Tuesday, February 22, 2011

SINDACALISMO E DINTORNI

In merito allo strappo tra CGIL e CISL - UIL che reputo inevitabile, vorrei intervenire con alcuni spunti di riflessione.

La prima domanda che mi pongo è: il sindacato pensa che il lavoro sia un diritto o una merce? Perché quando sento il sindacato che dice "dove non c'è lavoro non c'è nemmeno diritto del lavoro", come se il lavoro fosse un bene in sé, a qualsiasi condizione, anche di sfruttamento, a me un po' di dubbio mi viene.

La seconda domanda che mi pongo è questa: dato il lavoro come un diritto costituzionalmente garantito, un'azione che da valore e dignità all'uomo, a cosa serve il sindacato? Per me non c'è dubbio: a difendere e possibilmente migliorare la condizioni salariali e lavorative di chi si trova alle dipendenze.

Quando perciò sento il sindacato parlare di responsabilità, ragionevolezza, disponibilità, sacrificio, quando parla del mercato globale come si trattasse di una forza immanente che prescinde dalla politica economica, è chiaro che il sindacato si spoglia del suo ruolo per assumerne un altro: e questo è legittimo, ma è certo che se il sindacato non è solo parte, ma anche un po' governo o persino controparte, finisce per tradire l'essenza del suo essere.

Non è un caso che oggi il mondo del lavoro italiano stia involvendo sul piano salariale e dei diritti in modo così drammatico.

A ben guardare la storia sindacale del dopoguerra, occorre rilevare che dopo le battaglie degli anni '80 la sua azione si è notevolmente fiaccata: da allora il mondo del lavoro ha perso con continuità impressionante salario e diritti, tant'è che l'analisi comparata dei paesi europei più industrializzati ci dice che siamo lo stato con i salari più bassi ed una flessibilità del lavoro, che non è flessibilità, ma precarietà sotto pagata.

Nel nostro paese, nonostante una crescita economica pressochè costante fino al 2008, la forbice tra ricchi e poveri è aumentata tre volte di più rispetto al resto d'Europa : non vi possono essere dubbi sul dato che non si sia distribuita verso i lavoratori la ricchezza prodotta e diventa altrettanto chiaro che in questo scenario, il sindacato non ha svolto come avrebbe dovuto, il proprio mestiere.
Quanto accaduto in questi ultimi 30 anni dimostra una sola cosa: che l'unità sindacale non è un bene in sé, né lo è l'azione contrattuale a qualsiasi condizione. L'efficacia dell'azione politica si dispiega, nel bene o nel male, nel lungo periodo ed il fatto che i figli avranno un futuro più incerto e povero dei padri, la dice lunga sull'attività contrattuale praticata dal sindacato in questo trentennio.
Negli ultimi tempi mi sono trovata spesso a criticare la CGIL per il suo essersi adagiata al sistema con troppa disinvoltura, mostrando un atteggiamento troppo collaterale e accondiscendente alle richieste che provenivano dalla controparte di qualsiasi natura o colore essa fosse.
Oggi però mi sento di condividere in pieno alcune sue scelte: come non firmare l'intesa sul pubblico impiego, o l'accordo sulle "nuove" modalità contrattuali decise lo scorso anno, o gli accordi di Pomigliano e Mirafiori, contratti deliranti, che piano piano, mattoncino dopo mattoncino, concessione dopo concessione, una briciola alla volta, sotto l'alibi falsante della globalizzazione e la cappa nauseabonda del ricatto, stanno riportando le condizioni del mondo del lavoro agli anni cinquanta.
Ora la domanda che mi pongo è questa: da dove si riparte? Ha voglia il sindacato di ripartire e soprattutto: ha voglia di ritornare a fare professione di sindacato, e non come accade oggi, sindacato per professione?
Perché è' vero che il potere contrattuale di un sindacato è dato dalla forza dei suoi iscritti (e dalla sua capacità di mobilitarli), ma è anche vero, che negli ultimi anni il sindacato si è molto allontanato dal mondo del lavoro, mentre ha agito in modo del tutto incomprensibile (dal punto di vista sindacale, si intende) per contenere le legittime rivendicazioni di tanti lavoratori e questo ha finito per screditare la sua reputazione.
Ora credo debba ripartire proprio da lì: dal ricostruirsi una sua reputazione, che è l'unica fonte di credibilità ed autorevolezza di una forza sindacale, prima ancora della sua propensione all'unità e all'attività contrattuale, a cui deve tendere, certamente, ma non alla condizione di svendere il costo del lavoro o la sua dignità faticosamente conquistata con anni d lotte.
ANTONIO GRAMSCI - INDIFFERENTI

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
11 febbraio 1917