Thursday, June 17, 2010

UNA TRAVE DENTRO IL FONDO SCHIENA

Piano, piano, un pezzo alla volta, il capitalismo selvaggio, libero dal terrore dell' Orso siberiano, si sta riprendendo tutto quello che aveva concesso per contrastare il modello comunista.

Con la scusa della crisi e della globalizzazione sta facendo, ovunque, macelleria sociale.

Dopo la decapitrazione della classe operaia, l'ultima roccaforte da bombardare è il Welfare: altro che "mani nelle tasche", qui si tratta di una trave dentro il fondo schiena.
L'ULTIMATUM

A Pomigliano è in atto un grande esperimento: un ricatto sociale per ottonere una resa simbolica e collettiva.

Un ricatto che parla ai lavoratori della Fiat, ma che in realtà è rivolto a tutta la nazione. Un ricatto che dice all' operaio: "o rinunci a qualsiasi rivendicazione dei tuti diritti, o non ti do più lavoro".

La Fiat non ha detto trattiamo: ha proposto un ultimatum.
POMIGLIANO, LA LEGGE DEL PIU' FORTE
di Marco Revelli, il manifesto 16 giugno 2010

Se fossimo in una condizione di normalità, il dilemma che si trova di fronte oggi la Fiom a Pomigliano sarebbe risolto in partenza. Essa non può sottoscrivere l'accordo proposto da Marchionne per il semplice fatto che vi si chiede la liquidazione di diritti indisponibili. Diritti che nessun sindacato potrebbe «negoziare», per il semplice fatto che non gli appartengono. Diritti che nessuno, neppure i titolari diretti, può alienare, perché costitutivi di una civiltà giuridica che trascende le parti sociali e gli individui.

Alcuni di quei diritti - come il fondamentale «diritto di sciopero» - sono sanciti costituzionalmente. Altri - come il pagamento dei primi tre giorni di malattia - sono garantiti dalla legislazione ordinaria. Altri infine - come la difesa del proprio tempo di vita da una gestione del tempo di lavoro drammaticamente soffocante e totalitaria -, fanno parte di un livello contrattuale nazionale impegnativo per tutti i contraenti. L'accettazione di un accordo aziendale che ne sacrificasse anche solo parzialmente l'operatività, significherebbe una dichiarazione di messa in mora e di inefficacia di quei tre livelli basilari del nostro assetto gius-lavoristico. Una grave lesione al modello giuridico, politico e sociale della modernità industriale.

Ma non ci troviamo in una condizione di normalità. La «dura legge» che Marchionne ha evocato non è né la Norma Costituzionale né la Legge ordinaria. È la legge di mercato, nella sua dimensione ferina del «primum vivere». Dell'«arrendersi o perire». Della darwiniana «lotta per la sopravvivenza», applicata alle imprese, agli uomini e ai territori. A Pomigliano è la verità della «globalizzazione» a materializzarsi nella forma più estrema del «prendere o lasciare», che travolge ogni principio giuridico, ogni regolazione nazionale e ogni accordo sancito.

Per questo diciamo che a Pomigliano quello che muore non è solo un modo di fare sindacato, ma è la nostra stessa modernità industriale, fatta di conflitto, negoziazione, regole e normative, a rischiare di dissolversi. E quello che si profila è un nuovo «stato di natura», in cui a contare è ormai solo la legge del più forte, momento per momento, occasione per occasione. Un mondo che non è solo post-socialista e post-novecentesco, ma che vede travolgere le stesse basi del più antico «stato liberale»: quello del costituzionalismo, dell'impero della Legge, dello Stato di diritto.

Potrà apparire un caso, ma che nel medesimo tempo si allineino nel cielo del nostro paese - come in un'infausta congiunzione astrale - l'attacco di Berlusconi alla Costituzione, la legge-bavaglio dell'editoria e il «lodo Marchionne» (sbandierato da fior di ministri come «nuovo modello» di relazioni industriali), suona come un pessimo auspicio. E che a trainarci oltre quel confine sia uno come l'A.D. della Fiat, che non è un «fascista», che non veste l'orbace ma un maglioncino casual ed è stato a lungo un esempio di liberal progressista, non ci rassicura affatto. Anzi, ci spaventa di più.

Forse a Pomigliano, oggi, non c'è davvero altra alternativa che piegarsi al ricatto. Forse al voto gli operai presi dalla disperazione direbbero davvero sì a un accordo che li consegna a condizioni di lavoro servile, pur di mantenere un esile residuo di sopravvivenza produttiva. Forse, quello che incombe sulla Fiom è davvero un «dilemma mortale». Ma se almeno uno - uno! - tra i sindacati mantenesse pulite le proprie mani, e rifiutasse di sottoscrivere il pactum subiectionis che cancella tutti gli altri patti e ogni altra ragione, forse una testimonianza rimarrebbe, per tempi migliori, di un brandello di dignità e dunque di speranza.
LAVORO, UN FRONTE COMUNE CONTRO LA STRAGE DEI DIRITTI
di Paolo Flores d’Arcais, il Fatto Quotidiano, 16 giugno 2010

Marchionne e Tremonti, con l’imposizione del “modello Pomigliano”, vogliono dimostrare a tutti i costi (costi pesantissimi, per gli operai) che aveva ragione il vecchio Marx a sostenere che il sistema capitalistico, per massimizzare il profitto, tende a precipitare il salario del lavoratore al minimo necessario per la mera riproduzione fisica della forza-lavoro. Per dirla in soldoni, a salari di fame.

Qualche operaio, che pure si appresta a subire il diktat di Marchionne, ha detto che saranno condizioni di lavoro “da schiavi”. Si sbaglia, ma solo perché in Italia ci sono le condizioni di lavoro-schiavitù di Rosarno. Verso le quali tenderanno comunque le condizioni di tutti i lavoratori salariati, se verrà interiorizzata – come sempre più avviene anche presso coloro che ne sono vittime – la “sovranità della globalizzazione”.

La cui logica è semplice: i capitali, nel senso finanziario e degli impianti, possono spostarsi liberamente, e così anche la forza-lavoro necessaria, ma senza portarsi dietro i diritti e le conquiste, salariali e non, che i lavoratori hanno ottenuto in un paio di secoli di lotte. In questo modo è lapalissiano che le condizioni dell’operaio italiano si avvicineranno progressivamente, e con ritmi che diventano sempre più rapidi, a quelle dell’operaio di Shanghai o bene che vada di Bucarest, visto che il padrone altrimenti trasloca l’intera produzione nei paesi dove il salario è letteralmente da “fame” e i diritti sindacali un miraggio.

Se la “profezia” di Marx risultò clamorosamente sbagliata fu infatti solo perché le lotte dei lavoratori, e dell’opinione pubblica che le appoggiò, portò i governi a imporre camicie di forza al “capitale” e al grado di plusvalore che potesse essere spremuto lecitamente dalla forza lavoro. Le otto ore, per dire, la proibizione del lavoro minorile, e poi le condizioni igieniche, di sicurezza, la tutela dei sindacalisti, fino insomma allo “statuto dei lavoratori”.

Il “modello Pomigliano” di tutto questo fa carta straccia (con gli straordinari ad libitum l’orario vero diventa di oltre nove ore giornaliere). Ma passerà, se continuerà la “guerra tra poveri”, precari contro occupati, disoccupati contro precari, e tutti contro gli immigrati. Perché la ricchezza complessiva in Italia continua a crescere, seppure in modo rallentato, ma cresce a dismisura la sua distribuzione diseguale. Contro questa esplosione del privilegio dovrebbero unirsi le vittime della crisi, anziché ingrassarne i responsabili dividendosi.

Tuesday, June 15, 2010

POMIGLIANO: ULTIMA FRONTIERA DEI DIRITTI DEL LAVORO

Ed ecco che siamo arrivati all’atto finale, dove anche l’ultimo eroe dell’esercito napoleonico muore e si torna all’Ancien Regim.

Era tutto calcolato, tutto previsto alla lettera, tutto sceneggiato alla perfezione come in un grande colossal di Cinecittà: doveva andare in scena la lenta agonia della classe operaia, persone con la loro dignità ed i loro diritti. E così è stato.

Tutti hanno fatto la loro parte con grande abilità. Tutti hanno recitato alla perfezione il copione e alla fine ne è venuto fuori un capolavoro di stile.

Wall Street, ha prodotto una crisi finanziaria di inaudite proporzioni. Il mondo economico si è scoperto dopato ed è andato in crisi. Le banche hanno chiuso il credito alle piccole aziende, mentre migliaia di imprese medie e grandi hanno cavalcato la crisi per spostare gli impianti nei Paesi dell’Est. Si è cominciato a licenziare operai, a metterli in cassa integrazione, in mobilità.

Il Governo non ha messo nella crescita un euro, anzi, ha stretto i cordoni della borsa di Comuni, Province e Regioni, impedendo a questi enti di investire e stimolare la domanda. Ha massacrato il mondo della scuola, della ricerca e dell’innovazione tecnologica. Ha prima negato la crisi, poi l’ha utilizzata come scusa apocalittica per tagliare stipendi, istruzione, sanità e servizi.

Cisl e Uil sono state la cinghia di trasmissione di Governo e Confindustria: hanno abdicato alle loro prerogative sindacali e si sono impegnate a contenere le proteste legittime del mondo del lavoro. Senza remore etiche e imbarazzo sui ruoli è iniziata una sporca battaglia tutta combattuta nel sottobosco strisciante della complicità: prima hanno avallato un nuovo modello contrattuale che prevede contropartite solo in cambio di "produttività" "merito" e "competitività", tre variabili che non dipendono assolutamente dai lavoratori e sulle quali non hanno alcuna capacità contrattuale; poi, sotto il costante ricatto della chiusura degli impianti, hanno aperto le danze dei “si” a qualsiasi condizione, senza se e senza ma.

Grazie alla complicità del sindacato, il Governo ha applicato alla lettera il motto imperiale del dividi et impera: ognuno per sé e tutti contro gli altri. Ciò ha ha prodotto disgregazione sociale e polvelizzato gli interessi unitari del mondo del lavoro: dipendenti pubblici contro quelli privati, lavoratori precari contro quelli indeterminati, nuove generazioni contro quelle vecchie, italiani contro immigrati, salariati contro partite IVA e così via.

Il ministro Sacconi ha celebrato il regime sindacale della “complicità”, dichiarando superato il principio dell’uguaglianza, in nome di un “universalismo selettivo” che nella sostanza cancella parità di diritti. Il patto corporativo tra governo, Confindustria e sindacati complici è servito ad amministrare una nuova selezione sociale nella quale i diritti universali non sono più a disposizione di tutti, ma vengono gradualmente distribuiti secondo le convenienze del momento: te si, te no, te si, ma solo un pò.

Piano piano, producendo miseria e instillando la paura di perdere il posto di lavoro, si è arrivati allo scenario di Pomigliano.

La questione è semplice, poche parole, ma chiare: la Fiat porta la produzione della Panda in Campania, solo se si deroga al contratto nazionale e si rinuncia al diritto di sciopero e alla malattia. In caso contrario, si sposta la produzione in Polonia.

Detto in altre parole: o si accettano le condizioni contrattuali dei Paesi dell’Est, o si chiude baracca e burattini e si trasferisce tutto nel paese che fu di Jaruzelski, dove gli operai guadagnano un terzo, lavorano nel week end e non hanno i diritti dei colleghi occidentali.

Cinquant’anni di conquiste sindacali che hanno dato dignità al mondo del lavoro, disintegrate in pochi mesi. Pomigliano è un simbolo, il geniale cavallo di Troia ideato a tavolino per creare quel pericoloso precedente che darà l'avvio alla fine delle Relazioni industriali: dopo Pomigliamo il ricatto "o si lavora alle nostre condizioni o si chiude" varrà per tutti.

Oggi si chiede agli operai di accettare le condizioni della Polonia, domani saranno quelle della Cina, perchè l’unico paramentro di valutazione industriale è la maggiore accumulazione del profitto: è questo il tipo di società che abbiamo in mente?

Il Governo, quale regolatore dei diversi interessi, ha deciso di schierarsi apertamente con l’impresa: non a caso teorizza l’abolizione dell’art. 41 della Costituzione.

Cisl e Uil hanno scelto la strada del riformismo rampante e stanno dalla parte del padrone, come pure la maggior parte della stampa.

La Fiom-Cgil è isolata e combatte in solitaria, trattata come un cane in chiesa per avere scelto di volere difendere quel che resta dei diritti del mondo del lavoro.

A Pomigliano la battaglia è strategica, perchè sugli operai di Pomigliamo si giocano i rapporti sociali di tutto il Paese.

Io non ho dubbi in merito alle prerogative del sindacato e dell’opposizione: la parola d’ordine non potrebbe che essere resistere, resistere, resistere, perchè un’ altro modello di società capitalistica è possibile, basta guardare alla Germania.

Ma il finale è segnato. A Pomigliano si gira l’ultimo ciak sulla la classe operaia. Tilolo di scena: Waterloo.

Monday, June 14, 2010

PEGGIO DELL'OBLIO C'E' SOLO L'INGANNO
Peggio dell'oblio c'è solo l'inganno, esercitato grazie all'ignoranza della popolazione.
E proprio con l'inganno, adesso salta fuori che l'economia non decolla per colpa dell'art. 41 della Costituzione, un'ignobile bugia che può essere detta solo perché nessun italiano la conosce (la Costituzione).

Purtroppo la Carta fondamentale non è come l'Ave Maria, o come la Messa, che a forza di ascoltarla fin dalla culla, la conosciamo tutti a memoria. La Costituzione no. Purtroppo per noi la Costituzione è arabo.
Perciò basta. Da oggi si comincia a leggerla e si comincia proprio dall'articolo tirato in ballo da Tremonti a cui gli ha fatto eco buona parte del Governo e della Confindustria.

Per capire che l'articolo 41 nulla c'entra con la crisi è sufficiente leggerlo. I principi che enuncia non sono affatto catto/comunisti, ma socio/liberali, come si confà alla natura del Vecchio Continente, culla della cultura civile dell'occidente.

Se vuoi fare l'impresa sei libero, ma io, Stato, detto delle regole di civiltà, perchè in nome del profitto non possono calpestarsi la dignità umana, i diritti degli individui, la salute dei cittadini o il rispetto dell'ambiente.

Questo dice l'art. 41: nulla di più e nulla di meno. O vogliamo anche noi un'impresa così libera da poter sfruttare selvaggiamente i lavoratori come in Cina? Così libera da poter avvelenare il mare come la BP nel Golfo del Messico?

Preferiamo un'economia libera di produrre giocattoli tossici e cibi nocivi, o un'economia regolata dallo Stato che fissa dei paletti per evitare che ciò avvenga?

Pensiamoci. Intanto buona lettura.

Articolo 41

L'iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Tuesday, June 08, 2010

VIAGGIO NEL SALENTO E RITORNO: DIARIO DI BORDO DI UNA BALENA SPIAGGIATA


Ore 5.59 di sabato 22 maggio: nonostante abiti di fronte al palazzetto, Giulia non si è ancora presentata sul piazzale. Chiamo al cellulare: "Dove cavolo sei?" "Perché? Sto arrivando". Sudo freddo. Giulia è troppo giovane e inesperta: non conosce ancora gli usi e costumi della truppa, quel modus operandi imposto dal "Generalissimo" per il quale il ritardo non è tollerato (quando non punito). Arriva di corsa, imbarca le valige e sale: il cucciolo del gruppo viene solo fulminato con lo sguardo. Lo stupore generale per la sfida temeraria si palpa nell’aria: dispiaciuta per la sua ingenuità, Giulia sa che non oserà mai più sfidare le regole. Sono le 6,02: si parte per la Puglia.

Posti rigorosamente assegnati sulla carta: ho la vista sulla porta del bagno del pullman. Felice come non mai: forse il "Generalissimo" sa della scarsa tenuta del mio sistema idraulico e ha voluto agevolarmi. Come da copione: sono la prima ad iniziare le danze, ma poi è un via vai di visite al wc per tutto il viaggio.

Spero in un po’ di fortuna, visto il tempo avuto fin qui: a Faenza è praticamente ancora inverno. Incrocio le dita e mi auguro una bella settimana di sole. Grazie al cielo per sette giorni abbiamo tempo splendido.

Sbadiglio e osservo i miei compagni di viaggio: poche le facce conosciute. C’è il "Generalissimo", così efficiente e capace che lo metterei al posto di Bertolaso a dirigere la Protezione Civile. Poi c’è qualche pezzo da novanta del Personale, una colonna della Ragioneria, una punta di diamante della Segreteria, un ufficiale della Municipale e tante persone che non conosco, ma che si rivelano davvero gradevoli e di grande compagnia.

Ore 16,00: dopo circa 10 ore di viaggio e la visione del film "Natale a Beverly Hills", arriviamo, stremati, al villaggio. Prendiamo possesso delle camere: una rinfrescata veloce e via al sopralluogo del posto.

Mi muovo come cagnolino impaziente di marcare il territorio: metto il naso in ogni dove, non vorrei mai che mi sfuggisse qualcosa. Il Blu Salento Village è bello: le palazzine bianche sono basse, il giardino è vasto e molto ben curato. La piscina è per grandi e piccini con annesso bar e un piccolo bazar che la truppa faentina visiterà regolarmente ogni sera. Lungo il giardino c’è una zona dedicata agli sportivi, pallavolo, tennis e calcetto, un teatro all’aperto, una tenda enorme per attività ricreative, uno spazio gioco per i bambini e poi, immediatamente al di là della strada, il mare.

Stupore, incredulità, meraviglia. Il mare del posto è splendido: il villaggio si affaccia su una baia di sabbia bianca bagnata da una piscina naturale da fare invidia ai Caraibi. Mi aspettano ore di passeggiate nell’acqua: domani si parte, passi lunghi e veloci, perché la cellulite è un avversario difficile: la sfida è aperta e spero di vincerla io.

All’ora di cena non rimane che perlustrare la sala ristorante. Il salone è enorme, regna l’abbondanza, la gente si accalca lungo il bancone del buffet, ce n’è per tutti i gusti: pasta, carne, pesce, verdura, frutta, dolci. Capisco che per la linea butta male. Sento le mie "buzze" che se la ridono di brutto: perdere un chilo sarà davvero dura.

La giornata si chiude tra le braccia di Morfeo: l’aria del mare già si fa sentire, ed il sonno mi divora. Sarà così per sette giorni, ma non per tutti: nel dopocena c’è l’angolo bisca, con la sfida a Burraco fino a notte tarda, molti stanno al piano bar, mentre altri ballano fino alle ore piccole.

Tra di noi c’è anche un’aspirante velina, selezionata qui al villaggio da una troupe di Berlusconi arrivata fin qui: se passerà la finalissima la rivedremo in TV. Io me la dormo, mentre lei firma autografi: vuoi mettere il valore se diventa famosa?

La vacanza scorre liscia come l’olio: parola d’ordine "svacco totale". Dopo la colazione, si va in spiaggia, c’è posto in abbondanza per tutti.

Mi piazzo in un lettino sotto l’ombrellone: che pace. La spiaggia è semivuota, si può stare larghi ed evitare di ascoltare il vicino che racconta i dettagli della sua ultima colonscopia. Ma ho fatto male i conti: non siamo in Norvegia, ma in Italia. L’italiano ama seguire la massa, alitarti sul collo e vomitarti addosso tutti i cazzi suoi.

Bene. La supposta superiorità civile dei Padani si dissolve senza appello nelle acque del Salento: un gruppo di pensionati del Lombardo-Veneto rompe le balle per tutta la settimana. Funziona così: i faentini arrivano in spiaggia, si dividono a gruppetti e si piazzano a macchia di leopardo; poi arrivano loro, verificano gli appostamenti e si appiccicano come francobolli. Ma si può sapere cosa mi aspetto? Certi Lumbard sono fatti così: ruttano, si strofinano il pacco e ricordano al mondo intero di avercelo duro. Veri Lord Byron.

Certo che anch’io. Il libro che ho dietro ha un titolo perentorio: "Terroni". E’ sul Risorgimento, su quello che fu e che nessuno (forse) ci ha mai raccontato, ma a vederlo da fuori non si capisce che è un libro pro-sud: sembra l’urlo sguaiato e volgare di qualche capetto del nord. Prendo coscienza di dove mi trovo e decido di togliere la copertina. Meglio tardi che mai: ho una mia sensibilità, dopotutto.

Ogni tanto abbandono il mio lettino e mi dirigo verso il mare. Obiettivo: andare avanti e indietro nell’acqua. E’ gelida, ma dopo un po’ si sta da dio. Gli altri mi guardano con compatimento e intuisco che pensano che sono deficiente. Poi la diffidenza si attenua e cominciano a seguirmi, mentre i più temerari fanno il bagno: sono pochi ma buoni. Gigi nuota fino all’isolotto di fronte, come pure la Romagnolo che a vederla nell’acqua è leggiadra come un pesce.

Io no. Ad essere sinceri sembro un goffo esemplare di balena spiaggiata: schiodarmi dal mio torpore è davvero un’impresa.

Ci riesce Marino, l’autista, che ha l’ardire di propormi una partita di tennis. E’ gentile e me lo chiede solo per cortesia: ha visto che ho le racchette e non resiste ad un gesto di galante cavalleria. Marino è un Signore, accenna lusinghieri timori, ma so che in cuor suo pensa che si annoierà, perché le donne non giocano a tennis, ma si scambiano la palla a non meno di 10 metri da terra. Per liberare lo spazio aereo sul campo si avvisa l’aeroporto di Brindisi: l’appuntamento è per mercoledì alle ore 18,00. Gli uomini amano prendere troppo sul serio certe loro convinzioni. E sbagliano.

La mia pigrizia è senza ritegno e peggiora di giorno in giorno. Grazie alla mia indolenza, mi perdo l’escursione al parco marino di Porto Cesario. E’ prevista per giovedì mattina, ma io passo. Mi raccontano che la spiaggia della "Prosciutta" è uno schianto.

Non mi perdo invece l’escursione a Lecce di venerdì mattina: la zona vecchia è un bellissimo museo a cielo aperto dedicato al Barocco. Tra le vie del centro storico rimango a bocca aperta: difficile vedere tanta opulenza architettonica tutta insieme. Ma tant’è.

Anche la parte vecchia di Gallipoli è meravigliosa: la visitiamo il lunedì sera mentre il mare amoreggia con la luna. La passeggiata lungo le mura che tratteggiano la costa, é suggestiva. Come Lecce anche Gallipoli è Barocca, ma non solo. Si respira l’influsso di varie epoche storiche, è un tripudio di stili, ma tutto è armonico e ben curato. La città nuova si vede solo da lontano, ma mi basta: lo skyline è mostruoso, come solo certi geometri del dopoguerra sono stati in grado di fare. D’altro canto non c’è bisogno di andare in meridione per vedere lo scarto estetico tra il vecchio e il nuovo: la periferia di Ravenna è inguardabile, nemmeno la Polonia di Jaruzelski è così orribile sul piano edilizio.

La Puglia è bella: la regione del tavoliere cattura e regala un paesaggio contadino tutto coltivato a viti ed ulivi. Tradizione e modernità: nei campi, centinai di mulini a vento producono energia pulita. Il Tacco ha tanti problemi, li conosco bene, ma allo sguardo veloce del turista, questi non si vedono. Per una volta voglio chiudere gli occhi e pensare solo alle cose belle.

Mi piace. Ho deciso che la Puglia mi piace. Mentre siedo nel pullman per il viaggio di ritorno, penso alla vacanza e a come mi dispiace che sia già finita: sono stata bene e vorrei tornare indietro.

So che non si può. Arriviamo a Trani. Ci sono stata tanti anni fa, ma è così diversa che è come non ci fossi mai stata. La zona del porto è incantevole, la cattedrale è bellissima. La sosta è troppo breve per gustarla come si deve. Trani è una città "Slow food": sento il richiamo dei tanti ristorantini all’aperto che si affacciano sul mare, ma non c’è tempo, si deve ripartire. Peccato.

Sosta a Cerignola per l’acquisto di sottaceti e poi, via, verso la Romagna. A Riccione piove come dio la manda: ecco che l’odore di casa si avvicina.

Sono le 20,30 di sabato 29 maggio. L’arrivo a Faenza spacca il secondo. Regolare.

Grazie a tutti per la bella settimana passata: grazie alle persone che non conoscevo, grazie alle colleghe che mi hanno "trainata al seguito" (loro malgrado) e un grazie particolare al "Generalissimo", un comandante di brigata speciale, brillante e di grande compagnia che sa accudire con sapiente premura le sue truppe. Sono davvero felice di esserci stata. Grazie di cuore.