Sunday, November 14, 2010

ANCORA UN OUTLET TRA LA VIA EMILIA E IL WEST

Da lunedì 8 novembre è possibile assistere alle sedute del Consiglio comunale di Faenza in diretta streaming, oppure vederne la registrazione dal sito del Comune: una bella scelta di trasparenza, che mi ha permesso di assistere alla seduta.

Tra i tanti punti, vi era all'ordine del giorno anche l'approvazione dell'accordo di programma che sottende all'inizio lavori per la costruzione del nuovo outlet "le Perle", un'opera gigantesca che dovrebbe sorgere a fianco del centro commerciale "le maioliche: inutile dire che si è aperta una vivace discussione.

Le premesse culturali del dibattito mi sono sembrate molto deboli e possono riassumersi nello scambio di accuse tra Assessore Savorani (ex PCI) e la Consigliera Ridolfi (PDL ), la quale ha accusato L'Assessore di essere troppo liberista, mentre Savorani ha accusato la Ridollfi di esserlo troppo poco.

In questo teatrino avvilente e del tutto paradossale, la discussione è sempre rimasta su argomentazioni di carattere economico/commerciale: si è parlato di vantaggi o svantaggi economici a breve periodo, nessuno ha affrontato il discorso da un punto di vista urbanistico o sociologico ovvero di come questa trasformazione del commercio fatto di centri commerciali e grandi outlet possa ripercuotersi sulla coesione sociale della nostra comunità.

Le possibili ripercussioni negative sul centro storico, sono state affrontate solo dal punto di vista dei commercianti e delle loro probabili contrazioni delle vendite: di come l'assetto urbanistico di una città influenzi la socializzazione fra i suoi cittadini o di come la piazza ed centri storici in generale abbiano una funzione identitaria sulla comunità, nessuno ne ha parlato.

E’ chiaro che uno studio preventivo sul lungo periodo dei vantaggi e degli svantaggi, certo economici, ma anche sociali, culturali, politici non è stato fatto: non c’è programmazione del tessuto economico e sociale della città, si naviga a vista, al massimo la prospettiva è da qui a 5 anni, di quello che succederà dopo, è calata la nebbia.

Si guarda perciò all'oggi e non al futuro: il bottino degli oneri di urbanizzazione è motivo sufficiente per dire di si ad un investimento, che per le casse del Comune pare una manna dal cielo.

Perché se il mercato è un’entità immanente, una forza incontenibile che prescinde dalla volontà politica così come è stato detto sia da destra che da sinistra nel corso del dibattito, allora la responsabilità di governo diventa un esercizio di pura ragioneria.

Così prima a Faenza è arrivato un centro commerciale. Poi ne è arrivato un altro. Adesso arriva l’autlet: arriva un investimento da 80 milioni di euro, arrivano gli oneri di urbanizzazione, arriva il fondo di perequazione, arriva qualche centinaio di posti di lavoro (dai 300 ai 400) tra fulltime e partime.

Ma arrivano anche tempi cupi per il nostro centro storico: arriva la grande distribuzione, arriva la crisi dei piccoli esercizi commerciali, arriva la cultura delle multinazionali, arriva il lavoro flessibile e precario, arriva lo spettro di una piazza vuota e desolata, arriva la minaccia alla nostra identità territoriale di città contadina che si raccoglie attorno alla sua piazza.

La realtà è che l'economia di Faenza ormai si è incamminata verso quel modello americano che alla produzione industriale preferisce la speculazione edilizia fatta di nuove aree residenziali e centri commerciali.

Stiamo sprecando tutta la ricchezza economica e culturale accomulata nel dopoguerra per inseguire uno sviluppo insostenibile, intrappolati come siamo nella convinzione che non ci sia alternativa ai cineplex, agli outlet, agli iper e a tutta quella chincaglieria spazzatura fabbricata in Cina da 10 euro al pezzo.

In nome di questo schizzofrenico "progresso", molte città attorno a noi sono già morte. Bagnacavallo ha un centro storico splendido, ma molti negozi sono chiusi, poca gente passeggia nella piazza che pare un decadente monumento alla desolazione.

E’ questo quello che vogliamo per i nostri figli?

Wednesday, November 03, 2010

OBAMA, UN BORGHESE SPAESATO NEL VECCHIO FAR WEST

Obama ha perso le elezioni di medio termine, capirai che sorpresa: tutti parlano da esperti del mondo americano, ma pochissimi lo conoscono, sia qui in Europa che negli stessi Stati Uniti.

L’americano medio è distante anni luce dal modello che arriva a noi attraverso la televisione: la TV ci mostra quasi sempre un americano metropolitano, colto, moderno e benestante, mentre una buona fetta di americani, (circa la metà) vive nelle piccole città o in campagna, è ignorante, bigotta e povera, lavora come schiava per otto dollari all’ora e pensa di appartenere alla classe media. Lo statunitense delle periferie è stato cresciuto per essere un consumatore, non un cittadino ed è stato convinto a votare contro i propri interessi ipnotizzato dalle fandonie sul mito della grandezza del modello americano.

Questo proletariato americano di pelle bianca, vive in una specie di tribù parallela rispetto alla borghesia progressista delle città, ed anche se i liberal propongono politiche per rimuovere talune iniquità che li riguardano, faticano a comprendere la cultura di questa gente che vota sempre compatta a favore di chi li ha relegati ad una vita di precariato, ignoranza e degrado.

Non avere mai avuto un’istruzione adeguata, segna per sempre famiglie intere per generazioni. E’ per questo motivo che i bianchi proletari credono nella mitologia economica repubblicana che sancisce l’onnipotenza del mercato e definisce il sistema sociale (scuole, ospedali, previdenza pubblica ecc.) un programma di elemosina per smidollati, che fiacca la tempra morale della nazione.

Gli Americani se votano, votano sempre contro, mai per. E questa volta hanno voluto ristabilire il loro ordine di poveri yankee, ribadendo il principio che nessun bastardo socialista potrà mai togliere loro il diritto costituzionale di finire sul lastrico per curarsi o istruire i propri figli.

Certamente non può dirsi mai sensato l’atteggiamento di quel padre che, per punire la moglie infedele, uccide il proprio figlio, ma certo è che i democratici hanno molte colpe per questo stato di cose, avendo governato il paese per molti decenni con maggioranze ampie alla Camera e al Senato, ma facendo ben poco per garantire cure mediche ed istruzione alla popolazione americana.

I democratici dovrebbero comprendere che questo fronte comune contro Obama, nasca in gran parte anche da una voglia di rivalsa verso quello snobbismo indisponente che le classi borghesi di sinistra mostrano sempre nei loro confronti.

E mentre la sinistra continua a rinchiudersi nei recinti culturali dei privilegi borghesi, tra il proletariato bianco prevalgono valori quali tradizione, patria, dio e famiglia. Nessuno perciò può stupirsi che l’operaio della Virginia vada a caccia, legga la Bibbia, creda nella guerra contro il male, non voglia sanità e istruzione pubblica e voti contro i propri interessi per personaggi disastrosi sul modello di George W. Bush.