Ingiustizia è fatta
Dal Blog di Antonio di Pietro

Tutto formalmente corretto e tutto come da copione.
Resta, però, l’amaro in bocca nel constatare ancora una volta che a farne le spese è sempre, e solo, chi tenta di fare il proprio dovere, senza aver "un occhio di riguardo" e timore riverenziale per alcuno.
Allora, in questi rari casi, accade che un folto numero di personalità, organi ed istituzioni si muovano all’unisono per spulciare, tagliuzzare ogni frase detta e scritta, analizzare con la lente d’ingrandimento ogni comportamento alla ricerca della pagliuzza, del cavillo per muovere una critica nei confronti di chi, alla fine, “deve” risultare incapace ed inaffidabile.
Il punto di arrivo, indipendentemente dalla reale volontà di chi, anche in buona fede, si attiva in quest’opera di demolizione personale, è altrettanto scontato: per logica conseguenza e per proprietà transitiva, tutto ciò che fa o ha fatto quel giudice coraggioso ( e perciò contestato ) è poco credibile e quindi va archiviato.
Non tutti i mali vengono per nuocere. Al giudice Forleo, come al P.M. De Magistris, rimane ancora la possibilità di far sentire alta la voce nelle sedi istituzionali (a cominciare dal CSM) e difendere il proprio operato. L’obiettivo è riaffermare il diritto-dovere che ogni giudice ha di motivare i propri provvedimenti secondo coscienza e libera convinzione, e non in base alle convenienze o alle persone coinvolte.
Per intenderci, se si spulciassero migliaia di provvedimenti giudiziari riguardanti cittadini comuni, troveremmo un’infinità di espressioni o affermazioni usate dai giudici su cui si potrebbero sollevare le medesime critiche mosse al caso Forleo. A nessuno, nel caso di cittadini comuni, verrebbe in mente di mettere sotto accusa i giudici per le espressioni utilizzate nel motivare i loro provvedimenti. Invece, in questo caso, come in ogni altro caso riguardante il Palazzo e la casta, si sono mossi i più alti poteri dello Stato ( a cominciare dal Parlamento). L’attenzione, con la complicità dei media, è stata astutamente distolta dall’oggetto delle indagini, la colpa di tutti gli intrecci emersi dalle intercettazioni è del giudice che le voleva leggere e valutare, non dei furbetti del quartierino che cercavano sponsor e protezione per le loro scalate finanziarie.
