Monday, April 25, 2016

Gramsci

Ci sono milioni di persone che oggi difendono Gramsci, parlano di Gramsci senza averlo mai letto, mentre, contestualmente, sostengono Renzi, Sala e Giachetti. 
Boh. Come si fa a parlare di un filosofo senza conoscere il suo pensiero? Questa gente mi fa un po' impressione. Mi sembrano persone totalmente dissociate da sé stesse, culturalmente confuse e prive di ogni logica e ragione. 
Sono un po' terrorizzata dalla' ignobile e disinvolta strumentalizzazione del pensiero filosofico che viaggia via internet in modo meccanico tramite un clic. 
Preferisco gente di Destra culturalmente onesta, che gente di Sinistra che parla di Gramsci a vanvera, mentre ha in testa un'idea di società per la quale Gramsci si rivolta nella tomba. 
Se tutti quelli che oggi postano Gramsci lo avessero letto, a a Renzi tirerebbero le pietre. 
Un po' di pudore. Per favore.

STAINO

Rivendico il diritto di esprimere il mio giudizio sulla parabola culturale di Staino, senza che questo venga definito pregiudizio: semplicemente non condivido la sua linea editoriale, che riserva al potere modelli affettivi, mentre fustiga le minoranze. 
Trovo Staino paradosssle, grottesco: mi pare un uomo dissociato da sé stesso, lontanissimo dalle sue posizioni politiche ( nel 2009 si candidò addirittura alle europee con SEL contro la mancanza di valori del PD) e dalle sue creature corrosive Tango e Cuore con le quali riservava al potere piombo fuso. 
La democrazia sta morendo nel silenzio tombale della cultura e della satira, uccisa e rimpiazzata dall'innocuo sberleffo, che fa sorridere, ma che al potere fa il solletico. Chi ha osato prendere di mira il potere è stato emarginato, relegato nei recinti elitari del teatro e costretto a passare la metà della sua vita tra avvocati e tribunali. 
Perché la satira vera fa incazzare il potere di brutto, non lo fa certo ridere. La satira vera morde ferocemente le chiappe, non dà sculacciate bonarie sui giornali di partito. E ciò è culturalmente devastante, perché disinnesca la tragedia e fa rendere sopportabile ciò che sopportabile non è. 
La satira è cattiva; l' ironia è buona, perché neutralizza il senso del pericolo mentre evita di demistificare la realtà occultata dalla retorica del potere. Non per niente i politici fanno a gara per farsi parodiare da comici e vignettisti radical chic. 
Ridere della berlusconizzazione del PD; ridere della mutazione genetica del PD, è un atto di colpevole complicità che la dice lunga sulla bassa intensità etica e culturale di certi "intellettuali".

CON L'ITALICUM IL PD TIRA LA VOLATA AL FASCISMO

Una legge elettorale, l'Italicum, che trasformerà, grazie ad un esorbitante premio, una minoranza anche piccola (del 20-25%), in una maggioranza che grazie alla riforma costituzionale controllerà tutto (governo, parlamento, presidente della repubblica, corte costituzionale). 
Questa architettura costituzionale attesa dai massoni da 30 anni, (chi conosce la storia conosce le vicende legate a Sogno, Borghese, Gelli) può anche avere una sua logica in un progetto politico che si propone di rappresentare i poteri forti attraverso un finto partito di Centro-Destra ed un finto partito di Centro-Sinistra: ma cosa succede se arriva il terzo incomodo? 
A forza di restringere gli spazi di rappresentanza e partecipazione politica, a forza di erodere gli interessi della classe media, arriverà il terzo incomodo. Si sacrifica la democrazia per garantire la governabilità. A parte che governabile è chi si lascia docilmente governare, io chiedo: appena entrerà in vigore il sistema dove chi vince prende tutto, che succede se vince Salvini? 
È inverosimile pensare che questa architettura costituzionale garantirà il potere al PD: i segnali di un'insofferenza profonda che morde la pancia della gente comune ci sono tutti. Un Paese al servizio di banche e petrolieri, che toglie diritti, taglia servizi, non crea sviluppo, ma pensa di cavarsela tirando un po' di ossa ai cani, non può reggere all'urto della miseria e della paura plebea. Le amministrative mostreranno al PD una nuova geografia elettorale ed allora il meccanismo del dominio della minoranza mostrerà a chi l'ha voluto che i conti non tornano. 
 Non capire che il PD sta tirando la volata al fascismo, è folle.

Wednesday, April 20, 2016

I MISERABILI 2.O

Di Francesco Erspamer

Una frase del New York Times, non mia, per spiegare la vittoria di Hillary Clinton a New York, che probabilmente porrà fine al sogno di Bernie Sanders di ridurre il potere del neocapitalismo prima che causi catastrofi sociali e ambientali tali da provocare una reazione violenta, a questo punto soltanto di destra (alla Donald Trump e alla Marine Le Pen). Ha scritto la Pravda del liberismo (il New York Times è fazioso ma dice la verità o ci prova, mica è un tabloid come La Repubblica, che mente apertamente per compiacere il governo): "Mrs. Clinton won New York thanks to big support from nonwhite and affluent voters in New York City and its suburbs", "Clinton ha vinto a New York grazie al massiccio consenso delle minoranze e dei ricchi". 
Ecco ricostituita la vecchissima alleanza che ha consentito per secoli a pochissimi stronzi di prendersi quasi tutte le risorse e opprimere i popoli: quella fra i ricchi e i miserabili, che Marx chiamava sottoproletari e disprezzava perché perenne ostacolo a qualunque tentativo di riscatto e emancipazione, inclusa la loro. Oggi i miserabili americani, neri e ispanici, non muoiono di fame e hanno tutti lo smartphone: la loro povertà consiste nel non potersi permettere un'educazione decente, un'assistenza medica, una pensione, delle vacanze, cibo sano, un ambiente pulito. Ma non sono cose che i miserabili davvero desiderino, altrimenti lotterebbero per esse. Come il sottoproletariato di un tempo, i miserabili di oggi sono individualisti tanto quanto i ricchi, e invece di voler eliminare l'ineguaglianza vogliono diventare ricchi anche loro, che poi per loro significa accedere a un consumismo illimitato: sono dei ricchi perdenti che oggettivamente si alleano con i ricchi vincenti contro la classe media. 
E la sinistra? La sinistra si è in parte venduta alle multinazionali (Bill Clinton, Blair, Renzi, Hillary Clinton e i loro seguaci) e in parte si è dedicata a battaglie di nicchia quasi sempre encomiabili ma che favoriscono la frammentazione della società facendo esattamente il gioco del liberismo; per non parlare del decisivo sostegno alla globalizzazione dato dai movimenti a favore delle migrazioni. In entrambi i casi la sinistra ha tradito il popolo; e buona parte dei suoi intellettuali infatti si vergognano di usarla, la parola popolo. O si sveglia in fretta o le uniche alternative saranno l'incontrastato dominio del neocapitalismo più idiota (e la distruzione del pianeta) o l'affermazione della destra sociale.

Sunday, April 17, 2016

I renziani

Di Alfredo Morganti

 Si parla tanto di mutazione genetica nel PD. Ma di cosa si tratta esattamente? Di questo, della nascita e diffusione di una nuova specie umana nel partito e nell’elettorato, i renziani. Compresi taluni succedanei, surrogati o fiancheggiatori. Su di essi se ne sono dette molte. Se ne sono persino elencati i caratteri specifici: nuovismo, ottimismo esarcebato, inappartenenza alla destra o alla sinistra (oppure appartenenza a entrambe, fa lo stesso), senso del potere, antintellettualismo (i libri sono roba vecchia), digitalizzazione, voglia di vincere (il successo misura tutto), meritocrazia (nel senso di chi è più bravo a dire ‘sì’ ed è veloce a ritwittare il Capo), superficialità portata al parossismo (anche la parola ‘superficiale’ va pronunciata superficialmente), riformismo spinto sino alla fase 2.0 dove la chiave è ‘riformare tutto, pure le riforme’, e infine lo ‘shish’, che non è nulla di specifico ma è dentro di loro, lo si assume nella cerimonia di affiliazione al renzismo e carica nel profondo i detentori come il lato oscuro della forza carica a pallettoni Dart Fener. 
Tutto ciò, tuttavia, non basta a darne l’essenza profonda. Quello in cui i renziani sono davvero fenomeni è rivendicare il primato della politica senza sapere più nemmeno cosa sia la politica. Avendola ridotta a comunicazione, a primarie aperte, a partito liquido, a classi dirigenti cadute dal pero, a circoli che non pagano l’affitto, a riforme di cui non sai se siano un passo avanti, oppure indietro, o di lato, o chissà, a dichiarazioni che non sai se sono serie, o sono cazzate consapevoli, oppure flatus vocis tanto per andare in tv, ad annunci che non capisci nemmeno se avranno un seguito, se è ANCORA previsto un seguito in termini fattuali, concreti. Una politica in cui le istituzioni sono ‘serve’, o al più ‘di proprietà; gli aerei sono come quelli di Obama (e che io sono da meno?); le direzioni sono deferenti audizioni del premier, e poi si vota per acclamazione e fuochi pirotecnici; le ‘fiducie’ non sono atti straordinari, ma prassi inveterata, usanza, abitudine, tossicodipendenza; il senso del ridicolo nemmeno lo si percepisce più, ma un po’ piace; le leggi elettorali non sono più leggi ma sentenze divine, marchingegni celesti, faide dove chi vince piglia tutto, anzi lo pignora, compresa l’anima dell’avversario. 
Non ci crederete. Eppure tutta questa disordinata caciara renziana, questo baccano infantile, questa cosa per cui si affida la guida dei TIR a chi ha scarse competenze persino di triciclo, questa festa di fine corso a cui partecipano un centinaio di outsider imbellettati, tutto questo insomma non produce un pieno, ma un vuoto. Un vuoto dentro cui cominciamo tutti a sentirci dispersi, un vuoto che genera silenzi angosciosi. E più gridano, rivendicano, annunciano, concedono bonus, esultano e si abbracciano negli emicicli e più questo vuoto cresce, si allarga, si espande, occupa tutto, anche gli interstizi, ogni anfratto, ogni ‘piega della società’ (come diceva lui). Un vuoto che sta svuotando anche chi dovrebbe invece resistervi, e questo non va bene. Il nostro compito (‘nostro’ di chi si ostina a non precipitare nel vuoto, appunto) è riempirlo di pensieri, cose, eventi, azioni, riflessioni, organizzazione, cultura, etica, fatti, progetti, storie, popolo, maestri. Colmare il vuoto con un pieno di umanità, saperi, politica e idee che il renzismo (compresi i fiancheggiatori) invece deporta e accantona, come se fosse la peste. Si tratta di ricostruire laddove tutto è bruciato in nome del potere, della vittoria, del successo e delle ambizioni di una élite scombiccherata. Non è facile, ci vorrà tempo, ci vorrà pazienza, ci vorrà cuore e passione, ma ce la dobbiamo fare.

Thursday, April 14, 2016

Renzi, il Pd e la volontà di potenza del 25%

di Michele Prospero

Anche con un discorso scritto, il presidente del consiglio non riesce ad affrontare con i giusti toni, e soprattutto con gli argomenti adeguati, il problema delle riforme istituzionali. L’aula deserta è la conferma della rottura che si è consumata nel sistema politico. 
Nei colli alti si preferisce non ascoltare la scossa, ma le crepe si vedono: sono saltate le regole di una democrazia costituzionale. Oltre le implicazioni tecniche relative al disegno del nuovo senato, la questione principale, metacostituzionale e però insormontabile, è questa: la volontà di potenza del 25 per cento. Il Pd si è tramutato in un soggetto della slealtà costituzionale che accarezza il dominio della minoranza. 
Ha un bel dire il presidente del consiglio che la Consulta, dichiarando l’incostituzionalità della legge elettorale, non ha delegittimato il parlamento in carica. La corte ha solo accordato a un organo di rappresentanza artefatta, perché espresso secondo una procedura illegittima, il tempo minimo per rimodulare le regole del gioco. Le camere avrebbero dovuto legiferare in maniera condivisa e restituire subito la titolarità dello scettro al popolo, la cui volontà è stata manipolata dalle precedenti formule elettorali. 
Questa sensibilità istituzionale, per ripristinare la correttezza del gioco democratico graffiato, e riparare ad una alterazione della sovranità popolare, è mancata. E il Pd ha scritto a colpi di maggioranza un nuovo congegno, con il solo proposito di escogitare la formula magica per precostituire il risultato elettorale più vantaggioso e rimanere al potere. 
Cioè un potere di fatto, denunciato dalla Consulta per la sua organica carenza di rappresentanza, decide di escogitare un altro dispositivo manipolatorio per vincere il premio e sacrificare ogni ruolo della rappresentanza. Un parlamento dalle competenze residuali si tramuta in un organo dalle pretese onnicomprensive. Invece di riconoscere il grado di minorità strutturale dell’attuale parlamento, e procedere con un senso del limite nel ripristino della legalità costituzionale, il Pd ha approfittato del plusvalore politico derivante da un premio di maggioranza illegittimo per aggrapparsi ad un potere illimitato di riforma. 
Un parlamento ab origine di rango minore, e peraltro carente nella sua effettiva rappresentatività anche per il fenomeno del transfughismo che riguarda oltre 300 deputati, avrebbe dovuto ridimensionare le proprie prerogative, secondo un principio di ragionevolezza. E invece una camera organicamente non rappresentativa rilancia la propria volontà di potenza allargando lo spettro delle sue competenze per tramutarsi così in un potere costituente che maltratta le forme e le procedure. 
Il principio di legalità è sospeso e opera un mero potere di fatto che sospinge il governo delegittimato, per l’originaria violazione della logica di rappresentanza, a inseguire un cronoprogramma, con realizzazioni-annunci che si estendono in ogni sfera dell’esistenza. L’occasionalismo di governo tramuta la costituzione in una questione di partito e addirittura personale del leader, il quale assicura che “con demagogia” affronterà il referendum d’autunno. 
Per giustificare la sua condotta Renzi cita del tutto a sproposito Umberto Terracini (“che non era un pericoloso sovversivo” dice, ignorando che era un comunista di sinistra, uno straordinario “sovversivo” con 19 anni di carcere e confino alle spalle, che non arretrava neanche dinanzi a Lenin). Come presidente della costituente, Terracini si limitò a mettere ai voti “il principio che la revisione della costituzione possa aver luogo su iniziativa del governo”. Contro l’opinione di Piccioni, la sottocommissione approvò. Ma è del tutto ingiustificato il richiamo al gennaio del 1947 per sorreggere il chiacchiericcio di un presidente del consiglio non parlamentare, a capo di un governo che vive solo grazie all’effetto dopante del Porcellum, che organizza il plebiscito per la sua legittimazione al potere. Le opposizioni (rappresentative di circa il 65 per cento del corpo elettorale del 2013) vengono schiaffeggiate dal dispotismo di minoranza. 
Se Renzi interpreta lo spirito cattivo e illiberale del tempo, l’opposizione democratica dovrebbe recuperare una formula con cui proprio Umberto Terracini esprimeva il senso della milizia politica: “noi siamo più tenaci del tempo”. La “Tempa rossa” in cui inciampa il governo Total, non c’entra nulla con la tempra rossa del grande presidente della costituente. 

 Michele Prospero

Saturday, April 02, 2016

FINE DEL COMUNISMO E CADUTA DEL MURO

 di Diego Fusaro


Con la fine del comunismo storico novecentesco (Berlino, 9 novembre 1989), non hanno trionfato la libertà e la democrazia, come si è soliti pensare: ha vinto il fanatismo economico di tipo classista, fondato sulla reificazione delle coscienze e sullo sfruttamento del lavoro. Ha vinto, cioè, l’ordine capitalistico. Ha vinto, nella lotta di classe, il Signore sul Servo. L’ordine, che fino al 1989 era duale e diviso dal Muro di Berlino, ha rapidamente preso a disporsi in forma unipolare e unitaria. Lungo il piano inclinato che conduce dalla fine del comunismo storico novecentesco al nostro presente, si è venuto istituendo quel Nuovo ordine mondiale classista planetario, de facto coincidente con il dominio del capitale su scala globale, non più contrastato dal suo nemico storico. Ne è scaturita non solo la vittoria del Signore sul Servo nella lotta di classe divenuta massacro di classe. Accanto a essa, si è registrata l’opera di distruzione manu militari delle ultime forze nazionali resistenti mediante bombardamenti etici e interventismi umanitari condotti dalla monarchia del dollaro, braccio armato del mondialismo economico. Dal 1989, si assiste al metodico annichilimento di tutto ciò che, a livello sia simbolico sia reale, non è affine al nuovo ordine classista mondializzato: distruzione della famiglia, della formazione, dell’etica, dello Stato sovrano nazionale democratico, dei diritti del lavoro, delle culture, eccetera.