Sunday, March 25, 2012

 IL MODELL0 TEDESCO? NON C'ENTRA
di Stefano Vastano, da L'Espresso, 23 marzo 2012

'Da noi non si può licenziare nessuno (nemmeno se ruba) senza il consenso del sindacato. Si chiama cogestione e funziona benissimo. Tanto che gli operai ricevono una parte degli utili'. Parla Franco Garippo, italiano, da 35 anni nel consiglio di fabbrica della Volkswagen di Wolfsburg.

Lo stabilimento Volkswagen di Wolfsburg«In Italia, quando in questi giorni per l'articolo 18 si parla di 'modello tedesco', si fa un pò di confusione». Parola di Franco Garippo, uno che il cosiddetto modello tedesco lo conosce molto bene e dal lontano 1976. Anno in cui è entrato a lavorare agli impianti Volkswagen di Wolfsburg, diventando poi sindacalista (di IG Metall, due milioni e mezzo di iscritti) e membro del consiglio di fabbrica.

Garippo, in che cosa consiste questa confusione?«In Germania un collega può venir licenziato per motivi disciplinari o personali solo dopo aver consultato il consiglio di fabbrica. Un licenziamento senza il parere del consiglio interno è nullo. La prima cosa da capire del 'modello tedesco' è che noi sindacati abbiamo qui in Germania, anche per quanto concerne licenziamenti, la piena codecisione».

Ma queste regole, ossia il modello della cogestione valgono solo per la Volkswagen?«No. In Germania è in vigore uno statuto aziendale che prevede, nel caso di licenziamenti, la consultazione del consiglio di fabbrica per tutte le aziende che abbiano almeno 5 dipendenti. Anche per licenziamenti per motivi economici, qualora l'azienda deve ristrutturare il personale, il ruolo del sindacato è coderminante in Germania».

Vuol dire che se domani l'ingegner Martin Winterkorn, presidente della Vw, decidesse di licenziarla, non può?«Nel caso in cui il presidente Winterkorn volesse licenziarmi, per ipotesi, perché ho rubato deve prima riunirsi la commissione disciplinare con rappresentanti d'entrambi le parti, sindacati ed ufficio personale. In 30 anni a Wolfsburg non ho mai visto un licenziamento senza previa e comune decisione dei Consigli di fabbrica».

In Germania insomma tutto è molto più basato sulla 'Mit-bestimmung', la famosa cogestione?«Esatto. Prima d'arrivare a un tribunale e alla decisone del giudice, in ogni azienda tedesca si fa ricorso alle leve della cogestione. Una norma che è stata varata nel 1976 e da allora è l'etica del lavoro di ogni azienda tedesca oltre i cinque dipendenti. E' la sostanza di questa etica del lavoro che oggi sfugge in Italia quando si parla in astratto di 'modello tedesco'»,

Qual è il significato etico di questa norma del 76?«Oggi in Italia si crede che, potendo licenziare più facilmente personale, per l'azienda sia più facilità realizzare utili. L'esperienza della cogestione nel modello tedesco e quella nostra in particolare qui a Wolfsburg dicono che è vero il contrario».

Si riferisce al modo in cui, nei primi anni '90, avete risolto la crisi alla Volkswagen?«Esatto. Nel 1993 Peter Hartz, l'allora direttore del personale Vw, si ritrovava con un esubero di 30 mila dipendenti. A quel punto insieme, noi sindacati e lui, abbiamo deciso la 'settimana corta'. E cioè il 20 per cento in meno dell'orario di lavoro ed un taglio del 17 per cento sul salario. Alla fine, con zero licenziamenti e la garanzia del posto di lavoro, ne siamo usciti vincenti tutti, sindacati, impresa e dipendenti».

Scusi, Garippo, che vuol dire la 'garanzia' del posto di lavoro?«Vuol dire molto concretamente che oggi tutti e 100 mila i dipendenti dei sei impianti Volkswagen in Germania non sono, per motivi aziendali, licenziabili. E questo sino alla fine del 2014, come abbiamo stipulato nel nostro ultimo contratto. Sono contratti del genere che tengono insieme un'azienda come la nostra».

Un ruolo di rilevo nel 'modello tedesco' lo ha, specie per i lavoratori, la partecipazione agli utili. Quest'anno ad esempio, quanto hanno incassato in premi-extra i dipendenti Vw?«Quest'anno noi della Vw abbiamo ottenuto un premio di 7.500 euro. Questo 'bonus' è un'altra rivendicazione sindacale e prevede, per contratto, una partecipazione annua dei dipendenti agli utili. A fine novembre abbiamo ricevuto i primi 1.400 euro; a fine maggio degli utili VW 2011 a noi verranno altri 6.100 mila euro. Tutto questo è il cosiddetto 'modello tedesco': non si può prendere ed esportare in Italia o altrove solo una sua parte».

Qual è il consiglio che lei darebbe a sindacati, imprese e al governo Monti?«A sindacati e imprese in Italia direi di guardare al fondo del modello tedesco. Si basa sulla cogestione ed implica soprattutto il senso della responsabilità per entrambe le parti sociali. Un'azienda funziona meglio solo se i suoi dipendenti si sentono più rispettati e sicuri, identificandosi col futuro della stessa azienda».

(24 marzo 2012)
 LA TERZA REPUBBLICA E' SERVITA
di Paolo Flores d’Arcais, da Il Fatto quotidiano, 23 marzo 2012 

Il governo di Napolitano ha deciso di fare della mazzata contro lo “Statuto dei lavoratori” il forcipe per dare alla luce la Terza Repubblica. L’articolo 18 è un puro pretesto. Costituisce il baluardo residuo per la dignità del lavoratore, e per questo va difeso con adamantina intransigenza da ogni persona civile, ma i suoi effetti pratici sono da tempo irrisori.

Perché allora il governo ne fa una questione ultimativa, di battaglia campale? Perché vuole vincerla apparendo sfacciatamente il “governo dei padroni”, quando tutti i governi dei padroni hanno sempre cercato di dissimulare la propria natura di classe? Perché lo scopo è esattamente questo: umiliare e distruggere quanto resta in Italia di sindacato non americanizzato, non subalterno, non “sindacato giallo”.

La prima e vituperanda Repubblica, dall’egemonia democristiana al Caf, lasciava sopravvivere due vestigia comunque positive: forze sindacali riconosciute come soggetti di concertazione, e la logica sacrosanta dell’arco costituzionale. Quest’ultima è stata abbattuta dal berlusconismo, talché i Gasparri, i La Russa e altri Santanchè sono stati legittimati come parte della vita pubblica e civile, benché il loro mood neo-ex-post fascista resti quello dell’odio per la democrazia nata dalla Resistenza.

La prima verrà archiviata ora, se lo sciopero generale proclamato dalla Camusso non vorrà trasformarsi in un nuovo Circo Massimo di rivolta morale nazionale, in cui la Cgil chiami a raccolta accanto ai lavoratori tutte le energie della società civile refrattaria al pensiero unico.

Altrimenti andrà in porto la Terza Repubblica: dal nuovo “arco costituzionale” (che della Costituzione calpesterà non pochi articoli, a partire dal “...fondata sul lavoro”) saranno banditi, come se avessero qualcosa di comune e paragonabile, tanto gli spurghi di razzismo e secessionismo della Lega quanto la volontà di realizzare la Costituzione delle forze che ancora invocano “giustizia e libertà”: Sel, Idv, la minoranza del Pd che non si piegherà alla cura Napolitano, e soprattutto settori sindacali e società civile.

Legittimato resterà solo il corpaccione di una mega neo-Dc, più che mai monopolista dei media e più che mai golosa di leggi ad personam e di “basta col concorso esterno”, da Casini ad Alfano (col Putin di Arcore gongolante sullo sfondo). Di cui l’attacco all’articolo 18 è la perfetta conseguenza. Il regresso è servito.

(23 marzo 2012)

Monday, March 05, 2012

STAVOLTA NON HA PERSO IL PD HA PERSO PALERMO
di Matteo Pucciarelli
Palermo è una città bella, bellissima, e drammatica. È lo specchio del meridione. Affascinante e avvolgente, piena di buoni odori e sapori, di intelligenze generose, ti parla al cuore e poi ti tradisce improvvisamente con un pugno nello stomaco.
La vittoria di Fabrizio Ferrandelli rientra nella categoria della sofferenza. Quella che si prova nel vedere i corsi d’acqua secchi e invasi dai rifiuti o nel richiedere la ricevuta ad un b&b in centro: «Ah, ma io non so farla, dovrei chiedere al proprietario».
Rita Borsellino era triste anche sui manifesti elettorali. Seria e seriosa, maestra severa ma necessaria. Però una nonna perbene. Accompagnata da Leoluca Orlando un po’ ovunque, come se da sola non ne fosse stata capace. Ma in una città abituata a urlare, a suonare i clacson con una incomprensibile facilità, a trovare la scorciatoia ancor prima di cominciare un viaggio, era probabilmente la medicina giusta. Una faccia onesta, che prometteva solo la normalità di un convivere civile. Nessuna mania di grandezza. Solo un po’ di umanità, di buonsenso. Sembrava impossibile non scegliere lei.
Fabrizio Ferrandelli, sostenuto da nessun partito ufficialmente, aveva tappezzato l’intera città di manifesti e volantini. Chissà quanto ha speso e dove ha trovato le risorse.Viso pulito, nel senso di senza un filo di barba. Sguardo furbissimo. Giacca e cravatta col nodo grosso, di quelle da matrimonio un po’ coatto o da agente di Tecnocasa. Uno che deve saper vendere solide realtà impacchettandole come sogni, o viceversa, chi lo sa. Tutti dicevano che gli immigrati lo avrebbero votato: raccontavano di pullman organizzati per andarsi a registrare al comitato elettorale, non si capiva una parola di quello che si dicevano tra loro i vari cingalesi o magrebini, ma ogni tanto pareva di sentire «Ferrandelli». Leggenda o realtà?
Come quella storia delle “truppe cammellate” dell’Mpa di Raffaele Lombardo, mobilitate per sostenerlo. Come quell’altra di riunioni preliminari con i partiti, alcune settimane fa, organizzate in delle cliniche private della città, il vero business di una regione basata su un’economia assai clientelare, visto che mamma Regione è l’imprenditore più importante di tutti. Il comizio finale di Ferrandelli in piazza Rivoluzione sapeva di un populismo nazional-televisivo che pensavamo ormai derubricato. «Basta con questi nostri giovani che devono andarsene da Palermo…», gridava al microfono. Un po’ Peron, un po’ Cetto Laqualunque. E non so come mai mi venivano in mente altre parole dal sapore sudamericano tipo “caudillo” e “peone”.
L’altro in gara vera, anche lui mega cartelloni invasivi dappertutto, era Davide Faraone. Un ex Pds-Ds sostenuto da Matteo Renzi, uno capace di chiudere la campagna trasformando la Vucciria, uno degli storici mercati della città vecchia, in una discoteca all’aperto. Una calca pazzesca di gente che ballava, ai lati banchetti col polpo bollito e pane con la milza. In mezzo passavano le auto, a passo d’uomo, rischiando di schiacciare qualcuno. I localini vendevano birre e zibibbo in gran quantità, un’impresa arrivare al bancone ma ancor più difficile sentire battere uno scontrino. Erano le due di notte e pazienza se lì sul palco c’era un potenziale sindaco, l’unica domanda possibile era: ma in questa città esistono delle regole o tutto è affidato all’umore collettivo?
Ci sono delle piazze nel centro storico di Palermo che sono rimaste sventrate, ferme a sessanta anni fa, ai bombardamenti americani. Luoghi magici, in cui il tempo è passato e non è facile accorgersene. E poi certi palazzi monumentali e teatri e chiese raffinate in cui si respira la grandezza dei secoli scorsi, di una città per molto tempo tra le più importanti d’Europa. Tra questi vicoli stretti e sporchi sta tornando a viverci la buona borghesia, mentre le classi popolari sono ormai stanziate nei casermoni da dieci piani made in Dc delle periferie anonime e disordinate.
Il Pd, messo alle strette dalla sinistra, era riuscito a sostenere il candidato più limpido tra quelli in lizza. La Borsellino. Una scelta giusta che sapeva di impresa per un partito ormai trasversale. Invece ha vinto di nuovo la Palermo sbagliata. Quella della scaltrezza, della politica in carriera, degli amici degli amici, del cambiano gli attori ma resta la sceneggiatura di sempre, la drammatica Palermo. Sicché stavolta non ha perso il Pd, o Bersani, o Vendola, o Di Pietro, o Vasto, o l’antimafia, o chi volete voi. Ha perso la bellissima Palermo.