Da Vigata a Montelusa passando per Marinella: viaggio sulle tracce del Commissario Montalbano
Neanche a farlo apposta, la sera prima della partenza il Commissario siciliano compare in TV: non sto più nella pelle, già mi vedo nei luoghi del set, tra quella scenografia naturale che ti leva il respiro. Sono eccitata, gli scatti della fiction regalano una Sicilia mozzafiato: riuscirò a riconoscere quelle splendide città barocche che dall’alto dominano il mare? Riuscirò a scovare la residenza di Marinella per affacciarmi dalla terrazza di casa Montalbano?
Penso alla brezza marina che mi culla ruffiana, ma per fortuna mi addormento, perché sento la strizza che pian piano sale su: domani dovrò prendere un aereo, cavolo, mi cago sotto.
Finalmente arriva il sabato, ci siamo. Il Generalissimo è più in forma che mai, l’appello in pullman conferma che la truppa è al completo, si può partire per Rimini, l’imbarco per Catania è alle 15,00, tutto corre liscio, c’è persino il tempo per un’improvvisata lotteria.
Scruto i miei compagni di viaggio, alcuni li conosco, altri no. Sono contenta perché c’è anche “Ciccio”, il cucciolo di casa Barchi, due anni e mezzo di simpatia irresistibile che ci farà sganasciare per tutta la vacanza: passerò una bella settimana tutto me lo fa pensare.
Dalle nuvole la terra sembra finta tanto è bella: è davvero incantevole il nostro pianeta, da lassù gli scempi degli umani non si vedono, tutto è perfetto come nella finzione di un film. Scorgo una montagna innevata, è l’Etna: stiamo scendendendo lentamente, l’aereo pian piano si avvicina alla pista, tocchiamo terra, atterraggio galattico. Dopo un’ora e un quarto di volo siamo in Sicilia!
Imbarco immediato su un altro pullman per raggiungere Marina di Ragusa. La strada statale è stretta e sconnessa, attraversiamo la piana di Catania, una terra contadina piena di agrumeti, poi ci inerpichiamo per monti e colline e finalmente scendiamo verso il mare.
L’albergo è sullo splendido lungomare di Marina Ragusa. L posizione della base è strategica, la spiaggia è al di là della strada, mentre la piazza del paese si trova appena in fondo al lungomare: peccato che qui la stagione debba ancora partire, i lavori di sistemazione dell’arenile non sono ancora ultimati, mancano gli ombrelloni, la sensazione è che ci sia ancora un po’ da fare prima di essere a regime. Penso alla nostra riviera e a come tutto si già pronto da svariate settimane: qui la stagione potrebbe essere più lunga, basta puntare il naso all’orizzonte per sentire l’odore dell’Africa, ma perché a queste cose non ci pensano?
Siamo a cinque chilometri da casa Montalbano, ma io questo ancora non lo so. Il ragazzo dell’agenzia che organizza le escursioni, ci spiega che siamo proprio tra i luoghi del set del Commissario: Punta Secca, Ibla Ragusa, Donnafugata, Donnalucata, Scicli, Modica, Noto, Comiso, Vittoria, Siracusa. Vengo presa da un attacco di entusiasmo isterico: pensavo di “spiaggiarmi” su un lettino, ma come posso non vedere questi luoghi? Il Generalissimo propone escursioni con la guida, ma con alcune colleghe decidiamo di noleggiare un’automobile per gustarci questi posti in libertà, andremo con la guida ad Agrigento.
L’auto è per due di giorni, i posti da vedere sono tanti, bisogna setacciare. La prima tappa è a Sicli, una piccola città incastonata tra le Cave, sembra un canyon. Pendici di calcare la circondano, il sole picchia forte, trovare un po’ di verde è davvero un’ impresa. Le strade del centro sono anguste, tra le case vetuste e i panni stesi svettano le cattedrali e i bei palazzi barocchi tra i quali quello del Comune, il commissariato dei primi episodi del Commissario Montalbano. Il primo pit-stop è nella pasticceria di fronte al Comune per il primo cannolo della giornata: è il segnale di una vacanza tutta all’ingrasso.
Da Sicli a Marzamemi, un piccolo villaggio di pescatori sulla costa orientale che un tempo fu gloriosa tonnara. Arriviamo a Marzamemi via Pachino, la città che dà il nome ai pomodorini che trovo tutto l’anno sui banchi della Coop. Adesso capisco perché: il verde della splendida campagna siciliana stenta a vedersi, tutto è ricoperto dalla plastica, chilometri e chilometri di serre sul mare dove dentro si coltiva il pomodoro ed ogni sorta di ortaggio; dal punto di vista paesaggistico è un vero peccato, è come una bellissima donna nascosta da un sacco del rusco, uno scempio.
Per fortuna Marzemini non delude: il paesino è splendido, la piazza di pescatori è una chicca, il Ristorante “La Cialoma” ci spenna, ma ne vale la pena: “ogni lasciata è persa” è tutto il pensiero che riusciamo a elaborare in questa terra di filosofi. La fame imbruttisce anche sul piano intellettuale, non c’è pezza.
“Pancia affamata vita disperata”, i proverbi, dopotutto, hanno il loro perché. Mi farei una bella siesta, ma si va a Capo Passero, il punto più a sud-est della Sicilia: la strada che costeggia il mare blu è leggermente in collina, il paesaggio è mozzafiato, c’è ancora poca gente, ci gustiamo questo luogo da cartolina che sembra tutto per noi.
Scendiamo dall’auto per qualche foto, la brezza marina è gradevole, si sta divinamente, ma è già tempo di rientrare: visiteremo il Castello di Donnafugata, ma non prima di passare per Modica, un’altra città barocca inerpicata sulla roccia e sovrastata dalla chiesa madre di S. Giorgio. Per arrivarci bisogna salire per 250 scalini, una specie di via crucis che impasta divinamente il paesaggio con la sua architettura. Si arriva al sagrato con la lingua ai garretti, ma da lassù si domina la polis: la vista è uno schianto e si capisce il valore simbolico di quella dislocazione. Giù ci aspetta una merendina con i fiocchi: questa è la città della cioccolata, vuoi non passare dall’Antica Dolceria Bonaiuto? La signora del negozio ci accoglie a braccia aperte, è gentilissima, ci sommerge di assaggini, ci sono pure i cannoli, come si fa a dire di no, minchia?!
Il Castello di Donnafugata è circondato da una campagna superba, ettari di pascoli che mostrano la natura in tutto il suo splendore. Decidiamo di inoltrarci per un piccolo sentiero che costeggia il giardino del maniero: è pieno di cacche, chissà, forse qui ci vengono a cavallo, ma mi sbaglio. Sento un frastuono sconosciuto, sale, il rimbombo si avvicina, vacca, sono torelli al rientro dal pascolo, giriamo i tacchi e cominciamo a correre "a manetta" come a Pamplona. Scopro che le nuove generazioni di pastori sono alquanto sveglie ed hanno un certo fiuto per gli affari: si muovono in quad e portano al pascolo gruppetti di turiste americane. La domanda mi sorge spontanea: voglia di atmosfera bucolica o di bunga bunga allo stato brado?
Decidiamo di cenare in albergo, ma prima si va a casa del Commissario, a Marinella, che nella realtà si trova a Punta Secca, a pochi chilometri dal castello. Arriviamo mentre il sole volge al tramonto e un leggero venticello ci accarezza gentile. Ora la casa è un Bed and Breakfast e penso che non sarebbe poi male passare una serata su quella bella terrazza: il chiaro di luna, 'na buttiglia di passito di Pantelleria, un bicchieri e nessuno che ti scassa i “cabasisi”. Fantastico.
All’indomani partiamo per Siracusa, una città sulla costa orientale che si allunga sul mare tramite l’isola di Ortigia. Nell’isola, le testimonianze medioevali e barocche sono davvero numerose: stupenda è la piazza del Duomo che ha fatto da sfondo alla Bellucci nei panni di Malena. Siracusa mostra orgogliosa i suoi gioielli architettonici e mette in risalto il suo passato classico. Mentre visito quel che resta del teatro greco penso ai tiranni e alla rivalità con Atene e Cartagine: chissà quante guerre e quanto sangue hanno visto queste pietre prima di arrivare fin qui.
Dai miti classici alla cristianità barocca: sul sagrato del Duomo di Noto rimango a bocca aperta. Noto si trova sulle pendici di un colle che domina la valle fino al mare. E’ un tripudio di chiese, un trionfo di opulenta architettura barocca che si affaccia sul corso principale: qui, l’aristocrazia moderna ha costruito i suoi palazzi, le fontane, le piazze. Noto è l’apoteosi della pietra locale, un materiale dai riflessi rossastri che prende forme e colori indescrivibili: saliamo sul tetto di una chiesa, da qui la vista è incantevole, all’orizzonte si intravede la campagna e poi, poco più in là, la costa. Pit-stop al Caffè Sicilia, granita e cassata tanto per gradire, la città è tutta un sali e scendi: visitiamo palazzo Nicolaci poi ripartiamo verso l’ultima tappa del nostro itinerario.
Ibla è la parte più antica di Ragusa, una piccola città d’altura strappata alle rocce. La Vigata di Montalbano è un’inquadratura dietro l’altra, un album di immagini a colori rubate soprattutto a questa terra: qui sono state girate le scene di tante episodi, qui c’è l’immaginario Commissariato e c’è San Calogero, l’amata trattoria del Commissario, che poi è La Rusticana.
E’ ormai sera. Penso al terremoto del 1693, a quell’evento apocalittico che distrusse totalmente il pezzo di Sicilia che ho visto fin qui: se immagino il sisma, la ricostruzione di tutti questi luoghi mi appare un miracolo, un evento straordinario che mi dà la grandezza dell’umano. L’uomo quando vuole sa essere divino.
Tra gite ed escursioni, battezzo qualche giorno per sole e relax: si chiama “mummia day” ed è una giornata di svacco totale, praticamente in catalessi. In spiaggia finalmente tutto è posto, mi stendo su un lettino e guai a chi mi tocca: peccato per il tempo, tira troppo vento e il sole viene e va. “Ciccio” ha un fisico bestiale, il gene di famiglia non tradisce: tutti lo vorrebbero per sé, il cucciolo è socievole, ma è chiaro che stravede per la mamma e il suo papà. La Barchi col marito è sotto esame, ma lei questo ancora non lo sa. “Ciccio” li guarda e poi emette la sentenza: “mi sono divertito, torno ancora con voi in vacanza”. Ma dai?
Arrivare ad Agrigento da Ragusa è un vero incubo: non esiste un’autostrada costiera, qui l’Adriatica de noialtri sarebbe un dono degli dei. Dico degli dei, perché qui ci troviamo a casa loro. Agrigento è famosa per la valle dei templi, il sito archeologico della Magna Grecia più grande del mondo. La guida ci spiega che dei ventuno templi, ne rimangono nove, alcuni dei quali non sono che un ammasso di pietre scarnificate e abbandonate sotto il sole: devo ammettere che per vederci un tempio serve una fervida immaginazione. Altri sono meglio conservati e questo, perché in epoca cristiana furono manomessi e trasformati in cattedrali. Qui tutto dà l’idea della grandezza di Akragas, un’antica città greca molto ricca e (pre)potente: purtroppo non riesco a non pensare alle ineffabili violenze che stanno dietro a queste pietre. Mentre Empedocle almanaccava di filosofia, popoli interi venivano sopraffatti e ridotti in schiavitù: dalle colonne imponenti trasuda sofferenza, le grandi fortune spesso nascono dal sangue, non è forse così anche ai giorni nostri?
Faccio sempre la figura del filosofo barbone, non cambio proprio mai: ma perché non mi godo le sculture di Igor Mitoraj e non penso ai cazzi miei? Stasera il cuoco dell’albergo prepara pietanze siciliane: devo decidere cosa fare, il primo giorno ho adocchiato un ristorantino sul mare e non so se andare o no. Questo si che è un dilemma, altro che i diritti umani delle plebi: penso a mangiare, che è meglio.
Una settimana vola via in un attimo e quando stai bene, poi, non ne parliamo. E’ di nuovo già sabato. La strada del ritorno all’aeroporto mi sembra diversa, il paesaggio scrutato all’andata non mi pareva così bello. La campagna collinare siciliana, senza la plastica e la “zuzlera” delle serre, è davvero stupenda: agrumi, viti, ulivi, vacche al pascolo, e gruppi di mulino a vento un po’ qua e un po’ là.
Il Generalissimo è allegro e rilassato, sta riportando la sua truppa all’ovile, tra poche ore saremo a Faenza: lascio questa terra con grande dispiacere. Brindo al Dominus del Cral e ai miei compagni di viaggio: grazie a tutti per la bella settimana.
“Allura si versò tanticchia di passito nel bicchiere, affirò un cannolo e principiò a sbafarselo talianno il paesaggio dalla finestra aperta. Il sole addrumava i colori della vallata, li staccava nettamente dall'azzurro del mare lontano. Dio, o chi ne faciva le veci, qua si stava addimostrando un pittore naïf. A filo d'orizzonte, uno stormo di gabbiani che se la fissiavano a fare finta di scontrarsi tra loro, in un virivirì di piacchiate, virate, cabrate che parivano 'na stampa e 'na figura con una squatriglia aerea acrobatica. S'affatò a taliarne le evoluzioni. Finito il primo si pigliò un secondo cannolo".