Wednesday, February 26, 2014
L'idea ed il termine stesso di partito coincide con parzialità e disaccordo, una conquista dell'epoca contemporanea che riconosce il diritto dell'interesse di parte ad essere rappresentato. La democrazia fa proprio questo: riconosce i conflitti tra le parti e li gestisce attraverso il meccanismo della maggioranza/minoranza. In una vera democrazia tale conflitto non può essere mortificato in nome di un supposto "bene comune" che, guarda a caso, coincide sempre con quello delle classi dominanti, banche o corporations che siano.
Quando i partiti rinunciano al conflitto, la democrazia muore. Delude pertanto che tra i seguaci di Civati sia prevalsa l'opportunità personale su quella politica offuscata da un'ipocrita lealtà ad un partito che ha rinunciato al principio della rappresentanza di "parte" per diventare un partito "pigliatutto.
Non sarà mai il momento di Civati dentro al Pd: l'ala civatiana sarà sempre un orpello art decò messo in bella mostra per coprire la deriva liberista e destroide del Pd. Così si celebra il "ma anche" e si diventa complici dell'involuzione democratica.
DUE PARTITI IN UNO
2 partiti dentro 1 solo, ecco cos'è il PD. Cani e gatti che stanno insieme solo per fare massa. Non ha senso.
Non si puó chiedere a uno di Sinistra di sentirsi rappresentato da Renzi. Nè a uno di Centro di sentirsi rappresentato da Civati. Perchè sarebbe necessaria una mediazione sui valori. Che non può esserci, mentre può (anzi deve) esserci una mediazione sui programmi. I valori non possono mai essere negoziati. I programmi di governo, si.
Berlusconi l'ha capito e sta già ricomponendo quell' ammucchiata di partiti che gli farà vincere le elezioni. Il PD no, pensa di potere contenere il Tutto. Per questo è un partito incartato. Tra avversari bari e compagni pronti a fare saltare il tavolo. Da un momento all'altro.
GLI INVISIBILI DELL'EUROPA
di Barbara Spinelli - Da "la Repubblica" del 26 Febbraio 2014
Il dolore sta producendo risultati": fa
impressione, proprio ora che è divenuto ministro dell'Economia,
rileggere quel che Pier Carlo Padoan disse il 29 aprile 2013 al Wall
Street Journal, quando era vice segretario generale dell'Ocse.
Già allora i dati sull'economia reale smentivano una così impudente glorificazione dell'austerità - e addirittura dei patimenti sociali che infliggeva - ma l'ultimo numero di Lancet, dedicato alla sanità pubblica in Grecia dopo sei anni di Grande Depressione, va oltre la semplice smentita. Più che correggersi, il ministro farebbe bene a scusarsi di una frase atroce che irresistibilmente ricorda Pangloss, quando imperterrito rassicura Candide mentre Lisbona è inghiottita dal terremoto raccontato da Voltaire: "Queste cose sono il meglio che possa accadere. La caduta dell'uomo e la maledizione entrano necessariamente nel migliore dei mondi possibili".
Lancet non è un giornale di parte: è tra le prime cinque riviste mediche mondiali. Il suo giudizio sulla situazione ellenica, pubblicato sabato in un ampio dossier (lo ha ripreso Andrea Tarquini sul sito di Repubblica), è funesto: la smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose
Già allora i dati sull'economia reale smentivano una così impudente glorificazione dell'austerità - e addirittura dei patimenti sociali che infliggeva - ma l'ultimo numero di Lancet, dedicato alla sanità pubblica in Grecia dopo sei anni di Grande Depressione, va oltre la semplice smentita. Più che correggersi, il ministro farebbe bene a scusarsi di una frase atroce che irresistibilmente ricorda Pangloss, quando imperterrito rassicura Candide mentre Lisbona è inghiottita dal terremoto raccontato da Voltaire: "Queste cose sono il meglio che possa accadere. La caduta dell'uomo e la maledizione entrano necessariamente nel migliore dei mondi possibili".
Lancet non è un giornale di parte: è tra le prime cinque riviste mediche mondiali. Il suo giudizio sulla situazione ellenica, pubblicato sabato in un ampio dossier (lo ha ripreso Andrea Tarquini sul sito di Repubblica), è funesto: la smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose
le famiglie che vivono senza luce e acqua:
perché o mangi, o paghi le bollette. Nel cuore d'Europa e della sua
cultura, s'aggira la morte e la chiamano dolore produttivo.
"Siamo di fronte a una tragedia della sanità pubblica", constata la rivista, "ma nonostante l'evidenza dei fatti le autorità responsabili insistono nella strategia negazionista". Qualcuno deve spiegare a chi agonizza come sia possibile che il dolore e la morte siano "efficaci", e salvifiche per questo le riforme strutturali fin qui adottate.
Né è solo "questione di comunicazione" sbagliata, come sosteneva nell'intervista Padoan: sottolineare gli esiti promettenti del consolidamento fiscale, ammorbidendo magari qualche dettaglio tecnico, non toglie la vittoria al pungiglione della morte. Trasforma solo un'improvvida teoria economica in legge naturale, perfino divina. Moriremo, certo, ma in cambio il Paradiso ci aspetta. Soprattutto ci aspetta se non cadremo nel vizio disinvoltamente rinfacciato agli indebitati-impoveriti: la "fatica delle riforme" (reform fatigue), peccato sempre in agguato quando i governi "sono alle prese con resistenze sociali molto forti". Quando siamo ingrati, come Atene, alle iniezioni di liquidità che l'Unione offre a chi fa bancarotta: nel caso greco, due bailout tardivi, legati a pacchetti deflazionistici monitorati dalla trojka. I contribuenti tedeschi hanno già dato troppo, dicono in Germania. Non è vero, i contribuenti non hanno pagato alcunché perché di prestiti si tratta, anche se a tassi agevolati e destinati in primis alle banche.
Difficile dar torto alle "forti resistenze sociali", se solo guardiamo le cifre fornite su Lancet dai ricercatori delle università britanniche di Cambridge, Oxford e Londra. A causa della malnutrizione, della riduzione dei redditi, della disoccupazione, della scarsità di medicine negli ospedali, dell'accesso sempre più arduo ai servizi sanitari (specie per le madri prima del parto) le morti bianche dei lattanti sono aumentate fra il 2008 e il 2010 del 43%. Il numero di bambini nati sottopeso è cresciuto del 19 %, quello dei nati morti del 20.
Al tempo stesso muoiono i vecchi, più frequentemente. Fra il 2008 e il 2012, l'incremento è del 12,5 fra gli 80-84 anni e del 24,3 dopo gli 85. E s'estende l'Aids, perché la distribuzione di siringhe monouso e profilattici è bloccata. Malattie rare o estinte ricompaiono, come la Tbc e la malaria (quest'ultima assente da 40 anni. Mancano soldi per debellare le zanzare infette).
La rivista inglese accusa governi e autorità europee, ed elogia i paesi, come Islanda e Finlandia, che hanno respinto i diktat del Fondo Monetario o dell'Unione. Dopo la crisi acuta del 2008, Reykjavik disse no alle misure che insidiavano sanità pubblica e servizi sociali, tagliando altre spese scelte col consenso popolare. Non solo: capì che la crisi minacciava la sovranità del popolo, e nel 2010-2011 ridiscusse la propria Costituzione mescolando alla democrazia rappresentativa una vasta sperimentazione di democrazia diretta.
Non così in Grecia. L'Unione l'ha usata come cavia: sviluppi islandesi non li avrebbe tollerati. Proprio nel paese dove Europa nacque come mito, assistiamo a un'ecatombe senza pari: una macchia che resterà, se non cambiano radicalmente politiche e filosofie ma solo questo o quel parametro. Il popolo sopravvive grazie all'eroismo di Ong e medici volontari (tra cui Médecins du Monde, fin qui attivi tra gli immigrati): i greci che cercano soccorso negli ospedali "di strada" son passati dal 3-4% al 30%. S'aggiungono poi i suicidi, in crescita come in Italia: fra il 2007 e il 2011 l'aumento è del 45%. In principio s'ammazzavano gli uomini. Dal 2011 anche le donne.
Lancet non è ottimista sugli altri paesi in crisi. La Spagna, cui andrebbe assommata l'Italia, è vicina all'inferno greco. Alexander Kentikelenis, sociologo dell'università di Cambridge che con cinque esperti scrive per la rivista il rapporto più duro, spiega come il negazionismo sia diffuso, e non esiti a screditare le più serie ricerche scientifiche (un po' come avviene per il clima). L'unica istituzione che si salva è il Centro europeo di prevenzione e controllo delle malattie, operativo dal 2005 a Stoccolma.
La Grecia prefigura il nostro futuro prossimo, se le politiche del debito non mutano; se scende ancora la spesa per i servizi sociali. Anche in Italia esistono ospedali di volontari, come Emergency. La luce in fondo al tunnel è menzogna impudente. Senza denunciarla, Renzi ha intronizzato ieri la banalità: "L'Europa non dà speranza se fatta solo di virgole e percentuali" - "l'Italia non va a prendere la linea per sapere che fare, ma dà un contributo fondamentale". Nessuno sa quale contributo.
Scrive l'economista Emiliano Brancaccio che i nostri governi "interpretano il risanamento come fattore di disciplinamento sociale". Ma forse le cose stanno messe peggio: il risanamento riduce malthusianamente le popolazioni, cominciando da bambini e anziani. Regna l'oblio storico di quel che è stata l'Europa, del perché s'è unita. Dimentica anche la Germania, che pure vive di memoria. Dopo il '14-18 fu trattata come oggi la Grecia: sconfitto, il paese doveva soffrire per redimersi. Solo Keynes insorse, indignato. Nel 1919 scrisse: "Se diamo per scontata la convinzione che la Germania debba esser tenuta in miseria, i suoi figli rimanere nella fame e nell'indigenza [...], se miriamo deliberatamente all'umiliazione dell'Europa centrale, oso farmi profeta, la vendetta non tarderà".
La vendetta non tardò a farsi viva, ed è il motivo per cui ben diversa e più saggia fu la risposta nel secondo dopoguerra. Quella via andrebbe ripercorsa e potrebbe sfociare in una Conferenza europea sul debito, che condoni ai paesi in difficoltà parte dei debiti, connetta i rimborsi alla crescita, dia all'Unione poteri politici e risorse per lanciare un New Deal di ripresa collettiva e ecosostenibile. È già accaduto, in una conferenza a Londra che nel 1953 ridusse quasi a zero i debiti di guerra della Germania. I risultati non produssero morte, ma vita. Fecero rinascere la democrazia tedesca. Non c'era spazio, a quei tempi, per i Pangloss che oggi tornano ad affollare le scene.
"Siamo di fronte a una tragedia della sanità pubblica", constata la rivista, "ma nonostante l'evidenza dei fatti le autorità responsabili insistono nella strategia negazionista". Qualcuno deve spiegare a chi agonizza come sia possibile che il dolore e la morte siano "efficaci", e salvifiche per questo le riforme strutturali fin qui adottate.
Né è solo "questione di comunicazione" sbagliata, come sosteneva nell'intervista Padoan: sottolineare gli esiti promettenti del consolidamento fiscale, ammorbidendo magari qualche dettaglio tecnico, non toglie la vittoria al pungiglione della morte. Trasforma solo un'improvvida teoria economica in legge naturale, perfino divina. Moriremo, certo, ma in cambio il Paradiso ci aspetta. Soprattutto ci aspetta se non cadremo nel vizio disinvoltamente rinfacciato agli indebitati-impoveriti: la "fatica delle riforme" (reform fatigue), peccato sempre in agguato quando i governi "sono alle prese con resistenze sociali molto forti". Quando siamo ingrati, come Atene, alle iniezioni di liquidità che l'Unione offre a chi fa bancarotta: nel caso greco, due bailout tardivi, legati a pacchetti deflazionistici monitorati dalla trojka. I contribuenti tedeschi hanno già dato troppo, dicono in Germania. Non è vero, i contribuenti non hanno pagato alcunché perché di prestiti si tratta, anche se a tassi agevolati e destinati in primis alle banche.
Difficile dar torto alle "forti resistenze sociali", se solo guardiamo le cifre fornite su Lancet dai ricercatori delle università britanniche di Cambridge, Oxford e Londra. A causa della malnutrizione, della riduzione dei redditi, della disoccupazione, della scarsità di medicine negli ospedali, dell'accesso sempre più arduo ai servizi sanitari (specie per le madri prima del parto) le morti bianche dei lattanti sono aumentate fra il 2008 e il 2010 del 43%. Il numero di bambini nati sottopeso è cresciuto del 19 %, quello dei nati morti del 20.
Al tempo stesso muoiono i vecchi, più frequentemente. Fra il 2008 e il 2012, l'incremento è del 12,5 fra gli 80-84 anni e del 24,3 dopo gli 85. E s'estende l'Aids, perché la distribuzione di siringhe monouso e profilattici è bloccata. Malattie rare o estinte ricompaiono, come la Tbc e la malaria (quest'ultima assente da 40 anni. Mancano soldi per debellare le zanzare infette).
La rivista inglese accusa governi e autorità europee, ed elogia i paesi, come Islanda e Finlandia, che hanno respinto i diktat del Fondo Monetario o dell'Unione. Dopo la crisi acuta del 2008, Reykjavik disse no alle misure che insidiavano sanità pubblica e servizi sociali, tagliando altre spese scelte col consenso popolare. Non solo: capì che la crisi minacciava la sovranità del popolo, e nel 2010-2011 ridiscusse la propria Costituzione mescolando alla democrazia rappresentativa una vasta sperimentazione di democrazia diretta.
Non così in Grecia. L'Unione l'ha usata come cavia: sviluppi islandesi non li avrebbe tollerati. Proprio nel paese dove Europa nacque come mito, assistiamo a un'ecatombe senza pari: una macchia che resterà, se non cambiano radicalmente politiche e filosofie ma solo questo o quel parametro. Il popolo sopravvive grazie all'eroismo di Ong e medici volontari (tra cui Médecins du Monde, fin qui attivi tra gli immigrati): i greci che cercano soccorso negli ospedali "di strada" son passati dal 3-4% al 30%. S'aggiungono poi i suicidi, in crescita come in Italia: fra il 2007 e il 2011 l'aumento è del 45%. In principio s'ammazzavano gli uomini. Dal 2011 anche le donne.
Lancet non è ottimista sugli altri paesi in crisi. La Spagna, cui andrebbe assommata l'Italia, è vicina all'inferno greco. Alexander Kentikelenis, sociologo dell'università di Cambridge che con cinque esperti scrive per la rivista il rapporto più duro, spiega come il negazionismo sia diffuso, e non esiti a screditare le più serie ricerche scientifiche (un po' come avviene per il clima). L'unica istituzione che si salva è il Centro europeo di prevenzione e controllo delle malattie, operativo dal 2005 a Stoccolma.
La Grecia prefigura il nostro futuro prossimo, se le politiche del debito non mutano; se scende ancora la spesa per i servizi sociali. Anche in Italia esistono ospedali di volontari, come Emergency. La luce in fondo al tunnel è menzogna impudente. Senza denunciarla, Renzi ha intronizzato ieri la banalità: "L'Europa non dà speranza se fatta solo di virgole e percentuali" - "l'Italia non va a prendere la linea per sapere che fare, ma dà un contributo fondamentale". Nessuno sa quale contributo.
Scrive l'economista Emiliano Brancaccio che i nostri governi "interpretano il risanamento come fattore di disciplinamento sociale". Ma forse le cose stanno messe peggio: il risanamento riduce malthusianamente le popolazioni, cominciando da bambini e anziani. Regna l'oblio storico di quel che è stata l'Europa, del perché s'è unita. Dimentica anche la Germania, che pure vive di memoria. Dopo il '14-18 fu trattata come oggi la Grecia: sconfitto, il paese doveva soffrire per redimersi. Solo Keynes insorse, indignato. Nel 1919 scrisse: "Se diamo per scontata la convinzione che la Germania debba esser tenuta in miseria, i suoi figli rimanere nella fame e nell'indigenza [...], se miriamo deliberatamente all'umiliazione dell'Europa centrale, oso farmi profeta, la vendetta non tarderà".
La vendetta non tardò a farsi viva, ed è il motivo per cui ben diversa e più saggia fu la risposta nel secondo dopoguerra. Quella via andrebbe ripercorsa e potrebbe sfociare in una Conferenza europea sul debito, che condoni ai paesi in difficoltà parte dei debiti, connetta i rimborsi alla crescita, dia all'Unione poteri politici e risorse per lanciare un New Deal di ripresa collettiva e ecosostenibile. È già accaduto, in una conferenza a Londra che nel 1953 ridusse quasi a zero i debiti di guerra della Germania. I risultati non produssero morte, ma vita. Fecero rinascere la democrazia tedesca. Non c'era spazio, a quei tempi, per i Pangloss che oggi tornano ad affollare le scene.
LOGICA E BUONE MANIERE
Credo che si possa essere in totale disaccordo con Civati, senza per
forza scadere nel linguaggio violento o nell'offesa, forse utile per
dare sfogo alla frustrazione, ma inutile per
argomentare il perchè, al suo posto, bisognava fare diversamente.
Alla politica (alla buona politica), servono capacità critica e di pensiero, razionalità e visione, non una teologia esasperata e rancorosa di muggiti informatici. La spocchia risolutiva e perentoria di chi si limita al "Vaffa", non serve a pensare la complessità della politica, nè a costruire uno spazio d'azione a Sinistra.
Dobbiamo smetterla di disperderci sempre contro i nostri interessi, così si fa il gioco di Berlusconi. Per costruire uno spazio a Sinistra serve il contributo di tutti, ma un contributo razionale, pensato e non isterico, in grado di ricomporre in modo organico le tante anime a cui diamo voce.
Alla politica (alla buona politica), servono capacità critica e di pensiero, razionalità e visione, non una teologia esasperata e rancorosa di muggiti informatici. La spocchia risolutiva e perentoria di chi si limita al "Vaffa", non serve a pensare la complessità della politica, nè a costruire uno spazio d'azione a Sinistra.
Dobbiamo smetterla di disperderci sempre contro i nostri interessi, così si fa il gioco di Berlusconi. Per costruire uno spazio a Sinistra serve il contributo di tutti, ma un contributo razionale, pensato e non isterico, in grado di ricomporre in modo organico le tante anime a cui diamo voce.
A mio modestissimo avviso, ad esempio, penso che la
deriva destriode del PD sia irreversibile, perchè la maggioranza del
partito, già molti anni, ha abbracciato il modello culturale liberista che oggi è
diventato vera e propria egemonia. Per questo penso sia il tempo per una scelta
più netta e coraggiosa, perchè non vedo come il Partito Democratico possa virare a Sinistra sulla base di questa egemonia. Non lo
trovo possibile sul piano logico e non penso possa costruirsi uno spazio a Sinistra
prescindendo dalla logica.
CARO PIPPO
Penso al declino della sinistra italiana, all’atto finale che ha
incoronato Renzi uomo della provvidenza e mi domando come tutto questo
sia potuto accadere. Ricordi Pippo? E' stato un lungo percorso di
allineamento culturale, di emulazione del pensiero “moderato” e
conservatore, di sottomissione all’economia di mercato e all’ideologia
liberista, passato attraverso la caduta del muro di Berlino, la “Cosa”
di Occhetto, il Partito Democratico della Sinistra di Massimo D’Alema, i
Democratici di Sinistra, l’Ulivo, l’Unione, la fusione a freddo con i
reduci della DC, i “ma anche” di Walter Veltroni, il lungo
corteggiamento del centro di Casini, l’adesione alla mitica agenda
Monti, sempre più a destra fino alle scelta di affosare Prodi da parte
dei 101.
Non so se davvero sia stata un’ultima possibilità quella lì,
forse il destino era segnato da una
classe dirigente imbelle, molto ben posizionata e adagiata nel lusso e
nel privilegio, potente e pronta ad abiurare in tutto quello in cui
aveva creduto per godere delle nuove prebende messe a disposizione dai
mercati.
Siamo stati abbandonati Pippo. E traditi. In Parlamento restano solo le pattuglie ininfluenti di SEL, o le tue battaglie solitarie, mentre fuori, nelle piazze, nel web, nel mondo civile ci samo noi, noi di Sinistra, che vogliamo una società diversa di quella che c'è.
Noi Pippo. Che siamo sfiduciati e continuamo a viaggiare divisi. Noi che siamo disperati e che votiamo per abitudine o malavoglia per un PD che vorremmo che fosse e che invece non è. Per Grillo. Per Sel. Per i cattolici alla Tabacci. Noi, che siamo quei 27 milioni di italiani che nel 2010 hanno votato SI al referemdum sull'acqua.
Non siamo un partitino, Pippo, ma un partitone con tante debolezze e difetti, animati da presunzione e diffidenza reciproca, ingenuità e scarsa consapevolezza dei nostri mezzi. Per questo finiamo sempre per disperderci contro i nostri interessi.
Se non ci intercetterai tu Pippo, sarà davvero difficile riaprire uno spazio a Sinistra. E finché non lo farai, vagheremo spaesati e senza meta alimentando quel malloppo di consenso gassoso che oggi va qua e domani va là. Senza senso. Mentre il PD "pigliatutto" andrà sempre più a destra.
Siamo stati abbandonati Pippo. E traditi. In Parlamento restano solo le pattuglie ininfluenti di SEL, o le tue battaglie solitarie, mentre fuori, nelle piazze, nel web, nel mondo civile ci samo noi, noi di Sinistra, che vogliamo una società diversa di quella che c'è.
Noi Pippo. Che siamo sfiduciati e continuamo a viaggiare divisi. Noi che siamo disperati e che votiamo per abitudine o malavoglia per un PD che vorremmo che fosse e che invece non è. Per Grillo. Per Sel. Per i cattolici alla Tabacci. Noi, che siamo quei 27 milioni di italiani che nel 2010 hanno votato SI al referemdum sull'acqua.
Non siamo un partitino, Pippo, ma un partitone con tante debolezze e difetti, animati da presunzione e diffidenza reciproca, ingenuità e scarsa consapevolezza dei nostri mezzi. Per questo finiamo sempre per disperderci contro i nostri interessi.
Se non ci intercetterai tu Pippo, sarà davvero difficile riaprire uno spazio a Sinistra. E finché non lo farai, vagheremo spaesati e senza meta alimentando quel malloppo di consenso gassoso che oggi va qua e domani va là. Senza senso. Mentre il PD "pigliatutto" andrà sempre più a destra.
Sunday, February 23, 2014
TANTO CIVATI PER NULLA
Guardo il tg ER e rimango di stucco. Un ragazzo col maglioncino è sul palco a minacciare l'adunata civatiana di Bologna: o votate la fiducia o siete fuori. Questo è il metodo Renzi, una spavalda arroganza che fa davvero impallidire il centralismo democratico di leninista memoria.
Alla fine prevarrà l'opportunità personale su quella politica: non si condivide nulla, ma si vota SI, per rimanere dentro, a fare cosa, non si sa. Lo sanno tutti che la componente civatiana sarà sempre un orpello art decò messo in bella mostra per coprire la deriva liberista e destroide del PD.
Così si fa un grande favore a Grillo. E a Berlusconi, che è talmente in sintonia con Renzi da scegliere per lui persino i ministri. Sono molto delusa per questa scelta politicamente senza senso.
Tanto Civati per nulla.
Saturday, February 22, 2014
LA POLITICA FA (ALTRO CHE)
Sento gente dire" la politica non fa niente. È ingessata da anni non decide mai niente. Proviamo a cambiare". Permettetemi: mai sentita una boiata più grande.
I figli avranno un futuro peggiore dei padri: è un fatto. Meno lavoro. Meno salario. Meno diritti. Meno servizi. Meno benessere.
La TV distorce ogni giorno la percezione del reale, mentre la politica agisce e trasforma l'esistenza di milioni di persone pur facendo credere di non fare mai niente.
Come no. Negli ultimi 20 anni la politica ha deciso molte cose. Purtroppo tutte a vantaggio dei ricchi. È questo che proprio non ci va in testa. E continuiamo sempre a pensare contro i nostri
interessi.
I figli avranno un futuro peggiore dei padri: è un fatto. Meno lavoro. Meno salario. Meno diritti. Meno servizi. Meno benessere.
La TV distorce ogni giorno la percezione del reale, mentre la politica agisce e trasforma l'esistenza di milioni di persone pur facendo credere di non fare mai niente.
Come no. Negli ultimi 20 anni la politica ha deciso molte cose. Purtroppo tutte a vantaggio dei ricchi. È questo che proprio non ci va in testa. E continuiamo sempre a pensare contro i nostri
interessi.
RENZUSCONI
Nessuno
ha il coraggio di ammetterlo, ma dentro il PD lo sanno tutti. Renzi
sarà sostenuto da FI.
Berlusconi, dopo l'incontro con Renzi l'ha detto chiaro e tondo: condivide totalmente il suo programma e sarà Forza Italia a sostenerlo in Parlamento. Non direttamente, (ovvio), perchè il gioco delle parti pretende un finto scontro tra PD e FI, ma attraverso il GAL ( una sua formazione civetta composta da parlamentari FI che vanno e vengono secondo i suoi ordini).
Dopo avergli impartito le istruzioni su giustizia e TV, adesso Berlusconi detterà a Renzi anche la riforma della Costituzione. Il quadro è chiaro. Anzi chiarissimo.
Berlusconi, dopo l'incontro con Renzi l'ha detto chiaro e tondo: condivide totalmente il suo programma e sarà Forza Italia a sostenerlo in Parlamento. Non direttamente, (ovvio), perchè il gioco delle parti pretende un finto scontro tra PD e FI, ma attraverso il GAL ( una sua formazione civetta composta da parlamentari FI che vanno e vengono secondo i suoi ordini).
Dopo avergli impartito le istruzioni su giustizia e TV, adesso Berlusconi detterà a Renzi anche la riforma della Costituzione. Il quadro è chiaro. Anzi chiarissimo.
IL PD E' UN COMITATO ELETTORALE
II PD non è un partito, ma un comitato elettorale. La fusione fredda
non ha prodotto quel partito di Sinistra post catto/comunista che
l'Italia non ha mai avuto, ma è divenuto una struttura di organizzazione
del consenso senza una prospettiva culturale omogenea e condivisa dai
suoi iscritti che sono in perenne scontro di potere e di interessi.
Un partito politico è un'altra cosa, ed io credo che se si vuole dare
vita ad un partito di Sinistra in Italia, sia questo il tempo, perché i
tanti grillini ed i tanti cittadini che si astengono sono nella
maggioranza di Sinistra e sono in cerca di una forza progressista post
comunista in grado di rappresentarli.
Non voglio demonizzare Renzi, ma è evidente che Renzi interpreta una
cultura liberale alla Blaire molto più vicino alla Destra che alla
Sinistra. La questione non è affatto personale, ma politica ed è grande
come una casa.
In un Paese normale, l'alternanza naturale sarebbe tra un progressista alla Civati ed un liberale alla Renzi. Per questo credo si debba ripensare la politica in termini culturali e non puramente elettorali, perché così facendo, sarà sempre la Destra, (o da sola, o con pezzi della finta Sinistra), a dominare.
In un Paese normale, l'alternanza naturale sarebbe tra un progressista alla Civati ed un liberale alla Renzi. Per questo credo si debba ripensare la politica in termini culturali e non puramente elettorali, perché così facendo, sarà sempre la Destra, (o da sola, o con pezzi della finta Sinistra), a dominare.
Saturday, February 15, 2014
L'AZZARDO DELL'ACROBATA
di Ezio Mauro - da "La Repubblica" del 14 febbraio 2014
DUNQUE tocca a Renzi,
in anticipo sui tempi, cortocircuitando i modi, a dispetto forse
perfino delle convenienze. Il sindaco di Firenze ha cambiato la scena
in tre mosse, sempre muovendosi su un terreno di gioco parallelo a
quello che voleva conquistare. Prima, puntando al governo, ha
guadagnato la leadership del partito con le primarie. Poi, guardando
alle elezioni, ha fatto ripartire in quindici giorni il treno delle
riforme istituzionali bloccato da anni. Infine, scommettendo sul Pd,
ha portato il governo sull’orlo del piano inclinato guardandolo
scivolare ogni giorno più giù, fino a diventarne la naturale
alternativa.
Nei confronti dell’esecutivo ha usato la formula “né aderire, né sabotare”. Lo ha trattato da governo “amico”, ma non da governo del Pd. Tutto questo ha accentuato la fragilità congenita del ministero, forte dalla cintola in su (per il buon credito di Enrico Letta in Europa), debole in Italia per la gestione troppo prudente di una somma algebrica dei veti incrociati in una maggioranza spuria, con il minimo comun denominatore come risultato. Era inevitabile che il protagonista delle riforme diventasse primattore politico. Era probabile che questo ruolo lo candidasse ad alternativa di governo. Era sperabile che tutto ciò avvenisse in forme e modi po-litici, attraverso un percorso condiviso e guidato da un partito in cui i contendenti si riconoscono e che parla al Paese più dei loro caratteri e dei loro progetti personali. Guida, comunità, condivisione non ci sono state.
Renzi ha badato solo all’opportunità da cogliere, accettando la sfida con tutti i pericoli che comporta. Letta ha reagito all’esaurimento del suo progetto provando a resistere per un giorno, ma la delusione personale non è un progetto politico e non cammina. Soprattutto se a lato cresce la calamita di una leadership forte, che attira a sé i soggetti di una politica debole e promette di dar loro un futuro o almeno quell’orizzonte che finora è mancato.
L’arma usata appare infatti semplice e antica: la promessa del tempo, l’impegno a usarlo per cambiare il Paese. Il sistema politico, parlamentare e istituzionale aveva introiettato il sentimento della propria precarietà, vivendo dall’agonia di Berlusconi in poi su un terreno instabile, con maggioranze innaturali, alleati-nemici, veti incrociati, programmi senza ambizione, elezioni inefficaci, prospettive di breve termine, navigazione a vista. Soprattutto, aveva assorbito come naturale la condanna all’interruzione permanente della legislatura, il ricorso alle elezioni anticipate come rimbalzo continuo più che come rimedio definitivo. Anche oggi, anzi fino a ieri, il cammino del governo e il cammino delle riforme erano destinati a congiungersi a breve in un unico punto terminale, con le Camere sciolte e il ricorso agli elettori, questa volta almeno nella speranza di una nuova legge elettorale.
Renzi ha detto che questo paesaggio poteva cambiare, perché non era una condanna obbligata. Il sistema poteva cioè provare a vivere di vita autonoma, come se fosse normale, impegnando la legislatura fino al suo termine naturale, cioè quattro anni, per provare a cambiare davvero il Paese. Una tentazione irresistibile per i piccoli partiti, terrorizzati dal voto mentre devono ancora definire la loro incerta identità, ma anche per il Pd, che per la prima volta può far pesare per quattro anni la massa dei suoi parlamentari, conquistati grazie al Porcellum: e nel Pd la tentazione è forte sia per la maggioranza che può portare al governo il suo leader e la sua voglia di cambiare, sia per la minoranza che può allontanare il momento della formazione delle liste elettorali nelle mani di Renzi, e può anzi contare intanto su un rimescolamento interno al partito.
Gli alleati — partitini, minoranza Pd — hanno dunque aperto la strada a Renzi, minando il governo in carica. Restavano due ostacoli materiali, Letta e soprattutto Napolitano, che in questo Paese senza maggioranza si è dovuto assumere il compito di Lord Protettore del governo, in nome della stabilità, garantendo sul piano internazionale per l’Italia e proteggendola sui mercati. Di fronte ad un trasloco del quadro politico, che ha cambiato il suo riferimento da Letta a Renzi credendo di trovare qui più forza, più durata, più garanzia soprattutto di dare quello scossone di cui il Paese ha necessità per uscire dalla crisi, il Presidente ha preso atto, ha dismesso il ruolo di protezione necessitata, ha riconosciuto l’autonomia ritrovata della politica e ha detto ai partiti: fate il vostro gioco, purché mi garantiate stabilità, riforme e solidità nei numeri. Il piano delle riforme, il piano del governo diventano a questo punto concentrici, nelle mani di Renzi, con due maggioranze diverse. Il sindaco ha ottenuto in poco più di un mese una sovraesposizione smisurata, quasi più una solitudine che una delega, qualcosa che concentra nelle sue mani buona parte dell’avventura politica del 2014 perché arriva addirittura a interpellare il berlusconismo, all’opposizione del governo, al tavolo per le riforme, alla finestra della curiosità mimetica per l’esperimento della novità renziana davanti alla sterilità politica di una destra con troppi delfini ma senza un erede.
In un sistema politico estenuato che perde forza, efficacia e fiducia a destra e sinistra — per non parlar del centro — è quasi una superstizione da ultima spiaggia questo investimento al buio che tutti fanno in Renzi, come se il Paese avesse toccato il fondo, immobile, e solo l’energia di cambiamento che il sindaco promette potesse farlo ripartire, più ancora di un progetto o di un programma. Se è così, siamo un passo oltre la personalizzazione della leadership: è l’antropologia che oggi viene scelta per dar carattere, natura e sostanza all’agire pubblico trasformandolo in meta-politica, psicopolitica, performance.
In questo senso Renzi non fa promesse di cambiamento, “è” una promessa di cambiamento. Qualcosa di biologico, pre-politico, naturale, addirittura primitivo. Per chi accetta questa scommessa il modo di realizzarla è secondario, conta il dispiegarsi della leadership. Anzi, la contraddizione è parte dell’azzardo, che è una componente della sfida, la quale a sua volta è indispensabile alla rappresentazione in forma nuova di una politica che invece di procedere con prudenza cammina ogni volta sul filo. Si sta col naso all’insù per applaudire l’acrobata alla fine, se ce la fa, ma anche per l’emozione che trasmette il rischio consapevole di vederlo cadere.
Tutto ciò ha delle conseguenze: l’attore politico in questo nuovo teatro è tecnicamente spregiudicato perché gli interessa solo essere se stesso e arrivare in fondo, è quindi disancorato da tradizioni ed esperienze precedenti perché vive della propria leggenda e deve raccontare di continuo solo quella, è ideologico perché la sua forza è la contemporaneità, anzi l’adesione istantanea a tutto ciò che è contemporaneo, senza legami, obblighi e carichi pendenti, come se contasse solo la storia che ogni volta si inaugura, non quella che si è già compiuta.
Questa sollecitazione permanente al cambiamento, in mezzo ai riti stanchi del passato replicati senza vita, appare moderna, anzi innovativa, certamente diversa. Seleziona dunque attenzione e consenso nei due poli opposti, i delusi e gli innovatori, riattiva automaticamente un meccanismo di interesse e di attenzione, spinge a prendere parte. In questo preciso significato, la novità (generazionale, di modi, di forma e di linguaggio) diventa forza, o almeno energia politica, prefigurazione
di potere.
Accade quindi che un sistema traballante si affidi a questa opzione, con motivazioni diverse e addirittura contraddittorie: c’è chi spera davvero di cambiare la sinistra, il governo, il Paese; chi si augura che la velocità possa almeno essere un surrogato della politica; chi crede nei nuovi metodi per spazzare le troppe incrostazioni del passato; chi calcola almeno di guadagnare tempo mentre la novità si dispiega e magari si consuma. C’è anche chi progetta di dar corda a Renzi premier in attesa che la premiership lo bruci, o perché non sarà all’altezza o perché l’Italia — definitivamente — non è riformabile. Messa alla prova, l’anomalia renziana potrebbe ridimensionarsi banalizzandosi, fino ad essere riassorbita in una medietà sfiduciata e omologante nella quale si affonda lentamente e definitivamente, tutti insieme.
Prima di prendere il comando Renzi sa benissimo di dover affrontare la contraddizione — grande come le sue ambizioni — che ha costruito tra le sue parole e le opere. Non è tanto il fantasma di D’Alema che lo imbarazza. È piuttosto la mitologia di sé costruita tutta contro il Palazzo e le sue manovre, dove il sindaco era sempre uno sfidante esterno, un outsider che invocava le regole contro le rendite di posizione, puntando tutto sulla democrazia diretta e il rapporto con i cittadini contro gli apparati, in una perenne riconsacrazione dal basso. Andare al governo perché la maggioranza lo ha deciso a tavolino, senza la legittimazione del voto popolare è un problema soprattutto per l’uomo delle primarie. Ma anche per il segretario del Pd che non ottiene l’investitura attraverso la battaglia elettorale, battendo la destra. E infine e soprattutto per il leader della sinistra, che va a palazzo Chigi ancora una volta dall’ascensore di servizio e non dallo scalone d’onore.
L’unica risposta possibile viene dalla prova del nove, dal cambiamento. Se il governo sarà capace di dare una scossa nei tempi, nei modi, nei nomi, nei fatti, allora è possibile che il Paese si rimetta in piedi e che la contraddizione venga scusata dai risultati, perché l’Italia è ancora in grave ritardo davanti alla crisi e non può più perdere tempo: il “tutti per Renzi” si spiega così, finché dura. Altrimenti, la sinistra avrà divorato un altro leader e un’ultima occasione. Per queste ragioni palazzo Chigi per Renzi non è un punto d’arrivo, ma una partenza. E il cambiamento non è un’opzione politica, ma una magnifica condanna.
Nei confronti dell’esecutivo ha usato la formula “né aderire, né sabotare”. Lo ha trattato da governo “amico”, ma non da governo del Pd. Tutto questo ha accentuato la fragilità congenita del ministero, forte dalla cintola in su (per il buon credito di Enrico Letta in Europa), debole in Italia per la gestione troppo prudente di una somma algebrica dei veti incrociati in una maggioranza spuria, con il minimo comun denominatore come risultato. Era inevitabile che il protagonista delle riforme diventasse primattore politico. Era probabile che questo ruolo lo candidasse ad alternativa di governo. Era sperabile che tutto ciò avvenisse in forme e modi po-litici, attraverso un percorso condiviso e guidato da un partito in cui i contendenti si riconoscono e che parla al Paese più dei loro caratteri e dei loro progetti personali. Guida, comunità, condivisione non ci sono state.
Renzi ha badato solo all’opportunità da cogliere, accettando la sfida con tutti i pericoli che comporta. Letta ha reagito all’esaurimento del suo progetto provando a resistere per un giorno, ma la delusione personale non è un progetto politico e non cammina. Soprattutto se a lato cresce la calamita di una leadership forte, che attira a sé i soggetti di una politica debole e promette di dar loro un futuro o almeno quell’orizzonte che finora è mancato.
L’arma usata appare infatti semplice e antica: la promessa del tempo, l’impegno a usarlo per cambiare il Paese. Il sistema politico, parlamentare e istituzionale aveva introiettato il sentimento della propria precarietà, vivendo dall’agonia di Berlusconi in poi su un terreno instabile, con maggioranze innaturali, alleati-nemici, veti incrociati, programmi senza ambizione, elezioni inefficaci, prospettive di breve termine, navigazione a vista. Soprattutto, aveva assorbito come naturale la condanna all’interruzione permanente della legislatura, il ricorso alle elezioni anticipate come rimbalzo continuo più che come rimedio definitivo. Anche oggi, anzi fino a ieri, il cammino del governo e il cammino delle riforme erano destinati a congiungersi a breve in un unico punto terminale, con le Camere sciolte e il ricorso agli elettori, questa volta almeno nella speranza di una nuova legge elettorale.
Renzi ha detto che questo paesaggio poteva cambiare, perché non era una condanna obbligata. Il sistema poteva cioè provare a vivere di vita autonoma, come se fosse normale, impegnando la legislatura fino al suo termine naturale, cioè quattro anni, per provare a cambiare davvero il Paese. Una tentazione irresistibile per i piccoli partiti, terrorizzati dal voto mentre devono ancora definire la loro incerta identità, ma anche per il Pd, che per la prima volta può far pesare per quattro anni la massa dei suoi parlamentari, conquistati grazie al Porcellum: e nel Pd la tentazione è forte sia per la maggioranza che può portare al governo il suo leader e la sua voglia di cambiare, sia per la minoranza che può allontanare il momento della formazione delle liste elettorali nelle mani di Renzi, e può anzi contare intanto su un rimescolamento interno al partito.
Gli alleati — partitini, minoranza Pd — hanno dunque aperto la strada a Renzi, minando il governo in carica. Restavano due ostacoli materiali, Letta e soprattutto Napolitano, che in questo Paese senza maggioranza si è dovuto assumere il compito di Lord Protettore del governo, in nome della stabilità, garantendo sul piano internazionale per l’Italia e proteggendola sui mercati. Di fronte ad un trasloco del quadro politico, che ha cambiato il suo riferimento da Letta a Renzi credendo di trovare qui più forza, più durata, più garanzia soprattutto di dare quello scossone di cui il Paese ha necessità per uscire dalla crisi, il Presidente ha preso atto, ha dismesso il ruolo di protezione necessitata, ha riconosciuto l’autonomia ritrovata della politica e ha detto ai partiti: fate il vostro gioco, purché mi garantiate stabilità, riforme e solidità nei numeri. Il piano delle riforme, il piano del governo diventano a questo punto concentrici, nelle mani di Renzi, con due maggioranze diverse. Il sindaco ha ottenuto in poco più di un mese una sovraesposizione smisurata, quasi più una solitudine che una delega, qualcosa che concentra nelle sue mani buona parte dell’avventura politica del 2014 perché arriva addirittura a interpellare il berlusconismo, all’opposizione del governo, al tavolo per le riforme, alla finestra della curiosità mimetica per l’esperimento della novità renziana davanti alla sterilità politica di una destra con troppi delfini ma senza un erede.
In un sistema politico estenuato che perde forza, efficacia e fiducia a destra e sinistra — per non parlar del centro — è quasi una superstizione da ultima spiaggia questo investimento al buio che tutti fanno in Renzi, come se il Paese avesse toccato il fondo, immobile, e solo l’energia di cambiamento che il sindaco promette potesse farlo ripartire, più ancora di un progetto o di un programma. Se è così, siamo un passo oltre la personalizzazione della leadership: è l’antropologia che oggi viene scelta per dar carattere, natura e sostanza all’agire pubblico trasformandolo in meta-politica, psicopolitica, performance.
In questo senso Renzi non fa promesse di cambiamento, “è” una promessa di cambiamento. Qualcosa di biologico, pre-politico, naturale, addirittura primitivo. Per chi accetta questa scommessa il modo di realizzarla è secondario, conta il dispiegarsi della leadership. Anzi, la contraddizione è parte dell’azzardo, che è una componente della sfida, la quale a sua volta è indispensabile alla rappresentazione in forma nuova di una politica che invece di procedere con prudenza cammina ogni volta sul filo. Si sta col naso all’insù per applaudire l’acrobata alla fine, se ce la fa, ma anche per l’emozione che trasmette il rischio consapevole di vederlo cadere.
Tutto ciò ha delle conseguenze: l’attore politico in questo nuovo teatro è tecnicamente spregiudicato perché gli interessa solo essere se stesso e arrivare in fondo, è quindi disancorato da tradizioni ed esperienze precedenti perché vive della propria leggenda e deve raccontare di continuo solo quella, è ideologico perché la sua forza è la contemporaneità, anzi l’adesione istantanea a tutto ciò che è contemporaneo, senza legami, obblighi e carichi pendenti, come se contasse solo la storia che ogni volta si inaugura, non quella che si è già compiuta.
Questa sollecitazione permanente al cambiamento, in mezzo ai riti stanchi del passato replicati senza vita, appare moderna, anzi innovativa, certamente diversa. Seleziona dunque attenzione e consenso nei due poli opposti, i delusi e gli innovatori, riattiva automaticamente un meccanismo di interesse e di attenzione, spinge a prendere parte. In questo preciso significato, la novità (generazionale, di modi, di forma e di linguaggio) diventa forza, o almeno energia politica, prefigurazione
di potere.
Accade quindi che un sistema traballante si affidi a questa opzione, con motivazioni diverse e addirittura contraddittorie: c’è chi spera davvero di cambiare la sinistra, il governo, il Paese; chi si augura che la velocità possa almeno essere un surrogato della politica; chi crede nei nuovi metodi per spazzare le troppe incrostazioni del passato; chi calcola almeno di guadagnare tempo mentre la novità si dispiega e magari si consuma. C’è anche chi progetta di dar corda a Renzi premier in attesa che la premiership lo bruci, o perché non sarà all’altezza o perché l’Italia — definitivamente — non è riformabile. Messa alla prova, l’anomalia renziana potrebbe ridimensionarsi banalizzandosi, fino ad essere riassorbita in una medietà sfiduciata e omologante nella quale si affonda lentamente e definitivamente, tutti insieme.
Prima di prendere il comando Renzi sa benissimo di dover affrontare la contraddizione — grande come le sue ambizioni — che ha costruito tra le sue parole e le opere. Non è tanto il fantasma di D’Alema che lo imbarazza. È piuttosto la mitologia di sé costruita tutta contro il Palazzo e le sue manovre, dove il sindaco era sempre uno sfidante esterno, un outsider che invocava le regole contro le rendite di posizione, puntando tutto sulla democrazia diretta e il rapporto con i cittadini contro gli apparati, in una perenne riconsacrazione dal basso. Andare al governo perché la maggioranza lo ha deciso a tavolino, senza la legittimazione del voto popolare è un problema soprattutto per l’uomo delle primarie. Ma anche per il segretario del Pd che non ottiene l’investitura attraverso la battaglia elettorale, battendo la destra. E infine e soprattutto per il leader della sinistra, che va a palazzo Chigi ancora una volta dall’ascensore di servizio e non dallo scalone d’onore.
L’unica risposta possibile viene dalla prova del nove, dal cambiamento. Se il governo sarà capace di dare una scossa nei tempi, nei modi, nei nomi, nei fatti, allora è possibile che il Paese si rimetta in piedi e che la contraddizione venga scusata dai risultati, perché l’Italia è ancora in grave ritardo davanti alla crisi e non può più perdere tempo: il “tutti per Renzi” si spiega così, finché dura. Altrimenti, la sinistra avrà divorato un altro leader e un’ultima occasione. Per queste ragioni palazzo Chigi per Renzi non è un punto d’arrivo, ma una partenza. E il cambiamento non è un’opzione politica, ma una magnifica condanna.
ADESSO L'ARGINE SI E' ROTTO. ED HO PAURA
Adesso l’argine si e rotto. Ed ho paura.
Non vi è più nulla che possa ostacolare lo spudorato dispiegarsi della mano invisibile del potere. Adesso viaggia a tutto gas nel deserto arido della politica italiana. La cultura di destra ha vinto. I potenti hanno vinto. Da oggi in poi nulla sarà più come prima. Prima che la cultura di Sinistra fosse distrutta attraverso l’astuta strategia di chi l’ha condotta al suicidio.
Occorre rendere onore al vincitore e prenderne atto. Berlusconi ancora una volta mostra al mondo di essere l’abile stratega della politica italiana. L’unico. Al pari di Ulisse ha piazzato il suo cavallo di razza nel campo del nemico e gli avversari se ne sono innamorati.
Nessuno si è curato del pericolo. Il galoppo era bizzarro così, uno per volta, i suoi nemici sono tutti caduti da cavallo. Una caduta rovinosa, irreparabile, paralizzante. Una botta mortale che ha prodotto un coma irreversibile, vegetativo, permanente.
Il cavallo ha vinto, mentre i cavalieri sono morti.
Adesso l’argine si è rotto. Ed io ho paura.
Ho sbagliato. Ho sbagliato a pensare che non avrebbe mai accettato una staffetta senza il voto. Ho sbagliato a pensare che una manovra di palazzo avrebbe corso il rischio di bruciarlo. Sono una stupida. Non c’è questo rischio se c’è una sola squadra. E’ come nel calcio, accidenti: per fare allenamento occorre usare due casacche. Una finta partitella per provare i giocatori. Una farsa. Sono un'imbecille.
Proprio io che l’ho sempre chiamato Renzusconi. Gori e Verdini frequentavano Firenze da più mesi: ma a fare che, se non per portarlo a governare? C’è da assalire la Costituzione. C’è da portare a casa il presidenzialismo. C’è da imbavagliare la magistratura. C’’è da salvaguardare il conflitto d’interessi. C’è da distruggere quel poco che resta dei contratti nazionali di lavoro. E del sindacato. Perché il vero obiettivo è restituire al capitalismo tutto quello che ha concesso (in termini di diritti e di salario) quando era ancora vivo il comunismo siberiano. E bisogna farlo adesso.
Adesso che l’argine si è rotto. Ed io ho paura.
Tutto è pronto. Sarà facile. Sarà il tripudio della demagogia. Sarà bello vedere la gente soccombere mentre osanna il suo carnefice. Via il finanziamento pubblico ai partiti. Via il Senato. Via le Province. Via le prerogative del Parlamento. Via tutto ciò che intralcia l’attività del Governo, perché a chi frega francamente tutto questo? Nessuno osa più nominare la parola “democrazia”. Un lusso da intellettuali un po’ snob, nel regno del fare.
Dividi ed impera. Diritti e giustizia non fanno più parte del lessico popolare. La solidarietà di classe è stata soppiantata dal benessere individuale che un’astuta cultura di massa ha fatto coincidere col possesso di una serie infinita di roba senza senso. Nessuna appartenenza di ceto. Il disagio sociale è una vergogna. Siamo tutti in classe media. Ognuno si prende cura di sè, inerme e solo di fronte al bisogno e al ricatto aziendale. E’ un buon momento per Marchionne.
Adesso che l’argine si è rotto. Ed io ho paura.
Si salvi chi può. Perché il welfare non si salverà. E il nuova che avanza darà il via al più grande processo di privatizzazioni della storia della Repubblica. E le liberalizzazioni saranno un totem.
Adesso che l’argine si è rotto. Ed io ho paura.
Non vi è più nulla che possa ostacolare lo spudorato dispiegarsi della mano invisibile del potere. Adesso viaggia a tutto gas nel deserto arido della politica italiana. La cultura di destra ha vinto. I potenti hanno vinto. Da oggi in poi nulla sarà più come prima. Prima che la cultura di Sinistra fosse distrutta attraverso l’astuta strategia di chi l’ha condotta al suicidio.
Occorre rendere onore al vincitore e prenderne atto. Berlusconi ancora una volta mostra al mondo di essere l’abile stratega della politica italiana. L’unico. Al pari di Ulisse ha piazzato il suo cavallo di razza nel campo del nemico e gli avversari se ne sono innamorati.
Nessuno si è curato del pericolo. Il galoppo era bizzarro così, uno per volta, i suoi nemici sono tutti caduti da cavallo. Una caduta rovinosa, irreparabile, paralizzante. Una botta mortale che ha prodotto un coma irreversibile, vegetativo, permanente.
Il cavallo ha vinto, mentre i cavalieri sono morti.
Adesso l’argine si è rotto. Ed io ho paura.
Ho sbagliato. Ho sbagliato a pensare che non avrebbe mai accettato una staffetta senza il voto. Ho sbagliato a pensare che una manovra di palazzo avrebbe corso il rischio di bruciarlo. Sono una stupida. Non c’è questo rischio se c’è una sola squadra. E’ come nel calcio, accidenti: per fare allenamento occorre usare due casacche. Una finta partitella per provare i giocatori. Una farsa. Sono un'imbecille.
Proprio io che l’ho sempre chiamato Renzusconi. Gori e Verdini frequentavano Firenze da più mesi: ma a fare che, se non per portarlo a governare? C’è da assalire la Costituzione. C’è da portare a casa il presidenzialismo. C’è da imbavagliare la magistratura. C’’è da salvaguardare il conflitto d’interessi. C’è da distruggere quel poco che resta dei contratti nazionali di lavoro. E del sindacato. Perché il vero obiettivo è restituire al capitalismo tutto quello che ha concesso (in termini di diritti e di salario) quando era ancora vivo il comunismo siberiano. E bisogna farlo adesso.
Adesso che l’argine si è rotto. Ed io ho paura.
Tutto è pronto. Sarà facile. Sarà il tripudio della demagogia. Sarà bello vedere la gente soccombere mentre osanna il suo carnefice. Via il finanziamento pubblico ai partiti. Via il Senato. Via le Province. Via le prerogative del Parlamento. Via tutto ciò che intralcia l’attività del Governo, perché a chi frega francamente tutto questo? Nessuno osa più nominare la parola “democrazia”. Un lusso da intellettuali un po’ snob, nel regno del fare.
Dividi ed impera. Diritti e giustizia non fanno più parte del lessico popolare. La solidarietà di classe è stata soppiantata dal benessere individuale che un’astuta cultura di massa ha fatto coincidere col possesso di una serie infinita di roba senza senso. Nessuna appartenenza di ceto. Il disagio sociale è una vergogna. Siamo tutti in classe media. Ognuno si prende cura di sè, inerme e solo di fronte al bisogno e al ricatto aziendale. E’ un buon momento per Marchionne.
Adesso che l’argine si è rotto. Ed io ho paura.
Si salvi chi può. Perché il welfare non si salverà. E il nuova che avanza darà il via al più grande processo di privatizzazioni della storia della Repubblica. E le liberalizzazioni saranno un totem.
Adesso che l’argine si è rotto. Ed io ho paura.
Monday, February 10, 2014
BARBARA SPINELLI E L''EUROPA
Intervista a Barbara Spinelli di Argiris Panagopoulos, da www.avgi.gr, 22 dicembre 2013
L'Europa dà l'impressione negli ultimi anni e soprattutto dopo l'inizio della crisi di essersi allontanata dai suoi cittadini.
Si è molto allontanata fino a quasi spezzare la corda tra le istituzioni europee e la cittadinanza. Ci sono due responsabili: le Istituzioni europee e gli Stati membri.
Se le Istituzioni europee hanno la responsabilità di non pensare alla crisi in maniera solidale, la responsabilità maggiore spetta agli Stati membri perché nel trattato di Lisbona e nell’Unione, così com’è oggi, il potere degli Stati nazionali è preponderante. Perché ora gli stati contano di più, in particolare per il meccanismo del voto all'unanimità. E il più forte vince sul più debole, perché può mettere un veto contro i paesi più piccoli.
In questo senso la responsabilità è in primo luogo dei governi nazionali, in particolare quelli dei paesi del sud Europa che si trovano nel bel mezzo della crisi?
L'Europa doveva essere una unione solidale di tipo federale. In una struttura federale solidale la solidarietà viene per forza. Faccio un esempio: se lo stato della California si trova ad affrontare i problemi della crisi del debito non si parla di cacciarla subito dagli Stati Uniti. Con la creazione dell'euro non siamo andati in questa direzione.
Non doveva esserci l'unione politica?
Non c'è l'unione politica. Oggi non la chiamerei nemmeno unione questa area europea che è basata sul vecchio sistema di "equilibrio tra potenze", che è stato mantenuto fino alla fine dell'ultima guerra.
Un sistema di relazioni interstatali che hanno portato ai conflitti delle due guerre mondiali.
La Comunità Europea e poi l'Unione Europea sono state create proprio per superare “l’equilibrio tra potenze”. Purtroppo oggi l'Europa agisce direttamente contro i propri stessi ideali.
Ci sono prospettive per invertire questo processo, che probabilmente porta a disastri più grandi aumentando la disuguaglianza , la povertà e la disoccupazione?
Moltissime cose dipenderanno da noi cittadini. Per questo motivo ritengo molto importanti le elezioni per il Parlamento Europeo. Perché anche se in Europa è tornato un sistema di "equilibrio tra potenze" esistono istituzioni con forti caratteristiche democratiche e fra queste c'è certamente il Parlamento europeo, che dovrebbe aumentare i propri poteri, molti di più di quelli previsti dal Trattato di Lisbona.
In queste elezioni europee i cittadini possono esprimersi con molta forza su quale sia la direzione in cui vogliono andare. In molti paesi questo desiderio dei cittadini di riappropriarsi dell'Europa si manifesta in modi diversi.
Mi sembra che oggi nell’opinione pubblica e tra i cittadini emergano tre tendenze principali.
La prima è di sostegno alla posizione dei “poteri forti”: la troika e gli stati più forti. Questa linea sostiene che l'Europa, così com’è oggi, va bene e che le terapie di austerità hanno successo. Perché questo si dice oggi, da Barroso alla Merkel. La terapia mortifera che è stata attuata ha avuto successo, perché la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l'Italia e l'Irlanda hanno ormai il bilancio dei pagamenti in pareggio. Ma come diceva Keynes l'intervento è riuscito ma il paziente è morto.
Una seconda linea di pensiero dice basta all’Europa, usciamo, perché l'euro è un disastro e un cappio al collo. La scelta è “si” o “no” all’euro. Noi diciamo “no”.
La terza scelta è quella che ha fatto Alexis Tsipras. Io spero molto in una lista italiana per Tsipras per le elezioni europee, una lista che sostenga che dobbiamo imparare la lezione da quello che è successo: noi vogliamo l’Europa, ma la vogliamo radicalmente cambiata.
Vogliamo un’unione vera, come i padri fondatori l’hanno pensata. Un’Europa della solidarietà, con una Banca Centrale prestatrice di ultima istanza, una vera federazione.
Tsipras sostiene l'unione politica dell'Europa e la pone come perno della sua ampia proposta per l'Europa, i popoli e i suoi cittadini. E sostenendo l’unione politica si conduce in pratica al federalismo in Europa.
In Europa riemergono fantasmi del passato, grazie ad una specie di euroscetticismo, come si è visto nella sua polemica con Scalfari, sostenendo giustamente che Grillo non è la stessa cosa del Fronte Nazionale o di Alba Dorata.
In un certo senso penso che l'euroscetticismo sia una cosa benefica in questo momento. Lo scetticismo viene dalla Grecia, è una delle più antiche e più straordinarie correnti filosofiche, perché mette in questione una realtà che viene considerata apparente. Interroga la realtà, la mette in questione. Ci sono due tipi di scetticismo. Lo scetticismo che torna al passato e ai vecchi stati sovrani, portando la questione della vecchia sovranità assoluta degli stati. Se questa è una possibile soluzione significa che ci muoviamo in direzione di una regressione, verso un nuovo/vecchio “equilibrio tra potenze”.
Alimentando anche i nazionalismi ...
Alimentando il nazionalismo in tutti i paesi. I paesi più deboli come la Grecia e l'Italia, se tornano alla sovranità nazionale, riducendo l'Europa ad una zona di mercato saranno sempre più deboli. I paesi più forti si detteranno leggo comunque. Quando abbiamo avuto le monete nazionali dipendevamo dal marco. Questo euroscetticismo è pericoloso. Io sono a favore di un'Europa unita, ma io sono scettica, nel senso filosofico antico.
Con la rielezione di Merkel alla cancelleria abbiamo visto due grandi famiglie politiche in Europa, i cristiano-democratici e i socialdemocratici, formare una "grande coalizione" per applicare l’austerità. Che tipo di alleanze possono essere create in Europa tra quelle che una volta si chiamavano le forze progressiste? In Grecia, per esempio l'alleanza della Merkel con i socialdemocratici fa paura.
Sono perfettamente d'accordo con le vostre preoccupazioni.
I socialdemocratici avrebbero potuto obbligare Merkel a inserire punti di programma più coraggiosi, come quelli del sindacato tedesco DGB per un "Piano Marshall per l'Europa". I socialdemocratici sono stati assolutamente rinunciatari sul negoziato con la Merkel. Non hanno messo niente di nuovo. Anzi hanno ribadito di essere contrari a qualsiasi europeizzazione del debito. Questo è pericoloso. Il problema è che in tanti paesi d'Europa siamo purtroppo di fronte a "grandi coalizioni" di questo tipo, perché nessuno dei partiti può avere la maggioranza, cominciando dall’Italia, dove siamo in uno stato di immobilità a causa della "grande coalizione".
La speranza è di rendere più difficile questa condizione nel Parlamento europeo, creando forti gruppi che contesteranno questa linea.
Dovrebbe quindi esserci uno scontro politico alle prossime elezioni europee?
Sicuramente. Non possiamo fasciarci la testa prima di romperla.
In Italia vede la prospettiva di una convergenza di forze per la ricostruzione dell'Europa, a cui si riferiva prima?
E ' molto difficile perché mi sembra che la tendenza ad immobilizzarsi sulle “grandi coalizioni” sia molto forte e la situazione in Italia è molto fluida. Mi piacerebbe vedere un’alleanza tra i paesi che soffrono maggiormente per la crisi e l’austerità. Vorrei vedere l'alleanza dei paesi dell'Europa del sud all'interno dell'Unione Europea per affrontare gli stati che impongono austerità. Si potrebbe mettere in minoranza la linea di Merkel. Una volta è stata messa in minoranza la linea Thatcher, quando è stato fatto l’euro. Ora può essere messa in minoranza la linea Merkel. Nel Parlamento Europeo si dovrebbe cercare l’alleanza con altri, come i Verdi tedeschi, che pongono la questione di un "Piano Marshall" per l'Europa.
La candidatura di Alexis Tsipras può contribuire a creare una coalizione di tali forze in Italia, al Sud e in Europa? Una coalizione che superi lo spazio classico dei partiti della sinistra radicale radunando forze sociali più ampie?
Questa è la speranza che abbiamo in Italia in un piccolo gruppo di persone. Vorremmo che in Italia ci fosse una lista civica, di cittadini attivi, una lista di persone della società civile che scelgono Tsipras come candidato alla presidenza della Commissione Europea. Non è semplice, perché abbiamo pochissimo tempo per creare qualcosa. Per farlo ci vorrà tutta l’intelligenza di Alexis Tsipras, come quella che gli ha permesso di formare una coalizione tra le anime della sinistra radicale greca.
E' chiaro che non dovrebbe essere una coalizione dei vecchi partiti della sinistra radicale, perché non avrebbe alcuna possibilità di successo. Abbiamo bisogno di qualcosa di più grande, qualcosa per scuotere la coscienza della società, superando i margini molto stretti delle formazioni politiche della sinistra radicale. Con l’obiettivo di unire le forze della società colpite dalla crisi.
Il confronto con l'Europa dell'austerità e della barbarie necessita di una maggiore convergenza delle forze sociali rispetto a quelle espresse dai partiti della tradizionale sinistra radicale.
Sicuramente. Abbiamo visto in questi giorni le reazioni e le proteste di alcuni gruppi in Italia e abbiamo visto in precedenza le proteste in Grecia, Spagna, Portogallo. Il confronto con l'Europa dell’austerità è oltre la portata della vecchia sinistra radicale.
Una grande parte di cittadini ha perso la speranza nell'Europa, a questi cittadini bisogna fare un discorso diverso: non dentro o fuori l'Europa, ma come vogliamo cambiare l’Europa e che tipo di Europa vogliamo costruire.
In Grecia si usa il concetto di ricostruzione e rifondazione dell'Europa.
Questo è esattamente l'obiettivo che abbiamo di fronte per presentare una candidatura di Alexis Tsipras in Italia e nell'Europa del Sud. Questa è la sfida. E' come lasciare alle spalle una guerra, perché gli anni di austerità equivalgono ad una guerra. Soprattutto in Grecia. Dopo la guerra l’Europa è uscita con una voglia di ricostruzione, con un enorme entusiasmo, che dobbiamo ritrovare.
Pochi giorni fa ha avuto una polemica con il fondatore di "La Repubblica" per l'eredità politica del suo padre e il suo uso. Che direbbero i padri dell'Europa vedendo crescere la disuguaglianza, la disoccupazione, la povertà e l'esclusione sociale in un continente immaginato non solo senza guerre, ma anche come una società solidale? Dal antifascismo fino all’Europa unita c’è stata la percezione per un'Europa più giusta.
L'Europa è nata dopo la guerra per finire le guerre e per lottare insieme contro la povertà. ll ragionamento dei fondatori dell'Europa, che per l'Italia sono Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ha sostenuto che la povertà in Italia e nella Repubblica di Weimar ci ha portati al fascismo e al nazismo. Non è solo la questione di avere la pace invece della guerra, ma di avere lo stato sociale invece della povertà. Lo stato sociale è una protezione dalle guerre, così come la giustizia sociale. Ci possono essere periodi di crisi economiche, ma bisogna affrontarle tutti insieme e non con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Per questo dobbiamo cambiare anche il nostro concetto di sviluppo.
Ha vissuto insieme a Tommaso Padoa Schioppa, che è stato consigliere di Giorgos Papandreou. Ha avuto una visione personale della crisi greca?
L'Europa e gli stati europei hanno completamente fallito nella loro politica sulla Grecia. In un certo modo hanno fatto un esperimento con la Grecia. L’hanno trattato come una cavia. Hanno cercato di vedere se funzionava la ricetta facendola pagare ai greci. Molto spesso hanno provato delle politiche ancora più dure, ma hanno fatto marcia indietro. Hanno aspettato per dare soldi e poi ritirali. Hanno giocato con la crisi. Questo è il grande scandalo.
L’idea che aveva Padoa Schioppa era che bisognava fare molta attenzione a preservare la democrazia e la giustizia sociale in Grecia. Per questo motivo ha sostenuto che quando gli stati più deboli hanno grandi difficoltà e non potevano crescere in maniera adeguata, l’Europa doveva prenderli in carico e fare programmi di investimento, aumentando le risorse a disposizione all'interno dell'Unione europea, adottando il concetto di un "Piano Marshall", come quello del sindacato tedesco.
Papandreou l’ha proposto, ma quando non era più primo ministro. Solo allora ha fatto la proposta che aveva discusso a lungo con Padoa Schioppa. Come i socialdemocratici in Germania anche Papandreou non ha fatto la proposta al momento giusto.
(23 dicembre 2013)
Si è molto allontanata fino a quasi spezzare la corda tra le istituzioni europee e la cittadinanza. Ci sono due responsabili: le Istituzioni europee e gli Stati membri.
Se le Istituzioni europee hanno la responsabilità di non pensare alla crisi in maniera solidale, la responsabilità maggiore spetta agli Stati membri perché nel trattato di Lisbona e nell’Unione, così com’è oggi, il potere degli Stati nazionali è preponderante. Perché ora gli stati contano di più, in particolare per il meccanismo del voto all'unanimità. E il più forte vince sul più debole, perché può mettere un veto contro i paesi più piccoli.
In questo senso la responsabilità è in primo luogo dei governi nazionali, in particolare quelli dei paesi del sud Europa che si trovano nel bel mezzo della crisi?
L'Europa doveva essere una unione solidale di tipo federale. In una struttura federale solidale la solidarietà viene per forza. Faccio un esempio: se lo stato della California si trova ad affrontare i problemi della crisi del debito non si parla di cacciarla subito dagli Stati Uniti. Con la creazione dell'euro non siamo andati in questa direzione.
Non doveva esserci l'unione politica?
Non c'è l'unione politica. Oggi non la chiamerei nemmeno unione questa area europea che è basata sul vecchio sistema di "equilibrio tra potenze", che è stato mantenuto fino alla fine dell'ultima guerra.
Un sistema di relazioni interstatali che hanno portato ai conflitti delle due guerre mondiali.
La Comunità Europea e poi l'Unione Europea sono state create proprio per superare “l’equilibrio tra potenze”. Purtroppo oggi l'Europa agisce direttamente contro i propri stessi ideali.
Ci sono prospettive per invertire questo processo, che probabilmente porta a disastri più grandi aumentando la disuguaglianza , la povertà e la disoccupazione?
Moltissime cose dipenderanno da noi cittadini. Per questo motivo ritengo molto importanti le elezioni per il Parlamento Europeo. Perché anche se in Europa è tornato un sistema di "equilibrio tra potenze" esistono istituzioni con forti caratteristiche democratiche e fra queste c'è certamente il Parlamento europeo, che dovrebbe aumentare i propri poteri, molti di più di quelli previsti dal Trattato di Lisbona.
In queste elezioni europee i cittadini possono esprimersi con molta forza su quale sia la direzione in cui vogliono andare. In molti paesi questo desiderio dei cittadini di riappropriarsi dell'Europa si manifesta in modi diversi.
Mi sembra che oggi nell’opinione pubblica e tra i cittadini emergano tre tendenze principali.
La prima è di sostegno alla posizione dei “poteri forti”: la troika e gli stati più forti. Questa linea sostiene che l'Europa, così com’è oggi, va bene e che le terapie di austerità hanno successo. Perché questo si dice oggi, da Barroso alla Merkel. La terapia mortifera che è stata attuata ha avuto successo, perché la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l'Italia e l'Irlanda hanno ormai il bilancio dei pagamenti in pareggio. Ma come diceva Keynes l'intervento è riuscito ma il paziente è morto.
Una seconda linea di pensiero dice basta all’Europa, usciamo, perché l'euro è un disastro e un cappio al collo. La scelta è “si” o “no” all’euro. Noi diciamo “no”.
La terza scelta è quella che ha fatto Alexis Tsipras. Io spero molto in una lista italiana per Tsipras per le elezioni europee, una lista che sostenga che dobbiamo imparare la lezione da quello che è successo: noi vogliamo l’Europa, ma la vogliamo radicalmente cambiata.
Vogliamo un’unione vera, come i padri fondatori l’hanno pensata. Un’Europa della solidarietà, con una Banca Centrale prestatrice di ultima istanza, una vera federazione.
Tsipras sostiene l'unione politica dell'Europa e la pone come perno della sua ampia proposta per l'Europa, i popoli e i suoi cittadini. E sostenendo l’unione politica si conduce in pratica al federalismo in Europa.
In Europa riemergono fantasmi del passato, grazie ad una specie di euroscetticismo, come si è visto nella sua polemica con Scalfari, sostenendo giustamente che Grillo non è la stessa cosa del Fronte Nazionale o di Alba Dorata.
In un certo senso penso che l'euroscetticismo sia una cosa benefica in questo momento. Lo scetticismo viene dalla Grecia, è una delle più antiche e più straordinarie correnti filosofiche, perché mette in questione una realtà che viene considerata apparente. Interroga la realtà, la mette in questione. Ci sono due tipi di scetticismo. Lo scetticismo che torna al passato e ai vecchi stati sovrani, portando la questione della vecchia sovranità assoluta degli stati. Se questa è una possibile soluzione significa che ci muoviamo in direzione di una regressione, verso un nuovo/vecchio “equilibrio tra potenze”.
Alimentando anche i nazionalismi ...
Alimentando il nazionalismo in tutti i paesi. I paesi più deboli come la Grecia e l'Italia, se tornano alla sovranità nazionale, riducendo l'Europa ad una zona di mercato saranno sempre più deboli. I paesi più forti si detteranno leggo comunque. Quando abbiamo avuto le monete nazionali dipendevamo dal marco. Questo euroscetticismo è pericoloso. Io sono a favore di un'Europa unita, ma io sono scettica, nel senso filosofico antico.
Con la rielezione di Merkel alla cancelleria abbiamo visto due grandi famiglie politiche in Europa, i cristiano-democratici e i socialdemocratici, formare una "grande coalizione" per applicare l’austerità. Che tipo di alleanze possono essere create in Europa tra quelle che una volta si chiamavano le forze progressiste? In Grecia, per esempio l'alleanza della Merkel con i socialdemocratici fa paura.
Sono perfettamente d'accordo con le vostre preoccupazioni.
I socialdemocratici avrebbero potuto obbligare Merkel a inserire punti di programma più coraggiosi, come quelli del sindacato tedesco DGB per un "Piano Marshall per l'Europa". I socialdemocratici sono stati assolutamente rinunciatari sul negoziato con la Merkel. Non hanno messo niente di nuovo. Anzi hanno ribadito di essere contrari a qualsiasi europeizzazione del debito. Questo è pericoloso. Il problema è che in tanti paesi d'Europa siamo purtroppo di fronte a "grandi coalizioni" di questo tipo, perché nessuno dei partiti può avere la maggioranza, cominciando dall’Italia, dove siamo in uno stato di immobilità a causa della "grande coalizione".
La speranza è di rendere più difficile questa condizione nel Parlamento europeo, creando forti gruppi che contesteranno questa linea.
Dovrebbe quindi esserci uno scontro politico alle prossime elezioni europee?
Sicuramente. Non possiamo fasciarci la testa prima di romperla.
In Italia vede la prospettiva di una convergenza di forze per la ricostruzione dell'Europa, a cui si riferiva prima?
E ' molto difficile perché mi sembra che la tendenza ad immobilizzarsi sulle “grandi coalizioni” sia molto forte e la situazione in Italia è molto fluida. Mi piacerebbe vedere un’alleanza tra i paesi che soffrono maggiormente per la crisi e l’austerità. Vorrei vedere l'alleanza dei paesi dell'Europa del sud all'interno dell'Unione Europea per affrontare gli stati che impongono austerità. Si potrebbe mettere in minoranza la linea di Merkel. Una volta è stata messa in minoranza la linea Thatcher, quando è stato fatto l’euro. Ora può essere messa in minoranza la linea Merkel. Nel Parlamento Europeo si dovrebbe cercare l’alleanza con altri, come i Verdi tedeschi, che pongono la questione di un "Piano Marshall" per l'Europa.
La candidatura di Alexis Tsipras può contribuire a creare una coalizione di tali forze in Italia, al Sud e in Europa? Una coalizione che superi lo spazio classico dei partiti della sinistra radicale radunando forze sociali più ampie?
Questa è la speranza che abbiamo in Italia in un piccolo gruppo di persone. Vorremmo che in Italia ci fosse una lista civica, di cittadini attivi, una lista di persone della società civile che scelgono Tsipras come candidato alla presidenza della Commissione Europea. Non è semplice, perché abbiamo pochissimo tempo per creare qualcosa. Per farlo ci vorrà tutta l’intelligenza di Alexis Tsipras, come quella che gli ha permesso di formare una coalizione tra le anime della sinistra radicale greca.
E' chiaro che non dovrebbe essere una coalizione dei vecchi partiti della sinistra radicale, perché non avrebbe alcuna possibilità di successo. Abbiamo bisogno di qualcosa di più grande, qualcosa per scuotere la coscienza della società, superando i margini molto stretti delle formazioni politiche della sinistra radicale. Con l’obiettivo di unire le forze della società colpite dalla crisi.
Il confronto con l'Europa dell'austerità e della barbarie necessita di una maggiore convergenza delle forze sociali rispetto a quelle espresse dai partiti della tradizionale sinistra radicale.
Sicuramente. Abbiamo visto in questi giorni le reazioni e le proteste di alcuni gruppi in Italia e abbiamo visto in precedenza le proteste in Grecia, Spagna, Portogallo. Il confronto con l'Europa dell’austerità è oltre la portata della vecchia sinistra radicale.
Una grande parte di cittadini ha perso la speranza nell'Europa, a questi cittadini bisogna fare un discorso diverso: non dentro o fuori l'Europa, ma come vogliamo cambiare l’Europa e che tipo di Europa vogliamo costruire.
In Grecia si usa il concetto di ricostruzione e rifondazione dell'Europa.
Questo è esattamente l'obiettivo che abbiamo di fronte per presentare una candidatura di Alexis Tsipras in Italia e nell'Europa del Sud. Questa è la sfida. E' come lasciare alle spalle una guerra, perché gli anni di austerità equivalgono ad una guerra. Soprattutto in Grecia. Dopo la guerra l’Europa è uscita con una voglia di ricostruzione, con un enorme entusiasmo, che dobbiamo ritrovare.
Pochi giorni fa ha avuto una polemica con il fondatore di "La Repubblica" per l'eredità politica del suo padre e il suo uso. Che direbbero i padri dell'Europa vedendo crescere la disuguaglianza, la disoccupazione, la povertà e l'esclusione sociale in un continente immaginato non solo senza guerre, ma anche come una società solidale? Dal antifascismo fino all’Europa unita c’è stata la percezione per un'Europa più giusta.
L'Europa è nata dopo la guerra per finire le guerre e per lottare insieme contro la povertà. ll ragionamento dei fondatori dell'Europa, che per l'Italia sono Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ha sostenuto che la povertà in Italia e nella Repubblica di Weimar ci ha portati al fascismo e al nazismo. Non è solo la questione di avere la pace invece della guerra, ma di avere lo stato sociale invece della povertà. Lo stato sociale è una protezione dalle guerre, così come la giustizia sociale. Ci possono essere periodi di crisi economiche, ma bisogna affrontarle tutti insieme e non con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Per questo dobbiamo cambiare anche il nostro concetto di sviluppo.
Ha vissuto insieme a Tommaso Padoa Schioppa, che è stato consigliere di Giorgos Papandreou. Ha avuto una visione personale della crisi greca?
L'Europa e gli stati europei hanno completamente fallito nella loro politica sulla Grecia. In un certo modo hanno fatto un esperimento con la Grecia. L’hanno trattato come una cavia. Hanno cercato di vedere se funzionava la ricetta facendola pagare ai greci. Molto spesso hanno provato delle politiche ancora più dure, ma hanno fatto marcia indietro. Hanno aspettato per dare soldi e poi ritirali. Hanno giocato con la crisi. Questo è il grande scandalo.
L’idea che aveva Padoa Schioppa era che bisognava fare molta attenzione a preservare la democrazia e la giustizia sociale in Grecia. Per questo motivo ha sostenuto che quando gli stati più deboli hanno grandi difficoltà e non potevano crescere in maniera adeguata, l’Europa doveva prenderli in carico e fare programmi di investimento, aumentando le risorse a disposizione all'interno dell'Unione europea, adottando il concetto di un "Piano Marshall", come quello del sindacato tedesco.
Papandreou l’ha proposto, ma quando non era più primo ministro. Solo allora ha fatto la proposta che aveva discusso a lungo con Padoa Schioppa. Come i socialdemocratici in Germania anche Papandreou non ha fatto la proposta al momento giusto.
(23 dicembre 2013)
IMBELLI FATALISTI
Sento gente dire" è presto per giudicare, non ha ancora fatto niente, lasciamolo lavorare".
E poi, quando la nostra Costituzione sarà manomessa e la nostra democrazia sarà come un'ammasso di ossa scarnificate e abbandonate sotto il sole, ti guarderà con quell'aria pigra e rassegnata di sempre, donne e uomini imbelli capaci solo di lagnarsi e affidarsi a quella sorta di irritante fatalismo che gli fa dire "cosa ci posso fare, io ci speravo".
E poi, quando la nostra Costituzione sarà manomessa e la nostra democrazia sarà come un'ammasso di ossa scarnificate e abbandonate sotto il sole, ti guarderà con quell'aria pigra e rassegnata di sempre, donne e uomini imbelli capaci solo di lagnarsi e affidarsi a quella sorta di irritante fatalismo che gli fa dire "cosa ci posso fare, io ci speravo".
Sunday, February 02, 2014
LE NUOVE TENEBRE
di Corrado Augias da La Repubblica del 02 febbraio 2014
"Che succederebbe se ti trovassi con la Boldrini in macchina?". Il comico Beppe Grillo voleva far divertire i ragazzi lanciando sul blog la sua provocazione a metà tra stupidità e infamia. Mossa calcolata a freddo, sapeva che cosa sarebbe successo. Infatti è successo. Ometto le risposte, fantasie di uomini repressi, oscenità correnti, postribolo. Poi perfino lui dev'essersi reso conto d'aver esagerato e ha fatto sparire la sequela di (banali) oscenità. Battute di quel tipo le sentivamo nei film degli anni Cinquanta, uomini in calore che si sussurravano "Quella bottana è". Lì era satira di costume, qui è in gioco la terza carica dello Stato. Anche il fascismo demoliva gli avversari col ridicolo. Li si imbottiva d'olio di ricino, poi tutti a ridere nel vedere il disgraziato torcersi. Ogni giorno il grillismo scende un po' più giù, l'attacco alla Boldrini non è certo il livello più basso. Gente di quella risma quando tocca il fondo non ci pensa due volte: comincia a scavare.
Davvero non c'è in quelle file di soldatini obbedienti qualcuno che conservi di sé un'opinione un po' meno umiliante? Quelle faccette pulite, quelle barbette ben curate, quella ragazzette in tailleur, basta davvero così poco a trascinarle a questo livello? Ne ho fatto le spese anch'io. Venerdì ero ospite del programma di Daria Bignardi su La7, Le invasioni barbariche. Ho espresso alcune critiche sul M5S, su ciò che ha combinato in questi giorni alla Camera. Apriti cielo! Twitter e mail inondate di contumelie, Grillo mi inserisce nella sua gogna. Uno dei commenti più gentili mi definisce: "Scrittore della Kasta". Un altro, più rude: "Penso che lei sia un po' rincoglionito. Comunque meglio così che servo del potere". C'è un banale "emerito imbecille" e un estremo: "Sei un morto che cammina". Per fortuna c'è anche uno che mi vuole solo querelare. Anche Daria Bignardi è stata inondata di insulti, declinati ovviamente nelle usuali varianti femminili.
La pioggia di improperi e la loro qualità non hanno comunque molta importanza. Si tratta di rifiuti di tipo meccanico che eludono la sostanza della questione usando l'invettiva come scudo. Lo psicologo Nicola Artico mi aveva scritto giorni fa per darmi la sua interpretazione dei recenti comportamenti: "Ho visto giovani deputati fronteggiare con il proprio viso quello di un altro come lupi di rango superiore, ho letto insulti di un sessismo arcaico nutrito da pulsioni mai sopite, ho riconosciuto un noto cluster diagnostico: il narcisismo. Non voglio fare una diagnosi a distanza, ma il tema del narcisismo, clinicamente, evoca un mix coordinato come un senso grandioso di importanza, credere di essere speciali, e dunque di poter essere capiti solo da persone (o istituzioni) altrettanto speciali; avere la sensazione che tutto ci sia dovuto, esibire comportamenti arroganti. Più in generale manifestare incapacità di controllare gli impulsi. Ogni volta che si passa all'agito (violento), si è incapaci di dare parola a un'emozione, e costruire simboli, dunque cultura. Si passa all'atto con la negazione anche semantica del concetto di "parlamento". Questa dimensione colpisce in giovani parlamentari che, in gran parte, s'erano proposti come il nuovo".
Non credo di esagerare definendo questi comportamenti fascismo inconsapevole in senso tecnico e storico. Nemmeno il fascismo movimento degli inizi tollerava obiezioni, anche loro preferivano l'azione, il grido, l'odore della polvere, a tacere d'altro. Un fascista vero come Francesco Storace diceva (con humour) "Il cazzotto sottolinea l'idea".
Questi, che humour non hanno, usano l'ingiuria, che l'idea si limita a scansarla.
Prima di me, dalla Bignardi, aveva parlato il giovane deputato grillino Alessandro Di Battista. È un uomo d'aspetto gradevole, molto consapevole, molto compiaciuto, parla con calma, lanciando, soavemente, insulti terribili: quello è un falsone, quello è un condannato, quello è un pollo da batteria e via di questo passo. La sua calma mi è sembrata spaventosa; traspare la sicurezza di chi ritiene di possedere la verità. Dal punto di vista psicologico gli si addice l'immagine del "lupo di rango superiore" descritta da Artico. Ridurre i problemi a slogan orecchiabili per meglio padroneggiarli e che nessun dubbio incrini le certezze, dividere il mondo in due con un taglio senza sfumature.
Questi grillini, che rifiutano il bipolarismo elettorale perché non gli conviene, politicamente hanno adottato la visione rigidamente dualista dei manichei: la Luce e le Tenebre. C'è chi la proclama urlando, chi l'accompagna con gesti osceni, chi come Di Battista la dichiara soavemente. Immagino che con uguale soavità mi farebbe accompagnare al rogo, se potesse. Confesso: se fanatismo è, preferisco il fanatismo da energumeno del suo capo che sempre più spesso ci mostra di che cosa sia fatto il suo movimento, di che pasta siano molti suoi seguaci.
A quei seguaci, Grillo ha dato in pasto la presidente della Camera esponendola a una violenza senza precedenti nel mondo civilizzato che non diventa meno grave per essersi consumata solo sulla Rete.
IN PRINCIPIO ERA IL VAFFA -DAY
In principio era il Vaffa Day, una sorta di vaffanculo collettivo, un rutto liberatorio per esprimere al potere la propria ripugnanza.
Poi quella Piazza è entrata nel Palazzo e quel linguaggio gutturale e disperato è diventato lo strumento ordinario di una fine strategia "siete qui solo perchè siete brave a fare i pompini".
Infine il grande passo culturale: i muggiti informatici del Guru si sono evoluti fino al punto da incitare sul web allo stupro sinbolico. Domanda Grillo dal suo blog " cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini nella macchiana?" Seguono fini programmi.
Se questo non è degrado, ditemi voi cos'è.
Se questo non è degrado, ditemi voi cos'è.
Saturday, February 01, 2014
DEGRADO ISTITUZIONALE
Il decreto Bankitalia è una vergogna. Ed i Grillini con quel caos creato in aula hanno fatto un gran favore al PD, perchè (molto ingenuamente) hanno dato la possibilità alla TV di oscurare un' operazione disgustosa (che è vero, regala in sostanza soldi alle banche), per parlare solo della violenta reazione in aula da parte dei deputati del Movimento.
Ma le ragioni politiche del Movimento restano.
Inaccettabile la decretazione d'urgenza diventata prassi legislativa ed ancora più inaccettabile l'utilizzo di decreti omnibus che disciplinano materie diverse e totalmente disomogenee tra loro. Come il Decreto tanto contestato che parlava di Bankitalia e di sospensione dell' IMU, per cui o si votava il regalo alle banche o si doveva pagare la seconda rata dell'IMU, perchè la norma era una e non si è voluto procedere allo scorporo: questo io lo chiamo ricatto.
Inaccettabile è la legge elettorale proposta da Berlusconi e avvallata da Renzi, una legge che presenta gli stessi aspetti dichiarati incostituzionali solo un mese fa.
Anche tutto questo dimostra poco rispetto per le istituzioni democratiche. Anche questo è degrado.
Ma le ragioni politiche del Movimento restano.
Inaccettabile la decretazione d'urgenza diventata prassi legislativa ed ancora più inaccettabile l'utilizzo di decreti omnibus che disciplinano materie diverse e totalmente disomogenee tra loro. Come il Decreto tanto contestato che parlava di Bankitalia e di sospensione dell' IMU, per cui o si votava il regalo alle banche o si doveva pagare la seconda rata dell'IMU, perchè la norma era una e non si è voluto procedere allo scorporo: questo io lo chiamo ricatto.
Inaccettabile è la legge elettorale proposta da Berlusconi e avvallata da Renzi, una legge che presenta gli stessi aspetti dichiarati incostituzionali solo un mese fa.
Anche tutto questo dimostra poco rispetto per le istituzioni democratiche. Anche questo è degrado.
IL TRIONFO DELLA "FORTE SINTONIA"
Ora
che l'asse Renzi/Berlusconi è stato sdoganato, lo scenario futuro mi appare
chiarissimo: la totale nullità delle opposizioni capaci solo di inveire, la
miserevole strategia della Sinistra del PD hanno fatto si che il progetto
centrista/berlusconiano trionfasse.
Ritrovata l'armonia perduta, il centro politico si appresta a trasformare la Repubblica da parlamentare a plebiscitaria ( se non formalmente di sicuro di fatto, ma prima o poi lo stupro costituzionale avverrá) così da alleggerire il futuro governo dall' ingombro del Parlamento.
Nel futuro, a contendersi le elezioni saranno due partiti culturalmente uguali e portatori dei medesimi interessi, diversi soltanto nel nome.
Berlusconi ha vinto. La sinistra si è fatta risucchiare nel recinto culturale della DC senza nulla oppore, anzi, rinnegando se stessa. Il PD è ora un partito di centro al servizio dell'ideoligia liberista e del mercato. Per questo piace tanto a Briatore. Per questo Berlusconi vorrebbe che Renzi diventasse il Capo di un governo PD /FI.
Berlusconi gongola e la Sinistra intona il requiem.
Ritrovata l'armonia perduta, il centro politico si appresta a trasformare la Repubblica da parlamentare a plebiscitaria ( se non formalmente di sicuro di fatto, ma prima o poi lo stupro costituzionale avverrá) così da alleggerire il futuro governo dall' ingombro del Parlamento.
Nel futuro, a contendersi le elezioni saranno due partiti culturalmente uguali e portatori dei medesimi interessi, diversi soltanto nel nome.
Berlusconi ha vinto. La sinistra si è fatta risucchiare nel recinto culturale della DC senza nulla oppore, anzi, rinnegando se stessa. Il PD è ora un partito di centro al servizio dell'ideoligia liberista e del mercato. Per questo piace tanto a Briatore. Per questo Berlusconi vorrebbe che Renzi diventasse il Capo di un governo PD /FI.
Berlusconi gongola e la Sinistra intona il requiem.
BOLDRINI
Apprezzai la nomina della Boldrini a Presidente della
Camera: ora non mi sembra abbia dato buona prova di sè.
Applicare la ghigliottina alla Camera per la prima volta nella storia della Repubblica in un caso in cui il Governo aveva chiaramente torto significa venir meno alla propria autonomia.
Il decreto era palesemente disomogeneo nel contenuto ed il Governo si è ridotto all'ultimo momento per le evidenti divergenze al suo interno. Mancavano completamente le condizioni per applicare uno strumento del tutto eccezionale (non è nemmeno scritto nel regolamento della Camera dei Deputati).
Applicare la ghigliottina alla Camera per la prima volta nella storia della Repubblica in un caso in cui il Governo aveva chiaramente torto significa venir meno alla propria autonomia.
Il decreto era palesemente disomogeneo nel contenuto ed il Governo si è ridotto all'ultimo momento per le evidenti divergenze al suo interno. Mancavano completamente le condizioni per applicare uno strumento del tutto eccezionale (non è nemmeno scritto nel regolamento della Camera dei Deputati).
FCA
Fiat è stata svenduta agli americani e il
nuovo logo è l'epilogo (simbolico) di questa svendita di cui, ai piani alti,
erano tutti a conoscenza.
Ovviamente la tv non ne ha mai parlato: ha fatto il gioco di Marchionne, di Bonanni e di Angeletti, sostenendo il contrario, ovvero che è la Fiat ad avere comprato Chrysler.
Ovviamente la tv non ne ha mai parlato: ha fatto il gioco di Marchionne, di Bonanni e di Angeletti, sostenendo il contrario, ovvero che è la Fiat ad avere comprato Chrysler.
Di certo c'è che la Fiat, dopo un
secolo di sovvenzioni statali, lascia l'Itali...a per prendere
sede legale in Olanda e sede fiscale in Gran Bretagna, mentre la sede operativa,
quella che disporrà del Know -how, finirà a Detroit.
Gli Agnelli hanno ottenuto quello che volevano, essere quotati alla borsa di New York, mentre in Italia del miliardo promesso dopo i fatti di Pomigliano non è arrivato neanche un euro.
Allo stato rimangono stabilimenti chiusi e migliaia di operai in cassa integrazione.
Gli Agnelli hanno ottenuto quello che volevano, essere quotati alla borsa di New York, mentre in Italia del miliardo promesso dopo i fatti di Pomigliano non è arrivato neanche un euro.
Allo stato rimangono stabilimenti chiusi e migliaia di operai in cassa integrazione.
IMPEACHMENT
Di Maio è molto bravo. Ha un'ottima
eloquenza, una capacità di sintesi invidiabile e sa essere pacato, impeccabile.
Però ieri sera da Santoro, nonostante la tribuna tutta per sè, praticamente
senza contraddittorio, non ha saputo sostenere in modo plausibile la decisione
di mettere in stato di accusa il Capo dello Stato. È emersa una distanza
politica profonda e sono state avanzate critiche condivisibili al suo
operato, ma per tradimento della Costituzione si intende altro.
Alla fine ciò che è risultato evidente è il carattere strumentale della procedura, (legittima per carità), ma che dimostra tutta la debolezza del Movimento sul piano politico. E questo è un bel guaio, perchè di un' opposizione credibile ed autorevole ci sarebbe davvero un gran bisogno.
Alla fine ciò che è risultato evidente è il carattere strumentale della procedura, (legittima per carità), ma che dimostra tutta la debolezza del Movimento sul piano politico. E questo è un bel guaio, perchè di un' opposizione credibile ed autorevole ci sarebbe davvero un gran bisogno.
INTERROGATIVI
A proposito di legge
elettorale.
A chi giova?
A chi giova continuare a dire che le grandi riforme si debbono fare in modo condiviso e poi procedere invece con proposte che continuano a dividere opinione pubblica, partiti, costituzionalisti?
A chi giova fare scelte che continuano a mettere fra parentesi la concreta realtà italiana, che da venti anni si cerca di “semplificare” con me...ccanismi costrittivi, che di fatto hanno ridotto ai minimi storici la partecipazione?
A chi giova “costringere” persone a non votare? O ampie parti di opinione pubblica a non vedersi in alcun modo rappresentata?
Già Andrea Costa, a fine Ottocento, capì che la parte antagonista a cui apparteneva era bene che in Parlamento ci fosse e operasse, e che l’anarchismo, in Italia, era da superare.
Vogliamo che l’anarchismo ritorni? Che un 30% abbondante di popolo italiano sia solo “contro e fuori”?
Anche a me piacerebbe il bipolarismo. Addirittura il mio sogno sarebbe un bipartitismo fatto di corpi politici plurali, democratici, partecipativi al loro interno, aperti e dialoganti con il mondo “fuori”. Anzi, innervato del mondo “fuori”.
Mi piacerebbe. Ma vi sembra che in Italia ci siano culture e pratiche che rendono questa ipotesi praticabile?
Vedo un’Italia sempre più sconcertata.
Con politici che coltivano continuamente paradossi.
Dialogare con Berlusconi in carne ed ossa è l’ultimo paradosso italiano.
Perché, in realtà, non si è dialogato con tutti, ma solo con lui, che la giustizia ha giudicato essere un delinquente.
E si dice di volere rendere l’Italia un paese normale?
Mi sono più chiari i significati politici di quelli giuridici.
Mi pare evidente che, prima ancora di un giudizio su di una proposta di legge che per molti costituzionalisti è di nuovo evidentemente anticostituzionale, sia un errore incomprensibile la legittimazione non di una forza politica, ma di un delinquente.
“Nomina sunt consequentia rerum”. Le parole vengono dopo le cose.
L’ultimo dei paradossi italiani, che piace a una minoranza di italiani. Il dialogo con Berlusconi.
Una minoranza che, in parlamento, diventerà, di nuovo, maggioranza?
A chi giova?
Maria Paola Patuelli
27 gennaio 2014
giorno della memoria
A chi giova?
A chi giova continuare a dire che le grandi riforme si debbono fare in modo condiviso e poi procedere invece con proposte che continuano a dividere opinione pubblica, partiti, costituzionalisti?
A chi giova fare scelte che continuano a mettere fra parentesi la concreta realtà italiana, che da venti anni si cerca di “semplificare” con me...ccanismi costrittivi, che di fatto hanno ridotto ai minimi storici la partecipazione?
A chi giova “costringere” persone a non votare? O ampie parti di opinione pubblica a non vedersi in alcun modo rappresentata?
Già Andrea Costa, a fine Ottocento, capì che la parte antagonista a cui apparteneva era bene che in Parlamento ci fosse e operasse, e che l’anarchismo, in Italia, era da superare.
Vogliamo che l’anarchismo ritorni? Che un 30% abbondante di popolo italiano sia solo “contro e fuori”?
Anche a me piacerebbe il bipolarismo. Addirittura il mio sogno sarebbe un bipartitismo fatto di corpi politici plurali, democratici, partecipativi al loro interno, aperti e dialoganti con il mondo “fuori”. Anzi, innervato del mondo “fuori”.
Mi piacerebbe. Ma vi sembra che in Italia ci siano culture e pratiche che rendono questa ipotesi praticabile?
Vedo un’Italia sempre più sconcertata.
Con politici che coltivano continuamente paradossi.
Dialogare con Berlusconi in carne ed ossa è l’ultimo paradosso italiano.
Perché, in realtà, non si è dialogato con tutti, ma solo con lui, che la giustizia ha giudicato essere un delinquente.
E si dice di volere rendere l’Italia un paese normale?
Mi sono più chiari i significati politici di quelli giuridici.
Mi pare evidente che, prima ancora di un giudizio su di una proposta di legge che per molti costituzionalisti è di nuovo evidentemente anticostituzionale, sia un errore incomprensibile la legittimazione non di una forza politica, ma di un delinquente.
“Nomina sunt consequentia rerum”. Le parole vengono dopo le cose.
L’ultimo dei paradossi italiani, che piace a una minoranza di italiani. Il dialogo con Berlusconi.
Una minoranza che, in parlamento, diventerà, di nuovo, maggioranza?
A chi giova?
Maria Paola Patuelli
27 gennaio 2014
giorno della memoria
