Monday, April 21, 2008

SALVATE IL SOLDATO FAUSTO
di Francesco Merlo
Buttare, con l'acqua sporca del comunismo, anche il bambino della sinistra radicale? Non bastonate il cane che annega, perché è il cane da guardia degli interessi deboli, dell'Italia povera. E Walter Veltroni non lasci all'intelligenza di Giulio Tremonti la rappresentanza "sociale e culturale" - come ha scritto ieri Ezio Mauro - di quella "rete di valori, interessi, critiche, opposizioni presenti nel Paese e nella sua storia". Dovrebbe invece, Veltroni, lanciare un ponte alla sua sinistra, anche organizzativamente, magari chiamando, perché no?, Nichi Vendola nella plancia di comando.

E' certamente vero che il comunismo in Italia era diventato il divertimento intellettuale di alcuni professori, la camicia di forza della sinistra incartapecorita. Ma ora che non c'è più Bertinotti, chi, in Parlamento, difenderà gli operai? Davvero il Partito democratico, senza ospitare, come tutti i partiti riformisti del mondo, una rappresentanza di sinistra radicale, basterà a coltivare e proteggere gli interessi dei gruppi sociali più deboli, dagli operai agli impiegati di concetto, dagli insegnanti ai venditori ambulanti, dai piccoli e sempre più terminali bottegai ai giovani disoccupati e sotto occupati? Chi darà cittadinanza politico istituzionale a questo lungo, largo e grosso proletariato italiano, colpevolmente confuso e ridotto solo agli operai di fabbrica?

Per la verità, gli studi della Cgil e le riflessioni dei politologi già nel 2006 segnalavano l'affezione leghista degli operai del Nord, che infatti adesso hanno votato, in maggioranza, per la destra. E si sa che gli ultimi libri di Giulio Tremonti sono puntati contro il fantasma della povertà italiana, alimentata dall'euro forte e dall'ingresso della Cina nella globalizzazione. Tremonti denunzia "i salari italiani orientali erosi dai costi occidentali", propone aiuti alle fabbriche e alle industrie... Non so se è un discorso di sinistra. Sicuramente, in un universo senza più simboli, Tremonti, che è la mente economica non solo di Berlusconi ma anche della Lega, rischia davvero di rappresentare i produttori - operai e imprenditori - molto meglio del Pd e di occupare dunque il posto vuoto lasciato da Bertinotti sia nell'urna e sia nelle sezioni di partito, nella concertazione, nella società dei deboli.

Veltroni ha dunque "una responsabilità in più". Secondo noi ha persino il dovere di richiamare a casa la sinistra radicale operaista, alla quale, troppo sbrigativamente, i rappresentanti degli imprenditori vorrebbero dare il colpo di grazia, con una spietatezza un po' ridicola. Insomma, la Confindustria dovrebbe evitare di cantare una vittoria che potrebbe essere quella di Pirro, o, se preferite, quella di Sansone che morì con tutti i filistei. La perdita di rappresentanza dei ceti deboli infatti potrebbe portare alla fine delle buone maniere nelle fabbriche, nelle strade, nel conflitto sociale.

Non che sia davvero immaginabile un ritorno del terrorismo diffuso, come dice il solito autoreferenziale Cossiga, il quale pensa di compendiare in sé tutto il vissuto e tutto il vivibile: "Nihil novi sub Cossiga" (con la a lunga dell'ablativo). Ma può accadere che esplodano, come attorno alla spazzatura di Napoli, i plebeismi, il luddismo o nuove forme di criminal sindacalismo. E un'avvisaglia la si è avuta, per esempio, in Sicilia dove, la settimana scorsa, i braccianti, esasperati perché nessuno li sta ad ascoltare, hanno bloccato per ben tre giorni i caselli dell'autostrada Catania - Messina.

Secondo noi ad affossare e bastonare Bertinotti è stata soprattutto l'antimodernità dei vari Pecoraro Scanio, quel mondo reazionario che in nome della sacra lucertola immagina un'Italia contadina, non capisce che anche il treno fa landscape, che termovalorizzatori, ponti, autostrade e persino il nucleare sono elementi del paesaggio, sono l'ambiente storico che va difeso, vissuto e sviluppato. Marx era prometeico, industrialista, era contro le utopie rovesciate, contro il cammino all'indietro che, almeno, ai suoi tempi era sognato dal socialismo prescientifico e giustificato dal grado zero dello sviluppo tecnologico. Oggi invece l'utopia antisviluppo è sognata dalle caricature italiane del pensiero verde europeo, in un mondo nel quale la tecnologia è ubiquitaria: dalle lenti a contatto ai telefoni, dall'alimentazione all'ecologia stessa.

Ebbene, non è immaginabile un Partito democratico che, liberatosi dell'antimodernità, non abbia dentro di sé gli operai, anche nella loro rappresentanza estremista. Né si può pensare a un Partito democratico senza i difensori del lavoro dipendente, di quello usurante, dei nuovi poveri (tra i quali, ripetiamo, ci sono gli insegnanti, che guadagnano meno degli operai qualificati). E poi ci sono intere regioni italiane che sono come piccole Albanie e che hanno bisogno di un pensiero di sinistra ma imprenditoriale, sviluppista ma solidaristico.

Bisogna riconoscere per esempio che l'esperienza di Nichi Vendola è molto interessante. Da quando è al governo della Puglia, la cronaca quotidiana non è cronaca nera di scafisti, di morti ammazzati e di sacra corona unita, ma anche di leggi laiche e non estremiste sulla famiglia; e di sviluppo, con un primato nella produzione di energia, l'utilizzo del combustibile da rifiuti, il rigassificatore, il progetto pilota (nel mondo) dei distributori di idrogeno per autovetture. E ancora: gli aiuti regionali ai giovani che vanno a studiare all'estero con il patto che dopo due anni rientrino in Puglia.

Al di là dei risultati, la direzione di marcia è quella giusta: giovani, sapere, sviluppo, tecnologie di ultima generazione, con l'idea vincente che la maniera migliore di difendere gli operai sia produrre ricchezza. Non rivendicarla, ma produrla. Non ci sono soviet senza elettrificazione. E però più che di falce e martello questa di Vendola è una sinistra che sembra fatta di libro e computer.

Ora Veltroni potrebbe far sua la gentilezza di sinistra di Vendola e maritarla con la cultura di impresa, salvare i salari, aggredire il fantasma della povertà ma al tempo stesso progettare futuro: impianti a mare, ponti, città sull'acqua, investimenti internazionali. Parafrasando Gramsci: non contro il capitale ma per il capitale. Suscitarlo e addomesticarlo.

Berlusconi, se vuole, inviti pure a cena Bertinotti. Veltroni potrebbe rispondere allargandosi appunto verso Vendola, e magari offrirgli, che so?, la vicesegreteria, per una convivenza ben più duratura di una cena.

Thursday, April 17, 2008

QUEL CHE RESTA DELLA FALCE E MARTELLO
Non credo che questo sia il momento migliore per una seria disamina politica: a botta calda, le ferite bruciano e fanno dire tante scemenze.
Perciò occorre lasciare marinare la batosta per iniziare un percorso di sana e robusta riflessione. Servirà una buone dose di realismo per centrare il vero nodo politico e fare il punto su un dato inconfutabile: il centro-sinistra, senza la sinistra è destinato a perdere in eterno. Lo dimostrano le elezioni dal 1994 ad oggi, lo dice Arturo Parisi, lo pensa la Bindi ed è l'idea di molti ex democristiani che di politica se ne intendono. Perciò, depurare la strategia del PD della linea del suo segretario non solo "si può fare", ma si deve. Sono in gioco dai 2 ai 3 milioni di voti.
D'altro canto, anche dalla parte Arcobaleno, c'è davvero molto su cui ragionare.
Si sente parlare di ritorno al linguaggio marxista, alla falce e martello, al comunismo ortodosso, ma detto molto francamente, non credo sia questo ciò che è mancato alla sinistra Arcobaleno per confermare il proprio consenso: la società italiana è molto cambiata, il mondo produttivo è completamente diverso rispetto al dopoguerra, le classi sociali hanno subito profondi mutamenti alterando le dimamiche della rappresentanza politica che non possono più essere individuate con una chiave di lettura marxista.
La domanda è: cosa si aspettano l'operaio, o l'addetto ad un call-center, o l'mpiegato di una azienda, da un partito di sinistra per votarlo? L'analisi e la cura della società in termini strettamente marxisti, o una politica alla Zapatero che pur non rinnegando la globalizzazione, la governa? Di sicuro si aspettano un programma politico che su temi pratici si proponga di migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro.
Nell'area riformista va posta fortemente la questione dei diritti degli individui, ormai consolidati in tutto il resto d'Europa, ma ancora un tabù per la nostra società. Nel nostro paese mancano all'appello leggi all'avanguardia sui diritti delle donne, dei gay, sulle pari opportunità, su tutte quelle aree in cui i poteri forti dell'economia sono più neutrali e perciò meno imponenti. Su questo campo della vita privata l'elettore di sinistra si aspetta davvero un altro passo, così come si aspetta che il PD cambi rotta su conflitto di interessi, giustizia e legalità.
E poi ultima, ma non certo per importanza, c'è l'immigrazione, un fenomeno che va governato e non certo subito come è accaduto fino ad oggi. Su questa materia la sinistra è troppo ideologica, tendenzialmente arrogante e culturalmente molto snob. Propugna una politica di accoglienza a maglie larghe mentre non si accorge che i costi sociali di tale fenomeno vengono completamente scaricati sugli strati deboli della popolazione, sia in termini di sicurezza, sia in termini di concorrenza nei servizi sociali e nel mondo del lavoro.
Credo che su questi punti PD e Arcobaleno dovranno ritrovare la giusta via per incontrarsi di nuovo. E' su questa strada che si gioca il futuro della sinistra italiana.

Wednesday, April 16, 2008

QUELLI CHE.....

Quelli che... non andare a votare è l'unico segnale di protesta...
quelli che... Berlusconi si è fatto da solo.......
quelli che... la mafia l'hanno inventata i comunisti...
quelli che... Mangano è un eroe...
quelli che... Dell'Utri è una vittima della giustizia......
quelli che... essere condannati è una condizione di merito.....
quelli che... Totò Cuffaro è Senatore della Repubblica...
quelli che... i giudici mi fanno orrore...
quelli che... bisogna riscrivere i libri di storia.....
quelli che... il conflitto di interessi non esiste.....
quelli che... dire la verità è fare un uso criminoso dei mezzi di informazione...
quelli che... evadere le tasse è un diritto insito nella natura dell'uomo...
quelli che... c'è sempre il condono...
quelli che... gli extracomunitari sono tutti delinquenti.....
quelli che... dobbiamo mettere i dazi e chiudere le frontiere...
quelli che... col tricolore mi pulisco il c...
quelli che... i precari non esistono.....
quelli che... i rifiuti della Campania li ha prodotti tutti Prodi...
quelli che... l'embrione è vita umana, la donna un pò meno......
quelli che... "ce l'ho sempre duro"......

hanno vinto.

Spero di vedere il mio Paese riprendersi la dignità che ha perso o che forse non ha mai avuto.
Mi sento straniera in patria. In bocca al lupo a tutti, l'Italia ne ha bisogno.
ACQUA? MACCHE', TEMPESTA

Pensavo acqua, ma non tempesta.
In due giorni si consegna il paese in mano alla destra e si distrugge tutta la sinistra italiana. E' un fatto storico di importanza cruciale, un "capolavoro" Veltroniano che avrà esiti politici al momento imprevedibili.
Pensavo che peggio di così non potesse andare, invece mi sbagliavo: l' indignazione viscerale mi è esplosa non appena ho ascoltato lo stato maggiore del PD fare l'analisi del voto.
Veltroni ha perso malamente ed è stato davvero irritante sentirlo scaricare tutte le colpe sul precedente governo.
All' Italia manca un partito alla Zapatero, una sinistra moderata con valori laici e programma chiaro in termini di politiche del lavoro, fisco, istruzione, giustizia, sicurezza e diritti degli individui. Se questo partito possa diventarlo il PD al momento non ci è dato saperlo.
Nel nostro paese, in tutti i paese, i tentennamenti programmatici, le contraddizione sui valori, le culture oscillanti tra conservazione e rinnovamento non pagano.
Gli elettori pretendono chiarezza: o di qua o di là.
Intanto che il PD sarà il partito del "ma anche" non decollerà mai.

Tuesday, April 08, 2008

DUE PERSONE SERIE
di Marco Travaglio
Se l’Italia fosse un paese serio, sia il centrodestra sia il centrosinistra si impegnerebbero prima delle elezioni, in caso di vittoria, a confermare come ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa. Cioè l’unico ministro dell’Economia, dopo Ciampi, che nei vertici internazionali non viene preso a pesci in faccia, ma anzi viene rispettato e ascoltato.
Questo signore d’altri tempi, questo economista colto e spiritoso, discreto e competente, ha rimesso in sesto in un anno e mezzo i disastrati conti dello Stato sfasciati dai suoi predecessori (vedi l'illuminante documento che allego qui, preparato da un gruppo di studenti di Economia che hanno a cuore i fatti e i dati concreti, non le balle elettorali); ha fatto levare all’Italia la procedura d’infrazione aperta dall’Europa ai tempi del miracolo berlusconiano; ha recuperato insieme al suo vice Vincenzo Visco una ventina di miliardi di euro di evasione fiscale. Insomma, ha riempito la botte che ora Berlusconi e i suoi boys torneranno a prosciugare. Perché naturalmente Padoa Schioppa è visto come il fumo negli occhi dal centrodestra delle spese folli, ma anche dal Pd alla Veltroni, tutto paillettes e cotillons, dunque allergico alle persone serie.
Nel caravanserraglio di nani e ballerine, a metà strada fra “Uomini e donne” e una sfilata di moda, messo insieme da Uòlter, una persona seria come Padoa stonerebbe. Infatti l’hanno rimosso come un ferrovecchio ingombrante, fanno finta di non conoscerlo, sottosotto gli rimproverano la lotta all’evasione fiascale (far pagare le tasse agli evasori è un peccato mortale e “fa perdere voti”). Anziché elogiare e rivendicare i suoi successi, c’è pure qualche somaro che gli rinfaccia la crescita zero dell’economia, come se fossimo in Unione Sovietica dove l’industria era di Stato e di partito, come se le performance deprimenti delle nostre imprese private fossero colpa del governo.
Rimozione forzata per Padoa Schioppa, ma anche per Romano Prodi, altro politico troppo serio e competente per piacere ai berlusconiani “de sinistra” del nuovo Pd. Non è telegenico nemmeno lui. Non parla di sogni, non dice “I care” e nemmeno “We can”. Ma sgobba e sa far di conto. L’altro giorno, con un comunicato di tre righe, ha annunciato l’addio alla politica nel silenzio generale. Nel ’96 ha battuto Berlusconi e nel ’98 ha portato l’Italia in Europa; tre mesi dopo, per ringraziarlo, quei gran geni di D’Alema e Bertinotti l’han rovesciato, riconsegnando l’Italia a Berlusconi. Lui intanto è andato a presiedere la Commissione europea. Nel 2006 l’han richiamato per sconfiggere Berlusconi, cosa che lui puntualmente ha fatto per la seconda volta. Dopo un anno e mezzo l’han rispedito a casa senza nemmeno un grazie.
Lui se n’è tornato a Bologna, da dove era venuto, senza una parola polemica, mentre l’ultima ballerina di Uòlter, l’impresario-falco Massimo Calearo, andava in tv a ringraziare “San Clemente” Mastella per “averci liberato da Prodi”. Vedremo che cosa saran capaci di fare questi giganti del pensiero che reggono il Pd e il Pdl, a parte candidare mogli, figlie, portaborse, pregiudicati e qualche camicia nera, e chiacchierare per ore senza dire nulla. Personalmente già rimpiango Prodi e Padoa Schioppa. Due signori che han saputo uscire di scena con dignità ed eleganza. Due signori che, quando non avevano niente da dire, non parlavano. Due signori.
Gentile Marco, concordo pienamente con te. Proprio per questo, qualche settimana fa, dopo essere rimasta di ghiaccio nel vedere il Pd scaricare con disprezzo Visco per bocca di Calearo a Ballarò, ho scritto a Prodi, per ringraziare lui e tutto lo staf del Tesoro per quanto fatto dal Governo in termini di lotta all'evasione fiscale: una battaglia di civiltà divenuta quasi una bestemmia grazie al trattamento mediatico intrapreso da (quasi) tutti i giornali e da tutte le TV.
Rilevale che la lotta all'evasione fiscale non piaccia al Cavaliere, ovviamente non mi stupisce. Ciò che mi fa molto indignare è invece apprendere che non piaccia affatto nemmeno allo stato maggiore del PD. Non a caso, Visco, Prodi, Padoa Schioppa, sono stati pugnalati alle spalle proprio da quel partito. Mi duole ripetermi, ma questo io lo chiamo parlare chiaro sul nuovo che avanza.
Leggendo spesso il tuo blog, mai mi sarei aspettata di trovare tanti detrattori del ministro Padoa-Schioppa: questo, perchè ho sempre ritenuto che le persone che frequentano il web siano più propense a confrontarsi sui fatti e non a parlare per luoghi comuni. Quello che ho letto a commento del tuo post è invece una sequenza di ripetute e ossessive banalità. Nessuno che abbia elencato davvero i motivi per i quali il ministro meriti l'ostracismo politico di cui è la vittima prediletta. Nessuno che abbia scritto chiaramente cosa avrebbe dovuto fare per evitare tante critiche feroci.
Addirittura c'è chi condanna il suo vice per il caso "Speciale": ma si può essere più fuori luogo? Sul caso c'è stata l'archiviazione della procura, ma anche se così non fosse stato, è plausibile difendere moralmente il generale?! Uno che utilizzava l'aereo del comando per caricarlo di spigole e andare in vacanza? Il Tesoro avrà forse sbagliato nel metodo, ma sul merito i fatti dimostrano che i comandi di Milano andavano giustamente rimossi.
Voglio fare come Cannavò sulla Gazzetta e dare anch'io per una volta qualche voto: Padoa- Schioppa 8; Visco 8; Di Pietro 8. Prodi 9. Resto del Governo: non pervenuto.

Thursday, April 03, 2008














DICHIARAZIONE DI VOTO

"Due anni fa votai per l’Italia dei Valori, soprattutto perché nel mio Piemonte candidava Franca Rame, persona straordinaria che sono felice di aver contribuito a mandare al Senato. Credo proprio che anche stavolta tornerò a votare per il partito di Antonio Di Pietro.
Conosco le obiezioni dei critici: la gestione padronale e personalistica del partito, da cui molti si sono allontanati; la caduta di stile di far prendere al partito una sede in affitto in uno stabile di proprietà dello stesso Di Pietro; la candidatura di personaggi come Sergio De Gregorio e Federica Rossi Gasparrini, puntualmente usciti dall’Idv dopo pochi mesi dall’elezione; l’adesione di Di Pietro, come ministro delle Infrastrutture, al progetto del Tav per le merci in Valsusa (sia pure dialogando con le popolazioni e discutendo di un possibile nuovo tracciato, alternativo al famigerato «buco» da 54 km a Venaus); la decisione di non chiudere la società Stretto di Messina, pur con la contrarietà ribadita al progetto del ponte; il no alla commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8 (secondo me sacrosanto, visto che le commissioni parlamentari in Italia servono a confondere le acque e a ostacolare le indagini della magistratura; ma maldestramente motivato con la richiesta di indagare anche sulle violenze dei black bloc, quasi che il parlamento dovesse occuparsi dei reati dei cittadini comuni). Per essere chiari: voterei molto più volentieri per un Einaudi o un De Gasperi redivivi. Ma, in attesa che rinasca qualcuno di simile e riesca a entrare in politica, penso che l’astensione – da cui sono stato a lungo tentato – finisca col fare il gioco della casta, anzi della cosca.
Il non voto, anche se massiccio, non viene tenuto in minimo conto dalla partitocrazia: anche se gli elettori fossero tre in tutto, i partiti se li spartirebbero in percentuale per stabilire vincitori e vinti. E infischiandosene degli assenti, che alla fine hanno sempre torto. Dunque penso che si debba essere realisti, votando non il «meno peggio», ma ciò che si sente meno lontano dai propri desideri.A convincermi a votare per l’Idv sono le liste che ha presentato Di Pietro, che ospitano diverse persone di valore, alcune delle quali sono amici miei, di MicroMega, dei girotondi e di chi ha combattuto in questi anni le battaglie per la legalità e la libertà d’informazione. Ne cito alcuni.

C’è Beppe Giulietti, animatore dell’associazione Articolo 21 contro ogni censura ed epurazione, dunque scaricato dal Pd che gli ha preferito addirittura Marco Follini, ex segretario dell’Udc ed ex vicepremier di Berlusconi, come responsabile per l’Informazione: quel Follini che ha votato tutte le leggi vergogna, compresa la Gasparri che è il principale ostacolo alla libertà d’informazione.
C’è Pancho Pardi, che ho incontrato la prima volta al Palavobis, poi in tutti i girotondi e che mi auguro di reincontrare quando – se, come temo, rivincerà Berlusconi – ci toccherà tornare in piazza. C’è la baronessa Teresa Cordopatri, simbolo della lotta alla ’ndrangheta in Calabria.
C’è, a Napoli, un sindaco anticamorra come Franco Barbato, che ha militato nel progetto di lista civica nazionale insieme a tanti altri amici.
C’è Leoluca Orlando, che in quanto ad antimafia non teme confronti. Non ci sono, in compenso, alcuni personaggi discutibili che si erano avvicinati all’Idv, e che sono stati respinti o non ricandidati. E poi ci sarebbero anche Beppe Lumia e Nando Dalla Chiesa, ai quali Di Pietro aveva offerto un posto nella sua lista in Sicilia dopo l’estromissione (nel primo caso provvisoria, nel secondo definitiva) da quelle del Pd, che in compenso ospitano elementi come Mirello Crisafulli, l’amico del boss di Enna: alla fine, grazie anche all’Idv, Lumia è rientrato nel Pd, mentre Nando ha rispettabilmente deciso di declinare l’offerta.
E poi c’è Di Pietro che, pur con tutti i suoi difetti, ha saputo pronunciare – da ministro e da leader di partito – una serie di «no» molto pesanti contro le vergogne del centro-sinistra. No all’indulto extralarge salva-Previti, salva-furbetti, salva-corrotti e salva-mafiosi.
No al segreto di Stato e al ricorso alla Consulta sul sequestro Abu Omar contro i giudici di Milano. No alla depenalizzazione strisciante della bancarotta tentata da qualche ministro furbetto. No agli attacchi contro De Magistris e Forleo.
No al salvataggio di Previti alla Camera (il deputato Idv Belisario, per un anno e mezzo, è stato il solo con il Pdci a chiedere la cacciata del pregiudicato berlusconiano, mentre gli altri facevano i pesci in barile). No al salvataggio di D’Alema e Latorre da parte della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera (lì il dipietrista Palomba s’è pronunciato per autorizzare le intercettazioni Unipol-Antonveneta-Rcs, senza se e senza ma).
No all’inciucio mastelliano sulla controriforma dell’ordinamento giudiziario e a tutte le altre porcate del cosiddetto ministro della Giustizia ceppalonico.
No all’inciucio in commissione Affari costituzionali per la legge-truffa di Franceschini e Violante sul conflitto d’interessi (anche qui, solo il Pdci con Licandro e l’allora Ds Giulietti han tenuto botta con l’Idv).
No alla limitazione delle intercettazioni telefoniche e no – dopo un’iniziale esitazione alla Camera – alla legge-bavaglio di Mastella & C. contro la pubblicazione delle intercettazioni e degli altri atti d’indagine fino al processo.
No all’aumento del finanziamento pubblico dei partiti e al colpo di mano tentato in tal senso dai tesorieri di tutti i partiti (tranne quelli dell’Idv, Silvana Mura, e della Rosa nel pugno, Fabrizio Turco).
No al comma Fuda che assicurava la prescrizione agli amministratori pubblici indagati dalla Corte dei conti per infrazioni contabili.Come ministro delle Infrastrutture, poi, Di Pietro ha bonificato quel lombrosario che era prima il vertice dell’Anas, cacciando gli inquisiti e i condannati e denunciando i responsabili di certi ammanchi. Ha razionalizzato la miriade di progetti faraonici ereditati da Lunardi, concentrando le poche risorse disponibili su alcune opere davvero necessarie. E, in campagna elettorale, è stato il solo a dire papale papale che Rete 4 deve andare sul satellite e che bisogna applicare immediatamente la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia europea di Lussemburgo che, dichiarando illegittime le proroghe concesse a Mediaset dal 1999, privano da nove anni Europa 7 di Francesco Di Stefano delle frequenze necessarie per trasmettere.
Infine, last but not least: sia che vinca Berlusconi sia che Pdl e Pd arrivino al pareggio e magari tentino un bel governissimo di larghe intese, mi auguro che arrivi in parlamento una pattuglia di guastatori capaci di fare opposizione con fermezza e competenza sui due temi cruciali, la libertà d’informazione e la giustizia uguale per tutti. Di gente così ce n’era anche nel Pd, ma è stata scientificamente eliminata con una specie di pulizia etnica. Ricordiamoci quel che accadde nel 2001, quando l’Idv mancò il quorum per un soffio: l’unica vera opposizione al regime berlusconiano non era in parlamento (a parte i cani sciolti alla Dalla Chiesa e alla De Zulueta, ora scomparsi dalle liste), ma in piazza. Se stavolta entrano in parlamento Di Pietro, Orlando, Pardi, Giulietti, Cordopatri, Mura e qualcun altro come loro, è meglio per tutti."