Thursday, October 12, 2017

L'INTEGRAZIONE DEGLI IMMIGRATI A SPESE DRI POVERI

I profughi afgani, yemeniti, libici e siriani sono pochissimi. Se l'intervento umanitario riguardasse solo i profughi di guerra, nessuno se ne accorgerebbe. Il fatto è che nel nostro Paese la maggior parte degli immigrati provengono da Marocco, Tunisia, Senegal, Romania, Albania, Moldavia, Cina, India, Pakistan, che come è noto non sono paesi in guerra e nemmeno si trovano in condizione di particolare carestia. 
Gli immigrati di questi paesi non fuggono da nulla tanto che una volta presa la residenza vanno e vengono nel e da il loro paese di origine in modo sistematico e costante a dimostrazione che il loro interesse verso il nostro paese è di mera natura economica, un interesse legittimo, per carità, ma che non c'entra nulla con i diritti umani. 
A loro interessa guadagnare di più e ai nostri imprenditori interessa spendere di meno. A loro interessa il nostro welfare e al nostro sistema economico interessa darglielo, tanto per le imprese è un gioco a somma zero: lo Stato mica preleva più risorse dai più ricchi, anzi, taglia le tasse e mette a disposizione di un numero maggio di poveri quel poco che resta per il welfare. 
È il tripudio del capitalismo e degli interessi dei ricchi a spese dei poveri e per di più con i poveri che si devono anche sentire in colpa, perché vivono nell'inquietudine migratoria ed hanno paura. 
Mi dissocio da questa sinistra irresponsabile che alimenta questo sistema e l'avanzare di fenomeni reazionari che l'allontanano dal comune sentire e dal malessere popolare. Così si alimenta il fascismo.

IL PCI AVEVA CAPITO TUTTO DELL'EUROPA

La principale battaglia del socialismo europeo è abbattere la mistica sull'Europa. Purtroppo la retorica sull'Europa ci fornisce un'idea del tutto mistificata dell'Unione Europea, tra Erasmus, scambi "culturali" e gemellaggi, ma l'Unione vera, quella dei Trattati europei è qualcosa di ben diverso dalla narrazione fantasy e suggestiva che ci viene raccontata.
Piano piano, poco poco, un tassello alla volta, si stanno dissolvendo tutti i principi sui quali si basa la nostra Costituzione. Una dissoluzione ottenuta col MEC, con lo SME, con i Trattati di Maastricht e di Lisbona e poi con l'euro, tutte scelte che messe una dietro l'altra ci hanno ridotto al punto in cui oggi possiamo solo alzare le mani e recitare impotenti: " ce lo chiede l'Europa ". 
Il fatto è che abbiamo perso la nostra sovranità politica e monetaria. E non è successo per una svista, ma per scelte politiche ben precise. 
Nel 1957 il PCI aveva capito benissimo cosa fosse il MEC e votò contro la rattifica del Trattato di Roma spiegando punto per punto i motivi per cui il MEC non fosse cosa buona per i lavoratori e la gente comune. 
A leggere oggi l'unità del 1957 si respira a pieni polmoni la lotta di classe e la specifica collocazione del PCI in questa lotta. Si capisce insomma da che parte sta il PCI e che cosa significhi essere di Sinistra.

IL POTENZIALE ELETTORE DI SINISTRA

Per interrompere questa deriva oligarchica e ultra liberista e rientrare nei ranghi della Costituzione occorre sostituire questa classe dirigente e portare la Sinistra al comando. Per portare la Sinistra al comando la domanda non è: " cosa vuole la gente di Sinistra?" (giacché si tratta di una minoranza borghese, colta e prevalentemente benestante), ma è: "quali sono gli interessi del proprio ceto di riferimento ossia di quella parte sociale che rappresenta il proprio potenziale bacino elettorale?" 
Ci sono milioni di persone che stanno aspettando che qualcuno li rappresenti in Parlamento e si occupi dei loro interessi. Stiamo parlando di disoccupati, operai, braccianti, impiegati, piccoli bottegai e artigiani, contadini, camerieri, muratori, insegnanti delle scuole dell'obbligo, ecc., insomma di quel ceto che ha perso il lavoro, oppure lavora, ma con il proprio stipendio, tra la casa, i figli ed i genitori anziani, arranca ed è sommerso da mille preoccupazioni a cominciare dalla paura di perdere il lavoro. 
Ecco, il primo interesse del potenziale elettorato di Sinistra è il lavoro: un lavoro stabile, adeguatamente retribuito e con giusti diritti per se e per i propri  figli. 
Il potenziale elettore di sinistra chiede sicurezza, chiede di vivere in un mondo pulito e ordinato dalla legge, dove chi non la rispetta viene punito: vuole vivere in uno stato di diritto che garantisce il rispetto della legge e la certezza della pena. Vuole uno Stato che protegga le persone perbene non che tratti gli onesti da coglioni. 
Il potenziale elettore di sinistra chiede sanità, chiede welfare, chiede ospedali pubblici che funzionano, una mano per provvedere alla cura dei propri genitori anziani, una scuola che garantisca ai propri figli la stessa istruzione che può permettersi il figlio dell'avvocato. 
Il potenziale elettore di sinistra chiede una casa che costi il giusto prezzo e che non venga giù alla prima scossa di terremoto o che si allaghi al primo temporale. 
Il potenziale elettore di sinistra chiede una pensione equa e dignitosa al raggiungimento della giusta età. 
Il potenziale elettore di sinistra vuole pagare le tasse, ma in proporzione al proprio reddito e non pagarle anche per i ricchi che non le pagano. Il potenziale elettore di sinistra pensa sia giusto togliere ai ricchi per dare ai poveri e non il contrario. 
Ecco, io penso che se la Sinistra si presentasse con un programma del genere ed utilizzasse un linguaggio comprensibile, vincerebbe le elezioni.

OSKAR LAFONTAINE

La Linke con il 9.2 % dei consensi e circa 4.3 milioni di voti ha ottenuto il suo secondo miglior risultato elettorale di sempre in una elezione per il Bundestag. E questo in un contesto che a causa della forte crescita di AfD e dell’elevata partecipazione elettorale era sicuramente piu' complesso rispetto al 2013, quando la Linke ottenne l'8.6% e circa 3.75 milioni di voti. Il partito avrebbe quindi tutte le ragioni per essere soddisfatto di questo risultato. [...] 
Nonostante il risultato positivo, la Linke ha dei buoni motivi per riflettere sul voto: solo l'11% dei disoccupati l'ha sostenuta - meno della SPD (23%), di AfD (22%) e dell’Unione (20%) e poco piu' della FDP e dei Verdi - e solo il 10% fra i lavoratori l’ha votata (Unione il 25%, SPD il 24% e AfD il 21%). Solo il 2% in piu' della FDP, che è stata votata dall'8% dei lavoratori. 
La chiave per capire questa mancanza di sostegno da parte di coloro che si trovano nella parte piu' bassa della scala dei redditi deve essere cercata senza dubbio in una"politica dei rifugiati" sbagliata. E‘ un’accusa che non riguarda solo la Linke, ma tutti i partiti finora rappresentati al Bundestag, perché con le loro risposte al problema globale dei rifugiati, nei fatti hanno trascurato le istanze di giustizia sociale. 
E questo in due modi: il principio della giustizia sociale ci chiede di aiutare coloro che maggiormente hanno bisogno. Non si puo' scaricare tutto il peso dell'immigrazione, come  ad esempio la maggiore concorrenza nel settore a basso salario, l’aumento degli affitti nei quartieri piu' popolari e le crescenti difficoltà nelle scuole con una quota sempre maggiore di studenti con scarse competenze linguistiche, proprio su coloro che già ora sono i perdenti a causa della crescente disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. L'esperienza in Europa ci insegna che quando questi elettori non si sentono piu' rappresentati dai partiti di sinistra, votano sempre di piu' per i partiti di destra. 
La violazione del principio della giustizia sociale è ancora piu' grave se si tiene conto di quali sono le persone che fuggono dalla guerra, dalla fame e dalla malattia. Solo una minoranza riesce a mettere insieme diverse migliaia di euro con i quali poter pagare i trafficanti di uomini per poter arrivare in Europa e soprattutto in Germania. Milioni di rifugiati di guerra vegetano nei campi profughi, milioni di persone non hanno alcuna possibilità di lasciare la propria patria a causa della fame e delle malattie. Senza alcun dubbio si potrebbero aiutare molte piu' persone se i miliardi spesi dallo stato per migliorare il destino dei piu' poveri al mondo fossero utilizzati per rendere piu' facile la vita nei campi profughi e per combattere la fame e le malattie nelle regioni piu' difficili. E se i miliardi spesi per gli interventi militari e il riarmo venissero utilizzati per aiutare le persone piu' povere del mondo, allora avremmo la possibilità di fare delle cose davvero buone.  
La "politica dei rifugiati" della "Cancelliera dei rifugiati" Merkel,giustamente punita dagli elettori, era completamente inverosimile, perché la sua presunta empatia verso i profughi di guerra non le ha impedito di consegnare armi ai Jihadisti tramite gli emirati del golfo e di partecipare a quegli stessi bombardamenti in Siria che hanno poi obbligato molte persone a fuggire all'estero. 
Un partito di sinistra quando aiuta le persone in difficoltà non puo' ignorare il principio della giustizia sociale. E per quanto riguarda le controversie interne al partito basta dare uno sguardo ai risultati delle elezioni: chi trova cosi' poco sostegno fra i lavoratori e i disoccupati (nel 2009 le cose erano messe diversamente) deve iniziare a riflettere sulle cause. E non serve a molto il continuo riferimento ai ceti urbani - ai quali per quanto ne so io appartengono anche i lavoratori e i disoccupati - che stranamente viene sempre utilizzato come alibi da coloro che durante la campagna elettorale nei centri urbani finiscono per parlare tutt'al piu' davanti ad una manciata di persone

Thursday, October 05, 2017

CATALOGNA 5

 Tuo figlio di 5 anni ti ha detto che vuole andarsene di casa e vivere da solo.  E tu gli hai spiegato che non si può, che lui può già fare tante cose, ma quella no, e lui ti ha risposto che lo farà lo stesso. Allora tu gli hai detto: "guai a te se lo fai" e lui un giorno è scappato di casa lanciandoti la sfida. Beh, non si può poi lamentare se ha preso una sberla. 

Non comprendo come si possa sostenere che quella sberla sia un atto inaccettabile e che tu avresti dovuto permettere al bambino di fare come gli pare e poi all'indomani metterti a trattare con lui e concedergli il diritto di dormire fuori casa dal mercoledì alla domenica. Se tu hai sbagliato è stato nel non avere spiegato molto bene a tuo  figlio la gravità di una fuga da casa da parte di un bambino di 5 anni e quali sarebbero state le eventuali conseguenze di una sua disobbedienza.

Non capisco come si possa pensare che la democrazia possa reggersi sul principio che infrangere le regole si può e conviene. 

Conviene essere mafioso, perché  lo Stato ti proporrà una trattava. 

Conviene non pagare le tasse, perché lo Stato ti proporrà un condono. 

Conviene costruire una casa abusiva, perché lo Stato ti proporrà una sanatoria o ti garantirà una casa sostitutiva in caso di demolizione. 

Conviene occupare una casa, perché lo Stato ti garantirà una casa sostitutiva in caso di sgombero. 

Conviene non pagare i creditori, perché lo Stato ti processerà dopo 10 anni, quando avrai fatto sparire i tuoi beni. 

Conviene puntare alla secessione, perché lo Stato scenderà a patti con i ribelli e gli concederà l'autonomia che pretendono. 

Trovo terribile che si confonda la legittimità della forza di un governo democratico, con le violenze di una dittatura. Se la democrazia non è in grado di difendere il proprio ordinamento, la propria Costituzione,  il principio di legalità che è il cardine dello stato di diritto, non potrà sopravvivere. Perché sia chiaro: a nessuno piace la forza, ma giacché la democrazia è costata una guerra mondiale, una guerra civile e milioni di morti, non si può lasciarla morire sulla base di una resistenza ideologica all'uso della forza. A volte il "bene" va ottenuto e poi difeso con la forza. E' la Resistenza che ce lo insegna.

CATALOGNA 4

Diciamo piuttosto che la Spagna è uno dei paesi cosiddetti PIIGS finiti nel tritacarne delle politiche di austerity europee: sono arrivati i tagli e gli annessi e connessi delle politiche liberiste di Bruxelles, la popolazione si è molto impoverita, in tanti hanno perso il lavoro, i diritti sono stati cancellati e la regione più ricca della Spagna pensa di ritrovare il perduto benessere dichiarando guerra alla Spagna che diciamolo, come l'Italia e la Grecia ha le mani e i piedi legati ed è tenuta sotto scacco dai propri creditori avendo perso la sovranità monetaria.   Se la Sinistra non capisce che il problema è questa l'Unione Europea; sono i Trattati europei; è una moneta al di fuori del controllo degli stati; è un mostro giuridico che non ha al centro i cittadini, ma il mercato, non ha senso di esistere.

CATALOGNA 3

Dividi et impera: è il sogno del capitalismo e di questa Europa che lo serve. 
In questi giorni si era avanzata l'ipotesi che il gesto eversivo della Catalogna fosse una reazione a questa Europa della finanza per chiedere più democrazia. Nulla di più lontano da questo. 
La Catalogna ha attuato appieno la politica d'austerità e dei tagli sociali, è ultra liberista, è per l'euro, ha fatto un giuramento di servile fedeltà all'UE ed ha subito chiesto una mano Bruxelles, un riconoscimento politico che in tanti gli vorrebbero dare se non ci fosse il problema della Spagna. 
 er questa Europa tutta al servizio del mercato, gli Stati nazionali sono il problema. L'Europa disgregata delle regioni sarebbe la strada maestra per portare a termine la costruzione del mostro eurista tutto tarato sul mercato e sui dogmi dell'ideologia liberista e dell'austerity. 
Chi vuole davvero opporsi a quel mostro antidemocratico e antisociale ha davvero molto su cui riflettere (ma intanto potrebbe leggersi i Trattati e guardarsi PIIGS).

CATALOGNA 2

Come una cartina tornasole, la questione catalana mostra l'allergia degli italiani al rispetto delle regole, onde per cui per quei milioni di statisti che ieri si sono scatenati, di fronte ad una palese violazione della Costituzione e dell'ordinamento democratico, lo Stato non deve rispondere con fermezza, ma graduare il proprio intervento secondo una gamma infinita di sfumature di grigio, perché si, ma, però, è la solita vecchia storia: chi rispetta la legge e chi cerca di farla rispettare, è un bruto o un coglione.
Al netto del giudizio su Rajoy che non mi piace e che non mi è mai piaciuto, ritengo che la classe dirigente catalana abbia tutta la responsabilità di quello che è accaduto e che accadrà in Spagna. Se l'indipendenza della Catalogna vale il rischio di una guerra civile, che i catalani abbiano il coraggio di combatterla.

Thursday, September 21, 2017

REFERENDUM CATALOGNA

Davvero non capisco quella parte della Sinistra che si è schierata ufficialmente con la Catalogna. Lo scorso anno la Sinistra ha difeso con gli artigli la nostra Costituzione ed oggi si schiera con i promotori del referendum catalano bloccato dalla Consulta spagnola, perché anticostituzionale: sul valore delle Costituzioni ha cambiato idea? E poi vorrei capire: un'eventuale secessione della Padania o di qualsiasi territorio che rivendica indipendenza, sarebbe legittima? Non mi pare che la Catalogna sia una colonia della Spagna. 
Forse la Catalogna si sente schiacciata dalla UE. Oppure: il popolo catalano vuole più democrazia? La domanda è giusta. È la risposta che è sbagliata. 
Perché la questione catalana non c'entra nulla con le distorsioni democratiche di un'Unione Europea tutta tarata sul mercato e sui dogmi dell'austerity e dell'ideologia liberista. Personalmente penso che la principale battaglia della Sinistra sia abbattere questa Europa senza democrazia che serve esclusivamente il mercato. Ma al netto delle critiche radicali nei confronti dell'Unione Europea, non si può certo sostenere il desiderio delle regioni più ricche di venire meno ai doveri di solidarietà nazionale nei confronti delle regioni più povere. 
Capisco che il concetto di Stato sovrano non sia più di moda, ma è l'unico spazio di democrazia che può funzionare e garantire quel un minimo di solidarietà nazionale previsto dalle costituzioni (che non mi pare possa essere garantita dall'europeismo, dal mondialismo, dal globalismo e nemmeno dal regionalismo che cova strisciante nell'intestino degli stati).

Friday, September 15, 2017

LA SINISTRA TRA VINCOLI AUTO IMPOSTI E VINCOLI VERI

Di Sergio Cesaratto

Il mio carissimo amico Lanfranco Turci dopo aver letto una bozza di questa nota (di cui esclusivamente porto la responsabilità, naturalmente), fra i tanti consigli mi ha esortato a premettere che essa è improntata al pessimismo, sul paese e sulla sinistra: i margini di manovra economica (dunque politica) sono rebus sic stantibus limitati se non inesistenti, le idee poche, le classi dirigenti inadeguate. Tuttavia è solo dalla presa d’atto realistica dello stato di cose presenti che può provenire una reazione. E, comunque, dire le cose come stanno aiuta a smascherare l’affabulazione politica, il girarsi attorno senza contenuti, la politica fatta solo di accordi elettorali che, purtroppo, appare dominare, figlia e madre del vuoto che ci circonda. 
 1.     Un paese esausto. Sempre più in occasioni come questa mi viene infatti in mente Montale, “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Il paese è in un passaggio storico drammatico, fra un passato (il secondo dopoguerra) di speranze e riscatto e un futuro che assomiglia a una lenta eutanasia. Storicamente siamo un paese gracile, dalle istituzioni fragili direbbero oggi gli economisti.[1] Istituzioni sia pubbliche che private. A una debole società civile dominata da atavici opportunismi e furbizie, più che dal senso di appartenenza a una comunità nazionale, si accompagna senza soluzione di continuità una classe dirigente senza spessore che riflette pienamente il sostrato che la produce. La cultura è scarsa, spesso pre-moderna, burocratica e anti-scientifica. In alcune parti del paese va un po’ meglio, in altre assai peggio con ampie aree dominate dalla malavita organizzata ormai estesa anche al resto (ma abbiamo visto intellettuali di prim’ordine difendere, piccati nel loro orgoglio, la giornata della memoria per la caduta della Rocca di Gaeta in nome di verità storiche del tutto fantasiose). L’Europa ci ha esautorato delle leve della politica macro-economica, ci rimane un po’ di politica micro-economica ma, com’è noto, non si fanno le nozze coi fichi secchi, per cui questa politica si riduce alla bassa cucina del togliere un po’ qui per mettere un po’ là, a seconda delle pressioni di volta in volta prevalenti. Se da un lato la politica non sa fare progetti, dall’altro non li può neppure più fare, di qui il suo decadimento (altro che casta!). Ma sono state queste scelte deliberate e su esse torneremo. La concorrenza dei paesi emergenti, specie quelli asiatici, non lascia peraltro più molto spazio a chi non abbia progetti politici per il proprio paese, e le risorse per sostenerli. Il paese è così avviato su se stesso, esausto, privo di senso identitario e partecipativo, sembra tornato a secoli bui.   
 2.     Quale riformismo. Se dovessi indicare in sintesi quale sinistra ritengo necessaria per il paese la definirei così: una sinistra che abbia al centro gli interessi del paese, di questo paese “che senza amor nazionale non si dà virtù grande" per citare Leopardi (Zibaldone); riformista nel senso che abbia come asse la piena occupazione e la crescita dei salari, avendo anche a cuore la difesa della competitività del Paese, dell’industria pubblica e di quella privata, di un’istruzione e di una ricerca pubbliche e democratiche ma rigorose – con la centralità dell’intervento pubblico; che coltivi un senso dell’appartenenza a una comunità nazionale da cui ci si senta tutelati e cittadini partecipi superando una tara storica della nostra costituzione materiale; che sostenga una forte autonomia nazionale nella politica estera volta a un più giusto ordine economico internazionale contro le mire bellicose nel Mediterraneo di Francia e Regno Unito in primis (per quello che a un piccolo paese è consentito fare, naturalmente). Il mio timore è che però che, dopo le lacerazioni sul tema dell’Europa, quelle sull’immigrazione rappresentino il de profundis per una sinistra di questo tipo. Sul tema dell’Europa gli scorsi anni hanno visto una spaccatura verticale fra tre sinistre: a quella che denunciava la natura imprescindibilmente autoritaria e liberista dell’Europa se ne sono contrapposte due: quella neo-liberista accondiscendente alle politiche europee e quella “leggera”, anelante al più Europa. Ci torneremo su. L’immigrazione è un tema lacerante per le coscienze di tutti, non solo per alcune anime belle. V’è un dovere irrinunciabile all’aiuto a chi ha intrapreso percorsi di migrazione e alla lotta contro lo sfruttamento dei paesi di provenienza. Ma per molti di noi l’idea dell’accoglienza illimitata e a prescindere è irresponsabile, così come colpisce la mancata consapevolezza che l’immigrazione ha costituito un tassello della devastazione del mercato del lavoro, dei diritti e della estraneità sociale in questi anni (non l’unico e certamente non il principale, ma un elemento importante sì). Personalmente non sono disponibile a condividere percorsi irresponsabili che finiscono per alimentare fenomeni reazionari e comunque ci allontanano dal comune sentire e dal malessere popolare. Di fronte a quest’ultimo non possiamo che contrattare uno scambio fra politiche di integrazione per chi è già qui e un rigorosa politica di immigrazione regolare.   
3.     L’ordo-ulivismo. La grande occasione per l’Italia fu probabilmente quella di mettere a frutto il miracolo economico per modernizzare e democraticizzare il paese. La borghesia non ne fu capace e più volte ha cercato di sedare le rivendicazioni popolari per l’equità distributiva con la violenza, dalla stretta di Carli del 1963 alla strategia della tensione e da ultimo con lo SME e l’euro. La sinistra riformista è sempre stata minoritaria. Il mancato riformismo della sinistra italiana ha radici lontane e ben spiegate da Leonardo Paggi (con D’Angelillo, 1986) in quello che rimane, a mio avviso, il più bel volume mai scritto sulla sinistra italiana, non a caso sotto l’influenza dell’interpretazione di Keynes di Pierangelo Garegnani (ma la lezione del riformismo pragmatico di Federico Caffè non è qui estranea). La sinistra italiana non ha mai condiviso il Keynesismo riformista, l’idea dunque che elevati salari diretti e indiretti (stato sociale) potessero essere di sostegno alla piena occupazione. E’ infatti sempre stata “monetarista”, ha cioè condiviso l’idea che la crescita dei salari portasse solo inflazione e fosse dunque sovversiva e destabilizzante delle istituzioni democratiche. La svolta dell’EUR del 1978 (maturata gli anni precedenti) nasce da questo, tutto il resto segue. E non parliamo solo di Amendola o di Lama, ma anche di altri eroi della sinistra, da Berlinguer a Trentin (v. Barba e Pivetti 2016). Il testimone del “risanamento” fu presto preso dalla sinistra democristiana con Beniamino Andreatta e da circoli borghesi rappresentati da Carlo Azeglio Ciampi (che sostituì Baffi, sfavorevole alla prospettiva europea, dopo la sua violenta defenestrazione) o Guido Carli (una volta che si rese conto che la tolleranza che dovette mostrare come banchiere centrale nella prima metà degli anni ’70 non aveva più ragione d’essere). Contenimento del potere sindacale e abbattimento del debito pubblico furono gli assi del duo Andreatta-Ciampi; adesione allo SME e divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia ne furono gli strumenti iniziali. Cuore di questa impostazione era l’importazione della disciplina dall’estero, legandosi al carro monetario tedesco, la politica del “legarsi le mani”. Queste politiche causarono l’indebolimento della competitività esterna, sicché a parità di spesa pubblica - che governi spendaccioni ma ancora sensibili alla tutela di domanda e occupazione badavano bene a non ridurre – si inaridirono le fonti di finanziamento nazionali determinando l’esplosione del debito pubblico e di quello estero (con la crescita della quota del primo detenuta da stranieri). La sinistra ulivista fece proprie queste politiche (con la convergenza finale del rigore comunista e di quello andreattiano), assumendo l’Europa di Maastricht come asse. Il disastro dell’euro ne è stato il risultato. In un rinnovato clima di emergenza nazionale, nel 2011 Napolitano d’accordo con potenze straniere e in linea con la tradizione anti-riformista del PCI della “responsabilità nazionale”, piegò definitivamente alla disciplina dell’euro le istanze occupazionali e sociali del Paese. L’emergenza era l’euro, non l’Italia, ma di questo gli anti-riformisti non si avvedevano. Per loro il demonio era il debito pubblico italiano, non l’auto imposto vincolo estero che dai tempi dello SME l’aveva fatto esplodere, così come è esploso di nuovo in seguito alle sciagurate politiche di austerità e al mancato tempestivo intervento della BCE di cui la Germania (e chi non le si è opposto) portano una drammatica responsabilità storica. Mi preoccupa l’assenza di un’autocritica profonda negli ambienti della sinistra che hanno pur gestito in prima persona quelle politiche, e questo fa temere che non si abbia ancora grande consapevolezza di queste responsabilità storiche, e mi viene da concludere che in certi circoli l’importante sia scalzare Renzi (che a suo modo qualche rimostranza da moccioso indisciplinato in Europa l’ha manifestata) per sostituirlo con l’Enrico Letta di turno, il figlio politico di Andreatta, colui che scrisse:   «Andreatta capì che l’unico modo per fare le privatizzazioni...e ridurre l’abnorme peso della politica... che ha caratterizzato l’Italia pre-euro era quello di negoziare con Bruxelles... Per farsi imporre dall’Europa il vincolo esterno» e con «saggezza e abilità... Andreatta riuscì allora ad evitare gli ostacoli che la politica frapponeva a quella rivoluzionaria decisione». Letta (2011)   Se non è così, se c’è un ripensamento di quegli anni, venga fuori oggi, e ci si dica come si vuole rimediare. Quanto la Germania ha guadagnato alle spalle del nostro paese è sconcio; quello che si prepara con gli accordi Berlino-Parigi è una definitiva cessione di sovranità democratica:[2 ]mi si dia una risposta ferma e precisa per favore. La lotta ferma sul fronte europeo sarà un asse della sinistra o no? Ci si è resi conto degli errori del passato e in particolare che l’asse europeo ha significato soggiogarsi a un disegno anti-popolare e anti-riformista? La risposta a questo secondo quesito, la consapevolezza delle proprie responsabilità storiche, è più importante della prima a cui è facile replicare: “ma figuriamoci, lotteremo contro i trattati e blà e blà”. Vogliamo sapere se finalmente si sono fatti i conti col passato e se si è disponibili a dire basta all’europeismo neoliberista - i due termini largamente coincidono. E’ infatti accettabile parlare di europeismo solo in termini culturali e di generale profonda cooperazione, ma solo in termini molto più vaghi con riguardo all’integrazione fiscale e monetaria. Ma vale qui la clausola Paggi: “La consapevolezza della inscindibilità di economia e politica è fortissima nella cultura e nelle politiche neoliberali, mentre è totalmente assente nel linguaggio della sinistra.”[3] Le ragioni economiche che dovrebbero essere cardine del pensiero a sinistra sono per lo più incomprese e la politica fatta di mielosi sentimentalismi, o di opportunismi. Insomma, più del no a Renzi vorrei ascoltare da una componente della sinistra un no a Enrico Letta.  
 4.     C’è futuro in Europa? C’era una strada alternativa all’ordo-ulivismo del papa straniero? Difficile dirlo. Voglio anche dare una dignità politica all’ordo-ulivismo: questo paese è incapace di governarsi, l’unica strada è affidarsi allo straniero (è una vecchia storia, peraltro). Ma lo straniero è furbo e potente. Imporrà a te il liberismo, mentre il suo potente apparato pubblico, mercantilisticamente al servizio dell’industria occuperà anche i tuoi spazi. Naturalmente si potrà essere liberisti alla Ciampi, Andreatta, Letta, Onofri e via cantando e ritenere che l’Europa consista nello scioglimento dei lacci e lacciuoli che frenano gli spiriti vitali dell’economia italiana. E’ legittimo crederlo - e suppongo che in alcune componenti della “sinistra” lo si creda ancora. Ma non lo si camuffi con storie circa la solidarietà europea. Qui siamo alle belle narrazioni - purtroppo diffuse in altre componenti della “sinistra” qui oggi rappresentate. Andatelo a chiedere alla Linke se proporranno all’elettorato tedesco trasferimenti fiscali perequativi in Europa, o il superamento dell’euro.Ccà nisciuno è fesso, tranne la sinistra italiana verrebbe da dire.   
 5.     L’Europa. L’errore dell’UME è stato di anteporre l’unione monetaria a quella politica? No, l’unione politica (che implica politiche di perequazione dei redditi fra paesi) è impossibile, o meglio, l’unica Europa federale possibile è quella ordoliberista, come aveva ben spiegato Hayek nel 1939 (quella in cui un super-stato si fa garante del libero mercato in tutto il continente). Gli accordi franco-tedeschi per un ulteriore accentramento fiscale vannno in questa direzione. La Germania potrà cambiare? No, non cambierà il suo modello mercantilista. Il mercantilismo tedesco è irrazionale? No, alla luce dell’impostazione Classico-Kaleckiana esso è un modo di tradurre il sovrappiù in profitti attraverso le esportazioni (Cesaratto 2016 cap. 1). L’Italia potrà adeguarsi e migliorare? No, alla base del crollo della produttività vi sono anni di depressione della domanda aggregata a causa dell’auto imposto vincolo estero (Bagnai  2012), riforme del mercato del lavoro e allargamento indiscriminato dell’esercito industriale di riserva, mentre non vi sono risorse per istruzione, ricerca e università (e per il benessere sociale e per il sostegno della natalità dei nostri giovani).   L’euro è veramente fallito? Se il suo obiettivo era la disciplina sociale, esso è stato un successo. La teoria economica ha fallito nei confronti dell’euro? No, Meade, Mundell, Flaming, Godley, Kaldor, Feldstein, tutti hanno previsto una tendenza deflazionistica; dopo dieci anni di bonaccia in cui covava una crisi del debito estero della periferia, mercato di sbocco del mercantilismo tedesco (Cesaratto 2016, capp. 5 e 6; 2017), l’euro ha rivelato il suo vero volto deflazionista. Il ritorno agli Stati nazionali è un arretramento? No, lo Stato nazionale è il terreno democrazia: Stati senza politica monetaria (dunque fiscale) sono privi di democrazia. Con la globalizzazione e la mobilità di capitale e lavoro si decentra il capitale e l’esercito industriale di riserva si fa mondiale; con l’Europa si delocalizza lo Stato (Cesaratto 2017, Barba e Pivetti 2016).   
 L’euro ha un futuro? Non lo sappiamo, se crolla sarà per insostenibilità politica, se e quando il ceto medio e gli studenti lo decideranno; ma il caso greco dimostra che resilienza dei popoli è infinita, i migliori se ne vanno, chi rimane si adegua, la natalità crolla, l’immigrazione colma i vuoti. Cosa accadrà se Draghi dovrà dismettere il QE? Reagiremo agli accordi fiscali franco-tedeschi?   Non mi metto a fare proposte programmatiche, quelle seguono la politica. E quella manca.   
La sinistra mi sembra divisa fra un’ala risentita che insegue vendette antirenziane e quella che va appresso all’emergenza del momento, ora all’immigrazione (ieri ai movimenti no-global). Del dramma del paese che sta semplicemente morendo materialmente e culturalmente non sembra importare gran che, anzi. Mi sembra che se non si rimette al centro della nostra analisi, delle nostre passioni, il paese, questo paese, non si andrà da nessuna parte. Mi sembra di concordare conD’Alema quando dichiara “Il nostro compito è ... di costruire una sinistra democratica e di governo che possa essere un elemento essenziale per la ricostruzione anche culturale dell'Italia.... Oggi dobbiamo fare anche una riflessione autocritica riguardo a una subalternità che molti di noi hanno avuto riguardo all'ottimismo degli anni Novanta”. Ma si deve entrare nel merito. Le questioni non sono solo euro ed Europa, ma anche ricostruire il senso di questo paese, il che vuol dire capacità di chiamare a raccolta le sue forze migliori, a ogni livello, intellettuale e popolare. Non lo si farà se ci si occupa d’altro e di altri, lo dico chiaramente, se la salvezza dell’Italia non diventa la nostra unica ossessione. Questo possiamo dire.

.Riferimenti
  Bagnai, A. (2012), Il tramonto dell’euro, Imprimatur, Reggio Emilia.  

Barba, A. e Pivetti, M. (2016) La scomparsa della sinistra, Imprimatur, Reggio Emilia. 

Cesaratto, S. (2017a), Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi, Imprimatur, Reggio Emilia (3a ristampa).   

Saturday, September 02, 2017

UNIONE EUROPEA E CAPITALISMO

Si va bene, ok: c'è il problema dell'immigrazione. C'è il problema della sicurezza . E c'è anche il problema della legalità, ne ho parlato tante volte. Ma ce ne sono molti altri di problemi, enormi e di carattere strutturale, perché sono il risultato dei Trattati Europei che abbiamo firmato: ne vogliamo parlare? L'etica protestante di chi è alla guida dell'Europa incarna alla lettera lo spirito del capitalismo e trascina l'Unione verso un modello di società che al centro non ha le persone, ma il mercato. Dove lo Stato è sempre più piccolo ed il mercato è sempre più grande. Dove si santifica la speculazione finanziaria mentre si taglia il welfare. Dove si persegue la stabilità monetaria, mentre si mortifica il lavoro: ne vogliamo parlare? Mentre scorrono le immagini dei barconi, si taglia la Sanità, si taglia la Scuola, si taglia la Previdenza. Si tagliano i Trasporti, i Lavori Pubblici, i Servizi Sociali, l'Edilizia popolare, i Nidi, le Materne, le Biblioteche, i Musei, le Strade, il Verde, l'Illuminazione, la Refezione scolastica, gli Scuolabus e tutto ciò che serve alle persone per potere vivere una vita dignitosa: ne vogliamo parlare? Perché mentre accade tutto questo, il debito pubblico aumenta e l'Italia sprofonda tra i vincoli dell'eurozona: la Sinistra ne vuole parlare di questa Europa al servizio del Capitalismo?

IMMIGRATI 3

Lavorando in Comune, con gli immigrati ci ho a che fare tutti i giorni : questo per dire che non parlo di figure retoriche, ma di persone in carne ed ossa. Il dato che vorrei sottolineare è questo: tra agevolazioni e benefici la maggior parte del bilancio sociale del Comune va a favore degli immigrati e questo penso sia di per sé è un dato significativo che va tenuto in considerazione quando si fa un ragionamento sull'immigrazione. 
Dal mio osservatorio di trincea non credo che gli immigrati possano rappresentare la nuova avanguardia della lotta di classe e questo per due motivi: perché non esiste più una cultura rivoluzionaria  e nemmeno una struttura politica in grado di organizzarla; perché la dimensione politica di queste persone è una dimensione assai modesta, piuttosto vocata all'interesse familiare che li vede più attratti dalla tetta del welfare che dai collettivi operai; che li vede più attratti dal Corano che dalle teorie rivoluzionarie contro il capitalismo. Per cui non credo che dalla frequentazione dei CAF e delle moschee possa mai venire quel tipo di frattura e rivolta contro i padroni. 
Sono d'accordo con chi dice che c' è un notevole impatto dell'immigrazione sui quartieri popolari, un "inquietudine migratoria" che però si sta diffondendo anche nelle città di provincia e tra la piccola borghesia, bottegai, impiegati, insegnanti, persone che cominciano a soffrire per il taglio del welfare (sanità, previdenza, assistenza per gli anziani soprattutto ) e la mancanza di lavoro per i figli e che manifestano sempre più insofferenza nei confronti dei nuovi arrivati che bivaccano nelle strade mentre alcuni di loro pretendono diritti con violenza ed arroganza. In più c'è la questione della sicurezza, che non è solo un invenzione della propaganda leghista, ma è un dato statistico certificato dall'ISTAT: in Italia, Il 35% della popolazione carceraria è straniera, contro una popolazione straniera sul totale della popolazione che non arriva al 10%. Ciò significa che la popolazione straniera manifesta un indice di criminalità 5 volte superiore a quella della popolazione italiana. È vero che i reati non sono tutti uguali. Ma quand'anche si tratti di reati minori (sic!) come spaccio, furto, rapina, percosse, aggressione, eccetera, eccetera, negare il dato è sbagliato. La Sinistra ha rimosso la questione sicurezza dal dibattito pubblico per non soffiare sul fuoco, ma così facendo non fa che irritare il proprio elettorato, giacché anche chi è di Sinistra vorrebbe uno Stato che protegge dalla delinquenza comune e non che faccia finta che non esiste. Per dire, qui in Romagna vivere in campagna è diventato un incubo, sembra quasi di essere tornati ai tempi del brigantaggio. Parlo di una questione sulla quale implose persino lo Stato Pontificio che vide la popolazione rivoltarsi contro, e non perché il popolo fosse anticlericale (come narra la leggenda sui romagnoli), ma perché lo Stato Pontificio non fu in grado di proteggerlo dai banditi. 
Tutto questo per dire che i problemi dell' immigrazione esistono, e delle due l'una: o li affronta la Sinistra con realismo, equilibrio e senso di responsabilità, oppure lo farà la destra estrema secondo le ricette che le sono proprie. È chiaro che se lo farà la destra estrema qui in Italia finirà molto male per tutti.

IMMIGRATI 2

Nell'analisi dei rapporti di classe, la valutazione di carattere etnico è necessaria, perché il proletariato europeo viene da una storia di lotte e di benessere totalmente sconosciuto al proletariato del terzo mondo. Nel nostro dopoguerra, vuoi per l'esistenza dell''Orso siberiano; vuoi per la presenza di forti partiti socialisti di massa; vuoi per l'orientamento keynesiano della maggior parte dei partiti di centro; e vuoi anche per il movimento sindacale e del ''68, il capitalismo non ha mai mostrato la sua vera natura e per un po' di anni ha anche distribuito. Poi il muro è caduto, i socialisti sono passati con i loro avversari ed il capitalismo ha incominciato a riprendersi tutto quello che aveva concesso a seguito di anni di lotta. 
Ha ragione chi dice  che c'è un esercito di autoctoni disoccupati potenzialmente sfruttabili, ma nessuno di loro è disposto a lavorare a certe condizioni, perché la storia della loro famiglia, quand'anche di operai, è una storia di contratti tutelati, stipendi dignitosi, ferie, vacanze, malattie, pensioni e servizi alla persona. Per cui la manovalanza da sfruttare alle condizioni del capitalismo deve arrivare da un'altra parte,  cioè da un popolo disperato e senza una storia di lotte e di benessere alle spalle. 
Il dissolvimento della cultura socialista, del sindacato e del sistema dei partiti organizzati e di massa, spiega il perché la lotta collettiva di classe si è trasformata nel rutto del singolo plebeo contro gli immigrati. Un rutto che in Italia porterà al fascismo se si continua a negare la ricaduta sociale che l'immigrazione ha sul proletariato autoctono. l'Italia non è la Francia: nel Belpaese una come la Le Pen avrebbe stravinto. Sono d'accordo con chi dice che è necessario introdurre una forma di stipendio universale,  ma non so se e come si riuscirà mai ad attuare questa rivoluzione.

IMMIGRATI 1

Il problema è il capitalismo, ma  tra il capitalismo e l'immigrazione c'è un nesso. Io lo vedo.
Al di là dell'approccio umanitario che è cosa buona e giusta, sul piano materiale, l''immigrazione a chi giova? È un tabù a Sinistra porsi questa domanda? Perché la storia dei contributi previdenziali è una storia raccontata a metà, che diventa demagogia se non si dice anche quanto costano in termini di welfare complessivo: qualcuno ha fatto il conto di quante tasse versano e a quanto ammontano i servizi pagati con con la fiscalità generale di cui usufruiscono? Capisco che sia un modo di ragionare terribile, capitalista, ma sono quelli che fanno la retorica dell' immigrazione che tirano sempre fuori questa storia del saldo positivo. 
A me, comunque, pare uno strano modo di stare con i poveri quello di depredare l'Africa, colonizzarla, fomentare l'odio tra le diverse etnie per poi accogliere tutti quelli che scappano per metterli al servizio del capitalismo.  A me pare una strana sinistra quella che non si accorge che il capitalismo necessita di queste persone disperate disposte a lavorare a qualsiasi condizione per abbassare i salari e togliere i diritti ai lavoratori. 
Avere cessato di incarnare una vera forza critica del capitalismo rinunciando a ciò che è la sua stessa ragione d'essere, ha spinto la Sinistra a deformare la realtà e ad osservare le migrazioni di massa attraverso l'ologramma liberista che trasforma la cinica brutalità del capitalismo nell'appeal estetico dell'accoglienza, un' ipocrisia che nasconde la bruttezza morale dello sfruttamento dei poveri con l'espediente linguistico del soccorso umanitario. 
Non credo sia più possibile rinviare lo studio sulla stretta connessione tra: immigrazione e capitalismo; immigrazione e destabilizzazione del nostro sistema economico e dei diritti; immigrazione e ricaduta socio-economica sulle fasce più deboli della popolazione; immigrazione e sfruttamento; immigrazione e nuove terribili schiavitù; immigrazione e ricaduta socio-economica sui Paesi di provenienza degli immigrati. 

Sunday, August 27, 2017

NON C'È PIÙ POSTO

di Luca Billi – 26 agosto 2017

Per chi vuole costruire una nuova sinistra in Italia – e in Europa – credo che la questione dei migranti sia un tema molto difficile, eppure imprescindibile, perché le persone “normali”, quelle che la sinistra politica dovrebbe rappresentare e difendere – quelle che formano il popolo, come avremmo detto una volta con un lessico novecentesco – hanno paura. E non è razzismo, anche se ovviamente questo ha un peso, non è solo la grettezza di difendere il proprio poco, senza volerlo condividere con chi non ha niente, anche se questo atteggiamento è comprensibile in un periodo di crisi. Gli italiani – e lo stesso vale per gli europei – che vedono arrivare tante persone, giorno dopo giorno, si pongono una domanda: e dove li mettiamo? qui non c’è più posto.
Non serve essere esperti di geopolitica, basta avere in casa un mappamondo, per capire che questa domanda, nella sua disarmante semplicità, non è affatto stupida, come troppe volte qualcuno a sinistra, con molta supponenza, ha detto e pensato. L’Africa è enorme, in quel paese vive più di un miliardo di persone: e dove li mettiamo? qui non c’è più posto. Quando l’Italia – e l’Europa – hanno affrontato i propri flussi migratori interni, questa domanda non aveva la stessa drammatica evidenza: il nostro Mezzogiorno era grande, ma le regioni del nord lo erano altrettanto. Quando il mondo ha affrontato, nel secolo scorso e alla fine di quello ancora precedente, un’imponente ondata migratoria, c’erano le Americhe, in cui c’era posto per tutti, erano terre da riempire. 
Ma adesso è cambiato tutto. Qui non c’è più posto: è drammaticamente vero e da qui dobbiamo partire. Perché altrimenti hanno facile gioco quelli che sventolano le bandiere delle loro piccole patrie e dicono che bisogna sparare a tutti quelli che sono diversi da noi, fossero anche quelli del condominio di fronte. Oppure finiscono per prevalere quelli che, pur facendosi scudo dei loro buoni propositi e di tanta ipocrita compassione, dicono che sono in grado di fermare le migrazioni. E noi ci sentiamo rassicurati da queste promesse. Se non sappiamo rispondere alla domanda e dove li mettiamo?, alla fine vinceranno quelli che dicono che bisogna aiutarli a casa loro, quelli che pagano i dittatori di turno affinché lascino affondare i barconi, tengano gli “indesiderati” nelle loro prigioni, ammazzino il maggior numero possibile di disperati, lontano dalle telecamere per non impressionare le persone che guardano la televisione. Però non basta denunciare l’ipocrisia di chi in pubblico dice che i migranti sono troppi e, indossando un’altra giacca, li sfrutta, li usa per raccogliere i pomodori e le arance, li stipa nelle canoniche vuote per prendersi 35 euro al giorno, li fa diventare numeri per creare cooperative che gestiscono l’accoglienza. E poi le puttane nere sono anche più belle e costano meno delle italiane. Le persone magari possono darci ragione su questo, ma poi chiedono: e dove li mettiamo? Questa domanda non è più eludibile. 
Il problema è che affrontiamo sempre la questione dal lato sbagliato, partendo dal dato che non c’è più posto. Invece dobbiamo cominciare a dire che il posto c’è, c’è posto in Africa, c’è posto in Asia, c’è ancora posto nelle Americhe. In quei paesi ci sarebbe posto anche per noi, siamo noi e i nostri figli che dovremmo migrare in quei paesi, perché qui davvero non c’è più posto. Però, e qui sta il nodo, noi abbiamo sistematicamente distrutto quei luoghi – e li distruggiamo ogni giorno – li abbiamo resi inospitali, li abbiamo desertificati, li abbiamo privati di ogni risorsa naturale, li abbiamo sistematicamente distrutti. 
Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant; hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. E’ la frase che Tacito fa dire al generale calèdone Calgaco per incitare i suoi soldati a combattere contro i romani.
Il capitalismo ha creato il deserto in Africa e, pur avendo il pudore di non chiamarlo pace, lo definisce sviluppo. Perché anche noi del popolo in qualche modo godiamo di questo sviluppo e del fatto che miliardi di persone nel mondo sono sfruttate e che le loro terre vengono distrutte. Se tutti noi possiamo andare in giro con le nostre auto, telefonarci di continuo con i nostri smartphone, indossare le nostre magliette all’ultima moda, lo dobbiamo anche al fatto che da qualche parte del mondo un’enorme diga produce a basso costo l’energia elettrica che serve alle nostre industrie, dopo aver distrutto migliaia e migliaia di chilometri di terreno coltivabile, che da una miniera in qualche altra parte del mondo vengono estratti metalli, inquinando le falde e rendendo inutilizzabili i campi intorno, che in un’altra parte ancora c’è una grande fabbrica che getta nei fiumi inquinanti chimici, rende irrespirabile l’aria per gli uomini e gli animali, che i nostri rifiuti vengono scaricati in terre molto lontane da dove vengono prodotti. Pensate se qualcuno venisse in Italia e facesse quello che noi facciamo in Africa: noi saremmo costretti a scappare, perché nessuno vuole vivere dove non c’è acqua, dove la terra è piena di veleni, nessuno vuole vivere in una discarica. Noi in quelle terre abbiamo creato il deserto, abbiamo fatto in modo che non ci fosse più posto. Di fronte a un fenomeno drammatico come queste migrazioni, anche quando siamo consapevoli del dramma che vivono quei popoli, non possiamo dire loro: venite qui che c’è posto. E’ una menzogna e se ne accorgono loro per primi quando arrivano qui e rimangono confinati nelle brutte e sporche periferie delle nostre città, ai margini di una società che già espelle i propri elementi più poveri. Possiamo stringerci un po’, occupare un po’ meno posto, stare un po’ più scomodi, ma c’è un limite fisico a questa accoglienza caritatevole, anche quando è animata dalle migliori intenzioni. E comunque questa forma di accoglienza è destinata a creare conflitto, ad acuire differenze che innegabilmente ci sono. Occorre invece spiegargli che qui non c’è più posto e che anzi siamo noi che dovremmo andare ad abitare in quelle terre, farle di nuovo vivere, coltivarle, renderle abitabili come erano un tempo. 
Ma bisogna che prima di tutto noi diventiamo consapevoli che siamo arrivati al limite, che questo modello di sviluppo, che ci sembra così desiderabile, che ci sembra perfetto, sta distruggendo la nostra terra e alla lunga ucciderà noi e i nostri figli. Bisogna che capiamo noi per primi – in modo da spiegarlo anche a loro – che un sistema in cui pochissimi hanno la stragrande maggioranza delle ricchezze – in gran parte rubate a loro – e moltissimi hanno sempre meno non è giusto e che insieme, noi e loro, dobbiamo abbatterlo. C’è abbastanza posto per tutti: è venuto il momento che ce lo prendiamo. In qualunque modo.

Saturday, August 26, 2017

EUROPA E SOVRANITA'

Occorre riprenderci la nostra sovranità a cominciare da quella ed applicare la nostra Costituzione. Molti autorevoli economisti ci avevano avvisato che l'euro ed i Trattati avrebbero distrutto la nostra economia e devastato lo stato sociale. E non per cattiveria, ma per la natura stessa del sistema che si andava a costruire con i Trattati. Significativo è il fatto che la Svezia, il Paese più socialista d' Europa, abbia deciso con un referendum di rimanere fuori dall'euro, mantenendo così la propria sovranità monetaria. 
La questione dell'euro e dei Trattati europei non è (solo) economica, ma è soprattutto politica e riguarda la questione dei fini. Si tratta di decidere se vogliamo vivere in una società che si prende cura degli ultimi o piuttosto in una società che privilegia gli interessi sei primi. Perché nel primo caso questa UE non è per niente adatta, mentre nel secondo caso è perfetta, come dimostrano i rapporti di classe in essere.
Per la Sinistra mettere in discussione l'euro ed i Trattati non può essere un tabù. Tanti economisti hanno avanzato analisi chirurgiche e proposte articolate in merito all'euro e ad una complessa, ma possibile uscita dall'euro. Fassina ne parla da tanto tempo. Tanti intellettuali moderati hanno espresso pesanti critiche verso questa Europa che non è uno stato, ma mortifica la sovranità degli Stati, mentre celebra la sovranità della finanza.
 C'è una vastissima letteratura a riguardo. Leggersi i Trattati ed approfondire la materia è necessario, ma per capire di cosa sto parlando può essere utile partire da un documentario illuminate che ha circolato in questi mesi nelle sale nonostante le difficoltà di distribuzione: PIIGS. Io la penso come i politici, gli economisti e gli intellettuali che intervengono nel documentario.

L'EUROPA E GLI ULTIMI 2

Questa Europa sta agli ultimi come il lupo sta all'agnello. Perché questa Europa non è quell'ipotesi fantasiosa che ci racconta la TV, ma quello che è successo alla Grecia. Per  cui vorrei sentire i compagni schierati con gli ultimi, esprimersi anche (e soprattutto) su questa Europa tarata sul mercato e sui dogmi dell'austerity e dell'ideologia liberista; su questa Europa che non si prende affatto cura degli ultimi, ma difende gli interessi dei primi. 

Schierarsi con gli ultimi senza mai scagliarsi contro il sistema che li produce è solo moralismo sdentato, misericordia cristiana, retorica pelosa che non sposterà di un millimetro la condizione degli ultimi. Perché limitarsi a gestire i danni collaterali prodotti dal capitalismo, senza mai lottare per rimuovere le cause che producono povertà ed enormi diseguaglianze, non è stare con gli ultimi, ma il più grande tradimento nei confronti degli ultimi.

L'EUROPA E GLI ULTIMI 1

Parliamoci chiaro: non si può chiedere allo Stato di provvedere ai bisogni degli ultimi, e poi difendere i Trattati di Maastricht e di Lisbona e chiedere più Europa, un'Europa schierata a difesa del mercato e dei dogmi dell'austerity e dell'ideologia liberista. Un' Europa se ne sbatte degli ultimi, mentre impone agli Stati di tagliare il welfare e privatizzare i servizi. 
L'Europa è quello che è successo alla Grecia. Perciò a me pare moralismo sdentato quello di chiede più socialismo, ma poi sta col liberismo di questa Europa oscena. 

ECONOMIA DELLA DISPERAZIONE

Mi domando dove vive chi celebra le ong. Se gli capita di sfogliare qualche volta i giornali o di guardare per caso la TV. Le multinazionali del "soccorso umanitario" stanno tutto il giorno sulle reti nazionali a promuovere se stesse ed a battere cassa, mentre alcune  reclamizzano se stesse tramite spot pubblicitari che costano decine di migliaia di euro a passaggio televisivo: lo fa la Chiesa Cattolica, lo fanno altre Chiese e lo fanno tante associazioni "umanitarie". 
Quando il "soccorso umanitario" diventa un business, di umanitario c'è davvero ben poco. L'economia del bisogno e della disperazione è un fatto osceno, ripugnante, che dovrebbe indignare ogni persona di Sinistra. 
Come afferma il prof. Erspamer, anch'io "resto convinta che dei problemi dei popoli debbano occuparsi esclusivamente gli Stati e che la carità, se non in momenti di assoluta emergenza, sia solo un espediente per prevenire rivolte o lotte sociali che porterebbero a più profonde riforme e che potrebbero porre un freno all'oscena ineguaglianza economica e al culto del successo e dei consumi che stanno strangolando il pianeta..... I bisognosi li dobbiamo aiutare tutti, in proporzione non della nostra generosità ma del nostro reddito, e i ricchi devono essere costretti a dare la gran parte dei loro guadagni, altro che supplicarli di donarne una frazione senza dover rinunciare a nulla; ed essergli anche grati". 
La Sinistra si è messa inspiegabilmente al traino del cattolicesimo che si sa, individua le vittime e gli ultimi, ma non si scaglia mai sul sistema che li produce. Al contrario si limita a gestire i danni collaterali prodotti dal capitalismo con la cura di sempre, la carità, mentre la Sinistra dovrebbe essere contraria alla filantropia e lottare per rimuovere le cause che producono povertà e disuguaglianze. L'ologramma catto-comunista che trasforma questa oscenità in umanità, mi ha sempre fatto orrore.

SGOMBERI E LEGALITA' 3

O il principio di legalità vale sempre, oppure non vale mai. Mettiamoci d'accordo. E se vale sempre, deve valere anche per lo sgombero di Roma, al netto della cattiveria gratuita da parte di chicchessia, che non può mai essere tollerata. 
Condivido chi dice che ci vorrebbe la stessa energia nella repressione delle mafie, della grande evasione fiscale, della speculazione abusiva, della corruzione nella pubblica amministrazione e potrei continuare fino a domattina con l'elenco delle illegalità che lo Stato dovrebbe reprimere e che invece protegge. Il punto è che si tratta di scelte politiche, non neutre, ma di parte, che non si cambiano con la giustizia fai da te, ma solo andando al comando. 
Purtroppo difendendo l'illegalità ed il caos, la sinistra perde solo credibilità agli occhi del ceto che dovrebbe votarla.

SGOMBERI E LEGALITA ' 2

Quando sento indignarsi per gli sgomberi, penso sempre a come reagirei io, se al rientro da una breve vacanza, trovassi la mia casa occupata da qualcun'altro, la serratura della porta cambiata ed io defenestrata da casa mia, che è poi quello che spesso accade nei casermoni popolari, posti lontanissimi dai quartieri dove vivono le persone che scrivono su questa bacheca. Io credo che trovandomi in quella terribile situazione vorrei solo che un poliziotto cattivo desse due schiaffoni come si deve agli abusivi e mi restuisse casa mia. 
Le persone che hanno difficoltà a comprare una casa o a pagare un affitto, sono tantissime, io lavoro in comune e lo so bene, ma per fortuna la maggior parte di loro sono brave persone che non ci pensano nemmeno ad infrangere la legge, fanno enormi sacrifici e chiedono aiuto allo Stato. 
Ecco: per me essere di Sinistra significa costruire uno Stato che toglie a chi ha di più per dare a chi a di meno e non giustificare la giustizia fai da te, la guerra tra i poveri cioè tra i coglioni che si mettono in fila sulla base dei regolamenti e quelli che se ne sbattono e si fanno largo coi cazzotti. 
Non ho mai capito perché Legge e Ordine siano diventati slogan di destra, quando le prime vittime del l'illegalità sono i ceti popolari.

SGOMBERI E LEGALITA' 1

Però sul principio di legalità mettiamoci d'accordo. Non si più rivendicare lo stato di diritto a giorni alterni o solo per Berlusconi. Se è inaccettabile affermare che evadere le tasse è moralmente giustificato, allora è inaccettabile anche parlare di "abusivismo di necessità " ed anche difendere le occupazioni abusive delle case. 
Il rispetto della legge è un valore che va difeso sempre e comunque, oppure ognuno sarà legittimato a disattendere le norme secondo il proprio tornaconto e va da sè che una volta saltato lo Stato di diritto, entrerà in vigore la legge del più forte. 
Penso che difendere il rispetto delle leggi vada nella direzione del bene comune, o meglio, dell'interesse dei più e sia pertanto opportuno. Certo, fa incazzare vedere manganellare solo gli occupanti di immobili, mentre per gli abusivi edilizi e gli evasori fiscali, mai neanche un calcio nel culo.

ISLAM, ILLUMINISMO E IUS SOLI

"Tanta parte del pensiero politico e culturale dominante, per influenza della sinistra e del cattolicesimo, corre in soccorso del grande alibi: la religione non c’entra, l’Islam è religione di pace. Non leggono i documenti dell’Isis, non hanno letto il Corano, dell’Islam conoscono a malapena il Cairo, Sharm El Sheick e le Maldive. Il problema dell’Islam – ed è un problema che riguarda anche milioni di musulmani non violenti- sta alla radice: una religione totalizzante, che non prevede separazione tra Stato e Chiesa, suprematista –gli altri sono infedeli, ancorchè figli del Libro – e prima o poi si convertiranno, ostile ai diritti delle donne, dei minori, alle libertà individuali, comprese quelle sessuali e quella di non credere ad alcun Dio". 
È servito molto tempo affinché qui in Europa avvenisse, dopo l'illuminismo, il processo di secolarizzazione e di separazione tra stato e chiesa. Proprio per questo, non sono disposta a ripiombare nel medioevo e a concedere il diritto di voto a chi non si è mai secolarizzato e non comprende il concetto di stato di diritto, ma pensa sia giusto disattendere le norme poste da uno Stato se queste contrastano con le leggi di allah. 
Per i musulmani, la parola di dio prevale su quella di qualunque autorità statale. Punto. Per questo sono contraria allo ius soli: perché non si cancellano secoli di cultura con un pezzo di carta, mentre è un fatto che il diritto di voto sospinge la fede religiosa ben oltre la sfera privata ed è un bel problema se chi vota è guidato dalla mano di un dio che parla con la voce di predicatori che applicano alla lettera il Corano. Una volta diventati cittadini sarà impossibile chiedere ai musulmani di rinunciare ai diritti di gruppo, e quello che per noi europei è considerato inaccettabile, verrà rivendicato come un diritto sacrosanto.
Non dico che la nostra cultura occidentale sia migliore e men che meno che il cristianesimo abbia dato prova di minore integralismo religioso giacché negli USA, per esempio, il calvinismo che dilaga nell'America profonda, sta allevando in seno agli Stati Uniti almeno 50 milioni di integralisti cristiani, bianchi che non credono alla teoria dell'evoluzione, tifano per il Ku Klus Klan e votano per Trump (e per fortuna non sono iscritti tutti nelle liste elettorali, altrimenti i democratici non vincerebbero mai). Dico solo che qui in Europa abbiamo già dato con il Medioevo, l'inquisizione ed il potere temporale della Chiesa e che la religione priva di quell'opera di bonifica fatta dall'illuminismo, dalla filosofia politica contemporanea e dal Concilio Vaticano II è oscurantismo medievale ed io non sono disposta a rinunciare ai miei diritti (come persona e come donna) per amalgamare la nostra cultura secolarizzata e laica con quella islamica secondo il principio dei vasi comunicanti.

CALMA E GESSETTI

di Toni Capuozzo

Nelle tragedie collettive, ho sempre cercato piccoli dettagli, brandelli di vite che spiegano qualcosa. Mi hanno colpito, attorno a Barcellona, le parole della sorella di Luca Russo. Prima ha chiesto aiuto per riportarne il corpo a casa, come chi non avrebbe mai pensato di trovarsi in una situazione simile, e non poteva sapere che è un obbligo delle autorità consolari provvedervi. Poi ha detto qualcosa di molto più consapevole, e lacerante. “Non diventi un numero tra i tanti”. Già: qualche volta viene ricordata Valeria Solesin, ma chi ricorda i nomi delle vittime del Bardo, o quelli di tanti italiani uccisi dal terrore, l’11 settembre al World Trade center, o sul mar Rosso, in una discoteca di Bali, in un mercatino natalizio a Berlino, in una strada di Bruxelles ? In questo forse la sorella di Luca sbaglia: non c’è neppure un numero in cui confondersi. Semplicemente, lasciamo la memoria dei morti ai loro famigliari, ai loro amici, a piccole comunità con un posto vuoto, per sempre. E abbiamo un modello di quieta assuefazione, che comprende i racconti giornalistici, le dichiarazioni dei politici, le spiegazioni quasi sempre politicamente corrette degli esperti. Fino a che l’onda emotiva dei fiori, del rifiuto della paura e dell’odio, del siamo tutti barcellonesi si spegne, e ci ricomponiamo. Quasi come se nulla fosse. Fino alla volta successiva. Mi hanno colpito le parole del rabbino di Barcellona, l’invito agli ebrei catalani di abbandonare questa Europa, di andarsene in Israele. L’aliyah, il ritorno degli ebrei in Israele, è una costante della tradizione religiosa, che a metà del secolo scorso si è fatta,anche, esigenza demografica. Non è così oggi, e le parole del rabbino sembrano ispirate piuttosto al pessimismo sul futuro europeo e alle preoccupazioni per la sicurezza. Le ho prese sul serio, proprio per il loro effetto paradossale: consigli di cercare sicurezza in Israele, un paese segnato dagli attentati, minacciato dai vicini ? Le ho prese sul serio perché penso che gli ebrei abbiano, per retaggio secolare, antenne particolarmente sensibili, pronte a fiutare il pericolo dell’odio. Ancora una volta, dopo Barcellona, è un coro quasi unanime: non abbiamo paura, no ai muri, sì all’accoglienza, sì all’integrazione, ius soli e pace. E’ per me abbastanza ovvio che se ti attaccano perché sei così, devi riaffermare quello che sei: la tua natura aperta, democratica, e il rifiuto di ogni razzismo. E’ altrettanto ovvio che il razzismo, la diffidenza, i sospetti vengono alimentati dall’insicurezza, dall’imperturbabilità di una cultura dominante che ci vorrebbe convincere che niente è successo. Non sto parlando della destra che ha manifestato a Barcellona (in quel caso è piuttosto curioso che in nome di una bandiera identitaria, la destra estrema si schieri contro un Islam, che con il suo comunitarismo, il suo rifiuto della lotta di classe, la sua cultura machista e valoriale, con il suo culto della morte, è molto vicino al fascismo, come ci ricorda la storia delle brigate naziste islamiche, o le frequentazioni del gran muftì di Gerusalemme o la mussoliniana spada dell’islam). No, sto parlando della gente comune. Come immaginate reagisca quando il premier Gentiloni, all’indomani di un attentato compiuto da giovani spesso nati in Europa, rivendica ancora lo jus soli ? Nel migliore dei casi conclude che non è l’anagrafe a fare di te un cittadino. Nel peggiore, viene spinta da tanta improntitudine, da tale idealismo immune dalla realtà, a provare qualcosa che incomincia a somigliare al razzismo: un senso di impotente solitudine. Forse il rabbino di Barcellona non è così paradossale. 
Mi hanno colpito le immagini delle madri musulmane di Ripoll. Donne sovrappeso, affrante e avvolte dal velo. Sorprese da quello che i figli hanno fatto, addolorate. Ma l’imam della loro moschea forse era la mente della cellula, forse è morto nel maldestro laboratorio di esplosivi, forse ha mandato gli altri a morire ed è scappato. Mi sembravano le madri di una cronaca di stupri: mio figlio non può averlo fatto, era un bravo ragazzo. Mai che si chiedano: dove abbiamo sbagliato, cosa c’è che non va nella nostra storia, dove nasce tutto questo ? E’ la domanda che viene schivata da tanti musulmani perbene, ciò che è umanamente comprensibile, ma non aiuta. Non lo dico io, l’ha detto in queste ore un predicatore siriano, ostile sia ad Assad che al califfo, Muhammad Al Yacoubi. “Quel che è successo a Barcellona dimostra che noi musulmani non abbiamo fatto abbastanza per contrastare l’ideologia estremista nelle nostre comunità….è frustrante per me quando qualche musulmano dice che questo non ha nulla a che vedere con l’islam. No, ce l’ha. L’Isis è nato in mezzo a noi, è un nostro problema e dobbiamo affrontarlo”. 
Tanta parte del pensiero politico e culturale dominante, per influenza della sinistra e del cattolicesimo, corre in soccorso del grande alibi: la religione non c’entra, l’Islam è religione di pace. Non leggono i documenti dell’Isis, non hanno letto il Corano, dell’Islam conoscono a malapena il Cairo, Sharm El Sheick e le Maldive. Il problema dell’Islam – ed è un problema che riguarda anche milioni di musulmani non violenti- sta alla radice: una religione totalizzante, che non prevede separazione tra Stato e Chiesa, suprematista –gli altri sono infedeli, ancorchè figli del Libro – e prima o poi si convertiranno, ostile ai diritti delle donne, dei minori, alle libertà individuali, comprese quelle sessuali e quella di non credere ad alcun Dio. Se a sinistra la sottovalutazione viene, oltre che dalla non conoscenza della realtà sul terreno, dall’ottimistica convinzione che la Ragione, la Democrazia, la Tolleranza non possano non essere valori universali, nel mondo cattolico la cosa è più complessa: c’è anche una sorta di invidia per la fede che arde nelle moschee, per la devozione che non ha bisogno – o forse proprio di questo si alimenta – di nessun prete, di nessuna Chiesa, e la disarmante convinzione che in fondo preghiamo tutti lo stesso Dio, e che non ci può essere una religione che produce odio (quanto ad abuso di Dio basterebbe ricordare il Gott mit Uns nazista). Insieme, tutto questo produce una specie di pensiero debole da Alice nel paese delle meraviglie, una beneaugurante visione del mondo dove siamo tutti uguali, un girotondo da canzonette (“I gessetti di Barcellona sono la dimostrazione che la solidarietà è la chiave contro il terrorismo” Huffington Post). 
Aiuta, tutto ciò l’ Islam a fare i conti con se stesso ? No, gli fornisce alibi, sconti, trascura le profonde differenze tra islam e Islam (sono musulmani anche i curdi, le donne curde che combattono lo Stato Islamico), fa di tutte le erbe un fascio. E spesso va a cercare nella minigonna la colpa della stuprata: gli errori dell’Occidente. Che ne ha commessi a vagonate, per prepotenza e per insipienza, dalla Libia alla Siria, dall’ Iraq all’Afghanistan, ma non può essere, da solo, la spiegazione del sorgere del fondamentalismo islamico. Che ha una sua orrenda dignità autoctona (sarebbe comodo se fosse figlio dei mercanti d’arme, o del petrolio, o dell’America o di Israele), una sua storia interna all’Islam, e alle sue crisi identitarie. Siamo così occidentalcentrici da non riuscire a “rispettare” il nemico per sconfiggerlo meglio. Di questo nostro essere concentrati su noi stessi è rivelatoria la doppia morale sulle foto del bambino siriano morto sulla spiaggia e il bambino morto sulle Ramblas. Un’icona la prima, perché denunciava la nostra indifferenza. Un pudico oscuramento per la seconda, di cui non avevamo colpa. Certo, in nome della famiglia, e del rispetto per il telespettatore e prima ancora per quel bambino: non valevano queste prudenze, per un bimbo siriano ? 
Mi hanno colpito, lontano da Barcellona, due dettagli. La prima è la fotografia della ricercatrice italiana ferita a Turku, in Finlandia. La ritrae, tempo fa, durante una manifestazione contro l’espulsione degli afghani. E’ stata accoltellata da un diciottenne marocchino. Nessuno, nella folla, è al riparo. Due giovani italiani vennero uccisi nella Città Vecchia di Gerusalemme e a Gaza, uno nell’Intifada dei coltelli, l’altro perché sospettato di essere una spia: erano entrambi ampiamente solidali con i palestinesi. Non ho alcun dubbio sulla bontà di quella giovane donna, e sulla nobiltà dei sentimenti che la spinsero a manifestare, anche se trovo legittima la decisione della Finlandia di non concedere asilo agli afghani, ai pakistani e a qualche altra nazionalità. Ma il fatto che sia toccato a lei è un’altra dimostrazione di un dialogo tra sordi, di un pensiero beneaugurante da una parte e di un sentimento aggressivo dall’altra. L’altro dettaglio è ancora più lontano. Surgut, Siberia, 8 passanti feriti in punta di coltello. Nonostante la rivendicazione dell’Isis (nei talk show, a proposito, i politicamente corretti lo chiamano Daesh – tipo un detersivo – oppure il “sedicente Stato Islamico”, come a dire che non è Islam o che non è Stato) e nonostante il fatto che il terrorista fosse figlio di un fondamentalista del Dagestan conosciuto alla polizia, gli inquirenti, molto all’europea, stanno “valutando se avesse dei problemi psicologici”. Tutto il mondo è paese, ma non abbastanza da farci dire che siamo tutti siberiani.