto». Tra Renzi e Grasso chi ha ragione? «Francamente, più saggio m’è parso il presidente del Senato». Quanto c’è di Berlusconi nel disegno di Renzi? «Essendo d’accordo, tutto è di tutti e due. Le schermaglie non sono divergenze sui contenuti, ma timori reciproci di mancamenti ai patti o calcoli d’utilità politica contingente». Il professor Gustavo Zagrebelsky spiega a Repubblica le ragioni del suo dissenso.
Lei non è mai stato tenero con chi ha messo o tentato di mettere mano alla Carta. Sono storiche le bacchettate a Berlusconi. Con Renzi non è che si sta superando?
«C’è un disegno istituzionale che cova da lungo tempo e che, oggi, a differenza di allora, viene alla luce del sole. Gli oppositori d’un tempo sono diventati sostenitori. Delle due, l’una: o tacere, con ciò acconsentendo di fatto, o parlare forte. È quanto s’è fatto col documento di Libertà e Giustizia».
Non la imbarazza che Grillo l’abbia firmato?
«Perché dovrebbe? Se, su una certa materia, si condividono le stesse idee… C’è un fondo d’intolleranza, in questa domanda che da molte parti ci è posta. M5S ha aderito all’appello per la difesa della democrazia costituzionale: è un brutto segno? Semmai, il contrario. Poi si vedrà».
È seccato perché Renzi ha detto che non dà retta a professori come lei e Rodotà?
«Non è questione di “dar retta”, ma di ragionare e soppesare gli argomenti. Sarà lecito invitare chi deve prendere le decisioni a considerare le cose “da tutti i lati”?».
E quale sarebbe il «lato» che manca?
«L’antiparlamentarismo. Ora s’abbatte sul Senato, capro espiatorio di mali collettivi. È un sentimento elementare che non s’accontenta di qualcosa ma vuole tutto. “Tutto” significa il demiurgo di turno: fuori i trafficanti della politica, i profittatori, i corrotti, gli incompetenti, i chiacchieroni. Eppure, negli anni trascorsi, non sono mancati gli avvertimenti. Si è chiesta “dissociazione”: per riconciliarsi con i cittadini. Siamo stati accusati di antipolitica, di populismo: noi, che ci preoccupavamo di quel che stava accadendo; loro, che preferivano non vedere. E ora, proprio di questo vento gonfiano le vele. Chi sono allora gli antipolitici, i populisti, i demagoghi?».
Ma è un nostalgico del bicameralismo perfetto?
«Per nulla. Ma per mettere mano a una riforma, bisognerebbe chiarirsene il senso. Qual è la vocazione di tutte le “seconde Camere”? I Senati devono corrispondere a un’esigenza di precauzione. La democrazia rappresentativa ha un difetto: divora risorse, materiali e spirituali. È una vecchia storia, alla quale non ci piace pensare. I Senati dovrebbero servire ai tempi lunghi, dato che la democrazia rappresentativa pensa ai tempi brevi, i Senati dovrebbero servire ai tempi lunghi: dovrebbero essere “conservatori di futuro”».
Il Senato finora non l’avrebbe fatto?
«Non in misura sufficiente. Per questo, non sono un nostalgico. Mi piacerebbe che si discutesse d’un Senato autorevole, elettivo, per il quale valgano rigorose norme d’incompatibilità e d’ineleggibilità, diverso dalla Camera dei deputati, sottratto però all’opportunismo indotto dalla ricerca della rielezione. Una volta, i senatori erano nominati a vita. Oggi, la nomina e la durata vitalizia non sarebbero “repubblicane”. Ma si potrebbe prevedere una durata maggiore, rispetto all’altra Camera (come era originariamente), e il divieto di rielezione e di assunzione di cariche politiche ».
Ciò significherebbe differenziare i poteri delle due Camere?
«Per ciò, si dovrebbe andare oltre il bicameralismo perfetto, non per umiliare ma per valorizzare: eliminare il voto di fiducia, ma prevedere un ruolo importante sugli argomenti “etici”, di politica estera e militare, di politica finanziaria che gravano sul futuro. Altro potrebbe essere il controllo preventivo sulle nomine nei grandi enti dello Stato, sul modello statunitense. Sarebbe uno strumento di lotta alla corruzione e di bonifica nel campo dove alligna il clientelismo. Insomma, ci sarebbe molto di serio da fare».
Wednesday, April 02, 2014
OSARE PIU' DEMOCRAZIA
di Barbara Spinelli - da la Repubblica del 2 aprile 2014
LA DEMOCRAZIA deve cambiare forma e rimpicciolirsi, a causa della crisi? E andando alla sostanza: c’è un tempo per la democrazia e uno per l’economia — come c’è un tempo per piangere e ridere, per demolire e costruire — diversi l’uno dall’altro e concepibili solo in successione?
A GIUDICARE da quel che accade in Italia si direbbe che questo sia il convincimento di chi governa, quando non riesce a fronteggiare il degrado democratico nei modi che scelse il cancelliere Willy Brandt, in un altro momento critico della storia recente. «Quel che vogliamo è osare più democrazia», disse Brandt il 28 ottobre 1969, e promise metodi di governo «più aperti ai bisogni di critica e informazione » espressi dalla società, «più discussioni in Parlamento », e una permanente concertazione «con i gruppi rappresentativi del popolo, in modo che ogni cittadino abbia la possibilità di contribuire attivamente alla riforma dello Stato e della società ». Ai cittadini si chiedeva più responsabilità (specie ai giovani contestatori del ‘68): ma i doveri s’iscrivevano in una democrazia più estesa, partecipata.
Non sembra vadano in questo senso le riforme costituzionali del Premier Pd, né le parole di chi gli è vicino, riportate su questo giornale da Claudio Tito: «Per governare efficacemente nel XXIsecolo serve soprattutto velocità: approvazione o bocciatura rapida dei disegni di legge e capacità di mantenere la sintonia con tutti i componenti della squadra ». Velocizzare, semplificare, dilatare i poteri dell’esecutivo: questi gli imperativi. Cambiano le sequenze, perfino i vocaboli: prioritaria diventa la rapidità, e i ministri sono «componenti di squadre». Renzi non è il primo a dire queste cose, né l’Italia è l’unica democrazia debilitata dalla crisi. Sono spesso così, gli interregni: ci si congeda dal vecchio ordine, e al suo posto se ne insedia uno che solo in apparenza rispecchia le mutazioni in corso. Ovunque i governi sentono che la terra trema, sotto di loro, e imputano il terremoto a una democrazia troppo lenta, a elezioni troppo frequenti. Denunciano a ragione la fatica dell’azione, ma si guardano dallo smascherarne i motivi profondi.
La perdita di sovranità e il trasferimento dei poteri reali verso entità internazionali spoliticizzate sono il problema, non i «lacci» interni che sono la Costituzione, i sindacati, addirittura il suffragio universale. Il farmaco non è la velocità in sé, ma il cambio di prospettiva. L’equivoco è ben spiegato dal sociologo Zygmunt Bauman: la crisi del governare è indubbia, «benché in definitiva sia una crisi di sovranità territoriale».Renzi non smaschera i mali autentici, quando propone l’accentramento crescente dei poteri in mano all’esecutivo, la diminuzione degli organi eletti dal popolo, lo svigorimento di istituzioni e associazioni nate dalla democrazia: Senato in primo luogo, ma anche sindacati e perfino soprintendenze (il cui scopo è quello di occuparsi del patrimonio artistico italiano resistendo ai privati). Una delle sue frasi emblematiche è: se Cgil o Confindustria s’oppongono, «ce ne faremo una ragione».
I traumi ci saranno, ma alla lunga la loro razionalità sarà chiara. C’è una differenza, fra la sua accelerazione e quella di Brandt. Scansare gli ingombri della democrazia è una tentazione ormai antica in Italia. Cominciò la P2, poi seguita da Berlusconi. Ma il pericolo di una bancarotta dello Stato, e i costi di una politica colpita dal discredito, hanno dato più forza a queste idee, seducendo governi tecnici e anche il Pd. Memorabile fu la dichiarazione di Monti, intervistato dallo Spiegel il 5 agosto 2012. Accennando ai veti opposti dai Paesi nordici alle decisioni europee, e al mandato affidatogli dalla Camera (difendere a Bruxelles gli eurobond), disse:«Capisco che debbano tener conto del loro Parlamento, ma ogni governo ha anche il dovere di educare le Camere. (…) Se io mi fossi attenuto in maniera del tutto meccanica alle direttive del mio Parlamento, non avrei mai potuto approvare le decisioni dell’ultimo vertice di Bruxelles. Se i governi si lasciano totalmente ingabbiare dalle decisioni dei Parlamenti senza preservare la propria libertà di agire, avremmo lo sfaldamento dell’Europa». Renzi dunque completa ragionamenti già in circolazione, e li trasforma in «spirito del tempo». Quel che non aveva previsto, era la critica che sarebbe venuta dal presidente del Senato Pietro Grasso, oltre che l’allarme creatosi fra costituzionalisti come Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà. La riforma potrebbe indebolire la democrazia, sostiene Grasso nell’intervista a Liana Milella su Repubblica di domenica. Mutare il ruolo del Senato e abolire le Province è importante, ma qui si stanno facendo altre cose. Il Senato resta, solo che cessa di essere elettivo. E restano di fatto le Province, anch’esse non più elettive ma governate da dirigenti comunali. L’ambizione è liberare l’Italia dai lacci che l’imbrigliano, ma la paralisi decisionale non si supera riducendo gli organi intermedi creati per servire l’interesse generale, o rendendoli non elettivi. Tantomeno può imbarcarsi in simile impresa un Parlamento certo legale, ma che la Consulta ha sostanzialmente delegittimato giudicando incostituzionale il modo in cui è stato eletto. Più fondamentalmente, l’impotenza dei governi non si sormonta ignorando il male scatenante che è appunto la loro dipendenza dai mercati, e cioè da forze anonime, non elette, quindi non licenziabili. Sono loro a decidere il lecito e l’illecito.
I traumi ci saranno, ma alla lunga la loro razionalità sarà chiara. C’è una differenza, fra la sua accelerazione e quella di Brandt. Scansare gli ingombri della democrazia è una tentazione ormai antica in Italia. Cominciò la P2, poi seguita da Berlusconi. Ma il pericolo di una bancarotta dello Stato, e i costi di una politica colpita dal discredito, hanno dato più forza a queste idee, seducendo governi tecnici e anche il Pd. Memorabile fu la dichiarazione di Monti, intervistato dallo Spiegel il 5 agosto 2012. Accennando ai veti opposti dai Paesi nordici alle decisioni europee, e al mandato affidatogli dalla Camera (difendere a Bruxelles gli eurobond), disse:«Capisco che debbano tener conto del loro Parlamento, ma ogni governo ha anche il dovere di educare le Camere. (…) Se io mi fossi attenuto in maniera del tutto meccanica alle direttive del mio Parlamento, non avrei mai potuto approvare le decisioni dell’ultimo vertice di Bruxelles. Se i governi si lasciano totalmente ingabbiare dalle decisioni dei Parlamenti senza preservare la propria libertà di agire, avremmo lo sfaldamento dell’Europa». Renzi dunque completa ragionamenti già in circolazione, e li trasforma in «spirito del tempo». Quel che non aveva previsto, era la critica che sarebbe venuta dal presidente del Senato Pietro Grasso, oltre che l’allarme creatosi fra costituzionalisti come Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà. La riforma potrebbe indebolire la democrazia, sostiene Grasso nell’intervista a Liana Milella su Repubblica di domenica. Mutare il ruolo del Senato e abolire le Province è importante, ma qui si stanno facendo altre cose. Il Senato resta, solo che cessa di essere elettivo. E restano di fatto le Province, anch’esse non più elettive ma governate da dirigenti comunali. L’ambizione è liberare l’Italia dai lacci che l’imbrigliano, ma la paralisi decisionale non si supera riducendo gli organi intermedi creati per servire l’interesse generale, o rendendoli non elettivi. Tantomeno può imbarcarsi in simile impresa un Parlamento certo legale, ma che la Consulta ha sostanzialmente delegittimato giudicando incostituzionale il modo in cui è stato eletto. Più fondamentalmente, l’impotenza dei governi non si sormonta ignorando il male scatenante che è appunto la loro dipendenza dai mercati, e cioè da forze anonime, non elette, quindi non licenziabili. Sono loro a decidere il lecito e l’illecito.
È stata la JP Morgan a sentenziare, in un rapporto del 28-5-13, che l’intralcio, nel Sud Europa, viene da costituzioni troppo influenzate dall’antifascismo postbellico: costituzioni «caratterizzate da esecutivi e stati centrali deboli, dalla protezione dei diritti del lavoro, dal diritto di protesta contro ogni mutamento sgradito dello status quo». Così come dalla crisi europea si esce con più Europa, anche dalla crisi delle democrazie si esce con più democrazia. Lo disse fin dall’800 Tocqueville, esaminando i difetti delle società democratiche. Si esce ampliando i sistemi del check and balance, dei controlli e contrappesi: frenando con altri poteri la tendenza del potere a straripare. I continui conflitti sociali e istituzionali sono un rischio delle democrazie, non una maledizione. Sbarazzarsene con leggi elettorali non rappresentative o eludendo le obiezioni («ce ne faremo una ragione») sfocia nel contrario esatto di quel che si vuole: i conflitti inacidiscono, l’opposizione non ascoltata disimpara a trattare. Resta il rapporto diretto fra leader e popolo, non dissimile dall’»unzione » plebiscitaria di Berlusconi. E Renzi neppure è un Premier eletto. Quando parla di «promesse fatte agli italiani », non si sa bene a cosa si riferisca. Salvare le costituzioni in un solo Paese non è possibile: questo è vero e andrebbe detto. Occorre che l’Europa e il mondo si dotino di strumenti democratici per governare poteri già sconnessi dalle sovranità territoriali: gli interessi finanziari e commerciali, l’informazione, il commercio della droga e delle armi, la criminalità, il terrorismo. Manca un ordine nuovo che li controlli, e cui i cittadini aderiscano non più nazionalmente (è impossibile) ma per patriotti-smo costituzionale, come preconizzato nel ‘79 dal filosofo liberale Dolf Sternberger, prima che Habermas resuscitasse il concetto.
Manca uno spirito cosmopolita della democrazia: qui è il cambio di prospettiva. L’Europa potrebbe incarnarlo, se agisse come argine contro le crisi delle democrazie nazionali, e al contempo contro l’arbitrio dei mercati. Più democrazia e più governabilità non si escludono a vicenda; non si conquistano «in sequenza ». O si realizzano insieme, o perderemo l’una e l’altra. Ovunque i governi sentono che la terra trema sotto di loro e imputano il terremoto a una democrazia troppo lenta e a elezioni frequenti “
Manca uno spirito cosmopolita della democrazia: qui è il cambio di prospettiva. L’Europa potrebbe incarnarlo, se agisse come argine contro le crisi delle democrazie nazionali, e al contempo contro l’arbitrio dei mercati. Più democrazia e più governabilità non si escludono a vicenda; non si conquistano «in sequenza ». O si realizzano insieme, o perderemo l’una e l’altra. Ovunque i governi sentono che la terra trema sotto di loro e imputano il terremoto a una democrazia troppo lenta e a elezioni frequenti “
