Tuesday, December 30, 2014
Ieri un amico mi ha detto che il lavoro sicuro non esiste più e che bisogna abituarsi a vivere in un contesto sociale flessibile e precario.
Non che non sia vero, è tutto vero, ma me l'ha detto come se tutto questo fosse nella natura delle cose e si fosse realizzata una condizione già scritta nel destino degli uomini ed io, in questo senso, non sono per niente d'accordo.
La Storia è una cosa viva e non il resoconto notarile di vicende già scritte. Al contrario esse dipendono dai comportamenti degli uomini, dalla coscienza che essi hanno di sé e dalla loro volontà.
La Storia ci racconta che il mondo del lavoro non è sempre stato sotto scacco: in un certo periodo, a forza di lottare, ha ottenuto dei diritti.
Poi la Storia è cambiata, perché sono cambiati gli individui, la loro cultura, le loro convinzioni. Fatto sta che (quasi) nessuno ha fatto niente per difendere quei diritti e adesso quei diritti non ci sono più.
La Storia siamo noi. Nel bene e nel male.
Monday, December 29, 2014
UN GIUDICE DEL LAVORO INQUADRA IL JOBS ACT
"Mettete che da domani qualcuno possa privarvi del lavoro sostenendo di versare in una crisi economica o di avere necessità di procedere ad una ristrutturazione aziendale; anche se il processo dimostri incontestabilmente che non sia vero; e dimostri pure che dopo di voi siano stati assunti altri lavoratori che svolgano tranquillamente il vostro lavoro di prima.
Mettete che da domani anche voi foste privabili del lavoro perché il vostro datore vi accusa (gli esempi sono tratti dalla realtà) di un “fatto materiale” vero, che però sia anche:
1) privo di rilevanza disciplinare (avevate preso ed utilizzato nel vostro orto, un ferro vecchio lasciato in un angolo del cortile aziendale da mesi e destinato allo smaltimento);
2) o di un fatto materiale con scarsa rilevanza disciplinare (un giorno a seguito della rottura della vostra automobile siete arrivati in ufficio dopo venti minuti pur avendo avvisato per telefono del ritardo); 3)o commesso per errore scusabile (le scarpe antinfortunistiche che avete preso da sopra una finestra sembravano abbandonate e le avete consegnate ad una collega che ne era priva perché il datore non gliele ha mai consegnate );
4) o anche commesso per provocazione (il datore vi aveva pesantemente offeso in varie occasioni e ad un certo punto lo avete mandato a quel Paese);
5)o perché vi siete rifiutati di lavorare ad una pericolosa macchina taglia fili dove un vostro collega ci aveva lasciate tre dita pochi giorni prima ...
Mettete che da domani anche voi foste privabili del lavoro anche se questo “fatto materiale” di cui vi si accusa in sede disciplinare voi non lo avete nemmeno commesso o comunque nemmeno risulta che sia stato commesso da altri, ma la prova che non lo sia è insufficiente o non è diretta, ma solo indiretta od incerta.
E se poi questa nuova regolamentazione (prevista dal JOBS ACT) fosse stata introdotta con la scusa ipocrita che nel vostro Paese non fosse possibile licenziare nemmeno per un motivo legittimo quando ogni anno vi sono decine e decine di migliaia di licenziamenti che non vengono neppure impugnati; ed il vostro risulta uno dei Paesi più flessibili d’Europa anche in uscita (bastava mandare una comunicazione formale al sindacato per sottrarsi a qualsiasi controllo giurisdizionale sui motivi, anche di inesistenza, nei licenziamenti collettivi).
Ed allora se tutto questo fosse capitato anche a voi vi arrabbiereste? vi sentireste ancora di abitare in un Paese in cui la vostra dignità di cittadini e di lavoratori abbia lo stesso valore di prima?"
Saturday, December 20, 2014
IL "BUONA NOME" DI FAENZA
Il cosiddetto odg sulla famiglia naturale ha portato Faenza agli onori della cronaca nazionale.
Non so se è un bene per il buon nome della città, ma qualche effetto positivo lo sta producendo. Una parte degli iscritti del Partito democratico sembra svegliarsi da un prolungato torpore e quasi gridando: “Ma in che mani siamo finiti?” reagisce rivendicando una più moderna concezione della famiglia fondata sugli affetti, sul rispetto reciproco, sulla responsabilità nei confronti dei figli e sbandierando un principio di laicità che da tempo, invero, mi pareva appannato nel partito democratico specie in quello faentino.
Il fatto è che la questione non è soltanto di natura ideologica anche se certamente questo è il piano verso cui sta palesemente scivolando buona parte della destra italiana. Lo dimostra la presentazione nei Comuni di mezza Italia di ordini del giorno di questo tenore (a tale scopo è utile la lettura del testo originario presentato da Forza Italia). È il terreno dove è più facile giocare con il “richiamo della foresta”, non diversamente da quanto fa la Lega di Salvini sui temi dell’immigrazione e - presto vedrete - su molti temi sociali resi brucianti dal perdurare e dall’aggravarsi delle povertà. Quello che più stupisce in questa vicenda, non è la scelta di numerosi esponenti del Partito democratico, fra cui una consigliere regionale fresca di nomina, il Sindaco e il Presidente del Consiglio comunale già competitor del sindaco alle primarie di quattro anni fa, (per i sostenitori della laicità, non c’era proprio scampo!) di votare seguendo una propria convinzione maturata immagino sulla base di un rispettabilissimo percorso educativo e di una personale riflessione filosofica o religiosa. Ma qui di altro si tratta: perché in quel ordine del giorno si impegna Il Comune di Faenza: a chiedere alla Regione:
Il fatto è che la questione non è soltanto di natura ideologica anche se certamente questo è il piano verso cui sta palesemente scivolando buona parte della destra italiana. Lo dimostra la presentazione nei Comuni di mezza Italia di ordini del giorno di questo tenore (a tale scopo è utile la lettura del testo originario presentato da Forza Italia). È il terreno dove è più facile giocare con il “richiamo della foresta”, non diversamente da quanto fa la Lega di Salvini sui temi dell’immigrazione e - presto vedrete - su molti temi sociali resi brucianti dal perdurare e dall’aggravarsi delle povertà. Quello che più stupisce in questa vicenda, non è la scelta di numerosi esponenti del Partito democratico, fra cui una consigliere regionale fresca di nomina, il Sindaco e il Presidente del Consiglio comunale già competitor del sindaco alle primarie di quattro anni fa, (per i sostenitori della laicità, non c’era proprio scampo!) di votare seguendo una propria convinzione maturata immagino sulla base di un rispettabilissimo percorso educativo e di una personale riflessione filosofica o religiosa. Ma qui di altro si tratta: perché in quel ordine del giorno si impegna Il Comune di Faenza: a chiedere alla Regione:
1) l'organizzazione della "Festa della famiglia naturale" fondata sull'unione fra uomo e donna;
2) a chiedere al Governo centrale la non applicazione del Documento Standard per l'educazione sessuale in Europa, redatto dall'ufficio europeo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità 3) e si invita la Giunta comunale
ad introdurre il "Fattore Famiglia" quale criterio di sostegno alle politiche attive e passive al reddito delle famiglie faentine.
Insomma ciò che oltremodo stupisce è che soprattutto al Sindaco non sia balenato in mente ch’egli non stava facendo personali valutazioni di credo religioso o filosofico, ma stava impegnando l’intera collettività faentina che egli rappresenta, e stava progettando di orientare risorse della collettività in una direzione che non poteva non spaccare la comunità, non solo dei suoi eventuali elettori, ma dei cittadini tutti.
Ho sempre pensato, e nella mia breve lontanissima esperienza consiliare cercato di praticare, che le risoluzioni e gli ordini del giorno vadano usati con estrema parsimonia, per questioni gravi ed urgenti, e soprattutto da parte degli amministratori, perseguendo sempre, nei limiti del possibile, l’unanimità dei consensi. Perché quando un Consiglio parla, parla a nome di tutta la collettività. Ma oramai si sa, quando molti sindaci appena eletti proclamano: “Sarò il sindaco di tutti!” utilizzano soltanto una formula retorica.
Ciò non di meno sorprende l’arroganza, la straordinaria sicurezza con la quale per andare incontro ad una opposizione estremista ed ideologica (la destra faentina) si determina senza troppe remore la spaccatura del proprio gruppo: sono malizioso ma qui ci vedo il tratto del renzismo rampante, quello che anche in terreni delicatissimi come la riforma della Costituzione ritiene che quando il capo ha deciso, dopo una rapida consultazione dei fedeli, l’intendenza seguirà.
Le minoranze devono adeguarsi. Si forse questa volta il calcolo è stato sbagliato, ma la reazione dei militanti quanto conterà alle prossime primarie (se ci saranno): sarà un handicap o aprirà le porte ad una vasta platea di orfani di Berlusconi e di Casini?
Quello che forse è mancato è un saldo ancoraggio ai valori costituzionali: già la stessa accettazione dell’equivoca espressione “famiglia naturale” è aberrante. Infatti l’art. 29 della Costituzione parla di riconoscimento di ”diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” (e non di famiglia naturale) ma lo fa come è unanimemente riconosciuto , per limitare il pericolo di un’eccessiva regolazione da parte dello stato assicurandole una sfera di autonomia, per tutelare e dare diritti, non per negarli ad altre forme di famiglia.
Quali fossero gli obiettivi di quella norma lo chiarirono in Assemblea costituente, guarda caso, proprio giuristi cattolici, come Aldo Moro e Costantino Mortati[1]
Certo che è difficile concedere l’attenuante dell’inesperienza al Sindaco a quattro anni dall’elezione, e ad una consigliera fresca di promozione al consiglio regionale, quello che dovrà rispondere all’appello integralista di Faenza. Una prima versione di questo Odg era stata presentata in Consiglio comunale dal cons. Bernardi già in gennaio;c’è ne stato di tempo per approfondire e chiarire!
Non sono le persone che non vanno, è il modello che non funziona e fa sì che ciascuno possa dare all’occorrenza il peggio di sé.
A Roma l’arroganza è la regola, le riforme costituzionali vengono imposte non solo alle minoranze interne ma anche comprimendo il ruolo del parlamento; si lavora attorno ad una legge elettorale che vuole dare tutto il potere ad una minoranza e mantenendo il sistema dei nominati, e tutto ciò lo si fa sulla base di patti più o meno segreti con la destra. Dobbiamo meravigliarci se in periferia gli epigoni peccano per eccesso di imitazione?
Se in sala da pranzo si mangia con le mani sarebbe strano se nelle cucine usassero le posate!
Alessandro Messina
[1] Aldo Moro, in sede di Assemblea costituente, dichiarò che quella dell’art. 29 «non è una definizione, è una determinazione di limiti». E Mortati ribadì che essa aveva lo scopo di «circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua [della famiglia] regolamentazione». L’autonomia della famiglia fondata sul matrimonio, come “formazione sociale intermedia”, non avrebbe potuto essere invasa da interventi autoritari, come quelli messi in atto dai regimi fascisti appena tramontati o da quelli comunisti, volti a soppiantarla a vantaggio di regolamentazioni autoritative di taglio statalista o collettivista e di modelli organizzativi o fini contrastanti con quello di sede del libero e autonomo svolgimento della personalità dei suoi singoli componenti e di tutela dei loro «diritti inviolabili» (così definiti dall’art. 2)
in Felice Mill Colorni: La Costituzione delle mille famiglie. (1)
Friday, December 19, 2014
DEMOCRISTIANI ABILI STRATEGHI
Ancora una volta gli ex democristiani si dimostrano degli abili strateghi (gli unici). A Faenza con un solo documento, i renziani sono riusciti ad assicurarsi le prossime elezioni comunali (oggi il Vescovo ha ufficialmente aperto la campagna elettorale) mentre la spaccatura tra i renziani e la minoranza PD mostra (inesorabile) lo squilibrio di forza interno. Non per niente, sull'apologia della "famiglia naturale" né Bonaccini, né Renzi hanno detto "bao". Anzi, in Regione è iniziata la "pulizia etnica" nei confronti dei non- renziani.
Piano piano, poco poco, attraverso un'abile strategia di logoramento, la balena bianca sta allargando la propria egemonia culturale, cannibalizzando ogni forma di resistenza che incontra sul suo cammino. Ormai il lavoro di epurazione è compiuto e i gli ex DS dovranno andarsene da casa loro: o diventano renziani e abiurano ai valori in cui hanno sempre creduto o vanno fuori dal PD.
Thursday, December 18, 2014
FAENZA: PD E FORZA ITALIA VOTANO UN DOCUMENTO CHE PROMUOVE LA FAMIGLIA NATURALE
C’è un detto romagnolo che calza a pennello in questa vicenda: “e fiòl de gàt e màgna i sorgh”. Nel senso che se uno viene da una certa cultura è improbabile che la cambi: se uno è gatto è difficile che si comporti da cane. A me sembra più assurdo che cani e gatti mangino nella stessa scodella al solo scopo di alimentare il potere, che desiderare di formare una famiglia da parte dei gay.
La fusione fredda tra paradigmi culturali opposti, tra partiti che hanno sempre propugnato valori contrastanti sì, che mi sembra "contro natura". Ma la natura non ha nulla a che vedere con la politica e men che meno con il concetto di famiglia.
Mi convinco ogni giorno di più che il mondo sia pieno di persone prepotenti, con tanti pregiudizi e arcaici tabù e non posso che provare sgomento se penso che certe convinzioni, nascono e si diramano all'ombra dei presepi.
Si sentono tali e tante sciocchezze sulla natura che metterle in fila è praticamente impossibile. Una su tutte è l' idea che la natura abbia codificato la famiglia sull'ideale cattolico, un' interpretazione totalmente ideologica che non trova alcun riscontro nel mondo naturale.
E' la cultura che codifica i comportamenti umani, che li seleziona e gli attribuisce un suo valore etico, sociale. Siamo quello che siamo per effetto di una stratificazione culturale millenaria e non certo per effetto della natura (per fortuna). Ognuno è libero di esprimere la propria opinione, ma penso sia molto arrogante pretendere di imporre la propria idea di società secondo categorie culturali che mortificano la ragione per basarsi sulla leggenda.
Per la nostra cultura costituzionale (laica e democratica), non può essere accettabile che gli omosessuali siano esclusi dai diritti civili ed è assurdo che si scomodi la natura per sostenere "verità" che sono deliranti.
Il riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali trova la sua opposizione nella cultura integralista di talune confessioni; nell'ideologia discriminatoria del pensiero fascista. E’ un'ossessione di alcuni ambienti culturali e religiosi. E' una bega economica e una grana politica.
Dietro a visi rassicuranti e voci gentili, cova strisciante, la cultura omofobica di persone in crisi profonda con la propria identità se sentono il bisogno di una norma che ne stabilisca il primato. Null’ altro.
Sunday, December 14, 2014
ERA MEGLIO LA LEGGE SCELBA. PERCHÉ NON VA BENE L'ITALICUM
Di Walter Tocci
L’Italicum è invecchiato prima di nascere. Si procede ad approvarlo per inerzia, con la solita sicumera dell’uomo solo, ma fuori dalla realtà del Paese. È evidente la frattura tra politica e cittadini, l’astensionismo ormai travolgente, la sfiducia verso la gestione della cosa pubblica. Tutto è cominciato quasi dieci anni fa con il Porcellum che ha rotto il rapporto tra eletti ed elettori aprendo la via alla delegittimazione della Casta. Ora siamo in grado di ricomporre quel rapporto oppure rischiamo di aggravarlo? Questa domanda dovrebbe orientarci nella valutazione delle norme elettorali.
L’avvento del partito democratico alla guida del Paese faceva ben sperare nella restituzione dello scettro agli elettori e invece tutti i provvedimenti sono andati in senso opposto. La legge Del Rio assegna al ceto politico l’elezione dei consiglieri della Provincia e della Città Metropolitana; a Roma il più votato è uno degli indagati nell'inchiesta della Procura. Lo stesso metodo di elezione di secondo grado sarà applicato nella nomina dei senatori, secondo le previsioni della legge Boschi. E per quando riguarda la gran parte dei deputati l’Italicum conferma il potere di nomina da parte dei capi-partito. Nella nuova versione si vuole mitigare l’effetto Porcellum aggiungendo una quota di eletti con le preferenze che riguarderebbe però solo i primi due partiti, con aspetti di disparità di scelta tra gli elettori che non sfuggiranno alla Corte costituzionale. Oggi si cantano le lodi delle preferenze dopo averle denunciate ai tempi di Tangentopoli come l'origine di tutti i mali. Tutti i fenomeni corruttivi, da ultimo e più gravemente il caso romano, sono caratterizzati dalla furiosa lotta di preferenze tra correnti di partito. È surreale reintrodurle proprio adesso nella legge elettorale nazionale.
Il secondo Italicum quindi mette insieme i due meccanismi più screditati: le preferenze e i nominati. Di conseguenza il rapporto tra eletti ed elettori non solo non migliora ma può solo peggiorare. Inoltre, si indebolisce ulteriormente il Parlamento rispetto al Governo perché ottengono una diversa legittimazione elettorale: molto forte per il capo dell’esecutivo scelto direttamente dal popolo nel secondo turno e molto debole per i parlamentari ancora in gran parte nominati. Si accentua in questo modo la sudditanza del potere legislativo rispetto a quello esecutivo, già messa in pratica con l’abuso della decretazione d’urgenza e proiettata in futuro con la revisione costituzionale.
Non viene neppure preso in considerazione invece lo strumento che ha sempre ben figurato nell'esperienza italiana, quel collegio uninominale che realizza un rapporto diretto tra cittadini e parlamentari. Fui eletto con il Mattarellum nel collegio di Monteverde a Roma e presi l'abitudine di fare una passeggiata nel quartiere una volta a settimana. Ricevevo dagli elettori tante segnalazioni, proposte e critiche che mi davano il polso della situazione e mi erano molto utili nel dibattito parlamentare. Allo stesso tempo si era sparsa la voce nel quartiere che passava il deputato e ci si poteva parlare semplicemente. Quasi tutti i parlamentari, seppure in forme diverse, mantenevano allora quel legame che poi fu reciso dal Porcellum.
Oggi si accetta sul collegio il veto di Berlusconi senza neppure poterlo discutere. Certo, a differenza di come fece la destra, Renzi cerca un'intesa con l'opposizione. Chi lo critica su questo dimentica che lo stesso tentativo hanno fatto senza successo tutti i leader del Pd, da D'Alema, a Veltroni, a Bersani. È sacrosanto ricercare sulla legge elettorale il consenso di tutti in Parlamento, è meno comprensibile legarsi le mani nell'accordo extraparlamentare con l’ex-Cavaliere, soprattutto ora che è esaurita la sua leadership perfino nel suo partito. Sarebbe un errore tattico puntare tutte le carte sul patto del Nazareno che ormai l’altro contraente non è più in grado di onorare.
Il collegio uninominale certo non è la panacea di tutti i mali, però mitiga i difetti degli altri sistemi. Rispetto alla lista dei nominati elimina il problema segnalato dalla Corte di una scarsa riconoscibilità dell’eletto. Anzi, si instaura una relazione diretta che consente all'elettore un controllo non solo al momento del voto ma anche durante l’attività parlamentare. Rispetto alle preferenze la delimitazione territoriale del collegio spezza le filiere lunghe che tengono insieme le correnti di partito e i gruppi di interesse.
Ma soprattutto il collegio conferisce forza e autonomia al parlamentare. Il legame con gli elettori vivifica la libertà del mandato e la rappresentanza della nazione, secondo i principi dell’articolo 67 della Costituzione. Su tale base si avrebbe un riequilibrio della forza del Parlamento rispetto al Governo. D'altronde, basta pensare al Senato americano che riesce a fare da contrappeso al Presidente proprio perché è composto da autorevoli personalità politiche ben radicate nella realtà di quel grande Paese.
Infine, il grande merito del collegio è la flessibilità che ne consente l’applicazione ai sistemi elettorali più diversi, come dimostra proprio la storia della legislazione italiana in materia. Si è accompagnato al sistema maggioritario nel Mattarellum, cancellato proprio perché era una buona legge, a parte alcuni piccoli difetti che potevano essere corretti. Oggi il governo lo agita come una clava per minacciare la minoranza, ma è un’altra sberla alle mosche. Magari si approvasse subito la resurrezione del Mattarellum. A tal fine, insieme a Chiti e ad altri colleghi abbiamo presentato un emendamento e chiediamo a tutto il Pd di votarlo in commissione.
Il collegio fu utilizzato in passato anche in un sistema proporzionale puro con la vecchia legge per le Province e addirittura in un sistema misto nella Prima Repubblica con la vecchia legge elettorale del Senato. Con questa, infatti, il candidato che superava la soglia del 65% veniva eletto direttamente, mentre al di sotto partecipava al riparto dei seggi con metodo proporzionale. La norma scaturì da un famoso emendamento Dossetti-Togliatti che modificò la proposta iniziale del ministro Mario Scelba presentata nel dicembre del 1947 con la soglia fissata al 50%. Era un modello semplice perché non solo affidava al cittadino la possibilità di eleggere direttamente il senatore ma anche di contribuire con il suo voto a decidere quale sistema elettorale si dovesse applicare. Infatti, se un partito superava la maggioranza assoluta il collegio funzionava come fosse maggioritario, se invece nessun partito riusciva a prevalere nettamente sugli altri si otteneva una pura rappresentanza proporzionale. Chissà come sarebbero andate le cose se fosse stata approvata la proposta originale. Le diverse possibilità della storia repubblicana sono contenute in quella differenza di soglia tra il 65% e il 50%. Si è dimenticato il disegno di legge del 1947 perché poi l’immagine del ministro è rimasta legata alla legge del 1953, chiamata “legge truffa” solo perché conferiva un premio di maggioranza al partito che superava la maggioranza assoluta, una soluzione che oggi apparirebbe molto più prudente dell’Italicum. Per noi che siamo stati educati a giudicare Scelba come un politico autoritario, è dura considerarlo un sincero democratico rispetto ai tempi che corrono.
Comunque, la proposta del 1947 rimane ancora oggi la migliore legge elettorale, forse accompagnata da una clausola di salvaguardia nel caso rarissimo che un partito vinca tutti i collegi. Abbiamo presentato un emendamento che consentirà di prendere in esame nel dibattito parlamentare la proposta Scelba, con l’unica innovazione necessaria dopo più di mezzo secolo: il collegio binominale con la candidatura di una donna e un uomo in modo da eleggere un Parlamento nella piena parità di genere.
La proposta risolve positivamente tutte le questioni che sono sul tappeto: il collegio assicura il rapporto diretto eletto-elettore; la rappresentanza proporzionale è garantita senza ricorrere a liste di nominati né alle preferenze; la quota maggioritaria è assegnata solo quando corrisponde a un orientamento nettamente prevalente nell'elettorato. E qui forse è il suo pregio più importante, poiché una legge elettorale può aiutare la governabilità aumentando la forza parlamentare del primo partito ma non deve imporla artificiosamente con premi di maggioranza troppo forti che stravolgono la rappresentanza. Contro questo squilibrio la Corte costituzionale ha usato parole severe nella famosa sentenza contro il Porcellum. Ma dovrebbe bastare il buon senso politico a evitare gli eccessi.
Si è dimenticata una semplice verità: per governare il Paese, soprattutto per attuare riforme difficili, occorre il consenso popolare - che è come il coraggio di Don Abbondio - chi non ce l’ha non se lo può dare ricorrendo esclusivamente agli artifici delle leggi elettorali. Se si esagera con premi di maggioranza che aumentano di circa il 50% la rappresentanza parlamentare si formano governi per forza che non riescono a operare un vero cambiamento, ma ottengono il risultato di allontanare dai seggi ulteriori quote di elettorato. È già successo in parte nella Seconda repubblica e ora il fenomeno sembra accentuarsi. Invece di riflettere sulla perdita di rappresentanza si diffonde una coazione a ripetere. Più diminuiscono i voti dei cittadini e più aumentano i premi di maggioranza ai partiti. Si rischia di formare governi maggioritari all'interno di democrazie minoritarie. I risultati delle ultime elezioni regionali danno una misura allarmante del paradosso.
C’è davvero bisogno di cambiare verso. Occorre una legge elettorale diversa dal Porcellum e dall'Italicum, per restituire agli elettori la possibilità di guardare in faccia gli eletti. Occorre un sistema elettorale che aumenti il numero dei cittadini che votano. Perché sentono di poter contare nella competizione democratica sul governo del Paese.
PARTECIPAZIONE INFORMATA
E adesso la colpa del "sistema Roma" è della preferenze. Ci vuole una bella facciatosta a sparare certe cazzate. Non esiste, purtroppo, un sistema "a prova di infiltrazione"; e, come sempre, l'unico "antidoto"a all'infiltrazione è la partecipazione informata. Non pare vero ai corrotti che la gente scelga di non recarsi alle urne: così, per loro è ancora più facile conquistarsi una poltrona con un po' di consenso "comprato". Al contrario, bisogna esprimere sempre il proprio voto ed essere pronti a cambiarlo, senza acritiche "fedeltà".
ECONOMIA
Con il referendum sull'acqua (che poi riguardava tutti i servizi pubblici), i cittadini avevano detto (chiaro e tondo), che i servizi dovevano tornare ad essere gestiti direttamente, a cominciare dall'acqua. Gli appalti e le concessioni generano corruzione e clientelismo, conflitto di interesse e sperpero di denaro pubblico: non per niente, quando un comune gestisce un servizio con proprio personale, si dice che lo gestisce in ECONOMIA. La lingua italiana non tradisce.
Saturday, December 13, 2014
RANE BOLLITE
Gli ex PCI hanno fatto la fine delle rane cinesi. Sono finiti nel pignattone del pd in ammollo freddo. Poi, poco poco, piano piano, sono stati bolliti. Sono entrati (politicamente) vivi e poi, a fuoco lento, sono (politicamente) morti. Sono corpi senza dignità e senz'anima sui quali Renzi si accanisce col cinismo di chi, conoscendo molto bene il proprio mestiere, infierisce con il colpo di grazia. I democristiani si che sanno fare politica.
Friday, December 12, 2014
CHI HA PAURA DI CHIAMARLA MAFIA
Di Francesco Merlo
IL FAMOSO "la mafia non esiste" si è trasformato in "la vera mafia sta altrove", ma negare la mafia rimane tipico della mafia, la prima prova a carico per applicare il 416 bis. Intanto perché i boss babbìano sempre.
DAGLI antenati don Calò e Genco Russo - "noi la chiamiamo amicizia" - sino ai nipotini Carminati e Diotallevi: "Eravamo degli straccioni, solo un gruppo di cani sciolti". E poco importa se il loro babbìo negazionista non si conclude con "baciamo le mani" ma con "li mortacci tua". Nell'idea che "questa non è mafia " c'è anche, e forse soprattutto, l'autodifesa di un mondo (di mezzo?) che non vuole scoprirsi e accettarsi come complice.
"La mafia è diventata policentrica", disse il generale Dalla Chiesa a Giorgio Bocca e stava parlando di Catania, che a quell'epoca reagiva negando, formando comitati di difesa e contrapponendo l'antropologia levantina a quella araba, i carusi chiacchieroni e senza mistero "che uccidono con la risata" ai picciotti di panza e sottopanza con i piedi incretati, l'innocenza della truffa d'Oriente alla precisione della lupara d'Occidente. E poi Siracusa e Messina non potevano essere mafiose perché erano provincia babba. E a Reggio Calabria erano invece troppo anarchici, troppo Ciccio Franco, troppo umore di terremoto che non sopporta disciplina: feroci sì, ma di natura sregolati e strafottenti. E così via distinguendo sino a Roma appunto dove è subito arrivata, con la mafia, la disputa linguistica e storica sulla parola mafia perché, come insegna la teologia, la suprema astuzia del diavolo è far credere che non esiste.
È vero che c'è una profondità di differenza, anche in termini di fuoco e di simboli, perché all'Atac non sono trovate teste di capretto mozzate né è stato usato il tritolo nella sede dell'Ama. Ma anche le diversità fanno mafia alimentando e non impoverendo la ricchezza del fenomeno criminale e dunque dei futuri studi comparati. Infatti sono già all'opera gli esperti che, a partire dall'oziosa ovvietà che Roma non è Palermo, stanno mettendo a confronto codici e grammatiche. E forse la prima grande novità è che Mafia Capitale non è la sciasciana linea della palma che sale verso Nord, ma è la geografia che scende. È Roma che, smottando verso Sud, è ormai diventata Mezzogiorno di suk e di illegalità.
L'abusivismo di piazza Navona, la sporcizia per le strade, le buche, il centro storico assediato, le "croste" dei parcheggi in terza fila, la metropolitana senza decoro, i lavori pubblici eternamente incompiuti, la cultura come enorme baraccone di incompetenze, le esecuzioni per strada ... ... sono già identità meridionale e scenografia di mafia anche se l'Opera di Roma è al tempo stesso uguale e distinta dal Massimo di Palermo, e il Corviale è diversamente Zen, e Tor Sapienza (non) è Librino così come Carminati (non) è Matteo Messina Denaro ... Insomma la geografia non è filosofia e non si accontenta di surrogati, ma propone scenari nuovi. Il potere a Roma è relazione gnam gnam, e a Palermo è oppressione bum bum.
A Roma l'affare si imbroglia e a Palermo si sbroglia. I circoli sul Tevere non sono cupi come le concessionarie d'auto di Santapaola ma anche a Catania, come adesso a Roma, i distributori di benzina (ricordate Calderone?) sono stati le scuole-quadri della mafia. A Roma i covi sono i bar, e la buvette del Campidoglio ha il ruolo che a Trapani ebbero le cliniche private di Aiello e Cuffaro. Certo, l'innocente e brava Serena Dandini, sponsorizzata dalla cooperativa di Buzzi, non ha lo stesso ruolo che i neomelodici hanno a Napoli, ma nella Roma delle relazioni la Melandri ha lavorato per 15 anni con l'amico commercialista Stefano Bravo che riciclava i soldi di Buzzi e Carminati. E Odevaine, prima ancora di diventare capo di gabinetto di Veltroni, era con lei in Legambiente. Ed è vero che il sindaco Marino non poteva sapere che la cooperativa di Buzzi era criminale. Ma perché ha accettato finanziamenti da un'azienda che faceva affari con il comune di Roma e a cui il Comune, dopo l'elezione, concesse a prezzi d'affitto stracciati i locali di Via Pomona?
A Roma sono tutti "amici", ma non nel senso dell'omertà palermitana. Già negli anni Trenta, fra sacrestie e conferenze, Andreotti andava a trovare a Rebibbia il suo amico comunista Adriano Ossicini e gli portava le torte di mamma Rosa. E intanto frequentava la segreteria di Stato di Pio XII. Nella Roma dei ponti, "il ponte Andreotti" congiungeva il Vaticano e Botteghe Oscure. C'era di tutto in quel pezzo di storia contemporanea ma non c'era la mafia. C'era l'assassinio di Pecorelli, di cui furono accusati e poi assolti - guarda caso - Andreotti e Carminati. Ma non era ancora mafia.
Tutto questo solo ora è diventato quel pasticcio meridionale che anima la terribile degradazione della politica, la sua resa alla mafia. Quel Pd criminale che ieri su Repubblica ci ha raccontato Giovanna Vitale è l'erede del partito comunista di Maurizio Ferrara, di Antonello Trombadori, di Giancarlo Pajetta, sino agli eroi della Resistenza e delle Fosse Ardeatine. Come può rassegnarsi alla mafia chi li ha conosciuti, chi ci credeva? Anche io, se fossi per famiglia, per amicizie o per storia, il custode di quel mondo negherei con sarcasmo che quell'apostolato civile possa essere diventato mafia. Buzzi, nell'intervista a Report del 2007, aveva il Quarto Stato dietro la scrivania perché la sua cooperativa, dove si incontravano i redenti e i dannati, è la degenerazione del cattocomunismo romano, della carità coniugata con la solidarietà di classe, della pietà e della mano tesa alla schiuma della terra. Come è possibile che il vecchio segretario di sezione di quel partito sia stato sostituito dal monatto manzoniano? Com'è possibile che il funzionario del sol dell'avvenire sia diventato il Caron Dimonio che traghetta e deruba le anime in pena verso la speranza? Credevano, quegli uomini, che i banditi fossero i ribelli primitivi da trasformare in rivoluzionari o in santi grazie al catechismo di Marx o al Vangelo di Gesù. Come si può accettare che, nel loro nome, i naufraghi siano oggi il pretesto per i più sordidi affaracci mafiosi?
E sono paradigmi depistati persino quelli tolkieniani e dei Nar che, sebbene malviventi e fascisti, avevano comunque in testa un progetto di società, un brandello di idealismo, una distopia più che un'utopia. Quella spada giapponese di Carminati, per esempio, è tutto quel che gli resta dello squinternato armamentario culturale, da Evola a Guénon all'antimodernità del Samurai di Mishima con l'arma bianca, feticci anche per Alemanno che fu l'orsuto attor giovane del rautismo. Quel confuso ragazzo pugliese con il mito della romanità, che posava a ideologo, è il primo responsabile politico della Mafia Capitale, una sorta di Ciancimino de Roma, non si sa quanto consapevole. Come reagirebbe Almirante e cosa direbbe il pittoresco Teodoro Buontempo che dormiva in una Cinquecento? La destra degenerata in mafia è una triste novità romana che a Palermo non si era mai vista e che seppellisce tutto il mondo degli ex camerati e fa deragliare anche il sogno di Giorgia Meloni, la reginetta di Coattonia, candidata sindaco dalla nuova Lega di Salvini.
A Roma i fascisti a non sono più fascisti, sono mafiosi. Come si vede, a Roma anche la resistenza alla parola mafia è trasversale, è una larga intesa. A New York, prima di battezzare "mafia" la mafia la chiamavano "la mano nera". La mafia infatti non è mai un trapianto, non è un'emigrazione. E adesso è "romana de Roma", cioè una gran confusione circondata dalla storia come dal mare, uno stridio di uomini e un definitivo pervertimento di ideali apparentemente inconciliabili, un pascolo immenso sul quale non si ancora chi davvero ha regnato e chi regnerà. Ed è un melting pot che si preannuncia longevo e solido perché è vero che "natura non facit saltus", ma Roma lo ha fatto. La sua umanità bonaria e cinica ha preso la durezza e la violenza della mafia, ma in un'eternità di foresta.
Thursday, December 11, 2014
MAFIA CAPITALE
Su mafia capitale condivido (in parte) la diagnosi, ma non la cura proposta dai 5 Stelle. Perché chiedere lo scioglimento della giunta per mafia vuole dire commissariare il comune di Roma, ovvero mettere Roma nelle mani di Alfano: è questo che vuole il M5S? Meglio Alfano di Marino? Bisogna ragionare per fare politica. Conoscere e poi scegliere la strada migliore. Io credo che Marino sia pulito. Prima che si scoperchiasse la pentola del cupolone, il PD lo aveva isolato, forse perché stava cercando di mettere le mani dove non doveva. La malavita lo vuole morto e il sistema di aziende e cooperative che ruota attorno alla politica lo odia. Alla fine di qualcuno bisogna fidarsi, perché da soli si fa solo del moralismo, ma non si risolvono i problemi. Il M5S dovrebbe dare una mano a Marino a fare pulizia. Dovrebbe uscire dal recinto e fare politica.
Monday, December 08, 2014
L'INGANNO DEL JOBS ACT
“Per l’Unione Europea il contratto a tutele crescenti dovrebbe consistere in un contratto che inizia “con un livello di base di tutela del lavoro” e in cui la protezione si accumula “progressivamente via via che il lavoratore occupa un posto di lavoro fino a raggiungere una protezione piena” (Consiglio europeo del dicembre 2008).
La lett. c) del comma 7 della legge delega sul lavoro stabilisce, invece, che per tali contratti viene esclusa, per sempre, la tutela “piena” prevista per i lavoratori già occupati su un istituto cruciale come quello del licenziamento.
La definizione di contratto “a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio” è quindi puramente retorica. Qui non c’è nulla che “cresca”, si tratta semmai di un contratto a tutele de-crescenti, anzi dimezzate. Qui dunque un primo inganno, oltre a un evidente contrasto con gli orientamenti della stessa Unione Europea in materia di cosiddetta flexicurity.
Un secondo inganno sta nel presentare il nuovo contratto come strumento di riduzione del precariato e quindi di estensione dei diritti. Infatti l’intenzione di ridurre le tipologie contrattuali è puramente declamata, ma per nulla realizzata.
Intanto la principale forma di assunzione temporanea, il contratto a termine, è stata addirittura incentivata qualche mese fa con il decreto che ha consentito i contratti a termine a-causali, con cinque proroghe e rinnovi per tre anni (l.n. 78 del 16 maggio 2014), senza che nulla si sia detto della volontà di modificare tale disciplina. Inoltre la stessa legge delega estende il ricorso al lavoro con voucher e si limita ad un vago accenno al “superamento” delle collaborazioni coordinate e continuative.
Tale riferimento è anzi alquanto inattendibile, nonostante le affermazioni del governo (“annulliamo cococo, cocopro e quella roba lì”, intervista a La Repubblica del 30 novembre 2014): le collaborazioni coordinate e continuative non possono essere abolite quando si tratti di forme legittime di lavoro autonomo (a proposito che fine fanno le decine di migliaia di co.co.co assunti nella pubblica amministrazione, negli enti locali, nella sanità, negli enti di ricerca? Si assumono con contratti a termine? E come si risponde alla sentenza della Corte europea di giustizia che dichiara illegittima la reiterazione delle assunzioni a termine nella scuola?).
Si possono abolire i co.co.pro. che furono introdotti dalla legge Biagi proprio per contrastare l’abuso dei co.co.co. ed estendere alcune tutele. Ma questo nella legge delega non c’è scritto, viene detto a parole. Vedremo se si farà, e come si troverà su questo l’accordo con quei componenti della maggioranza di governo (NCD) a cui si deve proprio l’introduzione della ampia tipologia di contratti temporanei e atipici effettuata con il dlgs. n.276 del 2003.
Se dunque gli “interventi di semplificazione, modifica o superamento delle tipologie contrattuali” restano del tutto ipotetici e virtuali, certa è invece l’introduzione di un nuovo dualismo nel mercato del lavoro: a tutti i nuovi assunti verrà applicata una tutela dimezzata contro i licenziamenti ingiustificati, mentre i lavoratori già in servizio godrebbero della tutela per così dire “piena” dell’art.18.
Sono evidenti, e da più parti già segnalati, gli effetti distorsivi che questa disparità di trattamento determinerà nelle dinamiche del mercato del lavoro: da un lato verrà disincentivata la mobilità volontaria dei lavoratori già occupati, dall’altro si incentiverà l’interesse delle imprese a liberarsi di questi ultimi per sostituirli con lavoratori assunti con il nuovo contratto, il quale oltre ad assicurare una più agevole licenziabilità consente anche di fruire della decontribuzione triennale e dello sconto Irap previsti in parallelo dalla legge di stabilità.
Il disegno mira evidentemente a determinare una progressiva eutanasia dell’art.18 a seguito, vuoi del licenziamento dei lavoratori in servizio, vuoi del normale turn over. Ma fino a quando l’effetto sostitutivo non verrà completato si registrerà una vistosa differenziazione di trattamento tra quanti sono già titolari di un contratto di lavoro e tutti coloro che verranno assunti dopo l’entrata in vigore della nuova disciplina.
Accadrà quindi che vi saranno due tipi di lavoratori, occupati nella stessa impresa, con la stessa qualifica e le medesime mansioni, ma con un trattamento differente su un istituto cruciale del rapporto di lavoro come quello relativo ai limiti del potere di licenziamento: il che significa che se licenziati per la medesima fattispecie gli uni potranno ottenere, in assenza di giustificato motivo, la reintegrazione del rapporto, mentre per gli altri il licenziamento ingiustificato verrà solo monetizzato.
C’è da chiedersi di quale genere di progresso si tratti, dopo le tante giaculatorie in materia di “universalizzazione” dei diritti e superamento delle barriere tra insiders e outsiders. E c’è da chiedersi in quale strana accezione del principio di uguaglianza e di ragionevolezza possa trovare fondamento una disparità così macroscopica di trattamento, la cui legittimità dovrebbe essere argomentata sulla base del fatto che uno dei due lavoratori a suo tempo, e magari anni prima, era stato assunto con lo “speciale” “contratto a tutele crescenti”: tanto “crescenti” da non finire mai di crescere, come un bambino che non diventa mai adulto, come un apprendista a vita. Di questo si dovrà occupare evidentemente la Corte Costituzionale.
Per l’intanto si può tranquillamente affermare, aderendo ad una autorevole opinione, che si tratta di una differenza di trattamento “ingiusta”: “questo sarebbe ingiusto”, ha risposto infatti lo stesso Presidente del Consiglio a chi gli chiedeva, qualche tempo fa, se l’art.18 sarebbe stato modificato e/o abrogato solo per i nuovi assunti (intervista a La Repubblica del 30 settembre 2014).
Si è quindi assistito per mesi a uno spettacolo surreale: il governo e numerosi esponenti della maggioranza dichiaravano ai media e durante lo stesso esame in prima lettura del d.d.l. al Senato, l’intenzione di modificare e/o abrogare l’art.18 senza che nel testo del d.d.l. vi fosse alcun riferimento al tema, con la pretesa quindi di ricevere una delega totalmente in bianco, sulla parola, a seguito della quale intervenire a piacimento in sede di decretazione delegata.
Poi nello stesso governo qualcuno deve avere avvertito l’enormità dell’”eccesso dalla delega” che in tal modo si sarebbe realizzato, con plateale violazione dell’art.76 cost. E si è quindi accettato di mettere almeno per iscritto ciò che si intende fare, accogliendo infine l’emendamento presentato da esponenti della minoranza PD alla Commissione lavoro della Camera, il che, per così dire, costituisce già un progresso sul piano della legalità costituzionale.
Nel frattempo si deve anche avere compiutamente realizzato che la questione non riguardava un numero pressoché irrilevante di persone, come in precedenza si era ripetutamente e incautamente dichiarato, ma oltre sei milioni di lavoratori dipendenti, a cui andrebbero aggiunti i tre milioni di pubblici dipendenti, e che quindi si rischiava di aprire la strada a una mole di licenziamenti di massa e di alimentare una protesta sociale che si spera di contenere applicando la disciplina peggiorativa ad “altri”, appunto ai nuovi assunti. Un messaggio perfetto, come si vede, per promuovere solidarietà e riunificazione del mondo del lavoro.
Nel fare questo tuttavia si sono resi palesi le intime contraddizioni sottese alla intera operazione. La disposizione in oggetto si presenta con una formula in apparenza anodina e quasi accattivante, come se effettivamente si stessero attribuendo, in materia di licenziamento, “tutele” se non crescenti quanto meno effettive. Prima si esclude per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione sostituita da “un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio”, poi si limita “il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato”.
E’ bene ricordare che il diritto vigente (legge Monti-Fornero, n.92 del 2002) prevede la reintegrazione per i licenziamenti del primo tipo solo in caso di “manifesta insussistenza” del motivo economico e per i licenziamenti disciplinari in caso di “insussistenza” del fatto contestato. Ora è come se si dicesse che per gli assunti con il nuovo contratto la reintegrazione non è possibile e va sostituita con la monetizzazione anche ove il motivo economico fosse “manifestamente insussistente”, vale a dire pretestuoso, in frode alla legge. Il che è palesemente inammissibile, dato che il licenziamento immotivato in questo caso sarebbe nullo.
C’è quindi qui una contraddizione evidente tra l’intenzione dichiarata (liberalizzazione totale dei licenziamenti economici) e la possibilità di realizzarla effettivamente, dato che non siamo nel 1965 quando l’ordinamento ancora consentiva il licenziamento libero, ma nel 2014 quando comunque vige un obbligo di motivazione e giustificazione del licenziamento.
Nel caso poi dei licenziamenti disciplinari si tratta di verificare in che modo i decreti delegati potranno definire le “specifiche fattispecie” per le quali sarebbe ancora ammessa la reintegrazione. L’operazione pare ardua, dato che l’universo empirico difficilmente si fa rinchiudere in disposizioni di carattere tassativo, come dimostrano tutti i contratti collettivi di lavoro che contengono l’elencazione dei fatti che danno adito alle sanzioni disciplinari salvo aggiungere la clausola di stile per cui si tratta di riferimenti puramente esemplificativi. Anche in questo caso può essere che la figura del “contratto a tutele crescenti” si trasformi in un boomerang in fase attuativa. Ma questo è un problema del domani.”
Sunday, December 07, 2014
ULTIMA CHIAMATA PER IL M5S
C'è un appello di Paolo Flores D'Arcais ai 5 Stelle su Micro Mega. Li invita a fare politica. Quello che sostengo io (inascoltata) da quando decisero di umiliare Bersani in eurovisione aprendo così i portoni all'ascesa di Renzi. Da allora il sistema Italia si è sbilanciato completamente a Destra, realizzando quel programma berlusconiano che non era riuscito a realizzare Berlusconi. Non credo che i 5 stelle volessero questo quando hanno deciso di entrare in Parlamento, ma in politica contano i fatti ed è evidente che hanno sbagliato tutto. Ci sono questioni cruciali da affrontare: Roma, l'elezione del Presidente della Repubblica e l'approvazione di una legge elettorale. Rinchiudersi nel proprio recinto sarebbe come firmare una cambiale in bianco ai due del Nazareno. Spero ascoltino Flores, perché le scelte del M5S non riguardano solo il movimento, ma l'Italia intera.
Saturday, December 06, 2014
LE COLPE DEL PD
Le colpe del Pd sono molte. Ma quella più grande è non avere fatto nulla per interrompere quella continuità criminale che emana fetore in tutto il Continente. Le prime ‘riforme’ da fare, in Italia, erano quelle per ripristinare la legalità. E invece si è scelto di attaccare a muso duro la Costituzione e fare il culo agli operai.
RETORICA DELL'IMMIGRZAIONE 3
Ma dai. Si è scoperto che gli immigrati sono un affare: per chi li vorrebbe; ma anche per chi li vorrebbe tutti fuori dall'Italia. La retorica dell'immigrazione nasconde enormi interessi trasversali: per un certo mondo cooperativo e "religioso" che gravità attorno a politici farabutti (i servizi per la loro accoglienza sono un business iper milionario che "rende di più della droga"). E per il capitale (che gode dei vantaggi di potere disporre di un esercito permanente di disoccupati pronti a lavorare a qualsiasi condizione). Lo sostengo da sempre. E trovo oscena (l'incosciente?) complicità tra Sinistra, malaffare e capitale che si dispiega sulla pelle di esseri umani poveri e disperati.
JOBS ACT
Ti pago di meno. Ti tratto come mi pare. E se protesti ti licenzio. Questo in pillole il succo del Jobs Act. Tutto il resto sono balle.
SISTEMA ROMA
E adesso la colpa del "sistema Roma" è della preferenze. Ci vuole una bella facciatosta a sparare certe cazzate. Non esiste, purtroppo, un sistema "a prova di infiltrazione"; e, come sempre, l'unico "antidoto"a all'infiltrazione è la partecipazione informata. Non pare vero ai corrotti che la gente scelga di non recarsi alle urne: così, per loro è ancora più facile conquistarsi una poltrona con un po' di consenso "comprato". Al contrario, bisogna esprimere sempre il proprio voto ed essere pronti a cambiarlo, senza acritiche "fedeltà".
Thursday, December 04, 2014
FETORE DI MARCIO
Pensate davvero che un imprenditore finlandese non investe a Roma per l’articolo 18 e non per quella sensazione che ti accompagna dalla mattina alla sera che sia tutto marcio? Pensateci bene.
Le colpe del Pd sono molte. Ma quella più grande è non avere fatto nulla per interrompere quella continuità criminale che emana fetore in tutto il Continente. Le prime ‘riforme’ da fare, in Italia, erano quelle per ripristinare la legalità. E invece si è scelto di attaccare a muso duro la Costituzione e fare il culo agli operai.
LA STORIA
La Storia è una cosa viva e non un cimitero di donne e uomini illustri. Conoscerla è capire che nulla è inevitabile e che il presente potrebbe essere molto diverso ( se solo lo volessimo). Il passato, benché dato, non appartiene affatto al regno della necessità, ma della possibilità, perché i fattori che lo hanno determinato, sono tre: 1) le scelte degli individui; i contesti nei quali esse sono avvenute; il caso. La diversa combinazione di questi tre fattori può cambiare radicalmente il risultato e perciò (contrariamente a quanto si pensa), la Storia si fa anche con i sé. Le situazioni in cui gli essere umani e la vita stessa sulla Terra, si trovano, non sono un prodotto inevitabile, un esito scontato, ma dipendono dalle scelte individuali e collettive. Per cui, la differenza tra alzare il culo o aspettare che accada qualcosa mentre si è sdraiati sul divano, incide di brutto sulla storia di ciascuno di noi. E sulla Storia degli uomini.
Tuesday, December 02, 2014
LA BUONA SCUOLA
Chi parla e difende Renzi, le ha lette le 127 pagine de "La Buona scuola"? Che non è una riforma, ma un "piano" in sostanziale continuità con i governi precedenti (riforma Berlinguer, riforma Moratti e riforma Gelmini), che hanno decretato la morte del valore della conoscenza ( sapere) come bene in sé.
Per riformare serve ragionare sulla base di approcci analitici e non sbrodolare retorica infarcita da un utilizzo maniacale (quanto inutile) dell'inglese. Una "riforma" della scuola dove non compaiono mai le parole studio, libri e cultura è una sciagura per il sistema nazionale dell'istruzione. Null'altro.
