Saturday, May 07, 2016

SULL'IMPORTANZA DELL IDEOLOGIE

Sull'importanza delle ideologie.
Pasolini scriveva che in Italia ci sta il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d'Europa. Come confutarlo.
In un Paese con una popolazione analfabeta (reale o funzionale che sia) è impossibile che ognuno trovi la concezione del mondo dentro di sé.
Servirebbe che tutti fossero dei filosofi e invece a fatica gli italiani comprendono un testo semplice. 
Perciò le ideologie come sistema di idee e di valori in grado di fornire una concezione collettiva del mondo sono indispensabili. Più che riportare le idee al comando ( che ci sono già, anche se ultra-liberiste, predatorie, che propugnano i valori dei soldi e del profitto a qualsiasi condizione) serve cambiare le idee al comando. E per farlo serve che una certa idea di società, che certi valori ( come diceva un grande filosofo ) diventino egemoni. 
D'altro canto la democrazia fa proprio questo: riconosce i conflitti tra le diverse idee (parti da cui partiti) e li gestisce attraverso il meccanismo della maggioranza/minoranza. 
Il problema non sono le ideologie. Il problema è quando ce n'è una sola. Il guaio è quando i partiti propugnano le stesse idee e vige il pensiero unico, l'ideologia unica, il liberismo.

Sunday, May 01, 2016

CARI PROFESSORI USCITE DALLA CURVA

Di Marco Damilano - da L'Espresso 28 aprile 2016

 «Cari emeriti, abbiamo deciso di dedicare uno spicchio del nostro 25 aprile a scrivervi...». Si apriva con queste parole l'articolo pubblicato sulla prima pagina dell'Unità di ieri, a firma Elisabetta Gualmini e Salvatore Vassallo, con il titolo «Cari Professori del No...». Imperdibile, per molti motivi, visibili e invisibili. Per quello che c'è scritto e per quello che significa. 
I due autori vantano uno spicchio di notorietà, almeno presso gli addetti ai lavori. Lui è professore di Scienza politica comparata all'università di Bologna ed è stato deputato del Pd dal 2008 al 2013: è stato uno dei fondatori del partito con Walter Veltroni e propose alla fine del 2007 un modello di legge elettorale di ispirazione spagnola, passata alle cronache come il Vassallum. Lei è professoressa di Scienza politica, studiosa del Movimento 5 Stelle prima maniera, anche lei impegnata in politica: oggi è vice-presidente della regione Emilia-Romagna in quota Pd. 
Li conosco di persona e li ho sempre stimati. Gualmini e Vassallo sono due professori. Due intellettuali. Due che dovrebbero avere familiarità con l'argomentare e il contro-argomentare sottile e educato. Due dichiarati sostenitori di Matteo Renzi e delle sue riforme che per formazione, cultura, conoscenze avrebbero tutti i mezzi per aiutare il premier su un fronte per lui decisamente sguarnito: la battaglia culturale, il think-tank che non è soltanto un altro modo di organizzare una lobby di amici ma è produzione di temi, idee. I mitici, orrendi, bistrattati contenuti.
Vassallo e Gualmini decidono di dedicare il loro 25 aprile a polemizzare con i 56 giuristi che hanno firmato qualche giorno fa un documento sulla riforma costituzionale. Tra i promotori ci sono ex presidenti della Corte costituzionale, maestri come Gustavo Zagrebelsky, Valerio Onida, Francesco Paolo Casavola, Franco Gallo, Enzo Cheli, Fulco Lanchester, personaggi che notoriamente hanno militato su opposte correnti politiche o giuridiche, Roberto Zaccaria e Antonio Baldassarre, Alfonso Quaranta e Paolo Maddalena, Ugo De Siervo e Lorenza Carlassare, Andrea Manzella e Luigi Mazzella... Il meglio della cultura costituzionale italiana. Un documento lungo e complesso, in cui i firmatari premettono di non essere «fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo». E tuttavia muovono una serie di critiche, puntuali, sul testo della riforma Renzi-Boschi che a ottobre sarà sottoposto a referendum popolare. Come voteranno i professori? La risposta arriva soltanto nelle righe finali: «Pur essendo noi convinti dell’opportunità di interventi riformatori che investano l’attuale bicameralismo e i rapporti fra Stato e Regioni, l’orientamento che esprimiamo è contrario, nel merito, a questo testo di riforma». 
 Il testo si può discutere e contestare. Ma rappresenta, finora, il primo e unico strumento di dibattito che si sottrae a quello che in molti stanno provando a trasformare in un giudizio di Dio. I renziani pensano che la riforma della Costituzione sia l'alfa e l'omega della Repubblica italiana, la svolta epocale, tutto parte e finisce lì. Gli anti-renziani, al contrario, vedono nella riforma Renzi-Boschi la deriva autoritaria, il putinismo, il fascismo che avanza. E entrambi i fronti si preparano nei prossimi mesi ad alzare i toni, per opposti opportunismi: il sì urlato rafforza il no isterico, e viceversa. Ma il referendum sull'ingresso dei consiglieri regionali al Senato al posto dei senatori eletti e l'eliminazione del Cnel non è Armageddon. Come spiegano i 56, con motivazioni laiche, fredde, riluttanti ad arruolarsi in una guerra di religione.
Gualmini e Vassallo potrebbero rispondere ai costituzionalisti «nel merito», punto per punto. Ma hanno deciso di dedicare ai colleghi soltanto «uno spicchio» del loro 25 aprile, non un minuto di più. E dunque meglio lasciar perdere la musica e dedicarsi ai suonatori. Non importa il documento, interessano i firmatari. «Ci scuserete se abbiamo fatto i conti sulla vostra età, che in media è di 69 anni», scrivono i due politologi renziani. E già questo conto richiede un certo impegno: trovare la data di nascita di 56 firmatari, calcolare l'età, sommare, dividere... Ci immaginiamo Gualmini e Vassallo su internet mentre si dividono i nomi, come si fa con gli esaminandi all'università, tu ti occupi di quelli dalla A alla L, io dalla M alla Z, mentre lo spicchio del loro 25 aprile si assottiglia inesorabilmente. 
 Una volta azionata la calcolatrice i due ci prendono gusto. E scoprono che - ben nascosto tra i 56 - c'è un sottogruppo, anzi, un supergruppo. «Quattordici di voi sono stati giudici costituzionali, ben dieci hanno goduto delle vorticose rotazioni alla presidenza della Consulta legate all'età, emeriti con le annesse prerogative. In questo supergruppo di supersaggi l'età media supera gli 81 anni. Siete tutti invidiabilmente lucidi...». 
I firmatari, per Gualmini e Vassallo, hanno la colpa di essere vecchi. E pure privilegiati, con le loro pensioni da ex presidenti della Consulta. Con le stesse motivazioni Gualmini e Vassallo potrebbero aggiungere che Giorgio Napolitano, che ha quasi 91 anni (non in media, ma da solo), non dovrebbe intervenire sul referendum. O che l'attuale giudice costituzionale Giuliano Amato dovrebbe astenersi dal prendere posizioni pubbliche di qualche tipo. Ma sarebbero considerati concetti rozzi, volgari, degni della più becera anti-politica, i toni che il Pd rimprovera sempre al Movimento 5 Stelle. E dunque Gualmini e Vassallo non li usano. Sono ragazzi civili, loro. Usano argomenti raffinati, sofisticati, loro. Si fermano agli ultra-ottantenni, «invidiabilmente lucidi», agli ex in pensione che non possono più influire sulla carriera di nessuno. Sistemata l'anagrafe, i due professori passano al vero capo di accusa nei confronti dei giuristi ribelli. Il loro proporsi come «un empireo, nobili coltivati in colte letture» che disprezzano «Matteo-il-plebeo». Lui, Renzi, «schifa i professoroni, i loro convegni e le loro tartine. Non li invita a cena, non li promuove nemmeno, non sente il bisogno di convocare un Concilio di emeriti prima di proferire verbo sulla materia (come se non fossero bastati tutti i precedenti, dalla Bicamerale Bozzi del 1982 alla Commissione dei Saggi del 2013)». Brutti tipi questi costituzionalisti! Oltre che vecchi e privilegiati sono pure dediti a «colte letture», a «convegni e tartine», e qui la coppia Gualmini-Vassallo lascia il posto all'immaginario del duo Salvini-Trump, che però almeno ha il buon gusto di non scrivere sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci. E lasciamo perdere che in quelle commissioni di falliti hanno provato a riformare le istituzioni altri maestri come Gianfranco Pasquino o purtroppo scomparsi come Pietro Scoppola e Roberto Ruffilli. E sorvoliamo anche su altre squisitezze («uno studente del primo anno verrebbe inchiodato alla banalità delle vostre contraddizioni», bacchettano con sadismo i due ricordandosi all'improvviso di essere professori anche loro).
Gualmini e Vassallo concludono entusiasti, come in coro da stadio: «Noi diciamo sì. E poi Sì». Manca il punto esclamativo, «il cazzotto che sottolinea il concetto», come diceva Francesco Storace. Ma, insomma, si è capito. E si è capito che anche un articolo come questo rivela involontariamente uno dei problemi più urgenti di questa stagione renziana. L'assenza non solo di una nuova classe dirigente politica (ne parla oggi Roberto Saviano su "Repubblica" sull'inchiesta in Campania), ma anche di una nuova leva intellettuale. Intellettuali veri: capaci cioè di indicare un punto di vista non scontato, con un certo tasso di anticonformismo, con il gusto di restare fuori dalle curve, dalle tifoserie da social network, per strepitare più forte degli altri. E poiché so bene che Gualmini e Vassallo sarebbero capaci di ben altre argomentazioni mi chiedo il perché di questo progressivo scivolare nella banalizzazione, nel talk-show perenne che viene esorcizzato a parole dal premier e interiorizzato nei fatti perfino da chi per professione dovrebbe aiutare a pensare. 
A questo metodo, caro Vassallo, cara Gualmini, due professori come voi dovrebbero dire, per usare il vostro stile, «no. E poi No». Fareste un migliore servizio alla vostra causa e alla parte che legittimamente volete rappresentare. E non per mettersi sopra, per sentirsi superiori. Perché il plebeo ha la sua nobiltà, scrivereste voi e con ottime ragioni, e di una élite altezzosa e di una casta di illuminati non se ne può più. Ma l'intellettuale che a caccia di consenso si trasveste da populista perde ogni credibilità. E della sua funzione, del suo ruolo non resta più nulla. Neppure uno spicchio.

1 Maggio

Di Francesco Erspamer 

Il primo maggio non è una ricorrenza: il primo maggio è, e deve tornare a essere, un’esperienza. Non una vacanza dalla vita ordinaria ma una festa della vita ordinaria, nella quale si scopre di non essere soli, nella quale ci si sente parte di una comunità e di un movimento, nella quale ci si diverte a stare insieme e progettare un futuro migliore per tutti.
Il primo maggio è oggi più necessario che in qualsiasi altra epoca precedente: perché il neocapitalismo è in grado, come nessun regime della storia passata, di indurre rassegnazione, ignoranza e individualismo a livello globale. Il consumismo e le nuove tecnologie sono i suoi strumenti, distolti da altre possibili finalità per assolvere un unico scopo: la frammentazione dei popoli e la loro omogeneizzazione, la dissoluzione degli Stati e delle comunità, ad assicurare il dominio incontrastato di poche multinazionali e di un pugno di plutocrati che ormai si credono dèi. 
Vi siete sorpresi nello scoprire che le aspettative di vita della classe mediastanno diminuendo in Occidente e anche in Italia, malgrado l’assenza di guerre e i progressi della medicina mentre la longevità dei ricchi continua a crescere? Vi siete stupiti a leggere che una sessantina di miliardari possiede più ricchezze dei tre miliardi di persone alle quali le hanno rubate e che l’1% scarso della popolazione mondiale guadagna quanto il restante 99%? Non avete il diritto di stupirvi. Questa progressione verso l’estrema ineguaglianza e la sopraffazione più brutale l’avete autorizzata voi. Davvero credevate che la rinuncia a vigilare, impegnarvi o almeno votare per avere servizi decenti e politici meno corrotti avrebbe magicamente risolto i problemi? Che sarebbe bastato il qualunquismo dell’antipolitica e della facile rivolta contro lo Stato, sponsorizzata dalle multinazionali? Che a privatizzare e deregolamentare tutto, a smantellare il settore pubblico, il welfare, i sindacati e la democrazia, sareste stati voi a guadagnarci? Che l’ignoranza, l’indifferenza, la superficialità paghino? Che barattare diritti e morale per un iPhone, fosse pure nella versione big, aumenti la qualità e la lunghezza della vita, della vostra vita? 
Le grandi conquiste sociali e politiche degli scorsi due secoli furono ottenute da gente che non era affatto sicura di poter beneficiare personalmente delle proprie lotte: e lottava lo stesso per costruire un mondo più giusto per le generazioni successive. Lottava perché il successo non era la sua unica motivazione: c’erano anche dei valori, dei princìpi, c’era un’etica e c’era una cultura e con esse un senso di appartenenza e il piacere della solidarietà. Voi, molti di voi, ai vostri figli lascerete solo macerie, insicurezza, paura; e il vostro immenso individualismo si tradurrà in solitudine e paranoie. 
Che fare? Tanti sono ormai perduti, rassegnati a un destino di miseria e in fondo contenti di non dover scegliere, decidere, assumersi responsabilità. Peggio: la loro rabbia e le loro frustrazioni le hanno distolte da chi li sfrutta e li opprime e le hanno indirizzate contro ciò che rischierebbe di scuoterli dalla loro apatia. Sono degli schiavi ma accendere uno schermo li fa sentire dei vincenti: e amano quella menzogna e non la vogliono abbandonare. Si drogano di banalità per non dover pensare. 
Così è sempre stato: i cambiamenti e le rivoluzioni non li fanno le maggioranze. Li fanno minoranze decise, capaci di immaginare un futuro diverso e di organizzarsi per raggiungerlo o almeno tentare. Consapevoli che la ragione è sempre pessimista e che deve esserlo: perché non viviamo affatto nel migliore dei mondi possibili e perché le alternative sembrano sempre irrealizzabili, prima di provarci. Ma consapevoli anche (scriveva Gramsci, in carcere e malato, negli anni cupi in cui il fascismo trionfava in tutta Europa), che per uscire dall’impasse non c’è bisogno di attendere i risultati (che comunque, a limitarsi ad attenderli, non verrebbero mai): basta l’azione. È l’azione che fa riemergere la gioia pienamente umana di progettare, fare cose insieme, creare qualcosa che vada al di là dell’immediato e del particolare, qualcosa che ci trascenda e ci comprenda. 
A questo serve il primo maggio: a ricordarci della solidarietà e a farci sentire che la solidarietà non dà solo forza ma anche e soprattutto piacere. Contro la noia e la disperazione a cui il sistema vorrebbe abituarci per consentire a pochissimi stronzi di prendersi tutto, è assolutamente necessario (ma anche sufficiente) tornare all’ottimismo della volontà, alla pratica sociale della partecipazione, alla politica come ricerca della felicità ma soprattutto come esperienza di felicità.