Saturday, August 13, 2011

La libertà che viene ricercata è la schiavitù di qualcun altro!
di Maria Giovanna Titone. Dal F0glio quotidiano.

Mi trovo a Londra in questi giorni! E’ strano vedere come la potente Inghilterra sia messa in crisi da scapestrati giovincelli. La verità è che questi giovani in rivolta, queste mine vaganti sono figli della società in cui vivono.

Non stanno ribellandosi ad un sistema che li esclude dalla cittadinanza attiva. Sono incazzati neri perchè non possono avere l’iphone, i vestiti coll et etc etc Non a caso svaligiano foot-locker, negozi di elettronica… Sono i figli del consumismo più sfrenato che qui imperversa. Mettono a fuoco e fiamme una città perché voglio ciò che hanno gli “happy few”. Non cercano alternative. Non vogliono affermare la loro identità.

E’ un po’ come succede da noi! La gente non ha i soldi per mangiare, ma chiede un finanziamento per comprarsi il telefonino di ultima generazione e se non può farlo si frustra e frustrato sogna di diventare il Berlusconi della situazione, potente ed impunito che fa come gli pare.


La libertà che viene ricercata è la schiavitù di qualcun altro!

Nella grande Londra, in cui sembra che ognuno possa essere ciò che vuole, in realtà manca un modello culturale alternativo, che faccia comprendere soprattutto ai più giovani, che la libertà non risiede nelle possibilità economiche e di conusmo, ma nell’opportunità di costruire, con sacrificio, sì sano sudore della fronte, il proprio domani. Ma come far comprendere questo messaggio in una società in cui sembra contare solo l’”oggi”? Sono sincera, mentre scrivo queste cose mi sento già, senza bisogno di essere contraddetta, un’idealista frustrata!



Questi ribelli sono anche il frutto di un sistema malato che non può reggere più
Di Simona Cambio. Dal Fatto quotidiano
Vivo a Londra da un anno e mezzo, vivo in uno dei vecchi quartieri definiti “a rischio”, abitato prevalentemente da una forte comunità afro-caraibica ed oggetto negli ultimi anni di una massiccia operazione di riqualificazione urbana. Vivo a Peckham ed anche qui i rioters sono arrivati a rompere tutto.

Lunedì scorso. Dal di fuori ho provato come tutti a darmi una spiegazione o quanto meno a cercare di immaginarne le cause. Si è scritto di tutto sulla stampa italiana, con grosse imprecisioni e talvolta con false implicazioni politiche.
Io un’idea me la sono fatta e purtroppo non è felice. A Londra c’è un enorme gap sociale ed economico tra i ricchi e i poveri. Ai poveri si riconducono in gran parte i rioters. C’è il mondo della finanza imprenditoriale – banche, assicurazioni, multinazionali – e più in generale del terziario avanzato, di chi guadagna 500 £ al giorno e poi un mondo di chi nemmeno in un mese li vede 500 £!


Un mondo fatto di gente che non ha voglia né aspirazione al lavoro “dei poveri” quando intorno a te c’è una vita che non puoi permetterti con quel lavoro. Il mondo dei poveri è stato supportato finora con eccessivi “benefit” – sussidi statali. Gli aiuti sociali quando non inseriti in un contesto di valorizzazione e sviluppo finiscono per essere dannosi più che un aiuto. Sono stata diverse volte agli uffici di collocamento, i cosiddetti jobcenter, era sempre pieno di giovanissimi con 3, 4 figli piccoli, venuti a riscuotere l’assegno, a volte con evidente atteggiamento di sfida, di ribellione, di non rispetto delle regole. E’ qui che vanno inseriti i rioters.

Non è la razza, non è la rivendicazione dell’uccisione del giovane nero a Tottenham, non il fallimento del multiculturalismo, non la mancanza di diritti, è il vuoto sociale, la mancanza di riferimenti in una società spinta come quella inglese. La disoccupazione che pure è alta non tocca questi ragazzi, a loro certo non importa dei tagli del governo, dell’aumento delle tasse universitarie (se è vero finiscono il college!), della mancanza di lavoro. Non sono mai stati abituati a lavorare, non ci andrebbero comunque a lavorare!

Fanno parte di una classe sociale sussidiata dallo stato, resa consumista dal sistema, occupata a spendersi quei pochi soldi in pub o vestiti e sneakers firmati. E quando questi soldi non bastano più, quando si vuole di più, bèh se lo prendono con la violenza. Non a caso assaltano negozi di questo tipo e grandi catene di telefonia/tecnologia. Molti sono dei teppisti senza paura e con una ribellione allo stato e alla polizia eccessiva; sono inglesi da generazioni anche se per la maggior parte le famiglie d’origine sono afro-caraibiche, asiatiche, ecc.

Mi fa rabbia vedere che nonostante le strutture ci siano – biblioteche, centri sportivi di quartiere, parchi sempre curati – nonostante le piccole associazioni lavorino a livello della comunità, tutto ciò non è sufficiente a riempire un vuoto che inizia molto prima, in seno alle famiglie, nelle scuole poi nelle strade.

In tutte le società capitalistiche occidentali c’è un forte gap sociale, ovunque ci sono le classi povere ed il disagio adolescenziale ma se viene a mancare la coscienza, l’ideologia, la speranza, l’unica cosa che resta è la rabbia e la violenza.

In tutto ciò la responsabilità dei governi, delle famiglie, delle classi sociali non scompare né si ridimensiona, in qualche modo questi ribelli sono anche il frutto di un sistema malato che non può reggere più.

Il vento di protesta nordafricana arrivato a Londra? Per piacere non confondiamo le cose: i tunisini lottano per la democrazia, i rioters inglesi per appropriarsi dei simboli di una falsa ricchezza!
Cavaliere ci consenta!
Di Piergiorgio Odifreddi

Quarant’anni fa Jean Paul Sartre si opponeva all’unificazione europea, perché sospettava e temeva che il risultato finale sarebbe stata non un’integrazione politica ed economica dei vari paesi dell’Unione, ma un’egemonia neocapitalista franco-tedesca sui rimanenti.

Il tracollo di Grecia, Spagna e Portogallo dapprima, e dell’Italia ora, conferma le sue previsioni. Il tandem guidato da Sarkozy e dalla Merkel sta infatti imponendo al resto dell’Europa, e in particolare a noi, misure ultra-liberiste che non si discostano molto da quelle già imposte per decenni dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale ai paesi in via di sviluppo, costretti dalle loro difficoltà economiche a chiedere l’aiuto di queste vampiresche e imperialistiche organizzazioni.

Naturalmente, le misure richieste non dispiacciono affatto a Berlusconi e Tremonti, che si sono affrettati a presentare come passi inevitabili la privatizzazione selvaggia degli enti e dei beni pubblici, la riforma radicale del sistema pensionistico, l’abbattimento dei vincoli e dei controlli alla cosiddetta ‘libertà d’impresa’ e lo smantellamento di ciò che ancora rimane dello statuto e dei diritti dei lavoratori.

Inutile dire che quelle misure non sono affatto necessarie (e probabilmente nemmeno sufficienti) per il superamento della crisi, benché come tali vengano presentate. Lo dimostrano, ad esempio, le analisi del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che da anni si oppone alle analoghe misure imposte dal FMI e dalla BM (di cui egli era stato un contrastato vicepresidente).

Nello specifico, se in Italia ci fosse una sinistra degna di questo nome, e non solo una sua indegna caricatura, essa cercherebbe di imporre, o almeno di proporre, una svolta radicale in direzione neosocialista, o almeno neosocialdemocratica. In particolare, ricordando al governo che i 50 miliardi di euro di cui ha immediatamente bisogno, e le centinaia che dovranno seguire, si potrebbero reperire spolpando le ossa non delle classi lavoratrici e produttive, ma di quelle speculatrici e parassitarie.

Ad esempio, facendo restituire alle banche gli enormi finanziamenti che hanno permesso il loro salvataggio allo scoppiare della crisi nel 2008. Tassando le rendite azionistiche e i patrimon dei ricchi, invece che i consumi dei poveri. Scatenando una guerra senza presa di prigionieri all’evasione fiscale, invece di giustificarla e addirittura fomentarla. Chiudendo i rubinetti delle miliardarie elargizioni annuali al Vaticano, alla Chiesa e agli enti religiosi. E soprattutto concentrando gli aiuti sui servizi e le infrastrutture sociali, invece che sulle imprese e il commercio privati.

Sappiamo bene, ovviamente, che non una di queste misure verrà proposta, e meno che mai attuata. E che la crisi sarà invece sfruttata come scusa per la restaurazione del capitalismo selvaggio, e lo smantellamento dello stato sociale. Ma possiamo almeno ricordare che nel 1929 le cose sono andate in un altro modo, e che dunque potrebbero andarci anche oggi, se solo al posto di Berlusconi (e anche di Obama) ci fosse un Roosevelt. Che però, purtroppo, non c’è.

Condivido ogni parola: è chiaro che queste crisi vengono create ad arte per affamare “la bestia” (leggi stato sociale). Lo schema è antico come il mondo ed è sempre quello: problema-reazione-soluzione. Si crea il panico sul risparmio, si parla di apocalisse, si instilla il terrore economico per privatizzare molti settori pubblici ed instaurare il liberismo selvaggio.

Tatcher docet. Mi domando cosa aspettino i popoli a fare la rivoluzione.