Tuesday, June 30, 2015
L'Europa immaginata da Spinelli, non esiste e non è mai esistita. Nessuno ha mai voluto veramente costruire una federazione europea : non la Francia; non l'Italia e men che meno la Gran Bretagna. La Germania mostra ancora una volta le sue mire egemoniche, mentre pare avere rimosso dalla propria memoria le devastazioni prodotte in Europa: si sappia che il popolo tedesco non ha mai sborsato un soldo (ripeto, un soldo) per ripagare i danni ed i debiti di guerra.
L'Unione è solo un centro d'affari che si regge su ricatti e menzogne. L''Europa è il braccio politico di banche e corporation che prosperano sulla pelle della povera gente attraverso la complicità degli Stati.
La banca centrale europea ha stampato 1000 miliardi di euro per salvare le banche, ma si rifiuta di darne 5 alla Grecia.
L' Europa non tollera la democrazia ed il rifiuto di un governo eletto dal sul popolo di prendere ordini dalla Troika ( UE, BCE, FMI). Perché la Grecia non chiede condizioni assurde, ma del tutto ragionevoli e legittime. A differenza della Germania nel dopoguerra, la Grecia non chiede l'annullamento del debito, ma solo di rinegoziarlo e potere decidere di farlo pagare ai ricchi e non ai poveri (come invece vorrebbe l'Europa).
Certo è che a leggere i giornali e a vedere i notiziari si vede un altro film: mentre la Grecia sprofonda nella miseria strangolata dai diktat tedeschi, l'artiglieria televisiva racconta tutt'altra verità sparando fango su Tsipras.
È difficile essere lucidi quando si ha fame e si è destinatari di una dichiarazione di guerra economica di queste proporzioni, ma se fossi greca voterei no.
Anche se è la lotta di Davide contro Golia ed il potere della finanza userà ogni mezzo per screditare il governo greco. Ma il no della Grecia potrebbe essere il si per un' Europa completamente diversa.
Non temano i greci: la Grecia non puo' uscire dall'euro, c'è il veto di Washington. Gli USA non permetteranno mai che Atene si stacchi dall'Europa per avvicinarsi troppo a Mosca e Pechino.
Auspico che i greci decidano per un' Europa dei popoli e per i popoli: lo facciano per loro e anche per noi.
L'APPELLO DI TSIPRAS AL POPOLO GRECO
Greche e greci,
da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi.
In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.
Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.
La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.
Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.
Greche e greci,
in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.
Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità.
Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.
Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.
Greche e greci,
a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci.
All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.
La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale.
E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia.
E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.
In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.
Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.
Per la sovranità e la dignità del nostro popolo.
Alexis Tsipras
Monday, June 29, 2015
IMMIGRAZIONE
Fabrizio Gatti, in un bellissimo articolo su " l' Espresso " ci spiega che l'alternativa agli sbarchi esiste : con due miliardi e mezzo di euro, si possono creare in Africa circa 2 milioni di posti di lavoro che possono sostenere circa 13 milioni di persone.
Due miliardi e mezzo di euro è quello che ha speso l'Italia dal 2011 al 2014 per l'emergenza sbarchi.
Nessuno emigra se può sopravvivere degnamente nel proprio paese.
Aiutarli a casa loro si può e non è una bestemmia : lasciare il Paese d'origine, famiglia, amici, tradizioni, cultura è una sofferenza immane per chiunque.
Immigrare è una necessità, non una scampagnata. Fare però della retorica su questo dramma umano è incomprensibile e non risolve il problema che andrebbe affrontato alla radice smettendola di creare instabilità per fini strategici e promuovendo una maggiore distribuzione della ricchezza mondiale.
MATRIMONI EGALITARI
Diritti civili e diritti sociali sono intrinsecamente connessi se si vuole gridare con cognizione di causa " evviva la giustizia! Evviva l'uguaglianza !"
La decisione della Corte Suprema sul matrimonio egalitario non basta per rivedere il giudizio nei confronti di una società che continua ad essere profondamente ingiusta e classista.
Dove le disuguaglianze sociali sono enormi ed i ricchi sono sempre più ricchi ed I poveri sempre più poveri.
Dove chi non ha i soldi non ha accesso alle cure, all'istruzione e alla pensione.
E dove chi è nero puo' pure morire per il colore della pelle.
Non sono dettagli, ma indicatori sociali che fanno la vera differenza tra un paese civile ed un paese che continua ad essere ( sostanzialmente ) di merda.
Friday, June 26, 2015
PERCHE' NON HO VOTATO LA FIDUCIA AL GOVERNO SULLA LEGGE PER LA SCUOLA
venerdì 26 giugno 2015
Walter Tocci
Walter Tocci
Non ho votato la fiducia al governo sulla legge per la scuola in Senato. Non si può accettare un’altra riforma finta, una nuova rottura con milioni di elettori, l’ennesima mortificazione del Parlamento.
Avevo creduto alle parole di Renzi che ammetteva l’errore e mostrava di volerlo correggere. Mi sono impegnato insieme ad altri per aiutarlo a trovare soluzioni innovative e a riprendere un dialogo. E invece ha interrotto la partita portando via la palla, fino al punto di impedire al Senato di emendare la legge sia in commissione sia in aula. Neppure la destra arrivò a tanto; sulle leggi Moratti e Gelmini noi allora all’opposizione fummo in condizioni di votare gli emendamenti ed esprimere la nostra contrarietà. Oggi, mi rattrista che dal governo il Pd impedisca il confronto parlamentare. Una grande forza politica deve essere coerente in minoranza e in maggioranza.
Avevo sperato che fosse la buona occasione per una riforma. Per la prima volta un giovane Presidente del Consiglio metteva al primo posto la scuola. Avrebbe dovuto chiamare le migliori intelligenze del Paese a scrivere un progetto per il secolo che viene. E invece ha scritto un disegno di legge modesto, che si occupa per lo più di minutaglie amministrative rendendole più complicate, che ricopia male leggi esistenti facendole passare per nuove. Nessuno dei grandi problemi è posto nell’agenda di governo: il grave fenomeno del neo analfabetismo degli adulti, i cicli scolastici lunghi e inefficaci, l’aumento delle diseguaglianze, il ritardo della didattica di fronte ai caratteri del mondo nuovo. Si approva per forza una legge priva di un’idea di scuola, anoressica di alimenti culturali, sconnessa da un progetto per il paese. Al vuoto si sopperisce con l’ossessione di uno solo che comanda. Stavolta si concede al preside di derogare le graduatorie dei concorsi, aprendo la strada al clientelismo, a nuovi squilibri sociali e alle tendenze ideologiche. Da venti anni le leggi hanno penalizzato gli insegnanti, ora si appanna la loro libertà e viene ferita perfino la dignità. La riforma della scuola si farà un’altra volta, quando avremo un governo che riuscirà a entusiasmare gli insegnanti.
Bisogna squarciare i veli del conformismo che impediscono di correggere la rotta. Prima che sia troppo tardi dobbiamo riconoscere che non vanno bene le cose al governo. A Renzi è stata attribuita la responsabilità di sbloccare le decisioni, ma il passaggio della scuola rivela una difficoltà e un’involuzione. Rischia di diventare un decisionismo ondivago che un giorno propone il dialogo e il giorno dopo forza le regole parlamentari, un decisionismo pasticcione che non cura la qualità delle leggi e ancora meno l’efficacia dell'attuazione, un decisionismo autolesionista che ottiene un risultato modesto pagando il caro prezzo di una ferita con il mondo della scuola, di cui avvertiremo le conseguenze dolorose alla ripresa autunnale.
Queste considerazioni mi hanno indotto a non votare la fiducia al governo. La scelta ha ricevuto due contestazioni di segno opposto, entrambe con toni a volte molto aspri. Alcuni la considerano una mancanza di coraggio o addirittura un tradimento. A costoro ho dovuto chiarire un punto che forse hanno frainteso: io sono un senatore del Pd, ho sostenuto le ragioni della protesta, ma non ho mai detto che avrei lasciato il partito. Avrei dovuto farlo, invece, se avessi votato contro la fiducia. La non partecipazione al voto è oggi la massima espressione di dissenso compatibile con l'appartenenza al gruppo parlamentare, come abbiamo già visto sulla revisione della Costituzione. Esprimere critiche anche dure al governo sulla scuola è il mio modo di coltivare la libertà dentro il Pd. Non chiedo di condividerlo, ma almeno di rispettarlo.
Dal lato interno, però, altri miei critici hanno sostenuto con la medesima severità che avrei dovuto rispettare la disciplina e votare a favore. Si, è vero, fino a ieri anche io mi sono sempre dato questa regola. Però non viviamo tempi normali, ogni cosa è in subbuglio, e i vecchi riferimenti poggiano sulla sabbia.
La questione della disciplina di partito va riesaminata in via di principio e nella pratica quotidiana. Soprattutto, non si può chiedere solo ad alcuni, mentre molti altri fanno bellamente i propri comodi. Non si può separare dal contesto. Ci si sente impegnati nelle scelte comuni solo se il partito è una casa di vetro - in cui si discutono in modo trasparente le scelte senza diktat dall'alto -, se il partito è capace di prevenire tentativi d’inquinamento, se non lascia votare alle primarie persone che hanno una diversa appartenenza politica ecc..
Ma la questione della disciplina ormai riguarda questioni di principio che meritano una discussione aperta. Ai miei critici interni al partito, quindi, dedico le considerazioni che seguono.
1. Elettori. In pochi mesi sono stati aperti conflitti micidiali con una parte rilevante dell'elettorato di sinistra sui diritti dei lavoratori, sugli scarabocchi al bel testo della Costituzione, sulle devastazioni ambientali delle trivelle marine, sui tentativi di condoni fiscali e ora sulla scuola. Gli strappi, spesso consumati con un misto di leggerezza e tracotanza, investono i principi fondativi di una forza politica e intaccano il mandato elettorale dei suoi rappresentanti. Come riconobbe lo stessi Renzi ai suoi "retroscenisti" sarebbe stupefacente che simili scelte non provocassero problemi nei gruppi parlamentari. C'è infatti una vasta area di malessere che va al di là delle logore tassonomie congressuali. Tra tutti noi demo-critici, me compreso, c'è la doppia preoccupazione, da un lato garantire la stabilità di governo e dall'altro coltivare il colloquio con la nostra gente. Oggi è un dilemma irrisolvibile, e ben venga una soluzione imperfetta, anche non esplicita, non concordata e perfino casuale, che ci costringe a ruoli diversi: rispetto e anzi ringrazio i colleghi di minoranza che si fanno carico del voto di fiducia; noi che ci occupiamo di scuola da tempo con il non voto diamo un segno che la voce della protesta è arrivata anche all'interno del Pd e continueremo l'ascolto. È una contraddizione, lo so, che almeno si veda, fino a quando non sapremo risolverla.
2. Istituzioni. Con il nuovo bicameralismo e la legge elettorale si è introdotta una forma di governo unica al mondo che mescola il presidenzialismo e il premierato senza neppure considerare i contrappesi di quei modelli. La pratica ha anticipato le nuove leggi. Da diversi anni il Parlamento è piegato alla volontà del governo che dispone a suo piacimento del potere legislativo. Se a questa forma di governo si aggiunge anche la ferrea disciplina dei parlamentari al vincolo di partito il sistema democratico si blocca definitivamente. È il desiderio di tutti i leader solitari; non a caso in tempi e modi diversi Berlusconi, Grillo e Renzi hanno dato segni di insofferenza verso l'articolo 67 della Costituzione che libera gli eletti dai vincoli di mandato. Norberto Bobbio invece lo considerava il principio fondamentale della Carta. Nella matura democrazia americana la libertà di voto dei parlamentari è considerata un bilanciamento del potere presidenziale. Obama è abituato a confrontarsi con il dissenso dei senatori democratici e può cercare di convincerli, mai di obbligarli. Solo il provincialismo dei giornali italiani può arrivare a definire "ribelli" gli eletti che mantengono il contatto con gli elettori. Né si può invocare la tradizione. La disciplina di partito era compatibile con la legge proporzionale della Prima Repubblica e perfino con il bipolarismo della Seconda repubblica, ma diventa pericolosa nel nuovo assetto istituzionale quasi presidenziale. Avremo modo di discuterne nei prossimi mesi, a mio avviso bisogna rafforzare la libertà di mandato dei parlamentari sia in sede di revisione costituzionale sia nella legge di attuazione dell'articolo 49 sui partiti.
3. Partiti. Ricevo lezioni da chi sa veramente poco della disciplina di partito. Per la mia generazione essa nasceva da convincimenti condivisi, dalla partecipazione alle scelte e dall'autorevolezza dei dirigenti. Mi hanno spiegato che si trattava di vecchi arnesi da sostituire con la politica leggera dell'improvvisazione e della personalizzazione. Ne è scaturita l'anarchia che è sotto gli occhi di tutti, la babele di linguaggi, l'eterogeneità delle proposte, la frammentazione degli interessi e delle cordate. Eppure il sistema decisionale interno è ferreo ed è concentrato sulle due figure che compongono il partito in franchising: il leader che cura il brand nella comunicazione e i notabili che gestiscono il potere sul territorio. Questi due poteri oggi decidono tutto , creano un alone di conformismo e chiedono ubbidienza. Se ad essi concediamo anche la disciplina degli iscritti il cerchio si chiude e diventa soffocante. Bisognerà trovare nuove regole, riscrivere uno statuto ormai obsoleto, per liberare tutte le energie di partecipazione che oggi vogliono sottrarsi al partito in franchising.
È tempo di misurare la corrispondenza tra le parole e le cose. Che significa partito oggi? Conosco bene il significato precedente, non per sentito dire ma perché ad esso ho dedicato una vita di militante. Ma ora è tutto diverso, e continuare a usare le parole vecchie per la realtà nuova produce solo fraintendimenti, sia nel foro interiore sia nel discorso pubblico.
Il Pd non è un partito - evitiamo la finzione - è un campo politico attraversato da flussi elettorali mutevoli, rappresentato da un leader assoluto, gestito da una classe politica per gran parte ancora di buon livello anche se non ha saputo estirpare la gramigna, sostenuto da una generosa risorsa di volontariato politico. È il mio campo politico, ne vedo i gravi difetti e ne conosco le potenzialità ancora inespresse.
Wednesday, June 24, 2015
INTELLETTUALI COME PROSTITUTE
C'è una caterva di intellettuali che si offrono esplicitamente al potere. Tecnicamente prostitute che si danno da fare per farsi notare così da entrare nell'organico di questo o quel potentato per i vantaggi che ne derivano. Così questi uomini di cultura diventano uomini di compiacenza. L ' opportunismo che si insinua in certi articoli di giornale sta a significare questo: io ci sto, ti puoi fidare, la mia è una finta rivoluzione, questo sistema mi sta bene, rimango adagiato sull 'amaca del mio benessere.
Monday, June 22, 2015
FAMIGLIA NATURALE
Mi convinco ogni giorno di più che il mondo sia pieno di persone deficienti, con tanti pregiudizi ed arcaici tabù e non posso che provare sgomento se penso che certe convinzioni, nascono e si diramano all'ombra dei presepi.
Si sentono tali e tante sciocchezze sulla natura che metterle in fila è praticamente impossibile. Una su tutte è l' idea che in natura esista la famiglia così come è stata codificata dalla religione cattolica.
Ma la natura non ha nulla a che vedere con la famiglia, che è un concetto, ovvero un'astrazione culturale, un'idea del pensiero umano.
In natura si osserva l'accoppiamento volgarmente detto "trombata" spesso incestuoso nel regno animale (chi ha cani e gatti lo sa bene) e non privo di sorprese curiose ( per esempio ci sono animali che nascono femmine e poi diventano maschi, oppure maschi che partoriscono come i cavallucci marini).
E' la cultura che codifica i comportamenti umani, che li seleziona e gli attribuisce un suo valore etico, sociale. Per l'islam la famiglia è poligama per esempio, roba che per un cristiano non esiste.
Siamo quello che siamo per effetto di una stratificazione culturale millenaria e non certo per effetto della natura (per fortuna).
Ognuno è libero di esprimere la propria opinione, ma penso sia molto arrogante pretendere di imporre la propria idea di società secondo categorie culturali che mortificano la ragione e strumentalizzano la natura mentre si basano su leggende o pregiudizi.
Per la nostra cultura costituzionale (laica e democratica), non può essere accettabile che gli omosessuali siano esclusi dai diritti civili ed è assurdo che si scomodi la natura per sostenere "verità" che sono deliranti.
Il riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali trova la sua opposizione nella cultura integralista di talune confessioni; nell'ideologia discriminatoria del pensiero (sostanzialmente ) fascista. E’ un'ossessione di alcuni ambienti culturali e religiosi. E' una bega economica ed una grana politica.
Dietro certe affermazioni sulla "famiglia naturale", cova strisciante la cultura omofobica di persone in crisi profonda con la propria identità eterosessuale se sentono il bisogno di una norma che ne stabilisca il primato.
Null’altro.
Sunday, June 21, 2015
TRA IDEOLOGIA GENDER E FAMIGLIA NATUTALE
La "famiglia naturale" è un'ideologia al pari dell'ideologia gender. Se si accetta il ragionamento di Fusaro allora va applicato anche al concetto di "famiglia" che appunto, essendo un concetto, un'astrazione del pensiero, in natura non esiste.
Prova ne è la storia dell'umanità dove il concetto di famiglia cambia a seconda delle popolazioni, delle società e del tempo.
Per non andare troppo lontano dall'Europa i matrimoni combinati, per esempio, sono stati la regola fino a poco tempo fa anche in tutto l'occidente, non solo nell'aristocrazia, ma anche tra contadini, con calcoli di opportunità e dote noti a chiunque.
Sposarsi per amore è una conquista molto recente dell'umanità e giustamente gli omosessuali chiedono di poterlo fare come gli etero.
Ognuno racconti la propria cazzata sulla famiglia, ma non scomodi la natura, perché non c'entra niente.
Quanto all'esistenza di maschi e femmine, non mi risulta che i gay abbiano mai sostenuto il contrario.
Suvvia, gli invasati che scendono in piazza per il family day, non sono che una triste dimostrazione di come possa diventare feroce la cattiveria umana: persone che non chiedono diritti per sè, ma (per una sorta di ignobile razzismo), che vengano negati ad altri.
Friday, June 19, 2015
MI PIACE LA GENTILEZZA, MA PREFERISCO LA GIUSTIZIA
Di Cecilia Strada
Risposta collettiva per tutti quelli che "perché non ospiti i profughi a casa tua, eh?": e perché dovrei? vivo in una società e pago le tasse. pago le tasse così non devo allestire una sala operatoria in cucina quando mia madre sta male. pago le tasse e non devo costruire una scuola in ripostiglio per dare un'istruzione ai miei figli. pago le tasse e non mi compro un'autobotte per spegnere gli incendi. e pago le tasse per aiutare chi ha bisogno. ospitare un profugo in casa è gentilezza, carità. creare - con le mie tasse - un sistema di accoglienza dignitoso è giustizia. mi piace la gentilezza, ma preferisco la giustizia.
Wednesday, June 17, 2015
COME SI GIUSTIFICA LA GUERRA
Si diffonde la malattia per vendere la medicina: è così che si ottiene il consenso su ogni tipo di intervento armato. Non c’è nemmeno più bisogno di usare manipoli di invasati per mettere le bombe sui treni e incolpare gli stranieri. Oggi, attraverso la televisione, il potere può creare ogni genere di minaccia per giustificare la guerra.
ELEZIONI COMUNALI
A Venezia i "renziani" hanno vendicato la Paita disertando le urne, mentre nel resto d'Italia gli italiani hanno votato a Destra oppure si sono astenuti per mancanza di rappresentanza credibile a Sinistra.
Come avevo pronosticato la Lega ha fatto il botto ( basta vedere il risultato della renzianissima Faenza dove Malpezzi ha vinto per un pelo) e vincerà le elezioni politiche se il PD si sposterà ancora a Destra e la Sinistra non diventerà un soggetto credibile per dare rappresentanza alle masse.
Seppellire i problemi dietro una caterva di sbrodolante retorica finirà per spingere le classi disagiate tra le braccia di Salvini, come accadde negli anni '20 con Mussolini.
Non capire questo è demenziale e folle.
SALVINI, RENZI E LO SFONDAMENTO A DESTRA
Lo sfondamento a destra ha portato a destra tutti quanti. Non è una buona notizia per il Pd, né per la Sinistra. Ed è un’ottima notizia per la destra, come si temeva.
Confindustria ha usato il Pd renziano per fare il lavoro sporco ( jobs act, Italicum, buona scuola, salva Italia ecc, robe che la Destra non avrebbe mai potuto fare, perché sarebbe scoppiata, giustamente, la rivoluzione), ma le contraddizioni faranno implodere il Pd ( sta già accadendo) e il potere butterà a mare Renzi.
Salvini è appena stato " benedetto " dai giovani industriali che qualche settimana fa, sul lago, gli hanno dato il " nulla osta" per Palazzo Chigi.
La crisi e le TV faranno il resto.
Il renzismo è stato il cavallo di Troia della Sinistra italiana. Con una sola mossa, la Destra ha distrutto ( culturalmente) la Sinistra e si è ripresa tutto quello che aveva concesso in 50 anni di lotte.
La Destra è stata cinica e geniale: caduto il muro, ha capito che una certa classe dirigente si sarebbe venduta per un po' di potere e l' ha comprata.
Onore ai vincitori e sdegno per i venduti.
RENZI, LE ELEZIONI E LA SUA SPOCCHIOSA ARROGANZA
Chi pensava che questa batosta elettorale avrebbe stemperato la sua indole destroide per andare un po' verso Sinistra, si sbaglia di grosso.
Renzi dice che le disgrazie elettorali del PD sono dovute al fatto che il PD è ancora troppo di Sinistra e gli elettori di Destra non l'hanno votato.
Secondo Matteo il PD non ha perso due milioni di voti a Sinistra, ma a Destra, tanto che per vincere si dovrà spostare ( dice Renzi) ancora più a Destra.
Ora, che il PD fosse diventato la nuova Forza Italia io l'ho sempre detto, ma laddove si è spostato manifestamente a Destra (come a Faenza, forse la città più renziana d'Italia ) i risultati non sono arrivati, anzi, il PD ha toccato il punto più basso del suo consenso non perdendo il Sindaco per un pelo.
Vedo corti di ciambellani sostenere i deliri del re, ma i vecchi compagni che hanno sempre creduto nei valori della Sinistra e della nostra Costituzione, non possono non ammettere che tale spocchiosa arroganza sia un problema, non solo per il partito democratico, ma soprattutto per l'Italia.
Tuesday, June 16, 2015
BASTA BERLINGUER . LA DISASTROSA POLITICA DEL PD SU SCOLA E UNIVERSITA'
Il Partito Democratico ha gravi responsabilità
storiche per aver varato negli anni provvedimenti rovinosi per scuole e
università. Sono i riformatori “di sinistra” come Luigi Berlinguer che hanno
gettato le basi per la creazione del rapporto tra università e impresa,
formazione e interessi privati. Fino ai progetti liberticidi del governo Renzi.
di Anna Angelucci e Tiziana Drago - da Mincromega
Le gravissime responsabilità storiche del Partito Democratico nel varo di provvedimenti rovinosi per scuole e università sono un fatto. Cominciamo con la scuola. Alla fine degli anni ‘90, con i decreti attuativi della legge sull’autonomia scolastica (D.P.R.275/99), si è avviato un nuovo modello di governo e di gestione della scuola pubblica che prevede l’affidamento alle singole scuole di una serie di poteri in materia di organizzazione didattica, ricerca e sperimentazione, funzionali alla progettazione e alla realizzazione del proprio piano dell’offerta formativa; contemporaneamente, si è disegnato un nuovo reticolo di rapporti con gli enti locali che pone la scuola talora al centro, talaltra alla periferia del sistema.
A quindici anni di distanza, il buon senso avrebbe suggerito almeno un tagliando. Una riflessione seria sugli esiti della riforma a livello nazionale, aggregando e disaggregando i dati locali multidimensionali. Tanto più dopo la falcidia operata da Gelmini che, nel 2008, senza dire né ahi né bai, ha tagliato di netto tutte le sperimentazioni. Sulle quali, credo, meritava che il Paese si interrogasse.
La legge sull’autonomia scolastica, e questo è un fatto, ha determinato la trasformazione della scuola da istituzione dello Stato a ente che eroga un servizio per lo Stato dotato di personalità giuridica, ponendola alla stregua delle scuole private che, ancorché paritarie, sono e restano enti privati che vendono il loro servizio formativo a clienti paganti. Le istituzioni scolastiche diventano, da quel momento, espressione di un’autonomia funzionale intesa non come tutela dell’autonomia del sistema scolastico, ovvero come tutela dell’autonomia della scuola della Repubblica e della Costituzione da qualunque illegittima e contingente ingerenza politico-ministeriale, bensì come sdoganamento della libertà anarchica di ogni singola scuola di inventarsi un suo peculiare profilo culturale ed una sua peculiare offerta di ‘servizi formativi’ da propinare alle famiglie ormai assuefatte ad ogni sorta di imbonimento e di marketing.
La progressiva, costante riduzione dei finanziamenti pubblici ha completato l’operazione di smantellamento indicata da Berlinguer. Oggi, l’unico capitolo di spesa che afferisce al bilancio dello Stato è costituito dagli stipendi dei lavoratori della scuola; il resto, e cioè il finanziamento del funzionamento delle scuole, si racchiude in cifre talmente risibili che definirle simboliche è un eufemismo. Di fatto, come tutti sappiamo, senza i contributi volontari delle famiglie le scuole statali italiane chiuderebbero.
E’ utile ripercorrere rapidamente la storia dell’autonomia scolastica? Forse sì, almeno per comprendere con chiarezza la genesi e le fonti del ddl Renzi attualmente in discussione in Parlamento, ovvero del progetto liberticida della scuola pubblica statale che, esasperando il dispositivo dell’autonomia in chiave personalistica e, oserei dire, patologica, ne configura oggi la definitiva cancellazione.
Come ci ricorda Antonia Sani [1], fu nell’estate del 1994 che il concetto di autonomia scolastica imboccò la via che vede oggi il suo epilogo nel ddl di Matteo Renzi. Il documento “Una nuova idea per la scuola”, di area centrosinistra, poneva al centro una nuova idea di autonomia scolastica, che sarà da quel momento in poi l’idea vincente. Il modello NON è l’autonomia del sistema scolastico dagli indirizzi prodotti dalle maggioranze governative del MIUR, ma una sorta di libertà dei singoli istituti di porsi in competizione sui livelli di efficienza offerti.
E’ servita quella competizione? E’ stato utile per le famiglie scegliere la scuola dei loro figli sulla base del POF più accattivante o della presentazione più o meno seduttiva fatta nelle giornate di orientamento per accaparrare iscrizioni? Con l’autonomia, la qualità dell’offerta formativa delle scuole italiane è cresciuta? Gli esiti degli apprendimenti degli studenti e le loro abilità fondamentali sono migliorati?
Queste sono le domande serie che bisognava porsi e a cui bisognava dare una risposta ragionata e argomentata. E non solo ai cosiddetti stakeholder (le famiglie, direttamente interessate al problema della scuola) ma a tutti gli italiani. Perché la scuola, e l’università, sono una questione che riguarda tutti gli italiani e non solo chi occasionalmente le frequenta. E tutti sono dunque ‘portatori d’interesse’.
In quel documento, firmato tra gli altri dallo stesso Berlinguer, si delineava l’idea dell’autonomia – all’interno di un sistema formativo pubblico, nazionale e unitario, che comprendesse scuole statali e non statali – come principio riformatore fondamentale e si indicava già allora la necessità di introdurre un bonus fiscale per un portafoglio di investimenti privati – da parte di cittadini, associazioni, fondazioni, imprese – all’interno delle scuole.
Et voilà, con l’autonomia e i suoi annessi il succulento banchetto della privatizzazione della scuola pubblica e della precarizzazione della professione docente è servito dal nostro Master Chef Renzi all’ingorda Confindustria, che con tre gole caninamente latra reclamando una volta per tutte il suo fiero pasto. Noi.
Veniamo all’università. Chiunque abbia vissuto i giorni di impegno forsennato contro la riforma Gelmini (la resistenza coriacea sui tetti, la febbrile produzione di analisi e documenti, le battaglie oscure all’interno degli atenei e le fatiche estenuanti all’esterno delle aule e dei corridoi) ricorderà il contegno sonnolento del Partito Democratico, per nulla turbato dall’enormità della posta in gioco.
Com’è noto, quella “riforma”, che un mantra facile e insidioso spaccia come “meritocratica” e “antibaronale”, ha inflitto al sistema pubblico della formazione e della ricerca una ferita insanabile di cui non si smetterà mai di scontare tutte le disastrose conseguenze (oltre che le disfunzionalità burocratico-amministrative: ma quello della governamentalità aziendale non era un universo dorato?). Nella sostanza, l’impianto della legge 240 viene deciso dalla convergenza di tutte quelle forze che fanno gravare sull’università e sulla ricerca, che non sia al servizio spicciolo dell’impresa, un diffuso sospetto di inutilità se non proprio di nocività.
Dopo aver fornito giustificazione teorica - la ‘razionalizzazione’ per le università, l’ ‘essenzializzazione’ per le scuole - al definanziamento sempre più insopportabile, la legge Gelmini apre la strada a un aumento indefinito della tassazione studentesca negli atenei, amplia a dismisura il potere dei vertici, precarizza la ricerca con la cancellazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato (vanificando il senso stesso della trasmissione del sapere), decide l’ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione in nome della “modernizzazione” del sistema e del rafforzamento del legame dell’università con il territorio (un ‘vizietto’ ereditato dal centrosinistra) e con l’impresa; il che significa, nei fatti, consegnare alle necessità del mercato l’orientamento delle politiche di ricerca e didattica di alcuni settori (politecnici, aree tecnologiche e mediche). E poco importa che i potenziali investitori siano distribuiti in modo diseguale sulla superficie nazionale del Paese.
Di fronte a questo disegno regressivo per la dignità, i giovani e il futuro il Partito Democratico si trincera dietro l’ipocrisia di una ‘solidarietà’ di facciata alla protesta (la passeggiata di Bersani sui tetti della Sapienza e il doveroso voto contrario in Parlamento) e si dimostra del tutto incapace di abitare un orizzonte culturale diverso da quello che avrebbe dovuto combattere. Per conformismo e per ignavia. E, d’altra parte, non è un segreto per nessuno che buona parte dell’impianto gelminiano sia stato suggerito, condiviso e sostenuto da intellettuali e riformatori scolastici politicamente vicini a quel partito.
Il fatto è che la contiguità – e la compromissione – dell’establishment del PD con il disegno strategico ‘modernizzatore’ varato dal Governo Berlusconi ha radici assai profonde: ha alle spalle anni in cui i riformatori “di sinistra” hanno gettato le basi per la creazione del rapporto tra università e impresa, formazione e interessi privati. E infatti, l’apertura al territorio, l’avvicinamento alle aziende, la partecipazione dei privati costituiscono il catechismo di ogni riforma da Luigi Berlinguer a Mariastella Gelmini. Alla base, naturalmente, una miracolosa capacità di regolamentazione del mercato e la concorrenza come ecologia della società: un von Hayek nudo e crudo. Per tacere dei miraggi professionali e delle effimere competenze dettate dalla moda del momento e incarnate nella riforma del 3 + 2.
Nulla di strano quindi che la promessa fatta sui tetti da Bersani di adoperarsi per l’abolizione della legge 240 venga poi prontamente smentita dall’appoggio concesso dal Partito Democratico al successore della Gelmini nel governo Monti, quel ministro Profumo rivelatosi l’esecutore testamentario della riforma: sua l’ineffabile uscita per cui la legge 240 non andava abolita, ma «oliata»; e infatti, l’emanazione dei decreti necessari alla legge reca la firma del ministro. In più, Profumo si illustra per il famigerato decreto AVA sull’AutoValutazione e l’Accreditamento delle sedi e dei corsi universitari (D.M. 47/2013).
Nel più totale silenzio della stampa mainstream, il dispositivo sancisce i parametri e le modalità di valutazione che verificano periodicamente e decretano la vita o la morte degli atenei e dei corsi di studi: un assemblaggio malfatto di requisiti puramente numerici, meri algoritmi difficili da soddisfare da parte di corsi di laurea che sopravvivono a stento, in un contesto caratterizzato dall’impossibilità di assumere nuovi docenti, dato il blocco del turn over imposto dalla Legge 133/08 e successivamente dalla spending review (d.l. 95/2012), oggi drammaticamente aggravato dalla legge di stabilità del governo delle larghe intese.
Né si tratta di questioni meramente tecniche: il decreto, che prevede vincoli stringenti solo per le università statali e deroghe generose per quelle non statali e telematiche, oltre a determinare un impoverimento notevolissimo della formazione universitaria, con la cancellazione di interi settori del sapere, non manca di orientare il sistema all’introduzione o all’inasprimento del numero chiuso o programmato, dal momento che la nuova formula per il calcolo dei docenti di riferimento stabilisce un numero superiore di docenti necessari alla sopravvivenza del corso di laurea in relazione al numero degli studenti.
Con tutte le conseguenze in termini di violazione del diritto allo studio che ciò comporta. Sebbene questi parametri si siano rivelati di fatto inapplicabili –a meno di non voler far chiudere battenti alla maggior parte degli atenei italiani– con il proprio appoggio il Partito Democratico si rende complice dei mandanti di una nuova, radicale accelerazione nella direzione di quello strozzamento del sistema universitario pubblico, del tutto sganciato da ogni considerazione di qualità sulla ricerca e sulla didattica, ma contrabbandato come icona del “merito”.
E tuttavia, non migliore fortuna si è registrata con la ministra piddina Maria Chiara Carrozza, impegnata sin da subito a battere il record negativo del precedente ministro. Carrozza sollecita insistentemente le sirene della selezione meritocratica, ma si capisce subito che “merito” è il termine vuoto con cui si intende stabilizzare e inasprire gli strumenti di ricatto e di disuguaglianza che disciplinano la società.
E così, dopo aver emanato il suo Decreto Ministeriale sul numero chiuso e promosso il ricorso ai test standardizzati come strumento di valutazione (con l’obiettivo dichiarato di introdurre l’Invalsi anche nell’Università: test standardizzati per tutti per standardizzare i pensieri di tutti), la ministra dà la stura all’ennesimo aggravamento del blocco del turnover negli atenei, che corrisponde a un taglio di svariati milioni di euro, al netto dei proclami del governo delle larghe intese sulla necessità di non fiaccare ulteriormente un malato terminale. E infatti, sull’università e i fondi di ricerca la priorità individuata è, manco a dirlo, quella di razionalizzare le poche risorse disponibili, unitamente al solito mantra del potenziamento del rapporto tra ricerca, territorio e impresa.
Ma il vero capolavoro di iniquità è il decreto sui punti organici, con cui si decide del ricambio generazionale e della possibilità stessa di fare ricerca nelle varie università italiane: due soli atenei del Nord (Milano e Bologna) ottengono gli stessi punti organico di tutte le università meridionali messe insieme. Il sistema di ripartizione premia, evidentemente, gli atenei delle regioni con PIL più alto rispetto agli atenei con PIL più basso.
La strategia dell’era Carrozza è evidente: ridurre drasticamente il numero degli atenei e creare poli accademici di serie A, ultra-finanziati e d’eccellenza, ed altri di serie B, sotto-finanziati e caratterizzati da una pessima didattica e da una ricerca inesistente. Il merito e la valutazione, dispositivi di controllo e disciplinamento sociale in una fase di crisi senza precedenti, diventano paradigma anche all’interno degli atenei, attraverso il braccio armato dell’ANVUR (il mostro “meritocratico” di emanazione governativa di cui proprio il PD e il ministro Mussi sono i benemeriti ideatori): dopo aver tagliato drasticamente settori cruciali della ricerca pubblica – i piani di ricerca nazionale e i dottorati di ricerca –, si redistribuiscono i residui secondo precisi interessi, che poco hanno a che fare con la qualità della didattica e ancor meno con il diritto allo studio, ormai svuotato d’ogni senso.
Carrozza, con buon seguito di replicanti, alimenta il mito ossessivo delle “tecniche di valutazione”, sottraendo al dibattito pubblico una visione di sistema condivisa, che rifiuti il concetto di premialità e lo sostituisca con l’impegno a uniformare ed estendere qualità e diritto allo studio su tutto il territorio e a porre un argine alla minaccia dell’esclusione. Sul nefasto interessamento del Partito Democratico per l’università molto altro si potrebbe dire: a intervalli regolari ma frequenti, il partito si è distinto per la proposta con cui il senatore Ichino (passato per breve periodo a Scelta Civica e poi nuovamente accolto dal PD come figliol prodigo, insieme all’altra figliola prodiga Giannini, che assunse la titolarità del MIUR alla vigilia della sua candidatura come capolista alle ultime elezioni europee, testimoniando, nei fatti, il suo reale e fattivo interesse per i problemi dell’istruzione e della ricerca in Italia) ha indicato, insieme a un ampio seguito di sostenitori, la strada del meccanismo del prestito d’onore e della liberalizzazione delle rette universitarie, nonché dell’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Resta il fatto che, al momento, dato l’operato sulla scuola, nel merito e nel metodo, fanno rabbrividire i proclami renziani sulla prossima, buona università. Da qualche cenno del ‘novissimo’ premier e della sbiadita ministra Giannini, si preannuncia l’accentuazione della logica premiale e competitiva tra gli atenei, l’incentivazione dei finanziamenti privati, l’introduzione di premi e sanzioni basati sui risultati della gestione, l’ulteriore burocratizzazione della ricerca. Insieme alle consuete parole d’ordine del ‘merito’ e dell’‘eccellenza’, qualunque cosa questi termini significhino. Senza neppure il sospetto che scuole e università debbano essere il luogo di costruzione di un sapere diffuso e di una cittadinanza critica, non una palestra per eccellenti.
È del tutto evidente che a guidare le scelte di questa classe politica e del Partito Democratico è qualcosa che non ci rappresenta. “Basta Berlinguer”: una metonimia, un’antonomasia, un’iperbole? Di sicuro è lo slogan che deve riecheggiare nelle menti e nelle voci di chi crede ancora nel valore della scuola e dell’università come strumenti di cultura, di emancipazione, di eguaglianza, di cittadinanza e di democrazia. “Basta
IL SINDACO DELLA NAZIONE
di Giuseppe Civati
Se vai a destra a un certo punto, quando meno te lo aspetti, incontri la destra scrivevo qualche giorno fa.
Ecco, oggi possiamo dire che se continui a coltivare il «partito della nazione», a un certo punto, quando meno te lo aspetti, fai eleggere un «sindaco della nazione»: è Luigi Brugnaro, il nuovo primo cittadino di Venezia. Poco importa – nella logica del «partito della nazione», appunto – che Brugnaro fosse stato candidato da Forza Italia e Ncd e fosse stato appoggiato al ballottaggio anche dalla Lega Nord e da Fratelli d’Italia.
Certo, non è stato solo questo, il motivo del risultato veneziano, ce ne sono molti altri, e tutti siamo invitati a indagarli e a prenderci la nostra parte di responsabilità. A cominciare dalla vicenda del Mose e dalla rottura con il passato (anche della stessa parte) voluta da Casson e forse non condivisa da tanti altri per arrivare alla sottile contraddizione di un dichiarato non-renziano (in molti casi, anti-renziano) che si candida insieme e per il Pd di Renzi.
Del resto la voce Wikipedia di Brugnaro indica come partito «indipendente» (mettendo giusto tra parentesi un timido riferimento al «centrodestra») e lui, nelle prime dichiarazioni, ha già detto di apprezzare Zaia e Renzi (come se fosse normale, apprezzarli entrambi, e dichiararlo nella stessa frase) e di voler «aprire al Pd renziano» (sic), anche perché – prosegue «siamo aperti e trasversali». Insomma, una sorta di uomo vitruviano delle larghe intese, proprio come il premier sullo scenario nazionale.
Tutt’altro profilo rispetto a Felice Casson, con il quale dal congresso per la segreteria nazionale (durante il quale fu tra i pochi parlamentari a condividere con me la sfida congressuale) alle cosiddette ‘riforme’ dell’ultimo anno (per prima, tra tante, quella costituzionale) abbiamo condiviso un percorso e un’idea di centrosinistra alternativo alla destra che non c’entra con le larghe intese. E che però non ha più alcun riferimento nazionale, né – evidentemente – locale.
Ma il Pd e il premier non hanno accettato il mio e nostro invito – che rivolsi loro quando si formò il governo Renzi – a «tenere altro viaggio», preferendo il partito della nazione che alla fine è riuscito a far eleggere il “suo” sindaco, chiudendo il cerchio. Appunto.
Il centrosinistra si è rotto, questo dicono i ballottaggi, e il suo elettorato è spaesato, non solo dove la laguna è diventata palude. Lo sfondamento a destra ha portato a destra tutti quanti. Non è una buona notizia per il Pd, né per la sinistra. Ed è un’ottima notizia per la destra, come si temeva.
Friday, June 05, 2015
SINISTRA E LEGALITÀ 2
Sui concetti di legalità e giustizia, uguaglianza e ordine, credo che la Sinistra, abbia spesso tenuto e continui a tenere, un atteggiamento equivoco e politicamente sbagliato.
Quando sento difendere le occupazioni delle case popolari o le baraccopoli abusive dei rom, per esempio, penso che la Sinistra sbagli, perché la legalità è il potere dei senza potere, e non c’è dubbio che più si è poveri e meno si ha potere, per cui se salta il rispetto della legalità tra gli strati più deboli della popolazione, il povero si sentirà abbandonato dallo Stato e si butterà tra le braccia del primo che gli promette tutela.
Ai poveri non piace il caos, né quello stato di lotta permanente in cui li relega la società quando vige la legge del più forte: se la Sinistra non capisce questo bisogno primario di tutela e di ordine da parte dei più deboli, non potrà mai rappresentarli per il semplice motivo che saranno proprio i poveri a non votarla ( e infatti non la votano).
La povertà cresce, ma la Sinistra in Italia cala, mentre dilaga la Destra: un' analisi sui propri errori, mai?
Eppure si persevera con questa retorica buonista che tende a giustificare l'illegalità con argomentazioni sociali.
La Sinistra difende i poveri combattendo la povertà, non difende l'illegalità usando la povertà come scusante per delinquere. Questa è stupidità politica allo stato puro.
Thursday, June 04, 2015
ASTENSIONE
Usare l'astensione come atto politico è un atto di ingenuità senza senso.
Chi si astiene non vota contro questo sistema, ma per questo sistema.
I meccanismi elettorali sono chiari e i calcoli percentuali non sono un'opinione.
Se votano 100 persone ed il PD prende venti voti, il PD avrà preso il 20%.
Ma se votano 50 persone ed il PD prende 20 voti, il PD griderà al trionfo dicendo che il 40% degli italiani è per il Job act, l'Italicum, le trivellazioni, il TTIP e la scuola azienda.
Non capire che l'astensione droga il consenso elettorale e favorisce il liberismo selvaggio ed il pensiero unico è la grande vittoria del burattinaio.
REGIONALI 2015
Leggo commenti insopportabili, esibizione arrogante e spocchiosa di una fazione di ridicoli ciambellani che vuole negare la realtà.
Sì possono raccontare le panzane che si vogliono; incolpare la Sinistra; mistificare i consensi con risultati tennistici, ma il dato è che il PD ha perso milioni di voti ( 2 rispetto alle europee ed 1 rispetto alle politiche di Bersani) ed ha a livello nazionale il 23% del 50 % ovvero un reale 12% scarso.
È vero che per governare serviranno rappresentanze sempre più ristrette ( grazie all" Italicum ), ma è pur vero che, prima o poi, quei milioni di voti congelati nelle ghiacciaie dell'astensione si scongeleranno per indirizzarsi in modo fluido e repentino verso nuovi orizzonti. Quali nessuno lo sa e potrebbe accadere di tutto.
A Faenza, la città più renziana d' Italia, la Lega porta (clamorosamente) al ballottaggio Malpezzi: io qualche domanda sensata me la farei.
Un partito di governo responsabile analizza i dati in modo razionale, non seppellisce gli errori sotto una caterva di stupida ed arrogante propaga.
LA SINISTRA NON DECOLLA
Ieri Cacciari ( che di Sinistra non è e non mi è mai piaciuto ) ha rilasciato un'intervista nella quale delinea la sostanza del PD: un partito gassoso contornato dì ciambellani che non valgono nulla. È un' analisi che la dice lunga sulla qualità della nuova classe dirigente.
Ma se Sparta piange, Atene non può ridere: la Sinistra diversa dal PD che, oggettivamente, non decolla da nessuna parte, mentre la Lega fa il botto ed il M5S pur perdendo 2 milioni di voti rispetto all e politiche ed 1 milione rispetto alle Europee, si attesta comunque su un consenso % che è il miglior risultato nazionale dopo il PD.
A Sinistra c'è molto, molto, molto da lavorare: c'è da individuare una nuova classe dirigente; c' è da ricostruire un nuovo paradigma culturale; da riconquistare la fiducia di milioni di elettori che si sono allontanati dal PD, ma non hanno votato SEL o un' Altra Sinistra, ma sono semplicemente rimasti a casa.
SINISTRA E LEGALITÀ
La Sinistra ha molte debolezze, ma quella più grande è lasciare la legalità e l'ordine pubblico alla Destra.
Credo che su tali questioni la Sinistra sbagli profondamente, perché il rispetto della legalità non è una prerogativa della Destra, ma di tutti coloro che hanno a cuore gli interessi dei più deboli che sono destinati a soccombere se manca l'autorità dello Stato e vige la legge del più forte.
Pretendere ( e sottolineo, pretendere) il rispetto delle regole da parte di tutti ( e quindi anche dei rom) è qualcosa di profondamente differente dal razzismo.
